Tasse: l'Agenzia delle entrate ha stabilito l'applicazione della tassazione ordinaria (anziché di quella separata) per i TFR dei manager.
Il fisco fa un passo in avanti nei confronti dei manager, e conferma l'assoggettamento alla tassazione separata per quanto concerne le buone uscite e stock option al di sotto del milione di euro.
.
A ribadirlo è la circolare 3/2012 dell'Agenzia delle Entrate, che contiene indicazioni operative e tecniche per l'applicazione della tassazione ordinaria sul TFR e sulle altre indennità che risultino essere complessivamente di importo superiore al milione di euro, con decorrenza 1 gennaio 2011.
La misura, introdotta con la manovra Monti, stabilisce l'applicazione della tassazione ordinaria (anziché di quella separata) solo per la parte di indennità e compensi legati alla cessazione del rapporto di lavoro, erogati in denaro o in natura, che eccedano tale cifra. Il dl 201/2011 afferma inoltre che per gli amministratori di società di capitali, tale misura è applicata "in ogni caso" a tutti i compensi.
Una terminologia che in un primo momento aveva generato grandi dubbi tra i manager italiani, visto e considerato che il virgolettato di cui sopra è stato interpretato come una sorta di abbattimento di qualsiasi limite in termini assoluti. Tuttavia l'Agenzia delle entrate è intervenuta in materia in maniera tale da restringere il campo da applicazione, precisando in circolare che l'inciso "intende confermare la ratio della norma, senza al contempo differenziarne l'applicazione con esclusivo riferimento agli amministratori di società di capitali".
In altri termini, anche per quanto concerne gli amministratori, la norma è da intendersi applicabile mediante assoggettamento dei compensi in tassazione separata fino al milione di euro, e ordinaria solo nelle quote superiori al questo importo. Per quanto concerne la decorrenza, ricordiamo come la manovra sia entrata in vigore il 6 dicembre 2011: la tassazione si applicherà tuttavia sulle somme il cui diritto a percepire è maturato dal 1 gennaio 2011
.
Il talento e la passione, esperienze di una vita dove l'impegno e la creatività si uniscono in un mestiere che non si finisce mai di imparare
giovedì 8 marzo 2012
mercoledì 15 febbraio 2012
L'azienda senza Manager
Dagli Usa, ecco l'azienda senza manager
Negli Usa, l'azienda Morning Star non ha manager in organico: la responsabilità e l'attività di gestione è suddivisa fra i 400 dipendenti.
Al mondo esiste veramente un'azienda senza manager: si chiama Morning Star, si trova negli Stati Uniti, in California, ha 400 dipendenti ed è specializzata nella lavorazione dei pomodori con un fatturato di 700 milioni di dollari. Chris Rufer, laureato alla UCLA (University of California, Los Angeles) con MBA, ne è il fondatore e presidente.
Morning Star, nata nel 1970, rappresenta un modello di gestione che per il suo carattere innovativo ha guadagnato la copertina del numero di dicembre 2011 della Harvard Business Review. Gary Hamel, visiting professor presso la London Business School, con un articolo irriverente dal titolo "Primo, licenziamo tutti i manager", ne descrive il funzionamento e la filosofia organizzativa, ispirata all'autogestione, proponendola come via applicabile anche su scala più ampia.
.Una tesi provocatoria e per certi versi iconoclasta, come fa notare nel suo editoriale Enrico Sassoon, direttore responsabile dell'edizione italiana di HBR, visto che ad ospitarla è un periodico considerato la bibbia del management globale. Tuttavia, Gary Hamel si muove in perfetta coerenza con il suo impegno a favore del rinnovamento del pensiero manageriale che lo spinge a cercare alternative ai tradizionali modelli dominanti.
Il suo scopo è trovare una concordanza tra libertà di mercato e strutture aziendali in grado di assicurare il coordinamento dell'attività umana senza dover ricorrere al controllo dall'alto. La Morning Star, divenuta la più grande azienda al mondo per la lavorazione del pomodoro, fornisce ai suoi occhi un esempio straordinariamente vitale e concreto di come si possa realizzare un'organizzazione liberata dalla presa asfissiante e dispotica imposta da un sistema gerarchico manageriale che molto spesso finisce per essere burocratico, inefficiente e assai costoso.
Nell'azienda presieduta da Chris Rufer, il quale ha costituito anche un istituto per diffondere la sua concezione di self-management, non ci sono capi, né qualifiche e promozioni. I dipendenti non si fanno dirigere da superiori ma decidono in piena autonomia e libertà negoziando tra "colleghi", così si chiamano tra loro, i piani operativi (Clou, colleague letter of understanding) per stabilire e perseguire la propria missione.
Questo vuol dire che ogni singolo viene investito di un alto grado di responsabilità e che tutti sono equiparati a manager capaci di svolgere attività gestionale. Senza questi due aspetti, che fanno venire in mente le riflessioni critiche di Chris Argyris sulla condizione psicologica regressiva e infantile imposta ai lavoratori dalle grandi organizzazioni moderne, sarebbe impossibile attendersi risultati. L'autogestione richiede un'espansione delle capacità individuali altrimenti si presentano giocoforza degli inconvenienti. Una volta radicati nell'impresa però i vantaggi sono talmente notevoli da produrre più efficienza e competitività sul mercato.
Tolta la dimensione gerarchica e lo strato di dirigenti che supervisionano i dipendenti si elimina in radice, secondo Gary Hamel, il tarlo della burocrazia per lasciare spazio ad una realtà "altamente decentralizzata e accuratamente sincronizzata". Il progetto portato avanti da Rufer può essere accostato all'esperienza della W. L. Gore & Associates, società famosa per la produzione di tessuti GORE-TEX e dotata di un'organizzazione a struttura piatta e reticolare. Ancora una volta Hamel portando alla luce il caso della Morning Star non delude restando fedele ad una impostazione fortemente orientata a promuovere e incoraggiare l'innovazione aziendale più radicale.
.
Negli Usa, l'azienda Morning Star non ha manager in organico: la responsabilità e l'attività di gestione è suddivisa fra i 400 dipendenti.
Al mondo esiste veramente un'azienda senza manager: si chiama Morning Star, si trova negli Stati Uniti, in California, ha 400 dipendenti ed è specializzata nella lavorazione dei pomodori con un fatturato di 700 milioni di dollari. Chris Rufer, laureato alla UCLA (University of California, Los Angeles) con MBA, ne è il fondatore e presidente.
Morning Star, nata nel 1970, rappresenta un modello di gestione che per il suo carattere innovativo ha guadagnato la copertina del numero di dicembre 2011 della Harvard Business Review. Gary Hamel, visiting professor presso la London Business School, con un articolo irriverente dal titolo "Primo, licenziamo tutti i manager", ne descrive il funzionamento e la filosofia organizzativa, ispirata all'autogestione, proponendola come via applicabile anche su scala più ampia.
.Una tesi provocatoria e per certi versi iconoclasta, come fa notare nel suo editoriale Enrico Sassoon, direttore responsabile dell'edizione italiana di HBR, visto che ad ospitarla è un periodico considerato la bibbia del management globale. Tuttavia, Gary Hamel si muove in perfetta coerenza con il suo impegno a favore del rinnovamento del pensiero manageriale che lo spinge a cercare alternative ai tradizionali modelli dominanti.
Il suo scopo è trovare una concordanza tra libertà di mercato e strutture aziendali in grado di assicurare il coordinamento dell'attività umana senza dover ricorrere al controllo dall'alto. La Morning Star, divenuta la più grande azienda al mondo per la lavorazione del pomodoro, fornisce ai suoi occhi un esempio straordinariamente vitale e concreto di come si possa realizzare un'organizzazione liberata dalla presa asfissiante e dispotica imposta da un sistema gerarchico manageriale che molto spesso finisce per essere burocratico, inefficiente e assai costoso.
Nell'azienda presieduta da Chris Rufer, il quale ha costituito anche un istituto per diffondere la sua concezione di self-management, non ci sono capi, né qualifiche e promozioni. I dipendenti non si fanno dirigere da superiori ma decidono in piena autonomia e libertà negoziando tra "colleghi", così si chiamano tra loro, i piani operativi (Clou, colleague letter of understanding) per stabilire e perseguire la propria missione.
Questo vuol dire che ogni singolo viene investito di un alto grado di responsabilità e che tutti sono equiparati a manager capaci di svolgere attività gestionale. Senza questi due aspetti, che fanno venire in mente le riflessioni critiche di Chris Argyris sulla condizione psicologica regressiva e infantile imposta ai lavoratori dalle grandi organizzazioni moderne, sarebbe impossibile attendersi risultati. L'autogestione richiede un'espansione delle capacità individuali altrimenti si presentano giocoforza degli inconvenienti. Una volta radicati nell'impresa però i vantaggi sono talmente notevoli da produrre più efficienza e competitività sul mercato.
Tolta la dimensione gerarchica e lo strato di dirigenti che supervisionano i dipendenti si elimina in radice, secondo Gary Hamel, il tarlo della burocrazia per lasciare spazio ad una realtà "altamente decentralizzata e accuratamente sincronizzata". Il progetto portato avanti da Rufer può essere accostato all'esperienza della W. L. Gore & Associates, società famosa per la produzione di tessuti GORE-TEX e dotata di un'organizzazione a struttura piatta e reticolare. Ancora una volta Hamel portando alla luce il caso della Morning Star non delude restando fedele ad una impostazione fortemente orientata a promuovere e incoraggiare l'innovazione aziendale più radicale.
.
Etichette:
formazione manageriale,
organizzazione aziendale,
risorse umane
venerdì 3 febbraio 2012
Monti: dichiarazioni fra il serio e il faceto! Il futuro del posto fisso.
I modi con cui ci si può esprimere sono estremamente soggettivi e quelli in cui si possa essere capiti lo sono altrettanto, in quanto appartengono alla cultura ed alla convenienza di chi li ascolta.
Da qui spazio a 360 gradi!
Le espressioni hanno un impatto superficiale, quindi forte ed immediato come un terremoto sussultorio, se colpiscono la nostra dignità, i nostri valori ed i nostri interessi. I grandi comunicatori sanno esprimere tutte quelle parole che sappiano scuotere gli animi nel medesimo istante in cui vengono pronunciate.
Fortunatamente non tutti gli ascoltatori si fermano a questa superficialità e cercano anche di coglierne il senso, la motivazione e lo scopo ultimo per i quali vengono pronunciate.
La parola è uno dei più forti mezzi di comunicazione e ben lo sanno i politici, i sindacati, gli imprenditori e in genere tutti coloro che detengono il potere. Ciascuna di queste categorie, insieme a tutte quelle che di fatto appartengono ad una casta od a situazioni di privilegio, ha un interesse da tutelare e lo fa, spesso, a danno di altri. Fin qui niente di nuovo, basta leggere i libri di storia umana cercando di cogliere il senso degli eventi e non la sciatta didattica che ci viene insegnata a scuola.
Ma, fatta questa premessa, veniamo al fatto del giorno che ha agitato gli animi: ufficialmente ci si rivolge ai nostri giovani per annunciare che un mito sta per cadere “il posto fisso” e si aggiunge che poi “non sarà neppure un gran male”! Reo di tanta bestemmia : il capo del governo!
Certamente un bravo politico avrebbe trovato un modo di comunicare questo pensiero in una forma espressiva meno lapidaria e sfumatamene più garbata oppure non lo avrebbe proprio detto. Non siamo molto lontani, in termini di tempo, dall’aver ascoltato che non vi fossero per l’Italia le condizioni per fare manovre economiche ulteriori e poi, in quattro mesi se ne sono susseguite quattro e non sono bastate.
Giusto ? Sbagliato? No, solo conveniente. In questo atteggiamento non possiamo riconoscere Monti che si limita a dire e d a fare quello che dice, giusto o sbagliato che sia. Ha anche il vantaggio di non doversi preoccupare del voto futuro degli elettori, né di mantenere l’equilibrio tra le correnti interne di partito, né tanto meno di dover restituire i favori di chi ha sostenuto e sostiene la sua campagna elettorale o di chi gli ha assicurato la maggioranza in parlamento saltellando da un partito all’altro. Lui si è limitato a dire ai suoi ministri che le decisioni si prendono insieme e le si difendono coralmente coordinandosi come in un team.
Tutto innegabilmente più facile. Lo è meno mantenere un equilibrio politico indispensabile all’approvazione delle norme, ma qui sa bene che la convenienza di lasciare a lui di togliere le castagne dal fuoco è un collante bipartisan che ben si armonizza sull’appoggio su tre gambe (PDL, PD e Terzo Polo). Chiunque sappia un qualcosa di fisica ben capisce che l’equilibrio è così garantito! Sarebbero meglio quattro, ma non si può avere tutto, come ben sanno la Lega Nord e IdV.
