Il primo capoverso dell’art.15 del Contratto Collettivo Nazionale di Lavoro per dirigenti di aziende produttricidi beni e servizi recita:“Ogni responsabilità civile verso terzi per fatti commessi dal dirigente nell’esercizio delle propriefunzioni è a carico dell’azienda.”Se non si prosegue e non si approfondiscono le sfumature giuridiche di una lettura integrale dell’articolo, si rischiadi trarre rapidamente la superficiale conclusione che si possa stare tranquilli: operando con normale diligenzaed attenzione non ci saranno problemi; e se questo non sarà sufficiente ad evitare che qualcuno richieda danni perfatti commessi dal dirigente, l’azienda, la seconda “famiglia”, interverrà manlevando il manager dagli effetti civilisticidella responsabilità derivante.
Aldai e Praesidium hanno voluto creare un tavolo di lavoro comune per indagare sulla percezione della problematicada parte degli associati ed approfondire la comprensione e l’effettiva rilevanza del tema della responsabilità civile deldirigente.Cosi si è arrivati alla realizzazione di un convegno intitolato“La Responsabilità Civile del dirigente d’azienda: dalla previsione dell’art. 15 CCNL alle esposizioni di rischio personali. Consapevolezza del perimetro della responsabilità e strumenti assicurativi disponibili”.L’evento, introdotto dal Vice presidente di Aldai Sergio Zeme, si è tenuto il 12 dicembre scorso, ha registrato il tuttoesaurito ed ha fornito spunti di riflessione che meritano di essere condivisi .Sono emersi due motivi essenziali per i quali la percezione di avere le spalle coperte è profondamente errata: il limite della colpa grave e l’ipotesi che il reclamante verso il dirigente possa essere l’azienda stessa.Certamente nella percezione degli addetti ai lavori è ormai consolidato che i dirigenti sono“decision makers” e quindianche “liability undertakers”; il che può essere tradotto semplicemente con l’equazione “potere=responsabilità”.La previsione dell’art.15 protegge il dirigente con esclusione del caso di colpa grave e nulla prevede nell’ipotesi in cui l’azienda ritenga avere avuto un danno ed un pregiudizio economico che abbia un nesso di causa con i fatti commessi dal dirigente, fattispecie rispetto alla quale non risulta alcune previsione di manleva o protezione nemmeno in riferimento alla gradazione della colpa.Al convegno sono intervenute diverse tipologie di managers, portando con sé dubbi e questioni importanti, e non i soli risk-manager che, presenti in molte società, comprendono l’importanza dell’argomento ed hanno approfondito a fini “corporate” la materia.Unanime la conclusione dei lavori ovvero la rilevanza civilistica della responsabilità di un amministratore, di un direttoregenerale ma anche del dirigente è opportuno che trovi attraverso opportuni strumenti assicurativi un trasferimento finanziario tanto per l’azienda quanto per il dirigente come singolo individuo.Per inquadrare ed approfondire l’argomento sono stati invitati: l’avvocato giuslavorista Daniela Lazzati, il professor Walter Rossi, docente di Diritto delle Assicurazioni dell’Università Statale Unitre di Milano, Guido de Benedetti, dirigente iscritto ad Aldai eda diversi anni Risk &Insurance Manager del Gruppo Techint, Andrea Marega direttore di Ace Europe, compagniastatunitense specializzata nell’area della Directors and Officers Liability .Giovanni Favero, amministratore delegato di Praesidium ha moderato e con condotto il dibattito.Daniela Lazzati ha illustrato l’evoluzione delle forme di tutela aziendale per il dirigente, a partire dagli anni ’70, quando si era avvertita l’esigenza di tutelare il dirigente dalle sempre maggiori responsabilità che gli venivano attribuite dal datore di lavoro; per questo motivo, nel 1975, veniva inserito nel contratto collettivo di categoria l’art. 15, il cui testo è stato negli anni ampliato e modificato.Tramite un paio di esempi molto calzanti, l’avvocato è riuscito a far emergere come l’art.15 tuteli “il dirigente dalla responsabilità civile verso terzi per i fatti commessi nell’adempimento delle proprie attività”, il che, pur costituendo una buona base, restatuttavia una forma di tutela incompleta, soprattutto in quanto l’ultimo paragrafo dello stesso art. 15 stabilisce che“le garanzie e le tutele sono escluse nei casi di dolo e colpa grave accertati con sentenza passata in giudicato”.Andrea Marega, l’assicuratore, ha in seguito evidenziato i problemi che nascono per la colpa grave e per il dolo, esclusidal paragrafo 7 dello stesso art. 15: se il dolo naturalmente viene escluso da qualsiasi soluzione assicurativa, in quanto non assicurabile per definizione, riguardo l’assenza di copertura per la colpa grave, l’art. 15 rappresenta una situazione insidiosa che può invece trovare trasferimento al mercato assicurativo.De Benedetti ha riassunto quello che le polizze D&O (Directors and Officers Liabilty) stipulate dalle Aziende riescono normalmente a coprire, ma ha posto la questione del momento in cui l’Azienda, in ragione di una “colpa” di un manager, decida di far causa a quest’ultimo, chiedendogli ingenti cifre per i danni ad essa procurati, rappresentando il conflitto di interessi tra azienda , compagnia e dirigente responsabile che potrebbe generarsi in tal caso. Ipotesi che, invece, vengono evitate in caso di coperturastipulata a titolo personale dal dirigente.La domanda è sorta allora spontanea e il professor Rossi, incuriosito, l’ha posta all’avv. Lazzati: "qual'è la frequenza della casistica in cui si realizza questa situazione?". La risposta può lasciar sgomenti, anche se negli ultimi anni abbiamo appreso numerosi casidai quotidiani: sono sempre più frequenti non solo all’estero, ma anche in Italia, e non solo per richieste di risarcimentoeccezionali (Enron, Parmalat), ma anche per moltissime situazioni minori, che probabilmente non “fanno notizia”, ma che se riversate su di un singolo patrimonio personale di un manager possono essere catastrofiche.L’ing. De Benedetti ha elencato inoltre una serie di casi che escono dalla copertura garantita dall’art.15, per esempio il caso di amministratori esterni, ma con responsabilità nelle società oppure per i dirigenti di società piccole, che quasi sempre non accedononemmeno a livello aziendale alle coperture assicurative .Il professor Rossi ha poi affermato la validità della soluzione raggiunta grazie a Praesidium: la polizza può infatti esser sottoscritta tanto in primo rischio, ossia da dirigenti, magari di piccole società, che si assicurano personalmente senza altre coperture D&O, quanto in secondo rischio da dirigenti che vogliano completare la copertura di polizze stipulate dalla Società, di cui spesso non conoscono il contenuto.Un dibattito vivace con grande partecipazione della platea dei dirigenti milanesi , che certamente ha reso evidente quanto il tema della responsabilità del manager sia attuale e determinante nel profilo di rischio della funzione dirigenziale.
