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mercoledì 5 dicembre 2012

Occupazione giovanile - "Career Day" all'Università Avogadro

L’impegno del Servizio Job Placement dell’Università del Piemonte Orientale “Avogadro” verso i laureati delle diverse discipline si è ancora una volta concretizzato nel “Career Day 2012” permettendo ad oltre 350 candidati di presentarsi a 34 Aziende.


Un successo l’incontro tra il mondo del lavoro e quello dei giovani in cerca di occupazione.

L’impegno costante delle dr.sse Sabrina Olivieri e Elena Passalacqua ha consentito a questa iniziativa di essere un motore occupazionale nello sforzo di orientare i giovani e creare un link tra Università ed Aziende.

venerdì 26 febbraio 2010

Aumentano gli iscritti ma si chiudono le facoltà universitarie in Piemonte

Il Piemonte in controtendenza, più iscritti all'Università. In tutta Italia si registra un calo delle immatricolazioni ma a Torino e negli altri atenei piemontesi il tasso è in aumento. Un sistema che funziona, anche grazie alle borse di studio

La terza industria del Piemonte è l'Università. I dati emersi da una ricerca dell'osservatorio e raccolti in un fascicolo di circa 400 pagine, dimostrano come gli atenei piemontesi siano in netta controtendenza rispetto alla media nazionale. Se il mondo universitario, incapace di fornire, il più delle volte, sbocchi professionali certi e bersagliato da anni di politiche di tagli, che danneggiano più di tutto la ricerca, sembra, tutto sommato, poco attraente, il Piemonte si dimostra una valida eccezione.

Da un anno all'altro, la percentuale di 19enni immatricolati nel 2008/2009 era il 55,9 per cento in Italia, scesa al 47,4. In Piemonte, dal 49,4 per cento si è saliti al 55,7. Altri dati, quelli relativi agli abbandoni, in positiva flessione: 17,5 per cento degli studenti in Italia abbandona dopo il primo anno, il 13 per cento in Piemonte dove si registra un aumento di defezioni al Politecnico. Complessivamente in 5 anni, gli studenti immatricolati negli atenei piemontesi sono aumentati del 22 per cento: da 17 mila a 20 mila 700.

A leggere questi dati, pare che l'Università sia ancora attraente per i giovani, ma l'università di Torino, il Politecnico e l'università del Piemonte Orientale, è giusto ribadirlo, rappresentano, insieme, un'eccezione considerevole. I dati nazionali sono infatti molto negativi: 290 mila matricole contro le oltre 330 di cinque anni fa.

Secondo Alberto Silvani del Centro per l'innovazione e trasferimento tecnologico dell'Università di Milano, i meriti di Torino stanno nella buona capacità di programmazione che hanno sviluppato un sistema "che funziona e cresce". A questo si può aggiungere la qualità degli atenei, sottolineata dall'assessore Bairati il quale ricorda anche come gli atenei piemontesi rappresentino un'attrattiva per gli studenti provenienti da fuori Piemonte - anche se, forse, questo è merito degli affitti in città, più bassi rispetto ad altre città universitarie. "Il sistema del diritto allo studio ha funzionato" ricorda Bairati ad ulteriore conferma: in Piemonte le borse di studio raggiungono tutti gli studenti idonei.

A leggere questa notizia, se non fossimo in piena campagna elettorale, ci sarebbe da porsi molte domande. Infatti la realtà delle iscrizioni a Torino e nelle altre città piemontesi, tra cui Alessandria, corrisponde a quanto annunciato ma allora come mai il Politecnico di Alessandria viene chiuso e molti corsi dell'Università del Piemonte Orientale vengono cancellati? Non è che, per caso, si voglia perseguire anche per le Università la politica Torino-centrica già dominante in tutti i comparti, vedi Sanità, a danno delle altre Province piemontesi e quindi della maggioranza dei cittadini abitanti in questa Regione?

mercoledì 20 maggio 2009

I rettori e le proteste studentesche

Stiamo raccogliendo un memorandum, indirizzato al prossimo G8 dell’Aquila, che i Rettori delle maggiori Università mondiali hanno stilato ed approvato a Torino. Perni del documento le quattro “E” di : Economia, Etica, Energia, Educazione.