Il tema scottante della riforma del lavoro rappresenta una delle tre scommesse più importanti su cui stiamo confrontandoci con il mondo economico, quindi non la sola Europa, insieme alla riforma fiscale ed al taglio della spesa pubblica. Si sta parlando cioè della nostra capacità competitiva per il futuro. Più produttività e maggiore competitività in ciò che sappiamo fare.
Diciamoci serenamente che vorremmo dare ai nostri figli non solo quello che noi abbiamo avuto, ma anche di più! Chi non vorrebbe questo? Infatti rappresenta tutto ciò che abbiamo fatto finora e probabilmente continueremo a fare nei limiti delle nostre possibilità. Chi non è stato onesto ci ha aggiunto anche tutto quello che ha potuto rubare o quanto meno prendere sfruttando posizioni di comodo, di intrallazzo, di scambio o potere. Risultato? Noi abbiamo dei figli che hanno vissuto benissimo, rispetto a noi, senza preoccupazioni vere e con “abitudini di consumo” oggi definite “necessità” consolidate nella “indispensabilità”.
Peccato che forse queste ricchezze avevano fondazioni appoggiate sulla sabbia, il debito pubblico.
Lo abbiamo creato tutti insieme, magari inconsapevolmente se dalla parte del popolo e irresponsabilmente se dalla parte dei governanti. In quest’ultima categoria metterei, oltre ai politici, anche tutti coloro che rappresentano i poteri forti, economici e finanziari.
Non dovremmo dimenticare che abbiamo insegnato ai nostri figli che la loro sicurezza economica stava nel “posto fisso” (in Ferrovia, in Comune – Provincia – Regione, all’ENEL, alla SIP, in BANCA, alle Poste, nella Scuola di ogni ordine e grado, ecc.) e non nella loro capacità di esprimere il loro potenziale. I soldi? meglio pochi ma sicuri! Poi, se non bastavano, lavoro nero!
Abbiamo fatto anche cose ottime spronandoli a studiare, peccato che ci abbiano pensato le incompiute, eterne, riforme della scuola a ridurre la preparazione scolastica ai minimi storici. Però intanto i nostri giovani si sono illusi di poter far valere economicamente i loro diplomi di Scuola Superiore, di Laurea triennale e Magistrale. Ma non è così, perché la scuola è andata da una parte ed il mondo da un’altra. Non certo in una direzione opposta ma purtroppo non convergente.
Dovendoci dimenticare di poter considerare come sbocco, per molti giovani, un’occupazione nel settore pubblico perché parte importante del debito pubblico e su cui occorrerà tagliare moltissimo, ci rimane solo il privato suddiviso fra commercio, industria e servizi. Dei tre l’unico che sta crescendo è il terzo. Ma tutti devono rispondere ad un imperativo economico: la competitività nella capacità di sviluppo basandosi sull’innovazione e sulla riduzione dei costi.
Note dolenti per chi sia abituato a guadagnare lavorando in “un certo modo” o comunque per chi sperava che la situazione, finora bene o male vissuta, potesse ripetersi nel tempo. Desideri pii e legittimi, ma poco aderenti alla realtà di mercato. Diritti acquisiti? Si, ma chi li paga? Per ora sappiamo solo che abbiamo venti anni di tempo e di sacrifici per arrivare ad una situazione equilibrata del debito pubblico, cioè ognuno di questi venti anni dovrà essere una tappa di riduzione dei costi pubblici e di maggiore efficienza del sistema.
Reggerà il sistema capitalistico che ci ha permesso di essere retribuiti in modo tale da poter vantare oggi parte dei diritti acquisiti? Non dobbiamo dimenticare che si sta parlando di capitali privati i cui proprietari, in regime di democrazia, sono liberi di impiegarli come e dove meglio credono. La delocalizzazione delle aziende nei paesi emergenti ha di fatto impoverito l’Europa in quanto a posti di lavoro e l’unica motivazione risiedeva nel costo del lavoro e nella scarsa produttività. Non che in Cina o in India, Paesi Magreb, Messico o in Brasile ci sia personale molto produttivo, ma il suo costo era ed è tutt’ora molto più basso e questo rapporto tra costo e beneficio ci ha spiazzato. Noi dobbiamo essere più bravi, più intraprendenti perché più colti, più produttivi perché più partecipi, affinché si ritrovi quell’equilibrio che non fa più scappare le aziende (i capitali privati) e più onesti perché “chi ha rubato” ha anche distrutto parte del futuro dei nostri figli.
In questo ritrovato equilibrio si colloca il lavoro “riformato” e non necessariamente il “posto fisso”, per dare ai nostri figli la soddisfazione del proprio operato e la sua giusta remunerazione. Chissà che da tutto ciò non nasca un nuovo sistema economico, non più basato sugli imperi finanziari od economici, ma su una “rete” di operatori di mercato che ogni giorno si interfacciano generando un interesse che ricada su loro stessi.
Forse con questa ottica si può capire meglio l’allusione del Presidente Monti e distinguersi dalle reazioni di chi si è sentito scavalcato o obsoleto in quanto portatore di idee appartenenti a quel passato che sembrerebbe non più realisticamente ripetibile.
Da qui spazio a 360 gradi!
Le espressioni hanno un impatto superficiale, quindi forte ed immediato come un terremoto sussultorio, se colpiscono la nostra dignità, i nostri valori ed i nostri interessi. I grandi comunicatori sanno esprimere tutte quelle parole che sappiano scuotere gli animi nel medesimo istante in cui vengono pronunciate.
Fortunatamente non tutti gli ascoltatori si fermano a questa superficialità e cercano anche di coglierne il senso, la motivazione e lo scopo ultimo per i quali vengono pronunciate.
La parola è uno dei più forti mezzi di comunicazione e ben lo sanno i politici, i sindacati, gli imprenditori e in genere tutti coloro che detengono il potere. Ciascuna di queste categorie, insieme a tutte quelle che di fatto appartengono ad una casta od a situazioni di privilegio, ha un interesse da tutelare e lo fa, spesso, a danno di altri. Fin qui niente di nuovo, basta leggere i libri di storia umana cercando di cogliere il senso degli eventi e non la sciatta didattica che ci viene insegnata a scuola.
Ma, fatta questa premessa, veniamo al fatto del giorno che ha agitato gli animi: ufficialmente ci si rivolge ai nostri giovani per annunciare che un mito sta per cadere “il posto fisso” e si aggiunge che poi “non sarà neppure un gran male”! Reo di tanta bestemmia : il capo del governo!
Certamente un bravo politico avrebbe trovato un modo di comunicare questo pensiero in una forma espressiva meno lapidaria e sfumatamene più garbata oppure non lo avrebbe proprio detto. Non siamo molto lontani, in termini di tempo, dall’aver ascoltato che non vi fossero per l’Italia le condizioni per fare manovre economiche ulteriori e poi, in quattro mesi se ne sono susseguite quattro e non sono bastate.
Giusto ? Sbagliato? No, solo conveniente. In questo atteggiamento non possiamo riconoscere Monti che si limita a dire e d a fare quello che dice, giusto o sbagliato che sia. Ha anche il vantaggio di non doversi preoccupare del voto futuro degli elettori, né di mantenere l’equilibrio tra le correnti interne di partito, né tanto meno di dover restituire i favori di chi ha sostenuto e sostiene la sua campagna elettorale o di chi gli ha assicurato la maggioranza in parlamento saltellando da un partito all’altro. Lui si è limitato a dire ai suoi ministri che le decisioni si prendono insieme e le si difendono coralmente coordinandosi come in un team.
Tutto innegabilmente più facile. Lo è meno mantenere un equilibrio politico indispensabile all’approvazione delle norme, ma qui sa bene che la convenienza di lasciare a lui di togliere le castagne dal fuoco è un collante bipartisan che ben si armonizza sull’appoggio su tre gambe (PDL, PD e Terzo Polo). Chiunque sappia un qualcosa di fisica ben capisce che l’equilibrio è così garantito! Sarebbero meglio quattro, ma non si può avere tutto, come ben sanno la Lega Nord e IdV.
Il tema scottante della riforma del lavoro rappresenta una delle tre scommesse più importanti su cui stiamo confrontandoci con il mondo economico, quindi non la sola Europa, insieme alla riforma fiscale ed al taglio della spesa pubblica. Si sta parlando cioè della nostra capacità competitiva per il futuro. Più produttività e maggiore competitività in ciò che sappiamo fare.
Diciamoci serenamente che vorremmo dare ai nostri figli non solo quello che noi abbiamo avuto, ma anche di più! Chi non vorrebbe questo? Infatti rappresenta tutto ciò che abbiamo fatto finora e probabilmente continueremo a fare nei limiti delle nostre possibilità. Chi non è stato onesto ci ha aggiunto anche tutto quello che ha potuto rubare o quanto meno prendere sfruttando posizioni di comodo, di intrallazzo, di scambio o potere. Risultato? Noi abbiamo dei figli che hanno vissuto benissimo, rispetto a noi, senza preoccupazioni vere e con “abitudini di consumo” oggi definite “necessità” consolidate nella “indispensabilità”.
Peccato che forse queste ricchezze avevano fondazioni appoggiate sulla sabbia, il debito pubblico.
Lo abbiamo creato tutti insieme, magari inconsapevolmente se dalla parte del popolo e irresponsabilmente se dalla parte dei governanti. In quest’ultima categoria metterei, oltre ai politici, anche tutti coloro che rappresentano i poteri forti, economici e finanziari.
Non dovremmo dimenticare che abbiamo insegnato ai nostri figli che la loro sicurezza economica stava nel “posto fisso” (in Ferrovia, in Comune – Provincia – Regione, all’ENEL, alla SIP, in BANCA, alle Poste, nella Scuola di ogni ordine e grado, ecc.) e non nella loro capacità di esprimere il loro potenziale. I soldi? meglio pochi ma sicuri! Poi, se non bastavano, lavoro nero!
Abbiamo fatto anche cose ottime spronandoli a studiare, peccato che ci abbiano pensato le incompiute, eterne, riforme della scuola a ridurre la preparazione scolastica ai minimi storici. Però intanto i nostri giovani si sono illusi di poter far valere economicamente i loro diplomi di Scuola Superiore, di Laurea triennale e Magistrale. Ma non è così, perché la scuola è andata da una parte ed il mondo da un’altra. Non certo in una direzione opposta ma purtroppo non convergente.
Dovendoci dimenticare di poter considerare come sbocco, per molti giovani, un’occupazione nel settore pubblico perché parte importante del debito pubblico e su cui occorrerà tagliare moltissimo, ci rimane solo il privato suddiviso fra commercio, industria e servizi. Dei tre l’unico che sta crescendo è il terzo. Ma tutti devono rispondere ad un imperativo economico: la competitività nella capacità di sviluppo basandosi sull’innovazione e sulla riduzione dei costi.
Note dolenti per chi sia abituato a guadagnare lavorando in “un certo modo” o comunque per chi sperava che la situazione, finora bene o male vissuta, potesse ripetersi nel tempo. Desideri pii e legittimi, ma poco aderenti alla realtà di mercato. Diritti acquisiti? Si, ma chi li paga? Per ora sappiamo solo che abbiamo venti anni di tempo e di sacrifici per arrivare ad una situazione equilibrata del debito pubblico, cioè ognuno di questi venti anni dovrà essere una tappa di riduzione dei costi pubblici e di maggiore efficienza del sistema.
Reggerà il sistema capitalistico che ci ha permesso di essere retribuiti in modo tale da poter vantare oggi parte dei diritti acquisiti? Non dobbiamo dimenticare che si sta parlando di capitali privati i cui proprietari, in regime di democrazia, sono liberi di impiegarli come e dove meglio credono. La delocalizzazione delle aziende nei paesi emergenti ha di fatto impoverito l’Europa in quanto a posti di lavoro e l’unica motivazione risiedeva nel costo del lavoro e nella scarsa produttività. Non che in Cina o in India, Paesi Magreb, Messico o in Brasile ci sia personale molto produttivo, ma il suo costo era ed è tutt’ora molto più basso e questo rapporto tra costo e beneficio ci ha spiazzato. Noi dobbiamo essere più bravi, più intraprendenti perché più colti, più produttivi perché più partecipi, affinché si ritrovi quell’equilibrio che non fa più scappare le aziende (i capitali privati) e più onesti perché “chi ha rubato” ha anche distrutto parte del futuro dei nostri figli.