Il talento e la passione, esperienze di una vita dove l'impegno e la creatività si uniscono in un mestiere che non si finisce mai di imparare
martedì 27 gennaio 2009
venerdì 19 dicembre 2008
I risparmiatori beffati
PARMACRACK, L'INNOCENZA DELLE BANCHE (dal blog La Voce.info)
di Francesco Daveri
19.12.2008
Nel processo Parmalat di Milano, (quasi) tutti assolti tranne il fondatore dell'azienda Calisto Tanzi. Assolti soprattutto i manager di Bank of America che sono stati certamente in buoni e frequenti rapporti con Tanzi per tutto il periodo in cui il crack è stato in fase di cottura.Non succede solo in Italia. Anche nelle cause civili intentate negli Stati Uniti, Bank of America e Citigroup, l'altro grande istituto bancario implicato nella vicenda, l'hanno fatta franca. Sembra proprio che le grandi banche in un modo o nell'altro riescano sempre a non pagare.E' una sensazione molto sgradevole. Soprattutto in un periodo in cui a causa della crisi bancaria e finanziaria degli ultimi tre mesi, i governi di tutto il mondo hanno messo da parte un ingente ammontare di risorse pubbliche - dunque denaro dei contribuenti e quindi anche di quelli truffati - per ricapitalizzare le grandi banche, messe in difficoltà dall'evolversi della crisi di mutui e derivati.Impunite e troppo grandi per fallire: non è forse un po' troppo?Non per la politica italiana. Di fronte a tutto ciò, con raro tempismo, il consiglio dei ministri prende in esame un decreto milleproroghe, il solito decreto milleproroghe di fine anno, che tra le altre cose rinvia di sei mesi i termini dell'entrata in vigore della class action, cioè la possibilità di azione collettiva risarcitoria da parte dei truffati in situazioni come Parmalat e Cirio.Proprio un bel regalo di Natale per i risparmiatori italiani!
Se si voleva reiterare la prova che il potere finanziario delle banche è tale da condizionare le istituzioni, allora ne abbiamo la conferma. Non è dignitoso, né tanto meno democratico, ammettere che il privato cittadino deve tutelarsi dal sistema e dagli organi dello Stato.
Questo fatto, non nuovo, dovrebbe quantomeno far nascere nei nostri rappresentanti in Parlamento un moto di responsabilità verso i loro elettori (quelli che li hanno votati) piuttosto che verso i loro sostenitori (quelli che li hanno aiutati a sostenere le candidature).
Non mi sembra una differenza da poco, e neppure vuole essere un giudizio generico e disfattista, ma un sollecito di responsabilità verso un Stato tanto lontano dai piccoli e inermi cittadini
di Francesco Daveri
19.12.2008
Nel processo Parmalat di Milano, (quasi) tutti assolti tranne il fondatore dell'azienda Calisto Tanzi. Assolti soprattutto i manager di Bank of America che sono stati certamente in buoni e frequenti rapporti con Tanzi per tutto il periodo in cui il crack è stato in fase di cottura.Non succede solo in Italia. Anche nelle cause civili intentate negli Stati Uniti, Bank of America e Citigroup, l'altro grande istituto bancario implicato nella vicenda, l'hanno fatta franca. Sembra proprio che le grandi banche in un modo o nell'altro riescano sempre a non pagare.E' una sensazione molto sgradevole. Soprattutto in un periodo in cui a causa della crisi bancaria e finanziaria degli ultimi tre mesi, i governi di tutto il mondo hanno messo da parte un ingente ammontare di risorse pubbliche - dunque denaro dei contribuenti e quindi anche di quelli truffati - per ricapitalizzare le grandi banche, messe in difficoltà dall'evolversi della crisi di mutui e derivati.Impunite e troppo grandi per fallire: non è forse un po' troppo?Non per la politica italiana. Di fronte a tutto ciò, con raro tempismo, il consiglio dei ministri prende in esame un decreto milleproroghe, il solito decreto milleproroghe di fine anno, che tra le altre cose rinvia di sei mesi i termini dell'entrata in vigore della class action, cioè la possibilità di azione collettiva risarcitoria da parte dei truffati in situazioni come Parmalat e Cirio.Proprio un bel regalo di Natale per i risparmiatori italiani!
Se si voleva reiterare la prova che il potere finanziario delle banche è tale da condizionare le istituzioni, allora ne abbiamo la conferma. Non è dignitoso, né tanto meno democratico, ammettere che il privato cittadino deve tutelarsi dal sistema e dagli organi dello Stato.
Questo fatto, non nuovo, dovrebbe quantomeno far nascere nei nostri rappresentanti in Parlamento un moto di responsabilità verso i loro elettori (quelli che li hanno votati) piuttosto che verso i loro sostenitori (quelli che li hanno aiutati a sostenere le candidature).
Non mi sembra una differenza da poco, e neppure vuole essere un giudizio generico e disfattista, ma un sollecito di responsabilità verso un Stato tanto lontano dai piccoli e inermi cittadini
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martedì 16 dicembre 2008
La crisi economica e il malessere di alcune classi sociali
Per alcuni giorni abbiamo visto ed ascoltato notiziari sulla sollevazione di molti giovani ad Atene contro l’uccisione di un giovane greco. Premesso che i tre quarti della popolazione greca abita ad Atene, resta però da capire come questa reazione si sia estesa a tutte le città greche con uguale intensità ed abbia coinvolto non solo i giovani dei centri sociali ma anche di altre estrazioni politiche, ma soprattutto adulti.