Forse un aspetto importante potrebbe essere quello di dare un ordine a queste parole ed un futuro alla loro attuabilità. Dato che tutto nasce dall’uomo e dalla sua formazione culturale, la centralità la meriterebbe proprio l’educazione. In essa si apprendono l’etica, filosofia della morale, ed il senso di responsabilità nell’uso della conoscenza, la politica. Conseguono le specializzazioni di natura economica e le risorse energetiche.
Torniamo alla formazione educativa e interroghiamoci sulla protesta studentesca lasciando per un momento da parte sia le frange violente contro le forze dell’ordine sia quegli avvocati (interessati) che si sono messi con tanto di cartello a “proteggere” le “vittime” della violenza della legge. Non tanto perché questo non possa dare argomenti di riflessione, quanto rappresenti statisticamente un aspetto minoritario dei comportamenti di massa.
Piuttosto c’è da chiedersi come mai crescano i dissapori tra studenti e docenti in così tanti Paesi.
Non è difficile ricordare tensioni nelle principali Università italiane, francesi, inglesi dove gruppi politicizzati hanno cercato di imporre diritti dove invece esisterebbero doveri. Non è stupefacente scoprire che gli uni piacciono molto di più degli altri ed in particolare ai giovani. Lo è molto di più nella cultura sociale degli adulti nella loro veste di genitori, lavoratori, politici, insegnanti e perché no, rettori. Proprio questi ultimi, individualmente magari non discutibili, forse portano la responsabilità di aver condotto il sistema educativo universitario verso una formazione inadeguata ai tempi e all’economia reale. Il pasticcio delle riforme, della volontà di autodeterminare e creare sempre nuovi indirizzi di studio, della moltiplicazione delle docenze pseudo specialistiche e tutto ciò cercando di assicurarsi le sovvenzioni pubbliche con il minimo sforzo per il massimo obiettivo economico, non sembrano offrire il miglior esempio dell’etica a quei discenti che magari non riescono ad analizzare il quadro complessivo, ma ne colgono il disagio e ne subiscono le conseguenze. La quasi totalità delle Università offre una immagine di caos e di anarchia unitamente ad una dispotica gestione delle attività da parte di numerosi docenti. Non me ne vogliano tutti coloro che stanno vocazionalmente impegnandosi da anni e malgrado tutto si affannino a dare il meglio, ma la disorganizzazione e l’inefficienza sembrano sommergerli.
Dalle mie parti si dice che “il pesce puzza dalla testa”. Sembra che la stessa cosa la pensino anche alcuni ministri, in particolare Brunetta, anche se non mi sento di appoggiare alcuno dei partiti né di maggioranza né di minoranza.
I rettori hanno detto di non aver avuto la possibilità di incontrare gli studenti contestatari e questo mi sembra del tutto logico ed a conferma del fatto che gli uni stanno a destra e gli altri a manca, e non è pensabile un ipotetico dialogo quando alle parole devono essere sovrapposti i fatti.
Peccato! Proprio coloro che dovrebbero insegnare l’umiltà, l’autocritica e l’analisi socioeconomica ai futuri uomini e donne che gestiranno il mondo, hanno solo esibito la propria cultura per fornire raccomandazioni teoriche ai politici di turno ed hanno dimenticato di chiedere una inversione di rotta nelle politiche formative.

mercoledì 29 ottobre 2008

I Rettori delle Università minacciano di dimettersi davanti alla legge Gelmini: una minaccia o…una promessa?

Malgrado che la legge Gelmini sia di fatto un provvedimento di natura economica con lievi accenni ad una vera riforma, sembra che abbia toccato i punti delicati delle istituzioni scolastiche. Lasciamo stare gli studenti di ogni ordine e grado perché, essendo al fondo della catena, possono valutare solo in base alla loro relativa esperienza ed alle loro ideologie che, in giovane età, accendono spesso gli animi prima di dare spazio alla valutazione del contesto.

Ma i Rettori, reagendo con questa presunta azione di forza, non si accorgono che stanno confermando le critiche al sistema universitario che da anni si levano dal mondo del lavoro a causa della sempre maggiore impreparazione degli studenti diplomati o laureati?
Non leggono gli esiti delle inchieste di mercato che misurano il tempo lavorativo medio giornaliero dei loro docenti in 3,5 ore? E’ già brutto che non sappiano ciò ma è assurdo che facciano finta di ignorarlo. Se lo ignorano e se sono sordi alle contestazioni sulla mancata preparazione degli studenti, allora vuol dire che occupano posti dove non sono adeguatamente preparati a gestire.
Il mantenimento dello status quo è certamente una reazione comprensibile e di minor impegno dal cambiare e mettersi in gioco, ma, come vige in economia, chi non va avanti va indietro. Da qui il bisogno di riformare profondamente le istituzioni scolastiche partendo dalla scuola elementare, poi alla media e, attraverso la scuola secondaria arrivare alle università. Certamente un percorso non facile e non fattibile con azioni di forza unilaterali, ma coraggiosamente determinate e con una continuità che le decine di Governi che si sono succeduti in Italia, non hanno permesso, ammettendo che le si fossero volute e su questo non vi è nessuna certezza.
Un progetto così importante ed ambizioso deve divenire una priorità nazionale perché riguarda la progettazione del futuro dell’Italia o meglio degli italiani di domani.
Ho sentito dire da una docente che la Costituzione garantisce ad ognuno il diritto di frequentare l’università, ma in quale Costituzione lo ha letto? Come si possono ascoltare affermazioni senza senso come questa se non fomentare gli studenti?
Il diritto all’istruzione che l’art. 34 garantisce è reale e deve essere tutelato ad ogni costo. Le fughe dei talenti devono essere evitate per quanto possibile. Certamente gli investimenti devono e dovranno essere adeguati agli obiettivi; cioè scuole di ogni ordine e grado vere responsabili di una crescita culturale e di una riqualificazione dei diplomi e delle lauree che oggi difficilmente rappresentano con i loro titoli e voti la reale consistenza della preparazione scolastica. Riportando i docenti di ogni ordine e grado ad essere idonei a questo importante cambiamento, quindi accertandone l’idoneità alla docenza e la preparazione, responsabilizzandoli sui risultati ottenuti, mettendo gli istituti scolastici in concorrenza tra di loro per accaparrarsi le iscrizioni in base alla notorietà così creata, si genererebbe un sistema virtuoso da cui una maggiore ricchezza delle retribuzioni e delle dotazioni in termini di ricerca applicata. Un sistema in cui le attività economico industriali investirebbero con piacere e le ricerche sarebbero finalizzate a vere applicazioni sul campo generando ricchezza.