In questo ritrovato equilibrio si colloca il lavoro “riformato” e non necessariamente il “posto fisso”, per dare ai nostri figli la soddisfazione del proprio operato e la sua giusta remunerazione. Chissà che da tutto ciò non nasca un nuovo sistema economico, non più basato sugli imperi finanziari od economici, ma su una “rete” di operatori di mercato che ogni giorno si interfacciano generando un interesse che ricada su loro stessi.
Forse con questa ottica si può capire meglio l’allusione del Presidente Monti e distinguersi dalle reazioni di chi si è sentito scavalcato o obsoleto in quanto portatore di idee appartenenti a quel passato che sembrerebbe non più realisticamente ripetibile.
Etichette:
formazione manageriale,
Monti,
posto fisso,
riforma del lavoro,
riforme
mercoledì 1 febbraio 2012
Riforma del mercato del lavoro: gli obiettivi del Governo Monti
GLI OBIETTIVI ENUNCIATI DAL GOVERNO PER LA RIFORMA DEL LAVORO SONO DIFFICILMENTE DISCUTIBILI, MA SINDACATI E CONFINDUSTRIA SEMBRANO PREFERIRE CHE NON SE NE FACCIA NIENTE
Sostiene Mario Monti (Senato, 17 novembre, e conferenza stampa di fine anno) che occorre voltar pagina rispetto alla grave disparità fra lavoratori protetti e lavoratori poco o per nulla protetti, almeno per i rapporti di lavoro che si costituiranno da qui in avanti (per esempio, contrastando l’abuso delle collaborazioni autonome nell’area del lavoro dipendente). C’è qualcuno che dissente rispetto a questo obiettivo?
.
Sostiene Mario Monti (Senato, 17 novembre, e TG1, 28 gennaio) che occorre aumentare la protezione della dignità, della libertà e della sicurezza economica e professionale di ciascuna persona nel mercato del lavoro, ma che questo non significa garantirne l’inamovibilità, bensì aumentarne la capacità di muoversi nel mercato stesso. C’è qualcuno che dissente su questo punto?
Sostiene il ministro Elsa Fornero (incontro con le parti sociali, 23 gennaio) che occorre rafforzare nell’entità e nella durata e rendere universali le garanzie per chi perde il posto di lavoro, ma che per questo non si deve utilizzare impropriamente la Cassa integrazione, strumento concepito per tenere legati i lavoratori alle imprese da cui dipendono nei casi di difficoltà temporanea. C’è davvero qualcuno che può ragionevolmente sostenere il contrario?
Sostiene, ancora, il ministro Elsa Fornero (stesso incontro con le parti sociali) che, laddove un’impresa sia disponibile a impegnarsi, nei confronti di tutti i nuovi dipendenti, a garantire loro per il caso di licenziamento un sistema di protezione economica e professionale di livello scandinavo, varrebbe la pena di sperimentare se e come la cosa funziona; e che comunque la condizione dei neo-assunti sarebbe in questo caso migliore di quello che si offre loro oggi nel nostro mercato del lavoro. C’è davvero qualcuno che può ragionevolmente sostenere il contrario?
Se, come credo, su nessuno di questi punti-cardine del programma di politica del lavoro del Governo c’è qualcuno che possa ragionevolmente dissentire, perché sindacati e Confindustria manifestano tanta diffidenza e apprensione per questo capitolo dell’agenda delle prossime settimane? Perché, invece, non si rimboccano le maniche per vedere come realizzare ciascuno di questi obiettivi?
Dal sito di Pietro Ichino
.
Sostiene Mario Monti (Senato, 17 novembre, e conferenza stampa di fine anno) che occorre voltar pagina rispetto alla grave disparità fra lavoratori protetti e lavoratori poco o per nulla protetti, almeno per i rapporti di lavoro che si costituiranno da qui in avanti (per esempio, contrastando l’abuso delle collaborazioni autonome nell’area del lavoro dipendente). C’è qualcuno che dissente rispetto a questo obiettivo?
.
Sostiene Mario Monti (Senato, 17 novembre, e TG1, 28 gennaio) che occorre aumentare la protezione della dignità, della libertà e della sicurezza economica e professionale di ciascuna persona nel mercato del lavoro, ma che questo non significa garantirne l’inamovibilità, bensì aumentarne la capacità di muoversi nel mercato stesso. C’è qualcuno che dissente su questo punto?
Sostiene il ministro Elsa Fornero (incontro con le parti sociali, 23 gennaio) che occorre rafforzare nell’entità e nella durata e rendere universali le garanzie per chi perde il posto di lavoro, ma che per questo non si deve utilizzare impropriamente la Cassa integrazione, strumento concepito per tenere legati i lavoratori alle imprese da cui dipendono nei casi di difficoltà temporanea. C’è davvero qualcuno che può ragionevolmente sostenere il contrario?
Sostiene, ancora, il ministro Elsa Fornero (stesso incontro con le parti sociali) che, laddove un’impresa sia disponibile a impegnarsi, nei confronti di tutti i nuovi dipendenti, a garantire loro per il caso di licenziamento un sistema di protezione economica e professionale di livello scandinavo, varrebbe la pena di sperimentare se e come la cosa funziona; e che comunque la condizione dei neo-assunti sarebbe in questo caso migliore di quello che si offre loro oggi nel nostro mercato del lavoro. C’è davvero qualcuno che può ragionevolmente sostenere il contrario?
Se, come credo, su nessuno di questi punti-cardine del programma di politica del lavoro del Governo c’è qualcuno che possa ragionevolmente dissentire, perché sindacati e Confindustria manifestano tanta diffidenza e apprensione per questo capitolo dell’agenda delle prossime settimane? Perché, invece, non si rimboccano le maniche per vedere come realizzare ciascuno di questi obiettivi?
Dal sito di Pietro Ichino
.
Etichette:
formazione manageriale,
Monti,
riforma del lavoro
sabato 21 gennaio 2012
Uscire dalla crisi: "La necessità assoluta di crescere"
Tommaso Nannicini
È Assistant Professor presso l’Università Bocconi di Milano, dove insegna Economia del Lavoro ed Econometria
Nel suo libro “Non ci resta che crescere” Editore Università Bocconi, affronta il tema economico di maggiore attualità del momento
“Per aggredire in profondità le cause del «dolce declino» dell'Italia, senza illudersi di poter continuare a scaricare i costi dell’aggiustamento sulle giovani generazioni, i contributi che seguono propongono ricette che ruotano intorno a una parola chiave: «selezione».
Dobbiamo selezionare le risorse economiche e sociali, aprendo molti mercati e professioni oggi protette alla concorrenza, affinché le risorse disponibili vadano laddove sono più produttive.
Dobbiamo selezionare le politiche pubbliche, perché se vogliamo aiutare chi resterà indietro, non possiamo permetterci di dare tutto a tutti.
Per dirla con una metafora, l’Italia ha bisogno di una grande opera di potatura.
.Dobbiamo potare qualche ramo della pianta per far sì che possa produrre più frutti. E non si tratta solo di tagliare rami secchi; purtroppo è un po’ più complicato: con la potatura, si devono tagliare anche i rami che hanno scelto di crescere verso l’interno. Lo si deve fare per lasciare spazio a quelli che crescono verso l’esterno, perché solo quelli servono alla pianta per fruttificare. E questo, fuor di metafora, in termini economici e sociali, è facile a dirsi ma difficile a farsi. È difficile perché si tratta di tagliare rami vivi, non secchi, parti del tessuto economico e sociale che hanno una loro capacità di sopravvivenza. Perché laddove noi vediamo delle rendite, qualcuno vede un diritto acquisito, un modo dignitoso per sbarcare il lunario. Non c’è niente di moralistico in questo. Anche a me piacciono le rendite: le mie. E la selezione, la meritocrazia, hanno dei costi, anche psicologici. Una cosa è fallire perché ci sono le raccomandazioni degli altri, le rendite degli altri, gli abusi di potere degli altri. Altra cosa se il fallimento avviene in un ambiente competitivo, dove la colpa finisce per ricadere sui miei limiti.
Come diceva George Orwell, «il problema della concorrenza è che qualcuno vince».
Tuttavia, quest’opera di potatura e selezione, per quanto costosa, è ormai indispensabile, perché i costi dell’assenza di dinamismo sono maggiori e cominciano a farsi insopportabili. Non esistono alternative se vogliamo valorizzare le risorse umane e materiali del nostro paese per tornare a crescere.
Insomma: la potatura non deve consistere in una crociata ideologica contro le rendite, ma in una politica capace di offrire una visione d’insieme. Se la politica ha una visione e indica un obiettivo raggiungibile (la crescita della pianta), anche qualche sacrificio (la potatura di qualche ramo) può essere accettabile. Altrimenti, senza visione, senza progetto, ognuno si rinchiude nella difesa del proprio ramoscello, nelle barricate corporative che hanno bloccato le riforme negli ultimi vent’anni. È proprio questo lo sforzo di questo libro: offrire una visione unitaria degli interventi che servono al paese, e individuare gli ostacoli politici che si sono finora frapposti alla loro realizzazione. Due gli ostacoli principali: ritardi culturali e difese corporative.”
Restando all’interno della metafora potremmo affermare che proprio in questo periodo invernale si possono effettuare le potature più efficaci per ottenere nella oramai prossima stagione primaverile, la migliore vegetazione e sviluppo del nostro albero immaginario. Infatti, come la natura prevede, saranno proprio i giovani rametti a fiorire ed produrre i migliori frutti. La minore influenza degli interessi partitici sulle decisioni del Governo, ferma restandone la costruttiva collaborazione politica, sembra essere la condizione di equilibrio per tagliare alcuni interessi dominanti, quindi rami che, pur vigorosi, produrrebbero solo foglie.
In termini “agricoli” essi si chiamano “succhioni” perché tolgono linfa alla pianta senza produrre niente oltre le foglie, quindi non fiori e frutti. Il parallelismo è forte con l’aspetto economico. Però, se si avvererà la previsione che calcola come pari al 10% del PIL la liberalizzazione di tutti questi servizi (Quindi anche trasporti ferroviari e pubblici, energia elettrica, gas) avremmo realizzato quelle riforme che dopo essere state la bandiera “parlata” dei Governi di destra e di sinistra, sono servite solo per le campagne elettorali e per la bagarre dialettica, sono state riposte nei cassetti partitici.
Si diceva prima: la primavera che porta il cambiamento. Speriamo davvero che si abbia il buon senso politico di non fa riaffiorare interessi di partito se non nei limiti della democratica diversità, quindi di confronto.
La riserva è d’obbligo perché in quella stagione avremo elezioni amministrative comunali un po’ ovunque ed alcuni partiti (vedi Lega Nord, Italia dei Valori, Movimento Grillo, SEL & C.) fremono per conquistare spazi elettorali guardando le proiezioni demoscopiche.
Altra scommessa aperta è quella del taglio dei costi della politica e della spesa pubblica. Indispensabile realizzarlo mantenendo un equilibrio sociale ed economico, primavera araba docet!
È Assistant Professor presso l’Università Bocconi di Milano, dove insegna Economia del Lavoro ed Econometria
Nel suo libro “Non ci resta che crescere” Editore Università Bocconi, affronta il tema economico di maggiore attualità del momento
“Per aggredire in profondità le cause del «dolce declino» dell'Italia, senza illudersi di poter continuare a scaricare i costi dell’aggiustamento sulle giovani generazioni, i contributi che seguono propongono ricette che ruotano intorno a una parola chiave: «selezione».
Dobbiamo selezionare le risorse economiche e sociali, aprendo molti mercati e professioni oggi protette alla concorrenza, affinché le risorse disponibili vadano laddove sono più produttive.
Dobbiamo selezionare le politiche pubbliche, perché se vogliamo aiutare chi resterà indietro, non possiamo permetterci di dare tutto a tutti.
Per dirla con una metafora, l’Italia ha bisogno di una grande opera di potatura.
.Dobbiamo potare qualche ramo della pianta per far sì che possa produrre più frutti. E non si tratta solo di tagliare rami secchi; purtroppo è un po’ più complicato: con la potatura, si devono tagliare anche i rami che hanno scelto di crescere verso l’interno. Lo si deve fare per lasciare spazio a quelli che crescono verso l’esterno, perché solo quelli servono alla pianta per fruttificare. E questo, fuor di metafora, in termini economici e sociali, è facile a dirsi ma difficile a farsi. È difficile perché si tratta di tagliare rami vivi, non secchi, parti del tessuto economico e sociale che hanno una loro capacità di sopravvivenza. Perché laddove noi vediamo delle rendite, qualcuno vede un diritto acquisito, un modo dignitoso per sbarcare il lunario. Non c’è niente di moralistico in questo. Anche a me piacciono le rendite: le mie. E la selezione, la meritocrazia, hanno dei costi, anche psicologici. Una cosa è fallire perché ci sono le raccomandazioni degli altri, le rendite degli altri, gli abusi di potere degli altri. Altra cosa se il fallimento avviene in un ambiente competitivo, dove la colpa finisce per ricadere sui miei limiti.