Ovviamente qui non si discute il valore di una vita umana che è al di sopra di ogni commento e la volontà o l’errore di chi l’abbia stroncata, ma l’interrogativo si sposta su come e perché la reazione sia stata tanto forte, allargata e sentita.
E’ possibile che questo sia stato l’elemento scatenante di un grave disagio provocato dalla crisi economica sulla qualità di vita delle persone, dalla sfiducia verso una gestione politica distante dal cittadino e da una crescente insofferenza verso le istituzioni?
Ma quanto avviene in Grecia sta trovando simili radici anche in Italia? Non è che tra la massa dei ceti meno abbienti ed una classe politica concentrata a tutelare il proprio status ed i relativi sostenitori, si stia aprendo uno spazio a gruppi sovversivi estremisti ?
Certamente si sta rilevando un disagio sociale in cui cresce l’intolleranza e la xenofobia miete sempre più sostenitori. Dalle banlieues parigine agli extracomunitari in Italia, passando per l’estremismo islamico senza distinguere mai tra vincoli religiosi, più o meno condivisibili, e sfruttamento dell’ignoranza altrui a scopi di terrorismo politico internazionale.
Sembra che ogni occasione sia buona per scaricare su qualcuno il proprio disagio e lo si faccia generalizzando le situazioni senza la volontà di approfondire. Sul piano dei media impera lo scandalismo e l’enfatizzazione dei fatti purchè facciano “vendere”.
Molte domande ma poche risposte, sembra quasi che si voglia evitarle più che affrontarle.
Credo che qualcuno dovrebbe farsi carico di guidare questa condizione sociale, con una politica da statista, per andare verso uno stato dove i valori democratici siano rispettati nell’uguaglianza degli uomini.
Ovviamente qui non si discute il valore di una vita umana che è al di sopra di ogni commento e la volontà o l’errore di chi l’abbia stroncata, ma l’interrogativo si sposta su come e perché la reazione sia stata tanto forte, allargata e sentita.
E’ possibile che questo sia stato l’elemento scatenante di un grave disagio provocato dalla crisi economica sulla qualità di vita delle persone, dalla sfiducia verso una gestione politica distante dal cittadino e da una crescente insofferenza verso le istituzioni?
Ma quanto avviene in Grecia sta trovando simili radici anche in Italia? Non è che tra la massa dei ceti meno abbienti ed una classe politica concentrata a tutelare il proprio status ed i relativi sostenitori, si stia aprendo uno spazio a gruppi sovversivi estremisti ?
Certamente si sta rilevando un disagio sociale in cui cresce l’intolleranza e la xenofobia miete sempre più sostenitori. Dalle banlieues parigine agli extracomunitari in Italia, passando per l’estremismo islamico senza distinguere mai tra vincoli religiosi, più o meno condivisibili, e sfruttamento dell’ignoranza altrui a scopi di terrorismo politico internazionale.
Sembra che ogni occasione sia buona per scaricare su qualcuno il proprio disagio e lo si faccia generalizzando le situazioni senza la volontà di approfondire. Sul piano dei media impera lo scandalismo e l’enfatizzazione dei fatti purchè facciano “vendere”.
Molte domande ma poche risposte, sembra quasi che si voglia evitarle più che affrontarle.
Credo che qualcuno dovrebbe farsi carico di guidare questa condizione sociale, con una politica da statista, per andare verso uno stato dove i valori democratici siano rispettati nell’uguaglianza degli uomini.
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giovedì 4 dicembre 2008
La gestione della crisi economica all’interno delle aziende manifatturiere
La Federmanager della Provincia di Alessandria, nel suo programma per il 2009, promuove numerose iniziative volte a coinvolgere i dirigenti delle più importanti funzioni aziendali in un processo di crescita professionale trasversale alle diverse attività industriali
Già il 2008 ha visto nascere e svilupparsi un Forum dei Direttori delle Risorse Umane e sta per essere promossa una analoga iniziativa rivolta ai Direttori Industriali o di Stabilimento.
Spunto di grande attualità è la gestione della crisi economica che, più o meno, coinvolge tutti gli attori presenti sul mercato. Sono numerosi gli aspetti che impattano l’attività produttiva quali la insaturazione della capacità produttiva, la riduzione dei magazzini, il minor fabbisogno di personale, la riduzione degli investimenti, la contrazione delle disponibilità di budget, ecc.
Su alcuni di questi temi saranno invitati a dibattere i Direttori di Stabilimento delle Aziende in Provincia di Alessandria e di Asti anche se saranno graditi ospiti quelli di Province limitrofe.
La formula degli incontri prevede che uno di essi promuova la prima sessione invitando i colleghi nella propria azienda ed, a rotazione, i partecipanti rivolgano lo stesso invito per le sessioni successive nelle rispettive realtà. In tal modo si vengono a realizzare una serie di obiettivi quali: la reciproca conoscenza dei managers, quella dei problemi e delle soluzioni a livello territoriale, una crescita professionale nel confronto tra managers di diversa estrazione ed una ottimizzazione tra costi (minimi) e benefici (elevati).
I managers che possano essere interessati ad iniziative di questo tipo possono rivolgersi alla Federmanager di Alessandria, e-mail asdiral@tin.it oppure a Giuseppe Mannori mannori@libero.it
Già il 2008 ha visto nascere e svilupparsi un Forum dei Direttori delle Risorse Umane e sta per essere promossa una analoga iniziativa rivolta ai Direttori Industriali o di Stabilimento.
Spunto di grande attualità è la gestione della crisi economica che, più o meno, coinvolge tutti gli attori presenti sul mercato. Sono numerosi gli aspetti che impattano l’attività produttiva quali la insaturazione della capacità produttiva, la riduzione dei magazzini, il minor fabbisogno di personale, la riduzione degli investimenti, la contrazione delle disponibilità di budget, ecc.
Su alcuni di questi temi saranno invitati a dibattere i Direttori di Stabilimento delle Aziende in Provincia di Alessandria e di Asti anche se saranno graditi ospiti quelli di Province limitrofe.
La formula degli incontri prevede che uno di essi promuova la prima sessione invitando i colleghi nella propria azienda ed, a rotazione, i partecipanti rivolgano lo stesso invito per le sessioni successive nelle rispettive realtà. In tal modo si vengono a realizzare una serie di obiettivi quali: la reciproca conoscenza dei managers, quella dei problemi e delle soluzioni a livello territoriale, una crescita professionale nel confronto tra managers di diversa estrazione ed una ottimizzazione tra costi (minimi) e benefici (elevati).
I managers che possano essere interessati ad iniziative di questo tipo possono rivolgersi alla Federmanager di Alessandria, e-mail asdiral@tin.it oppure a Giuseppe Mannori mannori@libero.it
venerdì 28 novembre 2008
Crisi economica e politiche delle Risorse Umane
II° Forum Direttori Risorse Umane in Provincia di Alessandria
La Federmanager di Alessandria, in collaborazione con una primaria azienda nel settore Converting,ha tenuto il secondo incontro tra i Direttori delle Risorse Umane delle principali società operanti nella Provincia. Questi cicli a tema si propongono di creare un network tra dirigenti professionisti mettendo in comune le reciproche esperienze in materia di gestione del personale indipendentemente dai diversi settori di mercato in cui le società operino.
Altro aspetto molto importante è quello della conoscenza delle problematiche del territorio e degli attori che vi operano. La qualificata partecipazione e il tema dibattuto inerente la:
“Crisi economica e capitale umano. Dover mantenere alte le motivazioni nei rapporti tra i collaboratori e le aziende quando gli incentivi economici dispongono di minori risorse"
hanno dato luogo ad un vivace dibattito sui cambiamenti in corso nei comportamenti umani e aziendali nei momenti di crisi.
I dirigenti delle Risorse Umane che fossero interessati a questi incontri possono richiederlo all’indirizzo e-mail asdiral@tin.it
La Federmanager di Alessandria, in collaborazione con una primaria azienda nel settore Converting,ha tenuto il secondo incontro tra i Direttori delle Risorse Umane delle principali società operanti nella Provincia. Questi cicli a tema si propongono di creare un network tra dirigenti professionisti mettendo in comune le reciproche esperienze in materia di gestione del personale indipendentemente dai diversi settori di mercato in cui le società operino.
Altro aspetto molto importante è quello della conoscenza delle problematiche del territorio e degli attori che vi operano. La qualificata partecipazione e il tema dibattuto inerente la:
“Crisi economica e capitale umano. Dover mantenere alte le motivazioni nei rapporti tra i collaboratori e le aziende quando gli incentivi economici dispongono di minori risorse"
hanno dato luogo ad un vivace dibattito sui cambiamenti in corso nei comportamenti umani e aziendali nei momenti di crisi.
I dirigenti delle Risorse Umane che fossero interessati a questi incontri possono richiederlo all’indirizzo e-mail asdiral@tin.it
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mercoledì 29 ottobre 2008
I Rettori delle Università minacciano di dimettersi davanti alla legge Gelmini: una minaccia o…una promessa?
Malgrado che la legge Gelmini sia di fatto un provvedimento di natura economica con lievi accenni ad una vera riforma, sembra che abbia toccato i punti delicati delle istituzioni scolastiche. Lasciamo stare gli studenti di ogni ordine e grado perché, essendo al fondo della catena, possono valutare solo in base alla loro relativa esperienza ed alle loro ideologie che, in giovane età, accendono spesso gli animi prima di dare spazio alla valutazione del contesto.
Ma i Rettori, reagendo con questa presunta azione di forza, non si accorgono che stanno confermando le critiche al sistema universitario che da anni si levano dal mondo del lavoro a causa della sempre maggiore impreparazione degli studenti diplomati o laureati?
Non leggono gli esiti delle inchieste di mercato che misurano il tempo lavorativo medio giornaliero dei loro docenti in 3,5 ore? E’ già brutto che non sappiano ciò ma è assurdo che facciano finta di ignorarlo. Se lo ignorano e se sono sordi alle contestazioni sulla mancata preparazione degli studenti, allora vuol dire che occupano posti dove non sono adeguatamente preparati a gestire.
Il mantenimento dello status quo è certamente una reazione comprensibile e di minor impegno dal cambiare e mettersi in gioco, ma, come vige in economia, chi non va avanti va indietro. Da qui il bisogno di riformare profondamente le istituzioni scolastiche partendo dalla scuola elementare, poi alla media e, attraverso la scuola secondaria arrivare alle università. Certamente un percorso non facile e non fattibile con azioni di forza unilaterali, ma coraggiosamente determinate e con una continuità che le decine di Governi che si sono succeduti in Italia, non hanno permesso, ammettendo che le si fossero volute e su questo non vi è nessuna certezza.
Un progetto così importante ed ambizioso deve divenire una priorità nazionale perché riguarda la progettazione del futuro dell’Italia o meglio degli italiani di domani.
Ho sentito dire da una docente che la Costituzione garantisce ad ognuno il diritto di frequentare l’università, ma in quale Costituzione lo ha letto? Come si possono ascoltare affermazioni senza senso come questa se non fomentare gli studenti?
Il diritto all’istruzione che l’art. 34 garantisce è reale e deve essere tutelato ad ogni costo. Le fughe dei talenti devono essere evitate per quanto possibile. Certamente gli investimenti devono e dovranno essere adeguati agli obiettivi; cioè scuole di ogni ordine e grado vere responsabili di una crescita culturale e di una riqualificazione dei diplomi e delle lauree che oggi difficilmente rappresentano con i loro titoli e voti la reale consistenza della preparazione scolastica. Riportando i docenti di ogni ordine e grado ad essere idonei a questo importante cambiamento, quindi accertandone l’idoneità alla docenza e la preparazione, responsabilizzandoli sui risultati ottenuti, mettendo gli istituti scolastici in concorrenza tra di loro per accaparrarsi le iscrizioni in base alla notorietà così creata, si genererebbe un sistema virtuoso da cui una maggiore ricchezza delle retribuzioni e delle dotazioni in termini di ricerca applicata. Un sistema in cui le attività economico industriali investirebbero con piacere e le ricerche sarebbero finalizzate a vere applicazioni sul campo generando ricchezza.