Come diceva George Orwell, «il problema della concorrenza è che qualcuno vince».
Tuttavia, quest’opera di potatura e selezione, per quanto costosa, è ormai indispensabile, perché i costi dell’assenza di dinamismo sono maggiori e cominciano a farsi insopportabili. Non esistono alternative se vogliamo valorizzare le risorse umane e materiali del nostro paese per tornare a crescere.
Insomma: la potatura non deve consistere in una crociata ideologica contro le rendite, ma in una politica capace di offrire una visione d’insieme. Se la politica ha una visione e indica un obiettivo raggiungibile (la crescita della pianta), anche qualche sacrificio (la potatura di qualche ramo) può essere accettabile. Altrimenti, senza visione, senza progetto, ognuno si rinchiude nella difesa del proprio ramoscello, nelle barricate corporative che hanno bloccato le riforme negli ultimi vent’anni. È proprio questo lo sforzo di questo libro: offrire una visione unitaria degli interventi che servono al paese, e individuare gli ostacoli politici che si sono finora frapposti alla loro realizzazione. Due gli ostacoli principali: ritardi culturali e difese corporative.”
Restando all’interno della metafora potremmo affermare che proprio in questo periodo invernale si possono effettuare le potature più efficaci per ottenere nella oramai prossima stagione primaverile, la migliore vegetazione e sviluppo del nostro albero immaginario. Infatti, come la natura prevede, saranno proprio i giovani rametti a fiorire ed produrre i migliori frutti. La minore influenza degli interessi partitici sulle decisioni del Governo, ferma restandone la costruttiva collaborazione politica, sembra essere la condizione di equilibrio per tagliare alcuni interessi dominanti, quindi rami che, pur vigorosi, produrrebbero solo foglie.
In termini “agricoli” essi si chiamano “succhioni” perché tolgono linfa alla pianta senza produrre niente oltre le foglie, quindi non fiori e frutti. Il parallelismo è forte con l’aspetto economico. Però, se si avvererà la previsione che calcola come pari al 10% del PIL la liberalizzazione di tutti questi servizi (Quindi anche trasporti ferroviari e pubblici, energia elettrica, gas) avremmo realizzato quelle riforme che dopo essere state la bandiera “parlata” dei Governi di destra e di sinistra, sono servite solo per le campagne elettorali e per la bagarre dialettica, sono state riposte nei cassetti partitici.
Si diceva prima: la primavera che porta il cambiamento. Speriamo davvero che si abbia il buon senso politico di non fa riaffiorare interessi di partito se non nei limiti della democratica diversità, quindi di confronto.
La riserva è d’obbligo perché in quella stagione avremo elezioni amministrative comunali un po’ ovunque ed alcuni partiti (vedi Lega Nord, Italia dei Valori, Movimento Grillo, SEL & C.) fremono per conquistare spazi elettorali guardando le proiezioni demoscopiche.
Altra scommessa aperta è quella del taglio dei costi della politica e della spesa pubblica. Indispensabile realizzarlo mantenendo un equilibrio sociale ed economico, primavera araba docet!
domenica 15 gennaio 2012
Uscire dalla crisi: non solo liberalizzazioni ma anche Manager capaci di innovarsi e Sindacati illuminati
Dalle indagini svolte sui territori italiani, emerge una triplice debolezza delle classi dirigenti locali.
La prima è quella di una risposta alla crisi non sempre adeguata, spesso confusa e in ordine sparso.
La seconda è un’eccessiva auto referenzialità locale, nonché una riconosciuta difficoltà, più volte ricordata, di praticare la cooperazione tra segmenti diversi di classe dirigente per i comuni obiettivi del territorio.
La terza è che non si persegue con chiarezza e con l’impegno necessario l’obbligo primario della classe dirigente, quello di generare nuova classe dirigente, con il corollario della ben nota riluttanza a promuovere effettivamente i giovani talenti presenti sul territorio.
Ma oltre i limiti e le debolezze, i territori italiani conservano grandi patrimoni di risorse:
- Primo, una capacità di reazione alla crisi da parte del tessuto imprenditoriale, che ha dimostrato concretezza e tenacia, pur attraversando talvolta situazioni anche molto difficili non solo a causa della “nebbia cognitiva” di cui sopra, ma anche dell’incapacità sistemica di sviluppare sul territorio i modelli di coordinamento più adeguati.
- Secondo, il valore della produzione locale rispetto alla rendita, che ha costituito almeno fino al 2010 un elemento di tenuta della ricchezza delle famiglie e delle imprese, nonché dell’occupazione, in molti contesti locali.
- Terzo, la capacità di resistenza del tessuto sociale, con comunità abituate ad “assorbire” le difficoltà e con un livello di coesione che diventa a tutti gli effetti una risorsa competitiva del sistema.
Incrociando i dati delle regioni italiane su dotazione di infrastrutture ICT, lavoro specializzato e performance produttiva, emerge chiaramente come uno dei problemi principali a livello territoriale sia la carenza di lavoro specializzato. Una buona dotazione di capitale umano è un requisito-chiave per utilizzare le nuove tecnologie in modo adeguato, specie nelle regioni maggiormente dotate di infrastrutture informatiche, che sono poi quelle in cui si è registrato il maggior rallentamento nella crescita nel periodo 2005-2009.
Per ricominciare a crescere l’economia italiana ha bisogno di una classe dirigente decisa a compiere uno sforzo evolutivo, che si impegni cioè a sostenere le imprese ed i lavoratori per stare al passo con le altre economie avanzate anche attraverso efficaci programmi di supporto alla creazione di conoscenza, il capitale intangibile per eccellenza.
I dati recenti sul calo delle iscrizioni universitarie devono costituire un campanello d’allarme cui reagire subito, per invertire una tendenza che pregiudicherebbe il futuro del Paese.
La migliore qualità della finanza privata italiana – spesso evocata per esorcizzare l’elevato debito pubblico – e l’orientamento relativo della nostra economia verso il “reale”, non riescono a congiungersi in una dinamica virtuosa che rafforzi e stimoli le imprese, allargando i loro orizzonti. Gli estesi patrimoni privati sono un “mixed blessing”, una medaglia dalle due facce, da una parte fungono da ammortizzatore economico e sociale, ma dall’altra sono un incentivo a privilegiare la rendita rispetto al rischio dell’innovazione, la conservazione rispetto alla mobilità.
Di debito si può morire (Grecia e Irlanda docent), ma di patrimonio si può languire. Occorre mobilizzare quei patrimoni, con nuove forme di finanza che prevedano rischi e vantaggi esplicitamente partecipati e suddivisi tra imprese, banche, grandi investitori e famiglie. Occorre più finanza per lo sviluppo, senza le distorsione del sistema pubblico, con manager cosmopoliti, ma al tempo stesso esperti delle potenzialità produttive italiane.
Per quanto concerne lo sviluppo economico, da cui quello sociale non può prescindere, e pur con le debite differenze tra i territori, è ormai insostenibile la frattura tra un Paese dove si risponde solo delle procedure formali, sostanzialmente chiuso verso l’esterno se non per i richiami e gli obblighi che l’Unione Europa ci impone, solo marginalmente toccato dalla concorrenza; ed un Paese dove si risponde dei risultati, aperto verso l’estero e sottoposto alla pressione della concorrenza internazionale. Oltre alle richieste di sempre, più controlli efficaci e non formalistici, meno carte da presentare e tempi certi per le risposte, dalla giustizia civile, ai pagamenti, alla concessione di autorizzazioni e permessi, un contributo all’efficienza della Pubblica Amministrazione potrebbe aversi da una maggiore mobilità (anche limitata localmente, ma estesa a amministrazioni di natura diversa – centrale/locale). Ogni mutamento che favorisca la crescita dimensionale delle imprese, ogni decisione che consenta l’attrazione di investimenti dall’estero o limiti la fuga di nostre imprese e capitali va presa presto.
Fin qui il rapporto di AMC : “Generare Classe Dirigente 2011” che si era posta l’obiettivo di analizzare la situazione nell’ottica dei ruoli manageriali (Imprenditori e Dirigenti), ma lo sviluppo di una qualsiasi attività economica si basa anche in modo determinante su un’altra importante risorsa: il capitale umano.
Da anni ci riempiamo la bocca con la parola “formazione” ed è innegabile il suo ruolo che inizia con la scuola per finire nel processo della formazione continua aziendale passando attraverso l’apprendistato.
Si rileva nel rapporto come manchi personale specializzato. Ma come può sorgerne se non nell’oculato e preveggente investimento di alcune aziende? Infatti la scuola ha man mano perso la propria capacità di licenziare diplomati e laureati con un bagaglio formativo adeguato alle necessità del mercato prendendo una strada propria di presunte specializzazioni che hanno giustificato solo uno sviluppo crescente di cattedre.
Le conoscenze acquisite dagli studenti in ambito universitario sono generalmente proporzionali più all’impegno individuale degli stessi o di alcuni illuminati docenti piuttosto che al “Sistema universitario”.
Saltato il fosso che separa il mondo scolastico da quello aziendale, si aprono le porte dell’apprendistato o del lavoro a termine.
Peccato che il primo non sia altro che un business per le “mille società di formazione” che vivono sui finanziamenti pubblici erogando “il nulla” agli apprendisti. Corsi inutili dove persone di ogni provenienza aziendale diversa, quindi assolutamente eterogenea, perdono il loro tempo ad ascoltare lezioni generiche e spesso inutili per la loro formazione. Pagato questo assurdo prezzo, loro che non hanno imparato niente e le aziende dove non sono stati presenti, si riprende il loro quotidiano impegno nel lavoro senza averne tratto alcun valore aggiunto. Chi non ha avuto modo di seguire questa strada si trova a sottoscrivere un contratto a termine (da un mese a sei, fino a un anno) che, per la legge, non potrebbe essere rinnovato più di due volte nello stesso ruolo. Potrebbe, appunto, ma le deroghe sono infinite come gli escamotage. Infatti la sostanza non viene rispettata e nessuno la fa rispettare.
Qui entrano in gioco sia i vari Uffici della Direzione Provinciale del Lavoro (Ministero del Lavoro) sia i Sindacati, o meglio in genere non entrano. Sappiamo che da sempre gli Enti Pubblici non funzionano come dovrebbero e magari per mille motivi, ma vediamo che anche il Sindacato (meglio: i Sindacati nelle loro svariate vesti e sigle) è rimasto quello degli anni ‘60 in cui fu fondato. Allora raccoglieva tessere per avere la necessaria forza e controbattere un padronato che agiva liberamente senza controllo, adesso continua a ricercare tessere per mantenere la propria struttura con le stesse regole di un partito politico.
Ma il mondo è cambiato, il modo di lavorare pure, gli strumenti e le esigenze evoluti. Fino a venti anni fa forse pensavamo di esportare in tutto il mondo il nostro modello sociale e industriale, quello cioè elaborato dopo aver risentito dell’influsso degli USA. Oggi il dubbio su tutto ciò, dovrebbe pervadere le menti datoriali e sindacal,i perché alcuni miliardi di persone con approcci nuovi, con sistemi deregolamentati e comportamenti sociali dove il diritto acquisito è una parola sconosciuta, stanno emergendo a nostre spese.
Stiamo perdendo una battaglia? Forse no, ma certamente stiamo perdendo tempo per mancanza di realismo e di visione futura. Abbiamo sbagliato a perseguire gli obiettivi di benessere? Forse no, ma di fatto abbiamo vissuto al di sopra delle nostre reali possibilità. Qualcuno tempo addietro se ne era accorto ed aveva fatto alcune mosse che per noi sono fantascienza. Sindacati che in USA hanno investito nelle aziende per partecipare responsabilmente alla gestione, sindacati che in Germania hanno accettato la riduzione degli stipendi e degli orari di lavoro per aumentare la competitività dell’azienda e ridurre la disoccupazione.
Noi invece abbiamo proseguito imperterriti a difesa dell’acquisito, come se il guadagno venisse dal cielo, come la manna, e non fosse il risultato della produttività. Ora saremo costretti a cambiare tutti per salvare il salvabile e dare un futuro al nostro Paese ed ai nostri figli.
La prima è quella di una risposta alla crisi non sempre adeguata, spesso confusa e in ordine sparso.
La seconda è un’eccessiva auto referenzialità locale, nonché una riconosciuta difficoltà, più volte ricordata, di praticare la cooperazione tra segmenti diversi di classe dirigente per i comuni obiettivi del territorio.
La terza è che non si persegue con chiarezza e con l’impegno necessario l’obbligo primario della classe dirigente, quello di generare nuova classe dirigente, con il corollario della ben nota riluttanza a promuovere effettivamente i giovani talenti presenti sul territorio.
Ma oltre i limiti e le debolezze, i territori italiani conservano grandi patrimoni di risorse:
- Primo, una capacità di reazione alla crisi da parte del tessuto imprenditoriale, che ha dimostrato concretezza e tenacia, pur attraversando talvolta situazioni anche molto difficili non solo a causa della “nebbia cognitiva” di cui sopra, ma anche dell’incapacità sistemica di sviluppare sul territorio i modelli di coordinamento più adeguati.
- Secondo, il valore della produzione locale rispetto alla rendita, che ha costituito almeno fino al 2010 un elemento di tenuta della ricchezza delle famiglie e delle imprese, nonché dell’occupazione, in molti contesti locali.
- Terzo, la capacità di resistenza del tessuto sociale, con comunità abituate ad “assorbire” le difficoltà e con un livello di coesione che diventa a tutti gli effetti una risorsa competitiva del sistema.
Incrociando i dati delle regioni italiane su dotazione di infrastrutture ICT, lavoro specializzato e performance produttiva, emerge chiaramente come uno dei problemi principali a livello territoriale sia la carenza di lavoro specializzato. Una buona dotazione di capitale umano è un requisito-chiave per utilizzare le nuove tecnologie in modo adeguato, specie nelle regioni maggiormente dotate di infrastrutture informatiche, che sono poi quelle in cui si è registrato il maggior rallentamento nella crescita nel periodo 2005-2009.
Per ricominciare a crescere l’economia italiana ha bisogno di una classe dirigente decisa a compiere uno sforzo evolutivo, che si impegni cioè a sostenere le imprese ed i lavoratori per stare al passo con le altre economie avanzate anche attraverso efficaci programmi di supporto alla creazione di conoscenza, il capitale intangibile per eccellenza.
I dati recenti sul calo delle iscrizioni universitarie devono costituire un campanello d’allarme cui reagire subito, per invertire una tendenza che pregiudicherebbe il futuro del Paese.
La migliore qualità della finanza privata italiana – spesso evocata per esorcizzare l’elevato debito pubblico – e l’orientamento relativo della nostra economia verso il “reale”, non riescono a congiungersi in una dinamica virtuosa che rafforzi e stimoli le imprese, allargando i loro orizzonti. Gli estesi patrimoni privati sono un “mixed blessing”, una medaglia dalle due facce, da una parte fungono da ammortizzatore economico e sociale, ma dall’altra sono un incentivo a privilegiare la rendita rispetto al rischio dell’innovazione, la conservazione rispetto alla mobilità.
Di debito si può morire (Grecia e Irlanda docent), ma di patrimonio si può languire. Occorre mobilizzare quei patrimoni, con nuove forme di finanza che prevedano rischi e vantaggi esplicitamente partecipati e suddivisi tra imprese, banche, grandi investitori e famiglie. Occorre più finanza per lo sviluppo, senza le distorsione del sistema pubblico, con manager cosmopoliti, ma al tempo stesso esperti delle potenzialità produttive italiane.
Per quanto concerne lo sviluppo economico, da cui quello sociale non può prescindere, e pur con le debite differenze tra i territori, è ormai insostenibile la frattura tra un Paese dove si risponde solo delle procedure formali, sostanzialmente chiuso verso l’esterno se non per i richiami e gli obblighi che l’Unione Europa ci impone, solo marginalmente toccato dalla concorrenza; ed un Paese dove si risponde dei risultati, aperto verso l’estero e sottoposto alla pressione della concorrenza internazionale. Oltre alle richieste di sempre, più controlli efficaci e non formalistici, meno carte da presentare e tempi certi per le risposte, dalla giustizia civile, ai pagamenti, alla concessione di autorizzazioni e permessi, un contributo all’efficienza della Pubblica Amministrazione potrebbe aversi da una maggiore mobilità (anche limitata localmente, ma estesa a amministrazioni di natura diversa – centrale/locale). Ogni mutamento che favorisca la crescita dimensionale delle imprese, ogni decisione che consenta l’attrazione di investimenti dall’estero o limiti la fuga di nostre imprese e capitali va presa presto.
Fin qui il rapporto di AMC : “Generare Classe Dirigente 2011” che si era posta l’obiettivo di analizzare la situazione nell’ottica dei ruoli manageriali (Imprenditori e Dirigenti), ma lo sviluppo di una qualsiasi attività economica si basa anche in modo determinante su un’altra importante risorsa: il capitale umano.
Da anni ci riempiamo la bocca con la parola “formazione” ed è innegabile il suo ruolo che inizia con la scuola per finire nel processo della formazione continua aziendale passando attraverso l’apprendistato.
Si rileva nel rapporto come manchi personale specializzato. Ma come può sorgerne se non nell’oculato e preveggente investimento di alcune aziende? Infatti la scuola ha man mano perso la propria capacità di licenziare diplomati e laureati con un bagaglio formativo adeguato alle necessità del mercato prendendo una strada propria di presunte specializzazioni che hanno giustificato solo uno sviluppo crescente di cattedre.
Le conoscenze acquisite dagli studenti in ambito universitario sono generalmente proporzionali più all’impegno individuale degli stessi o di alcuni illuminati docenti piuttosto che al “Sistema universitario”.
Saltato il fosso che separa il mondo scolastico da quello aziendale, si aprono le porte dell’apprendistato o del lavoro a termine.
Peccato che il primo non sia altro che un business per le “mille società di formazione” che vivono sui finanziamenti pubblici erogando “il nulla” agli apprendisti. Corsi inutili dove persone di ogni provenienza aziendale diversa, quindi assolutamente eterogenea, perdono il loro tempo ad ascoltare lezioni generiche e spesso inutili per la loro formazione. Pagato questo assurdo prezzo, loro che non hanno imparato niente e le aziende dove non sono stati presenti, si riprende il loro quotidiano impegno nel lavoro senza averne tratto alcun valore aggiunto. Chi non ha avuto modo di seguire questa strada si trova a sottoscrivere un contratto a termine (da un mese a sei, fino a un anno) che, per la legge, non potrebbe essere rinnovato più di due volte nello stesso ruolo. Potrebbe, appunto, ma le deroghe sono infinite come gli escamotage. Infatti la sostanza non viene rispettata e nessuno la fa rispettare.
Qui entrano in gioco sia i vari Uffici della Direzione Provinciale del Lavoro (Ministero del Lavoro) sia i Sindacati, o meglio in genere non entrano. Sappiamo che da sempre gli Enti Pubblici non funzionano come dovrebbero e magari per mille motivi, ma vediamo che anche il Sindacato (meglio: i Sindacati nelle loro svariate vesti e sigle) è rimasto quello degli anni ‘60 in cui fu fondato. Allora raccoglieva tessere per avere la necessaria forza e controbattere un padronato che agiva liberamente senza controllo, adesso continua a ricercare tessere per mantenere la propria struttura con le stesse regole di un partito politico.
Ma il mondo è cambiato, il modo di lavorare pure, gli strumenti e le esigenze evoluti. Fino a venti anni fa forse pensavamo di esportare in tutto il mondo il nostro modello sociale e industriale, quello cioè elaborato dopo aver risentito dell’influsso degli USA. Oggi il dubbio su tutto ciò, dovrebbe pervadere le menti datoriali e sindacal,i perché alcuni miliardi di persone con approcci nuovi, con sistemi deregolamentati e comportamenti sociali dove il diritto acquisito è una parola sconosciuta, stanno emergendo a nostre spese.
Stiamo perdendo una battaglia? Forse no, ma certamente stiamo perdendo tempo per mancanza di realismo e di visione futura. Abbiamo sbagliato a perseguire gli obiettivi di benessere? Forse no, ma di fatto abbiamo vissuto al di sopra delle nostre reali possibilità. Qualcuno tempo addietro se ne era accorto ed aveva fatto alcune mosse che per noi sono fantascienza. Sindacati che in USA hanno investito nelle aziende per partecipare responsabilmente alla gestione, sindacati che in Germania hanno accettato la riduzione degli stipendi e degli orari di lavoro per aumentare la competitività dell’azienda e ridurre la disoccupazione.
Noi invece abbiamo proseguito imperterriti a difesa dell’acquisito, come se il guadagno venisse dal cielo, come la manna, e non fosse il risultato della produttività. Ora saremo costretti a cambiare tutti per salvare il salvabile e dare un futuro al nostro Paese ed ai nostri figli.
Etichette:
crisi economica,
crisi occupazionale,
formazione manageriale
sabato 7 gennaio 2012
Essere manager nella crisi
Qualche giorno fa mi è capitato di parlare con un imprenditore vicino al passaggio della successione in azienda. Al momento, quindi, di godersi i risultati della propria fatica.
In pochi secondi, mi ha spiegato la sua strategia di decision making:
Vede, mi ha detto, io non sono un genio.
Per questo ho sempre dovuto decidere prima di capire.
Perché se avessi aspettato di capire prima di decidere, probabilmente altri prima di me avrebbero capito e mi avrebbero anticipato nella decisione.
E per altri intendeva sia i concorrenti che i collaboratori.
Quindi, secondo questo imprenditore, un leader deve assumersi il rischio di decidere sulla base di una comprensione limitata, per mantenere leadership e credibilità.
.Credo che ogni imprenditore si comporti in questo modo.
Certo, la frase “decidere prima di capire” è una iperbole, ma essere imprenditori o anche manager significa prendere decisioni con informazioni limitate…a volte addirittura in assenza di informazioni.
E’ parte del gioco. Alcune aziende oggi sono in difficoltà anche perché tecnologia ed internazionalizzazione sono così distanti dall’imprenditore (verosimilmente anziano) da impedirgli di prendere decisioni corrette in ambiti di cui conosce davvero poco le logiche di insieme.
Per questo il passaggio generazionale funziona quando padre e figlio crescono insieme contaminandosi.
“Prima conoscere, poi discutere, poi deliberare” [Einaudi,'59]
Non metto in discussione la componente di “viscera” delle decisioni dell’imprenditore (intuizione, coraggio, vision). Credo che le decisioni strategiche debbano essere prese ANCHE con il conforto dei numeri: business plan, ritorni dell’investimento, sistemi di reporting, etc.
Nella sua chiusa finale: “assumersi il rischio di decidere sulla base di una comprensione limitata”
dunque una sintesi potrebbe essere “decidere pensando”, magari non troppo..
Quando c’è l’expertise, le decisioni sono prese in un lampo, perché si ha la consapevolezza inconscia. Business plan e numeri sono importanti, ma non vorrei che venissero assunti come base (e quindi in ultima istanza anche giustificazione) per le decisioni che non sorgono fuori spontanee.
Egli pose l’accento su un difetto molto comune fra i manager italiani, ovvero quello di non dare importanza ai rapporti interpersonali, alle relazioni sociali, a costruirsi un network di conoscenze perché troppo focalizzati sul lavoro, network che invece diventa indispensabile quando si deve cercare un nuovo lavoro.
Vorrei riportarvi i risultati di un’indagine forse un pò datata (luglio 2005) ma in sostanza sempre attuale.
E’ apparsa su Business Week in un articolo dal titolo “Why the boss really had to say goodbye”.
Alla domanda: “perché hai perso il lavoro?” 1087 dirigenti hanno risposto così.
il 31% non ha saputo gestire il cambiamento,
il 28% ha ignorato il “cliente”,
il 27% non ha migliorato le performance
il 23% ha negato o rifiutato di riconoscere la realtà emergente.
Da queste risposte si può già trarre qualche insegnamento utile, tra cui c’è sicuramente quello già citato da chi mi ha preceduto, ovvero curare le relazioni.
Devo dire che i dati di Business Week sono sicuramente interessanti, ma che dire delle ristrutturazioni, delle fusioni e degli altri motivi che talvolta hanno poco a che vedere con la professionalità e la capacità del manager stesso ?
Sposo in pieno la tesi di Caradonna, sopratutto quando dice che i manager sono “troppo focalizzati sul lavoro”: è proprio vero, il vortice delle attività ci assorbe così tanto che spesso perdiamo di vista opportunità e amicizie.Anche se credo che questa difficile situazione economica stia modificando in meglio qualche cattiva abitudine che si stava consolidando, e che nei prossimi mesi riusciremo a lavorare con un pizzico di sereno distacco in più, in un mercato difficile ma di cui dobbiamo costruire la ripresa. In altre parole, abbiamo l’obbligo di pensare positivo dopo aver preso atto dei cambiamenti di mercato e aver capito che dobbiamo reagire a questa nuova realtà e non piangerci addosso.