Ma i Rettori, reagendo con questa presunta azione di forza, non si accorgono che stanno confermando le critiche al sistema universitario che da anni si levano dal mondo del lavoro a causa della sempre maggiore impreparazione degli studenti diplomati o laureati?
Non leggono gli esiti delle inchieste di mercato che misurano il tempo lavorativo medio giornaliero dei loro docenti in 3,5 ore? E’ già brutto che non sappiano ciò ma è assurdo che facciano finta di ignorarlo. Se lo ignorano e se sono sordi alle contestazioni sulla mancata preparazione degli studenti, allora vuol dire che occupano posti dove non sono adeguatamente preparati a gestire.
Il mantenimento dello status quo è certamente una reazione comprensibile e di minor impegno dal cambiare e mettersi in gioco, ma, come vige in economia, chi non va avanti va indietro. Da qui il bisogno di riformare profondamente le istituzioni scolastiche partendo dalla scuola elementare, poi alla media e, attraverso la scuola secondaria arrivare alle università. Certamente un percorso non facile e non fattibile con azioni di forza unilaterali, ma coraggiosamente determinate e con una continuità che le decine di Governi che si sono succeduti in Italia, non hanno permesso, ammettendo che le si fossero volute e su questo non vi è nessuna certezza.
Un progetto così importante ed ambizioso deve divenire una priorità nazionale perché riguarda la progettazione del futuro dell’Italia o meglio degli italiani di domani.
Ho sentito dire da una docente che la Costituzione garantisce ad ognuno il diritto di frequentare l’università, ma in quale Costituzione lo ha letto? Come si possono ascoltare affermazioni senza senso come questa se non fomentare gli studenti?
Il diritto all’istruzione che l’art. 34 garantisce è reale e deve essere tutelato ad ogni costo. Le fughe dei talenti devono essere evitate per quanto possibile. Certamente gli investimenti devono e dovranno essere adeguati agli obiettivi; cioè scuole di ogni ordine e grado vere responsabili di una crescita culturale e di una riqualificazione dei diplomi e delle lauree che oggi difficilmente rappresentano con i loro titoli e voti la reale consistenza della preparazione scolastica. Riportando i docenti di ogni ordine e grado ad essere idonei a questo importante cambiamento, quindi accertandone l’idoneità alla docenza e la preparazione, responsabilizzandoli sui risultati ottenuti, mettendo gli istituti scolastici in concorrenza tra di loro per accaparrarsi le iscrizioni in base alla notorietà così creata, si genererebbe un sistema virtuoso da cui una maggiore ricchezza delle retribuzioni e delle dotazioni in termini di ricerca applicata. Un sistema in cui le attività economico industriali investirebbero con piacere e le ricerche sarebbero finalizzate a vere applicazioni sul campo generando ricchezza.
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martedì 28 ottobre 2008
Dobbiamo difendere il Made in Italy e i cittadini devono conoscere la provenienza dei prodotti
I diritti del cittadino europeo devono assolutamente essere garantiti.
Ritengo sia giunto il momento per cui non sia più giusto tergiversare e l’Europa debba assolutamente assumersi le sue responsabilità.
Il cittadino, il consumatore, deve poter godere dei diritti (così come dal 1930 sono garantiti ai cittadini americani, dal 1970 a quelli giapponesi ed ora anche in Cina) che gli permettano di conoscere dove, come, in che modo, con quali trattamenti, sono stati realizzati tutti i prodotti del manifatturiero che egli ha la possibilità di acquistare in Europa.
Anche solo esaminando tutto ciò che sta avvenendo per quanto riguarda la nostra salute, è indispensabile che anche le “caste” di potere economico europeo che, con i loro concetti di globalizzazione e di libero mercato, stanno contrastando, nel loro unico interesse, che questo si avveri, facciano un passo indietro e riflettano che globalizzazione e libero mercato non devono essere intesi come mercato senza regole.
Da anni l’Italia chiede all’Europa una legge precisa che imponga che sul mercato europeo possano circolare unicamente prodotti del manifatturiero che, provenienti da Paesi extra-europei, abbiano obbligatoriamente applicata l’etichetta con il “Made in” del Paese di origine, corredata da trasparenza e tracciabilità per le operazioni di lavorazione del prodotto.
Ma ciò non basta, non è sincero e onesto nei confronti del consumatore finale perché permette, come ad esempio avviene in Italia, che tante aziende italiane facciano realizzare in tutto o in parte le loro produzioni sia in Paesi europei che in Paesi extra-europei e, quando questi prodotti rientrano in Italia, possano essere rimessi in circolazione con il nome ed il marchio di chi li distribuisce, senza l’indicazione di dove e come questi prodotti sono stati realizzati, proponendoli come prodotti italiani - anche la Cassazione accetta questo equivoco - purché le aziende abbiano sede sociale in Italia.
Il cittadino europeo deve poter saper scegliere, e solo da un’esatta informazione che garantisca per legge il “Made in” di tutti i prodotti acquistati, e non solo quelli provenienti da taluni Paesi, potrà avere la certezza di acquistare prodotti ad un equo prezzo, non gonfiato dalle speculazioni o dalle furbizie di chi ora non ha alcun interesse a far conoscere da dove questi prodotti provengono realmente.
E’ in ballo, a mio giudizio, anche il futuro dell’economia europea e di quella italiana, legata al manifatturiero, inteso come “gioielleria” europea, per i prodotti dell’abbigliamento.
L’Italia è indiscutibilmente legata alle sorti dell’Europa; così come l’Europa dovrà indiscutibilmente farsi carico dei problemi che arriveranno molto presto sul suo tavolo nel momento in cui sarà completamente distrutta, da questa commercializzazione selvaggia, la filiera, che permette alle piccole e medie imprese italiane di produrre prodotti di alto livello artigianale. Si sarà persa la tradizione del gusto, della creatività, della artigianalità italiana che hanno trovato ampio riconoscimento nel mondo.
Con le attuali leggi europee il “Made in Italy” resterà solo più un ritornello e avrà sempre meno valore sui mercati internazionali. Ciò creerà un impoverimento dell’Italia, una perdita di occupazione della sua manodopera e, conseguentemente, un aggravio notevole per l’economia europea, che dovrà farsi carico del grave disastro che l’attuale comportamento irresponsabile della governance europea ha arrecato al nostro Paese.
Queste sono le considerazioni che da lungo tempo espongo in ogni occasione dove mi è consentito di chiarire i miei concetti su globalizzazione, libero mercato, difesa dei diritti del consumatore, rispetto del saper fare della manodopera in Italia e, conseguentemente, miglioramento dell’economia italiana.
Un “Made in Italy” garantito e certificato per legge, con possibilità di maggior penetrazione su tanti mercati che ora guardano al “Made in Italy” con diffidenza, non dovrebbe spaventare in alcun modo le “caste” del potere economico europeo.
Sarebbe molto più utile, ad ognuno per le proprie competenze, sapere che dall’Italia possono essere esportati unicamente prodotti certificati per legge “Made in Italy”, anziché accettare che alcuni esportatori contrabbandino quantità enormi di prodotti fasullamente etichettati “Made in Italy”.
La mancanza di una certificazione garantita per legge penalizza le imprese italiane che producono il vero “Made in Italy” perché le loro produzioni confluiscono nel calderone di “tutto quanto” ora si esporta dall’Italia. Le aziende subiscono vessazioni e controlli doganali con costi aggiuntivi che le costringono a denunciare tutte le lavorazioni e i luoghi delle stesse fatte in Italia.
Se ancora oggi nel mondo si circola comunque con il passaporto o la carta d’identità garantita da ogni singolo Stato, perché ciò non deve avvenire anche per i prodotti che ogni singolo Stato produce?
Quale garanzia si può offrire al mondo che ci guarda e attende coerenza da chi si professa depositario della cultura e della civiltà?
Questi interrogativi che ogni coscienza pensante si pone, mi auguro facciano riflettere chi ha il dovere di operare per il bene del nostro futuro.
Luciano Barbera – A.D. Gruppo Barbera
Ritengo sia giunto il momento per cui non sia più giusto tergiversare e l’Europa debba assolutamente assumersi le sue responsabilità.
Il cittadino, il consumatore, deve poter godere dei diritti (così come dal 1930 sono garantiti ai cittadini americani, dal 1970 a quelli giapponesi ed ora anche in Cina) che gli permettano di conoscere dove, come, in che modo, con quali trattamenti, sono stati realizzati tutti i prodotti del manifatturiero che egli ha la possibilità di acquistare in Europa.
Anche solo esaminando tutto ciò che sta avvenendo per quanto riguarda la nostra salute, è indispensabile che anche le “caste” di potere economico europeo che, con i loro concetti di globalizzazione e di libero mercato, stanno contrastando, nel loro unico interesse, che questo si avveri, facciano un passo indietro e riflettano che globalizzazione e libero mercato non devono essere intesi come mercato senza regole.
Da anni l’Italia chiede all’Europa una legge precisa che imponga che sul mercato europeo possano circolare unicamente prodotti del manifatturiero che, provenienti da Paesi extra-europei, abbiano obbligatoriamente applicata l’etichetta con il “Made in” del Paese di origine, corredata da trasparenza e tracciabilità per le operazioni di lavorazione del prodotto.
Ma ciò non basta, non è sincero e onesto nei confronti del consumatore finale perché permette, come ad esempio avviene in Italia, che tante aziende italiane facciano realizzare in tutto o in parte le loro produzioni sia in Paesi europei che in Paesi extra-europei e, quando questi prodotti rientrano in Italia, possano essere rimessi in circolazione con il nome ed il marchio di chi li distribuisce, senza l’indicazione di dove e come questi prodotti sono stati realizzati, proponendoli come prodotti italiani - anche la Cassazione accetta questo equivoco - purché le aziende abbiano sede sociale in Italia.
Il cittadino europeo deve poter saper scegliere, e solo da un’esatta informazione che garantisca per legge il “Made in” di tutti i prodotti acquistati, e non solo quelli provenienti da taluni Paesi, potrà avere la certezza di acquistare prodotti ad un equo prezzo, non gonfiato dalle speculazioni o dalle furbizie di chi ora non ha alcun interesse a far conoscere da dove questi prodotti provengono realmente.
E’ in ballo, a mio giudizio, anche il futuro dell’economia europea e di quella italiana, legata al manifatturiero, inteso come “gioielleria” europea, per i prodotti dell’abbigliamento.
L’Italia è indiscutibilmente legata alle sorti dell’Europa; così come l’Europa dovrà indiscutibilmente farsi carico dei problemi che arriveranno molto presto sul suo tavolo nel momento in cui sarà completamente distrutta, da questa commercializzazione selvaggia, la filiera, che permette alle piccole e medie imprese italiane di produrre prodotti di alto livello artigianale. Si sarà persa la tradizione del gusto, della creatività, della artigianalità italiana che hanno trovato ampio riconoscimento nel mondo.
Con le attuali leggi europee il “Made in Italy” resterà solo più un ritornello e avrà sempre meno valore sui mercati internazionali. Ciò creerà un impoverimento dell’Italia, una perdita di occupazione della sua manodopera e, conseguentemente, un aggravio notevole per l’economia europea, che dovrà farsi carico del grave disastro che l’attuale comportamento irresponsabile della governance europea ha arrecato al nostro Paese.
Queste sono le considerazioni che da lungo tempo espongo in ogni occasione dove mi è consentito di chiarire i miei concetti su globalizzazione, libero mercato, difesa dei diritti del consumatore, rispetto del saper fare della manodopera in Italia e, conseguentemente, miglioramento dell’economia italiana.
Un “Made in Italy” garantito e certificato per legge, con possibilità di maggior penetrazione su tanti mercati che ora guardano al “Made in Italy” con diffidenza, non dovrebbe spaventare in alcun modo le “caste” del potere economico europeo.