“Paura Liquida” anche nel management? Penso proprio che il pensiero del sociologo Zygmunt Bauman si possa ritenere estremamente attuale anche per la realtà manageriale e imprenditoriale, se vediamo i dati dei licenziamenti e di disoccupazione crescente che si leggono tutti i giorni sui media.
Per Bauman “Paura è il nome che diamo alla nostra incertezza: alla nostra ignoranza della minaccia, o di ciò che c’è da fare per arrestarne il cammino o, se questo non è in nostro potere, almeno per affrontarla”.
Come liberarsi della paura? Forse la ricetta è un giusto mix tra “Network personale” e “Competenze personali”, entrambi da coltivare e implementare giorno per giorno. Attraverso formazione e momenti di aggregazione sociale, ovvero occasioni per ampliare i propri orizzonti.
In merito al proprio network di contatti, personalmente sono propenso ad un “Brick & Click” delle relazioni, ricercando la multicanalità anche nei rapporti che contano. Quindi sia attraverso i social network (linkedin, facebook, myspace, viadeo, twitter, ecc.), blog personalizzati, sms; sia attraverso il biglietto di auguri, personalizzato, rigorosamente scritto a mano con una bella penna stilografica, sia partecipando in modo attivo ad incontri, associazioni culturali, a conferenze e dibattiti.
Mai più di adesso si sente il bisogno di comunicare e condividere situazioni ed esperienze nella ricerca di professionalizzarsi sempre più, ma dovendo fare i conti con una limitata disponibilità di tempo. Formarsi rapidamente e proseguire in questo cammino irreversibile carpendo ad ognuno una esperienza, un’idea, una testimonianza, queste sono le armi da utilizzare per essere il più possibile “in time” con una realtà in movimento frenetico a cui dobbiamo restare agganciati.
Ogni situazione, anche negativa, ci offre un’opportunità che dobbiamo saper cogliere!
.
In pochi secondi, mi ha spiegato la sua strategia di decision making:
Vede, mi ha detto, io non sono un genio.
Per questo ho sempre dovuto decidere prima di capire.
Perché se avessi aspettato di capire prima di decidere, probabilmente altri prima di me avrebbero capito e mi avrebbero anticipato nella decisione.
E per altri intendeva sia i concorrenti che i collaboratori.
Quindi, secondo questo imprenditore, un leader deve assumersi il rischio di decidere sulla base di una comprensione limitata, per mantenere leadership e credibilità.
.Credo che ogni imprenditore si comporti in questo modo.
Certo, la frase “decidere prima di capire” è una iperbole, ma essere imprenditori o anche manager significa prendere decisioni con informazioni limitate…a volte addirittura in assenza di informazioni.
E’ parte del gioco. Alcune aziende oggi sono in difficoltà anche perché tecnologia ed internazionalizzazione sono così distanti dall’imprenditore (verosimilmente anziano) da impedirgli di prendere decisioni corrette in ambiti di cui conosce davvero poco le logiche di insieme.
Per questo il passaggio generazionale funziona quando padre e figlio crescono insieme contaminandosi.
“Prima conoscere, poi discutere, poi deliberare” [Einaudi,'59]
Non metto in discussione la componente di “viscera” delle decisioni dell’imprenditore (intuizione, coraggio, vision). Credo che le decisioni strategiche debbano essere prese ANCHE con il conforto dei numeri: business plan, ritorni dell’investimento, sistemi di reporting, etc.
Nella sua chiusa finale: “assumersi il rischio di decidere sulla base di una comprensione limitata”
dunque una sintesi potrebbe essere “decidere pensando”, magari non troppo..
Quando c’è l’expertise, le decisioni sono prese in un lampo, perché si ha la consapevolezza inconscia. Business plan e numeri sono importanti, ma non vorrei che venissero assunti come base (e quindi in ultima istanza anche giustificazione) per le decisioni che non sorgono fuori spontanee.
Egli pose l’accento su un difetto molto comune fra i manager italiani, ovvero quello di non dare importanza ai rapporti interpersonali, alle relazioni sociali, a costruirsi un network di conoscenze perché troppo focalizzati sul lavoro, network che invece diventa indispensabile quando si deve cercare un nuovo lavoro.
Vorrei riportarvi i risultati di un’indagine forse un pò datata (luglio 2005) ma in sostanza sempre attuale.
E’ apparsa su Business Week in un articolo dal titolo “Why the boss really had to say goodbye”.
Alla domanda: “perché hai perso il lavoro?” 1087 dirigenti hanno risposto così.
il 31% non ha saputo gestire il cambiamento,
il 28% ha ignorato il “cliente”,
il 27% non ha migliorato le performance
il 23% ha negato o rifiutato di riconoscere la realtà emergente.
Da queste risposte si può già trarre qualche insegnamento utile, tra cui c’è sicuramente quello già citato da chi mi ha preceduto, ovvero curare le relazioni.
Devo dire che i dati di Business Week sono sicuramente interessanti, ma che dire delle ristrutturazioni, delle fusioni e degli altri motivi che talvolta hanno poco a che vedere con la professionalità e la capacità del manager stesso ?
Sposo in pieno la tesi di Caradonna, sopratutto quando dice che i manager sono “troppo focalizzati sul lavoro”: è proprio vero, il vortice delle attività ci assorbe così tanto che spesso perdiamo di vista opportunità e amicizie.Anche se credo che questa difficile situazione economica stia modificando in meglio qualche cattiva abitudine che si stava consolidando, e che nei prossimi mesi riusciremo a lavorare con un pizzico di sereno distacco in più, in un mercato difficile ma di cui dobbiamo costruire la ripresa. In altre parole, abbiamo l’obbligo di pensare positivo dopo aver preso atto dei cambiamenti di mercato e aver capito che dobbiamo reagire a questa nuova realtà e non piangerci addosso.
“Paura Liquida” anche nel management? Penso proprio che il pensiero del sociologo Zygmunt Bauman si possa ritenere estremamente attuale anche per la realtà manageriale e imprenditoriale, se vediamo i dati dei licenziamenti e di disoccupazione crescente che si leggono tutti i giorni sui media.
Per Bauman “Paura è il nome che diamo alla nostra incertezza: alla nostra ignoranza della minaccia, o di ciò che c’è da fare per arrestarne il cammino o, se questo non è in nostro potere, almeno per affrontarla”.
Come liberarsi della paura? Forse la ricetta è un giusto mix tra “Network personale” e “Competenze personali”, entrambi da coltivare e implementare giorno per giorno. Attraverso formazione e momenti di aggregazione sociale, ovvero occasioni per ampliare i propri orizzonti.
In merito al proprio network di contatti, personalmente sono propenso ad un “Brick & Click” delle relazioni, ricercando la multicanalità anche nei rapporti che contano. Quindi sia attraverso i social network (linkedin, facebook, myspace, viadeo, twitter, ecc.), blog personalizzati, sms; sia attraverso il biglietto di auguri, personalizzato, rigorosamente scritto a mano con una bella penna stilografica, sia partecipando in modo attivo ad incontri, associazioni culturali, a conferenze e dibattiti.
Mai più di adesso si sente il bisogno di comunicare e condividere situazioni ed esperienze nella ricerca di professionalizzarsi sempre più, ma dovendo fare i conti con una limitata disponibilità di tempo. Formarsi rapidamente e proseguire in questo cammino irreversibile carpendo ad ognuno una esperienza, un’idea, una testimonianza, queste sono le armi da utilizzare per essere il più possibile “in time” con una realtà in movimento frenetico a cui dobbiamo restare agganciati.
Ogni situazione, anche negativa, ci offre un’opportunità che dobbiamo saper cogliere!
.
Etichette:
classe dirigente,
crisi economica,
formazione manageriale
martedì 3 gennaio 2012
"Licenziare gli statali? Dovremo porci il problema"
La riforma del mercato del lavoro "ha senso se serve a migliorare le prospettive di occupazione delle persone, la competitività delle imprese e la crescita dell'economia", ha detto il direttore generale di Confindustria a 'Omnibus', aggiungendo che sull'articolo 18 non c'è "nessuna guerra di religione"
La ricetta di Confindustria non cambia: con questa pressione fiscale da record, di altre tasse non se ne parla. Non restano che i tagli alla spesa pubblica. E tra questi, almeno secondo il direttore generale Giampaolo Galli, bisognerebbe anche ragionare sul licenziamento dei dipendenti statali, come in Grecia.
.
Ospite de La 7, Galli, rispondendo a una domanda sulla possibilità di licenziare i dipendenti pubblici ha detto che "a un certo punto dovremmo porci anche questa prospettiva qui".
Basta guerre di religione sull'art.18
La riforma del mercato del lavoro "ha senso se serve a migliorare le prospettive di occupazione delle persone, la competitività delle imprese e la crescita dell'economia", ha detto il direttore generale di Confindustria a 'Omnibus', aggiungendo che sull'articolo 18 non c'è "nessuna guerra di religione".
Crisi profonda
Galli ha sottolineato che ci sono situazioni di "disagio sociali anche molti forti", ma che nascono non tanto dalla manovra del Governo Monti. Piuttosto dal fatto che questa è una "lunga crisi".
Sacrifici in tempi stretti
Ora l'Italia sta facendo un "aggiustamento" della finanza pubblica. "Purtroppo - ha detto il direttore generale di Confindustria - lo dobbiamo fare nel giro di pochi anni. Questo comporta dei sacrifici, dei costi".
Altrimenti si chiude
Secondo Galli "la manovra non è così pesante" e i consumatori tendono a "esagerare i numeri dei rincari, ma è indubbio che colgono un aspetto reale. La sommatoria delle manovre un costo per le persone ce l'hanno. Ma bisogna chiedersi quale era l'alternativa. Sarebbe stato un disastro dal punto di vista dei posti di lavoro e dei redditi, della possibilità di occupazione per giovani e non e la chiusura di imprese".
Fin qui la chiara presa di posizione di chi ha una visione soggettiva (di parte) della situazione europea, più che italiana, in un contesto economico dove le aziende produttrici costituiscono l’ossatura principale del nostro sistema economico. In effetti la riforma del mercato del lavoro si impone per riportare la nostra competitività a livelli tali da far crescere l’occupazione ed avviare a soluzione la ripresa dei consumi. Ovviamente essa non può prescindere o non dovrebbe, dal tipo di contratto di lavoro se pubblico o privato. Il criterio dell’efficienza è, o deve divenire, una regola su cui misurare le prestazioni per tutti coloro che lavorano, quindi industria, commercio, servizi e istituzioni pubbliche locali o centrali. Nella crescita e non nello spreco si fonda il nostro futuro e soprattutto quello dei nostri figli. La bandiera dell’art. 18, come istituto da difendere ad ogni costo, ha un grande significato politico che viene sventolato da un sindacato per attenuare ogni riforme strutturale nell’ottica del mantenimento dello status quo che fa comodo a moltissimi. Come negare che si stia meglio in una condizione di privilegio piuttosto che di incertezza! Come negare che abbiamo costruito un sistema di garanzie attorno ai lavoratori pubblici, al sistema sanitario ed agli enti inutili per favorire così una rete di collocazioni elettorali! Come negare la facilità di impiego o di indirizzo verso l’impiego “sicuro” facendo “l’occhietto” a questo o quel politico! Come negare di aver indirizzato i giovani verso l’impiego in Ferrovia, nelle Poste, nella Scuola, in Banca, in Comune, in Provincia, in Regione, in RAI e via dicendo, piuttosto che stimolarne la voglia di mettersi in gioco con l’impegno nello studio e nel cercare di affermarsi per i propri meriti! E’ stato così costruito un sistema che forse non potevamo permetterci e che se da un lato ha assicurato guadagni a moltissime persone, dall’altro ha mostrato il fianco alla legge non scritta dell’equo rapporto tra il guadagno e la produttività. Naturalmente ciò non si è rivelato oggi, nel bel mezzo della crisi, ma è stato tenuto “nascosto” preferendo aumentare il debito pubblico piuttosto che intervenire con un costo politico che nessuno ha voluto pagare facendo la politica dello struzzo.
A ribadire questi concetti c’è sempre stata la Confindustria ma anche lei ne è stata partecipe quando, negli anni della crescita, cedeva alle richieste sindacali monetizzando tutto, tagliando l’orario di lavoro, concedendo premi falsamente legati all’incremento della produttività e tollerando comportamenti antieconomici dei propri dipendenti. Non dimentichiamo anche: sfruttando finanziamenti pubblici incontrollati (come la Cassa del Mezzogiorno), sovvenzioni per mancati guadagni (vedi FIAT) con casse integrazioni speciali di anni per migliaia di lavoratori, emigrazioni dal sud Italia per avere lavoro a basso costo, ecc.