Sarebbe molto più utile, ad ognuno per le proprie competenze, sapere che dall’Italia possono essere esportati unicamente prodotti certificati per legge “Made in Italy”, anziché accettare che alcuni esportatori contrabbandino quantità enormi di prodotti fasullamente etichettati “Made in Italy”.
La mancanza di una certificazione garantita per legge penalizza le imprese italiane che producono il vero “Made in Italy” perché le loro produzioni confluiscono nel calderone di “tutto quanto” ora si esporta dall’Italia. Le aziende subiscono vessazioni e controlli doganali con costi aggiuntivi che le costringono a denunciare tutte le lavorazioni e i luoghi delle stesse fatte in Italia.
Se ancora oggi nel mondo si circola comunque con il passaporto o la carta d’identità garantita da ogni singolo Stato, perché ciò non deve avvenire anche per i prodotti che ogni singolo Stato produce?
Quale garanzia si può offrire al mondo che ci guarda e attende coerenza da chi si professa depositario della cultura e della civiltà?
Questi interrogativi che ogni coscienza pensante si pone, mi auguro facciano riflettere chi ha il dovere di operare per il bene del nostro futuro.
Luciano Barbera – A.D. Gruppo Barbera
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venerdì 24 ottobre 2008
La scuola italiana: un fine o un mezzo? Diritto costituzionale all’istruzione
L'analisi dell'art. 34 della Costituzione impone una preliminare indagine di tipo terminologico, volta a chiarire se esiste e qual è la differenza fra diritto all'istruzione e diritto allo studio.
La necessità di tale chiarimento si spiega in ragione del differente impiego, da parte degli studiosi, dell'una o dell'altra delle due espressioni. Parte consistente della dottrina preferisce la prima, ritenendola giuridicamente più corretta rispetto alla locuzione «diritto allo studio» (Mastropasqua, Pototschnig, Ruscello); altri autori, al contrario, pur non negando la maggiore correttezza formale e giuridica dell'espressione «diritto all'istruzione», reputano più opportuno parlare di «diritto allo studio»: tale formula sarebbe più moderna e meglio esprimerebbe la nuova fondamentale funzione dell'istruzione, che non è quella di trasmettere un bagaglio culturale già acquisito, bensì quella di garantire la promozione e lo sviluppo della personalità dello studente (Atripaldi, Bruno, Meloncelli). Sicuramente interessante è poi l'orientamento di chi utilizza l'uno e l'altro dei due termini, attribuendo a ciascuno di essi un significato suo proprio (De Simone, Fancellu, Mazziotti Di Celso).Per «diritto all'istruzione» s'intende quello all'istruzione inferiore, di cui sono titolari tutti gli alunni della scuola dell'obbligo. L'espressione «diritto allo studio» indica, invece, il diritto di raggiungere i gradi più elevati degli studi, da riconoscersi non indistintamente in capo a tutti gli studenti, ma solo a quanti fra essi presentino specifici requisiti: capacità, merito, appartenenza a famiglie in condizioni economiche disagiate («privi di mezzi»); perciò si parla di diritto all'istruzione superiore.Quest'ultimo orientamento merita attenzione non solo perché soddisfa quell'esigenza di chiarezza cui poc’anzi si accennava, ma soprattutto perché trova la sua giustificazione proprio nel disposto costituzionale in esame.L'art. 34 Cost., infatti, dà fondamento al diritto all'istruzione nel suo secondo comma; il diritto allo studio si deduce, invece, dalla formulazione del comma successivo.
Si direbbe che, nell’avvicendarsi di riforme incompiute, si sia voluto congiungere queste due espressioni portando ideologicamente, anche se democraticamente, tutti i giovani sullo stesso piano. Purtroppo la realtà umana è altra cosa e ciascuno di noi si differenzia dagli altri. La valutazione del merito che possa portare ciascuno ad ottenere il meglio di sé da un percorso formativo, è certamente da deputarsi alla scuola dell’obbligo, ma ciò avviene? Sembra piuttosto che una gran parte delle famiglie italiane si sia posta l’obiettivo di portare al massimo livello educativo possibile i figli e ciò indipendentemente dalle loro capacità. L’intenzione è lodevole ma i risultati modesti. Infatti la maggioranza degli iscritti alle varie (troppe) discipline universitarie non completa il percorso di studi o entra nello stuolo dei “fuori corso”. La conseguenza è quella di avere giovani tra i 20 ed i 30 anni che hanno solo “perso del tempo” e le famiglie “perso molto denaro”. Soprassedendo sull’aspetto economico, si apre il grave problema del giovane che rimane frustrato dalla negatività degli esiti di studio, dallo squilibrio tra la sua documentabile istruzione e l’età che lo pone in competizione con altri più giovani di lui e più motivati o con coloro di poco più “anziani” ma con titoli di maggior valore. Quindi maggiori difficoltà di occupazione.
Ma a tutto ciò si aggiunge la scarsa preparazione scolastica che fin dalle scuole elementari, per arrivare alle stesse università, penalizza una adeguata formazione.
Alcuni decenni fa il nostro sistema scolastico si poneva ai vertici delle graduatorie mondiali ed ora, a poco a poco, è precipitato a livelli inimmaginabili. Per chi si occupa di selezione di personale a fini di assunzione aziendale questo è un grave problema in quanto il voto di diploma o di laurea non rappresenta più una referenza né tanto meno lo è il nome dell’Istituto che lo ha certificato.
Ben venga quindi una riforma del sistema educativo ma che si riporti all’obiettivo primario di formare i nostri giovani in base ai loro meriti, di ottenere una preparazione adeguata alla disciplina scelta ed al mercato di destinazione, alla realtà di non sfornare un esercito di dottori, ingegneri, professori, medici, avvocati non occupabili nel sistema economico.