Ora la crisi impone di “fare un passo indietro” ma non intervenendo su uno dei fattori, ad esempio la riforma del lavoro, senza dare una nuova connotazione al sistema economico italiano. E’ del tutto evidente che in una azione complessiva (lavoro, tasse, sostegno al reddito, scuola, enti pubblici, Stato, politica) sia molto più facile scontentare tutti che favorirne qualcuno, ma proprio qui sta la chiave della soluzione. Occorre fare in modo che tutti siano almeno un po’ scontenti, perché questo vorrà dire che si sta effettivamente cambiando registro. Impresa facile? Sicuramente no, come nella pratica potremmo definirla impossibile. Infatti i poteri forti del sistema attuale (Confindustria, sindacati, banche, giudici, professionisti e partiti) faranno la massima resistenza a tutelare il loro interesse e con questo a prorogare nel tempo la crisi a danno del cittadino comune. Questo non può stupire nessun benpensante che pragmaticamente analizzi ciò che sia fattibile dall’utopia.
Ma senza fare drammi e ripercorrendo la storia, vediamo come il cittadino qualunque abbia sempre pagato il prezzo maggiore in rapporto ai benefici o disponibilità economiche. Nessuno ha mai trovato l’equilibrio ottimale se non per brevissimi periodi. A questo aggiungerei la nostra indole di italiani sempre pronti al compromesso ed a considerare le nostre scelte individuali come giustificazione al mancato rispetto delle regole comuni. Siamo fatti così, con il cuore in una mano ed il portafoglio nell’altra!
.
La ricetta di Confindustria non cambia: con questa pressione fiscale da record, di altre tasse non se ne parla. Non restano che i tagli alla spesa pubblica. E tra questi, almeno secondo il direttore generale Giampaolo Galli, bisognerebbe anche ragionare sul licenziamento dei dipendenti statali, come in Grecia.
.
Ospite de La 7, Galli, rispondendo a una domanda sulla possibilità di licenziare i dipendenti pubblici ha detto che "a un certo punto dovremmo porci anche questa prospettiva qui".
Basta guerre di religione sull'art.18
La riforma del mercato del lavoro "ha senso se serve a migliorare le prospettive di occupazione delle persone, la competitività delle imprese e la crescita dell'economia", ha detto il direttore generale di Confindustria a 'Omnibus', aggiungendo che sull'articolo 18 non c'è "nessuna guerra di religione".
Crisi profonda
Galli ha sottolineato che ci sono situazioni di "disagio sociali anche molti forti", ma che nascono non tanto dalla manovra del Governo Monti. Piuttosto dal fatto che questa è una "lunga crisi".
Sacrifici in tempi stretti
Ora l'Italia sta facendo un "aggiustamento" della finanza pubblica. "Purtroppo - ha detto il direttore generale di Confindustria - lo dobbiamo fare nel giro di pochi anni. Questo comporta dei sacrifici, dei costi".
Altrimenti si chiude
Secondo Galli "la manovra non è così pesante" e i consumatori tendono a "esagerare i numeri dei rincari, ma è indubbio che colgono un aspetto reale. La sommatoria delle manovre un costo per le persone ce l'hanno. Ma bisogna chiedersi quale era l'alternativa. Sarebbe stato un disastro dal punto di vista dei posti di lavoro e dei redditi, della possibilità di occupazione per giovani e non e la chiusura di imprese".
Fin qui la chiara presa di posizione di chi ha una visione soggettiva (di parte) della situazione europea, più che italiana, in un contesto economico dove le aziende produttrici costituiscono l’ossatura principale del nostro sistema economico. In effetti la riforma del mercato del lavoro si impone per riportare la nostra competitività a livelli tali da far crescere l’occupazione ed avviare a soluzione la ripresa dei consumi. Ovviamente essa non può prescindere o non dovrebbe, dal tipo di contratto di lavoro se pubblico o privato. Il criterio dell’efficienza è, o deve divenire, una regola su cui misurare le prestazioni per tutti coloro che lavorano, quindi industria, commercio, servizi e istituzioni pubbliche locali o centrali. Nella crescita e non nello spreco si fonda il nostro futuro e soprattutto quello dei nostri figli. La bandiera dell’art. 18, come istituto da difendere ad ogni costo, ha un grande significato politico che viene sventolato da un sindacato per attenuare ogni riforme strutturale nell’ottica del mantenimento dello status quo che fa comodo a moltissimi. Come negare che si stia meglio in una condizione di privilegio piuttosto che di incertezza! Come negare che abbiamo costruito un sistema di garanzie attorno ai lavoratori pubblici, al sistema sanitario ed agli enti inutili per favorire così una rete di collocazioni elettorali! Come negare la facilità di impiego o di indirizzo verso l’impiego “sicuro” facendo “l’occhietto” a questo o quel politico! Come negare di aver indirizzato i giovani verso l’impiego in Ferrovia, nelle Poste, nella Scuola, in Banca, in Comune, in Provincia, in Regione, in RAI e via dicendo, piuttosto che stimolarne la voglia di mettersi in gioco con l’impegno nello studio e nel cercare di affermarsi per i propri meriti! E’ stato così costruito un sistema che forse non potevamo permetterci e che se da un lato ha assicurato guadagni a moltissime persone, dall’altro ha mostrato il fianco alla legge non scritta dell’equo rapporto tra il guadagno e la produttività. Naturalmente ciò non si è rivelato oggi, nel bel mezzo della crisi, ma è stato tenuto “nascosto” preferendo aumentare il debito pubblico piuttosto che intervenire con un costo politico che nessuno ha voluto pagare facendo la politica dello struzzo.
A ribadire questi concetti c’è sempre stata la Confindustria ma anche lei ne è stata partecipe quando, negli anni della crescita, cedeva alle richieste sindacali monetizzando tutto, tagliando l’orario di lavoro, concedendo premi falsamente legati all’incremento della produttività e tollerando comportamenti antieconomici dei propri dipendenti. Non dimentichiamo anche: sfruttando finanziamenti pubblici incontrollati (come la Cassa del Mezzogiorno), sovvenzioni per mancati guadagni (vedi FIAT) con casse integrazioni speciali di anni per migliaia di lavoratori, emigrazioni dal sud Italia per avere lavoro a basso costo, ecc.
Ora la crisi impone di “fare un passo indietro” ma non intervenendo su uno dei fattori, ad esempio la riforma del lavoro, senza dare una nuova connotazione al sistema economico italiano. E’ del tutto evidente che in una azione complessiva (lavoro, tasse, sostegno al reddito, scuola, enti pubblici, Stato, politica) sia molto più facile scontentare tutti che favorirne qualcuno, ma proprio qui sta la chiave della soluzione. Occorre fare in modo che tutti siano almeno un po’ scontenti, perché questo vorrà dire che si sta effettivamente cambiando registro. Impresa facile? Sicuramente no, come nella pratica potremmo definirla impossibile. Infatti i poteri forti del sistema attuale (Confindustria, sindacati, banche, giudici, professionisti e partiti) faranno la massima resistenza a tutelare il loro interesse e con questo a prorogare nel tempo la crisi a danno del cittadino comune. Questo non può stupire nessun benpensante che pragmaticamente analizzi ciò che sia fattibile dall’utopia.
Ma senza fare drammi e ripercorrendo la storia, vediamo come il cittadino qualunque abbia sempre pagato il prezzo maggiore in rapporto ai benefici o disponibilità economiche. Nessuno ha mai trovato l’equilibrio ottimale se non per brevissimi periodi. A questo aggiungerei la nostra indole di italiani sempre pronti al compromesso ed a considerare le nostre scelte individuali come giustificazione al mancato rispetto delle regole comuni. Siamo fatti così, con il cuore in una mano ed il portafoglio nell’altra!
.
Etichette:
articolo18,
crisi occupazionale,
gestione crisi sociale
martedì 27 dicembre 2011
La recessione economica di oggi
Mai come in questo ultimo periodo abbiamo sentito parlare di recessione economica, ma tecnicamente cos'è la recessione?
La recessione è una fase temporanea del ciclo economico, caratterizzata dal rallentamento dell’attività produttiva, degli investimenti e da un significativo incremento del tasso di disoccupazione con calo dei profitti e dei prezzi al consumo. Normalmente si accompagna ad un più basso tasso di inflazione.
Si può parlare di recessione quando il PIL (Prodotto Interno Lordo) diminuisce per un determinato periodo. Quindi, si verifica una crescita negativa del PIL, in un ciclo economico con una durata tra i 6 e i 18 mesi. La recessione, pertanto, essendo di breve durata non assume importanza tale da farla considerare una fase vera e propria del ciclo economico.
Ben più grave è la depressione economica che è una situazione nella quale si registra una diminuzione importante del PIL di un paese -in genere si fa riferimento ad un declino di almeno il 10%-, o una diminuzione quantitativamente anche ridotta ma la cui durata sia di almeno tre anni.
In questa situazione la congiuntura economica è caratterizzata non solo da rallentamento della produzione, aumento della disoccupazione, decremento dei prezzi e del potere di acquisto, ma anche dal deterioramento delle condizioni di vita generali.
Le cause storico-politiche della crisi del 1929
Il crollo di Wall Street, il grande crollo, la crisi del 1929, sono tutte espressioni usate per indicare un periodo della storia economica del Novecento durante il quale si ridussero considerevolmente e su scala mondiale produzione, occupazione, redditi, salari, consumi, investimenti, risparmi, ovvero tutte le grandezze economiche il cui andamento caratterizza di norma lo stato di progresso o di regresso dell'economia di un paese. Ciò che rese unica questa crisi fu che la contrazione dell’attività economica fu in quegli anni così rapida e radicale come mai era accaduto. Quando la crisi esplose, nel 1929, la letteratura economica era assai ricca e si vantava di poter ricostruire le vicende delle varie crisi succedutesi nel tempo, nonché di poterne fornire spiegazioni logiche. Erano già state individuate e più o meno studiate le crisi del 1816, 1825, 1836-39, 1847, 1857, 1866, 1873, 1882-84, 1890-93, 1900-1903, 1907, 1911-13, 1920, 1924, 1926-1927. Si sapeva inoltre quali fattori del processo economico potevano essere ritenuti responsabili delle crisi: l'eccesso di risparmio (Malthus), l’insufficienza del consumo (Sismondi), il tasso d’interesse tenuto artificiosamente basso (Wicksell), e ancora: l’eccesso di impianti nelle industrie di beni strumentali rispetto a quelle di beni di consumo; l’eccesso di credito, etc. Si era consapevoli del peso dell’andamento dei raccolti, delle innovazioni tecnologiche e del credito il cui utilizzo era sempre in crescita (con l’esito di aumentare considerevolmente la violenza delle fluttuazioni). Infine l’aspetto monetario, le variazioni nel ritmo della produzione dell’oro... etc.
Pur nella natura variopinta delle crisi, vi era accordo sul fatto che queste, al di là della loro durata, risultavano sempre racchiuse tra un punto di svolta inferiore (o crisi) dopo il quale cominciava la contrazione dell'attività economica, e un punto di svolta superiore (o punto di ripresa).
Il ricco bagaglio letterario non aiutò i grandi economisti statunitensi (Irving Fischer, Charles E. Mitchell, Joseph S. Davis) a intuire negli indubbi segni di eccitazione che caratterizzarono l’economia americana del 1928-29 l’approssimarsi della grave crisi (non mancò però chi, come Roger Babson, annuncio un crollo catastrofico).
La crisi si manifestò in maniera improvvisa ma non inattesa. Ancora alla fine dell’estate del 1929 la borsa di New York, nella quale poi esplose, attraversava una fase di grande euforia e speculazione. Ma prima un periodo altalenante, poi giovedì 24 ottobre il primo giorno di panico (in cui 13 ML di azioni vennero vendute a prezzi nettamente inferiori a quelli di acquisto), e infine martedì 29 ottobre (più di 16 ML). Nonostante gli interventi, sia organizzati che spontanei, allestiti da gruppi bancari e finanziari per dare fiducia al mercato, il crollo delle azioni non incontrò argini.
Il crollo della borsa, piuttosto che la causa della crisi, fu il segnale della depressione. La crisi esplosa sul finire dell’ottobre 1929 aveva origini lontane, vi aveva concorso seriamente lo sconvolgimento che nelle relazioni economiche, monetarie, e finanziarie internazionali aveva prodotto la prima guerra mondiale.
Alle gravi perdite di vite umane e di ricchezza provocate dalla guerra (circa 10 ML di morti cui vanno aggiunti 20 ML di morti per la spagnola, 20 ML di feriti, tra cui moltissimi invalidi e pertanto inidonei al lavoro e circa 400 miliardi di dollari) si erano aggiunti:
1) il collasso politico dell’Impero asburgico, con il sorgere dalle sue ceneri di numerosi altri stati (Jugoslavia, Cecoslovacchia, Ungheria, Polonia), che non avevano tardato a imboccare la strada di politiche protezionistiche, e quindi limitatrici degli scambi internazionali;
2) la rivoluzione russa (con la conseguente esclusione dell’economia sovietica dai liberi traffici mondiali, nonché la nascita di altri Stati, come la Finlandia e le Repubbliche baltiche di Estonia, Lituania e Lettonia);
3) il collasso economico della Germania, cui il trattato di Versailles aveva imposto il fardello del riconoscimento dei debiti di guerra e del pagamento delle riparazioni.
Per avere un’idea della portata della crisi si veda la tabella seguente in cui, posta uguale a 100 la produzione industriale dell’ottobre 1929, si riporta la situazione nei vari paesi relative al 1932:
U.R.S.S. 183
Giappone 98
Norvegia 93
Svezia 89
Olanda 84
Regno Unito 84
Romania 82
Ungheria 82
Francia 72
Belgio 69
Italia 67
Cecoslovacchia 64
Polonia 63
Canada 58
Stati Uniti 53
Germania 53
La crisi commerciale non poteva quindi non ripercuotersi in crisi finanziaria prima e monetaria poi con il coinvolgimento delle Banche.
L'inizio di questa recessione economica nel mondo.
La crisi economica che tutti i Paesi stanno vivendo da più di due anni ha ancora avuto origine dagli Stati Uniti ed oggi si è propagata come un virus dando vita ad una forte recessione.
Torniamo indietro di quasi tre anni, siamo nel 2007. Negli Stati Uniti, per diversi mesi, iniziano a registrarsi gravi perdite dei posti di lavoro, fino alla bancarotta di società di credito, banche e società finanziarie (Settembre 2008) che determinano un crollo delle borse e un conseguente calo del potere d'acquisto da parte della popolazione.
Da questo momento il motore dell'economia mondiale si inceppa causando una reazione a catena drammatica. Gli Stati Uniti entrano in grave crisi economica creditizia e ipotecaria che si è alimentata a causa della forte speculazione immobiliare e del valore del dollaro molto basso rispetto all'euro e ad altre valute.
Proviamo ora a ripensare ai fatti internazionali che hanno preceduto il 2007. Soprattutto quelli bellici che hanno un peso spropositato sui bilanci nazionali:
- guerra del Golfo (Kuwait) = 1991, costo 61 miliardi di dollari. 200 morti militari occidentali e 24.000 iracheni
- guerra in Iraq = dal 2003 al 2010, costo 3 trilioni di dollari. 5.000 morti militari occidentali e 650.000 iracheni
- guerra del Kosovo = dal 1996 al 1999, costo 3 miliardi di dollari. 6.000 morti militari e 8.000 morti civili
cui aggiungere le guerre in Africa (Algeria, Angola, Congo, Burundi, Somalia, Liberia, Kenya, Nigeria) con oltre 1 milione di morti ed un costo impossibile da definire.
Pensiamo alla speculazione finanziaria dove la deregulation ha imperato sovvertendo le regole del mercato, come le contrattazioni borsistiche portate ad essere attive 24 ore su 24. Vediamo la penetrazione dei Fondi di investimento nel tessuto industriale modificandone le strategie e le politiche di investimento riducendo il tempo di ritorno del beneficio da parecchi anni ad uno solo o poco più.
Politiche nazionali di breve respiro ed allontanamento dal rapporto tra lavoro e valore del prodotto nel nome di un eccessivo liberismo. Sembra proprio che ci siano molti ingredienti a giustificare, e quindi a far temere, lo scivolamento verso la recessione e da questa alla depressione.
Forse siamo in tempo purchè la Germania non faccia una politica isolazionista e gli Stati emergenti come Cina, India, Brasile facciano sentire la loro presenza investendo a casa nostra.
.
La recessione è una fase temporanea del ciclo economico, caratterizzata dal rallentamento dell’attività produttiva, degli investimenti e da un significativo incremento del tasso di disoccupazione con calo dei profitti e dei prezzi al consumo. Normalmente si accompagna ad un più basso tasso di inflazione.
Si può parlare di recessione quando il PIL (Prodotto Interno Lordo) diminuisce per un determinato periodo. Quindi, si verifica una crescita negativa del PIL, in un ciclo economico con una durata tra i 6 e i 18 mesi. La recessione, pertanto, essendo di breve durata non assume importanza tale da farla considerare una fase vera e propria del ciclo economico.
Ben più grave è la depressione economica che è una situazione nella quale si registra una diminuzione importante del PIL di un paese -in genere si fa riferimento ad un declino di almeno il 10%-, o una diminuzione quantitativamente anche ridotta ma la cui durata sia di almeno tre anni.
In questa situazione la congiuntura economica è caratterizzata non solo da rallentamento della produzione, aumento della disoccupazione, decremento dei prezzi e del potere di acquisto, ma anche dal deterioramento delle condizioni di vita generali.
Le cause storico-politiche della crisi del 1929
Il crollo di Wall Street, il grande crollo, la crisi del 1929, sono tutte espressioni usate per indicare un periodo della storia economica del Novecento durante il quale si ridussero considerevolmente e su scala mondiale produzione, occupazione, redditi, salari, consumi, investimenti, risparmi, ovvero tutte le grandezze economiche il cui andamento caratterizza di norma lo stato di progresso o di regresso dell'economia di un paese. Ciò che rese unica questa crisi fu che la contrazione dell’attività economica fu in quegli anni così rapida e radicale come mai era accaduto. Quando la crisi esplose, nel 1929, la letteratura economica era assai ricca e si vantava di poter ricostruire le vicende delle varie crisi succedutesi nel tempo, nonché di poterne fornire spiegazioni logiche. Erano già state individuate e più o meno studiate le crisi del 1816, 1825, 1836-39, 1847, 1857, 1866, 1873, 1882-84, 1890-93, 1900-1903, 1907, 1911-13, 1920, 1924, 1926-1927. Si sapeva inoltre quali fattori del processo economico potevano essere ritenuti responsabili delle crisi: l'eccesso di risparmio (Malthus), l’insufficienza del consumo (Sismondi), il tasso d’interesse tenuto artificiosamente basso (Wicksell), e ancora: l’eccesso di impianti nelle industrie di beni strumentali rispetto a quelle di beni di consumo; l’eccesso di credito, etc. Si era consapevoli del peso dell’andamento dei raccolti, delle innovazioni tecnologiche e del credito il cui utilizzo era sempre in crescita (con l’esito di aumentare considerevolmente la violenza delle fluttuazioni). Infine l’aspetto monetario, le variazioni nel ritmo della produzione dell’oro... etc.
Pur nella natura variopinta delle crisi, vi era accordo sul fatto che queste, al di là della loro durata, risultavano sempre racchiuse tra un punto di svolta inferiore (o crisi) dopo il quale cominciava la contrazione dell'attività economica, e un punto di svolta superiore (o punto di ripresa).
Il ricco bagaglio letterario non aiutò i grandi economisti statunitensi (Irving Fischer, Charles E. Mitchell, Joseph S. Davis) a intuire negli indubbi segni di eccitazione che caratterizzarono l’economia americana del 1928-29 l’approssimarsi della grave crisi (non mancò però chi, come Roger Babson, annuncio un crollo catastrofico).
La crisi si manifestò in maniera improvvisa ma non inattesa. Ancora alla fine dell’estate del 1929 la borsa di New York, nella quale poi esplose, attraversava una fase di grande euforia e speculazione. Ma prima un periodo altalenante, poi giovedì 24 ottobre il primo giorno di panico (in cui 13 ML di azioni vennero vendute a prezzi nettamente inferiori a quelli di acquisto), e infine martedì 29 ottobre (più di 16 ML). Nonostante gli interventi, sia organizzati che spontanei, allestiti da gruppi bancari e finanziari per dare fiducia al mercato, il crollo delle azioni non incontrò argini.
Il crollo della borsa, piuttosto che la causa della crisi, fu il segnale della depressione. La crisi esplosa sul finire dell’ottobre 1929 aveva origini lontane, vi aveva concorso seriamente lo sconvolgimento che nelle relazioni economiche, monetarie, e finanziarie internazionali aveva prodotto la prima guerra mondiale.
Alle gravi perdite di vite umane e di ricchezza provocate dalla guerra (circa 10 ML di morti cui vanno aggiunti 20 ML di morti per la spagnola, 20 ML di feriti, tra cui moltissimi invalidi e pertanto inidonei al lavoro e circa 400 miliardi di dollari) si erano aggiunti:
1) il collasso politico dell’Impero asburgico, con il sorgere dalle sue ceneri di numerosi altri stati (Jugoslavia, Cecoslovacchia, Ungheria, Polonia), che non avevano tardato a imboccare la strada di politiche protezionistiche, e quindi limitatrici degli scambi internazionali;
2) la rivoluzione russa (con la conseguente esclusione dell’economia sovietica dai liberi traffici mondiali, nonché la nascita di altri Stati, come la Finlandia e le Repubbliche baltiche di Estonia, Lituania e Lettonia);
3) il collasso economico della Germania, cui il trattato di Versailles aveva imposto il fardello del riconoscimento dei debiti di guerra e del pagamento delle riparazioni.
Per avere un’idea della portata della crisi si veda la tabella seguente in cui, posta uguale a 100 la produzione industriale dell’ottobre 1929, si riporta la situazione nei vari paesi relative al 1932:
U.R.S.S. 183
Giappone 98
Norvegia 93
Svezia 89
Olanda 84
Regno Unito 84
Romania 82
Ungheria 82
Francia 72
Belgio 69
Italia 67
Cecoslovacchia 64
Polonia 63
Canada 58
Stati Uniti 53
Germania 53
La crisi commerciale non poteva quindi non ripercuotersi in crisi finanziaria prima e monetaria poi con il coinvolgimento delle Banche.
L'inizio di questa recessione economica nel mondo.
La crisi economica che tutti i Paesi stanno vivendo da più di due anni ha ancora avuto origine dagli Stati Uniti ed oggi si è propagata come un virus dando vita ad una forte recessione.
Torniamo indietro di quasi tre anni, siamo nel 2007. Negli Stati Uniti, per diversi mesi, iniziano a registrarsi gravi perdite dei posti di lavoro, fino alla bancarotta di società di credito, banche e società finanziarie (Settembre 2008) che determinano un crollo delle borse e un conseguente calo del potere d'acquisto da parte della popolazione.
Da questo momento il motore dell'economia mondiale si inceppa causando una reazione a catena drammatica. Gli Stati Uniti entrano in grave crisi economica creditizia e ipotecaria che si è alimentata a causa della forte speculazione immobiliare e del valore del dollaro molto basso rispetto all'euro e ad altre valute.
Proviamo ora a ripensare ai fatti internazionali che hanno preceduto il 2007. Soprattutto quelli bellici che hanno un peso spropositato sui bilanci nazionali:
- guerra del Golfo (Kuwait) = 1991, costo 61 miliardi di dollari. 200 morti militari occidentali e 24.000 iracheni
- guerra in Iraq = dal 2003 al 2010, costo 3 trilioni di dollari. 5.000 morti militari occidentali e 650.000 iracheni
- guerra del Kosovo = dal 1996 al 1999, costo 3 miliardi di dollari. 6.000 morti militari e 8.000 morti civili
cui aggiungere le guerre in Africa (Algeria, Angola, Congo, Burundi, Somalia, Liberia, Kenya, Nigeria) con oltre 1 milione di morti ed un costo impossibile da definire.
Pensiamo alla speculazione finanziaria dove la deregulation ha imperato sovvertendo le regole del mercato, come le contrattazioni borsistiche portate ad essere attive 24 ore su 24. Vediamo la penetrazione dei Fondi di investimento nel tessuto industriale modificandone le strategie e le politiche di investimento riducendo il tempo di ritorno del beneficio da parecchi anni ad uno solo o poco più.
Politiche nazionali di breve respiro ed allontanamento dal rapporto tra lavoro e valore del prodotto nel nome di un eccessivo liberismo. Sembra proprio che ci siano molti ingredienti a giustificare, e quindi a far temere, lo scivolamento verso la recessione e da questa alla depressione.
Forse siamo in tempo purchè la Germania non faccia una politica isolazionista e gli Stati emergenti come Cina, India, Brasile facciano sentire la loro presenza investendo a casa nostra.
.
Etichette:
crisi economica,
formazione manageriale,
recessione
Iscriviti a:
Post (Atom)