Se poi vogliamo giustamente guardare alla scuola come luogo di lavoro di molti, allora, nelle forme e nei modi che evitino un tracollo immediato dei redditi derivanti, occorre riportare all’insegnamento solo coloro che ne abbiano le capacità e le competenze. Credo che insegnare sia un compito di grande difficoltà e responsabilità e quindi debba essere adeguatamente remunerato in termini meritocratici. Ma non può essere lasciato alla discrezione individuale di chi abbia pensato di “andare ad insegnare” per garantirsi uno stipendio sicuro ed un ridotto numero di ore lavorative. Facendo un parallelismo, dopo le Poste Italiane, le Ferrovie, la Sanità, le Banche, l’Alitalia anche la Scuola ha dimostrato di essere uno degli ultimi feudi di un sistema statalista inefficiente abbandonato a sé stesso dove politici e sindacati hanno sguazzato favorendo gli interessi personali a danno degli incolpevoli studenti e quindi del sistema Italia. Risalire la china sarà difficile e richiederà molto tempo e molto denaro, ma la strada da seguire sembra inesorabilmente tracciata, con o senza Gelmini.
La necessità di tale chiarimento si spiega in ragione del differente impiego, da parte degli studiosi, dell'una o dell'altra delle due espressioni. Parte consistente della dottrina preferisce la prima, ritenendola giuridicamente più corretta rispetto alla locuzione «diritto allo studio» (Mastropasqua, Pototschnig, Ruscello); altri autori, al contrario, pur non negando la maggiore correttezza formale e giuridica dell'espressione «diritto all'istruzione», reputano più opportuno parlare di «diritto allo studio»: tale formula sarebbe più moderna e meglio esprimerebbe la nuova fondamentale funzione dell'istruzione, che non è quella di trasmettere un bagaglio culturale già acquisito, bensì quella di garantire la promozione e lo sviluppo della personalità dello studente (Atripaldi, Bruno, Meloncelli). Sicuramente interessante è poi l'orientamento di chi utilizza l'uno e l'altro dei due termini, attribuendo a ciascuno di essi un significato suo proprio (De Simone, Fancellu, Mazziotti Di Celso).Per «diritto all'istruzione» s'intende quello all'istruzione inferiore, di cui sono titolari tutti gli alunni della scuola dell'obbligo. L'espressione «diritto allo studio» indica, invece, il diritto di raggiungere i gradi più elevati degli studi, da riconoscersi non indistintamente in capo a tutti gli studenti, ma solo a quanti fra essi presentino specifici requisiti: capacità, merito, appartenenza a famiglie in condizioni economiche disagiate («privi di mezzi»); perciò si parla di diritto all'istruzione superiore.Quest'ultimo orientamento merita attenzione non solo perché soddisfa quell'esigenza di chiarezza cui poc’anzi si accennava, ma soprattutto perché trova la sua giustificazione proprio nel disposto costituzionale in esame.L'art. 34 Cost., infatti, dà fondamento al diritto all'istruzione nel suo secondo comma; il diritto allo studio si deduce, invece, dalla formulazione del comma successivo.
Si direbbe che, nell’avvicendarsi di riforme incompiute, si sia voluto congiungere queste due espressioni portando ideologicamente, anche se democraticamente, tutti i giovani sullo stesso piano. Purtroppo la realtà umana è altra cosa e ciascuno di noi si differenzia dagli altri. La valutazione del merito che possa portare ciascuno ad ottenere il meglio di sé da un percorso formativo, è certamente da deputarsi alla scuola dell’obbligo, ma ciò avviene? Sembra piuttosto che una gran parte delle famiglie italiane si sia posta l’obiettivo di portare al massimo livello educativo possibile i figli e ciò indipendentemente dalle loro capacità. L’intenzione è lodevole ma i risultati modesti. Infatti la maggioranza degli iscritti alle varie (troppe) discipline universitarie non completa il percorso di studi o entra nello stuolo dei “fuori corso”. La conseguenza è quella di avere giovani tra i 20 ed i 30 anni che hanno solo “perso del tempo” e le famiglie “perso molto denaro”. Soprassedendo sull’aspetto economico, si apre il grave problema del giovane che rimane frustrato dalla negatività degli esiti di studio, dallo squilibrio tra la sua documentabile istruzione e l’età che lo pone in competizione con altri più giovani di lui e più motivati o con coloro di poco più “anziani” ma con titoli di maggior valore. Quindi maggiori difficoltà di occupazione.
Ma a tutto ciò si aggiunge la scarsa preparazione scolastica che fin dalle scuole elementari, per arrivare alle stesse università, penalizza una adeguata formazione.
Alcuni decenni fa il nostro sistema scolastico si poneva ai vertici delle graduatorie mondiali ed ora, a poco a poco, è precipitato a livelli inimmaginabili. Per chi si occupa di selezione di personale a fini di assunzione aziendale questo è un grave problema in quanto il voto di diploma o di laurea non rappresenta più una referenza né tanto meno lo è il nome dell’Istituto che lo ha certificato.
Ben venga quindi una riforma del sistema educativo ma che si riporti all’obiettivo primario di formare i nostri giovani in base ai loro meriti, di ottenere una preparazione adeguata alla disciplina scelta ed al mercato di destinazione, alla realtà di non sfornare un esercito di dottori, ingegneri, professori, medici, avvocati non occupabili nel sistema economico.
Se poi vogliamo giustamente guardare alla scuola come luogo di lavoro di molti, allora, nelle forme e nei modi che evitino un tracollo immediato dei redditi derivanti, occorre riportare all’insegnamento solo coloro che ne abbiano le capacità e le competenze. Credo che insegnare sia un compito di grande difficoltà e responsabilità e quindi debba essere adeguatamente remunerato in termini meritocratici. Ma non può essere lasciato alla discrezione individuale di chi abbia pensato di “andare ad insegnare” per garantirsi uno stipendio sicuro ed un ridotto numero di ore lavorative. Facendo un parallelismo, dopo le Poste Italiane, le Ferrovie, la Sanità, le Banche, l’Alitalia anche la Scuola ha dimostrato di essere uno degli ultimi feudi di un sistema statalista inefficiente abbandonato a sé stesso dove politici e sindacati hanno sguazzato favorendo gli interessi personali a danno degli incolpevoli studenti e quindi del sistema Italia. Risalire la china sarà difficile e richiederà molto tempo e molto denaro, ma la strada da seguire sembra inesorabilmente tracciata, con o senza Gelmini.
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