domenica 7 marzo 2010

Quale il ruolo del Direttore delle Risorse Umane nel futuro?

Il 19 febbraio, presso la Guala Pack S.p.A di Castellazzo (AL), organizzato da Federmanager Alessandria e Asti, si è tenuto il V Forum dei Direttori del Personale, per un confronto sul tema “La direzione delle Risorse Umane. Evoluzione del ruolo e sue prospettive”.

Hanno partecipato 26 Direttori del Personale ed esperti di relazioni industriali, mentre, pur aderendo al Forum, non hanno potuto presenziare altri otto colleghi per sopraggiunti impegni presso le loro aziende

L’incontro è iniziato con la presentazione dell’azienda Guala Pack ed una visita guidata allo stabilimento da parte dei vertici aziendali, dopodichè si è entrati nel merito dell’ordine del giorno con una relazione introduttiva di Michele Bramardi, già Direttore di Confindustria Alessandria, che ha sottolineato preliminarmente quanto il Direttore del Personale abbia dovuto confrontarsi, dagli anni 70 al 2000, con scenari diversi, adattando le proprie conoscenze e le proprie azioni alle mutate esigenze.

Partendo dagli anni 70, ha sottolineato che erano gli anni dello Statuto dei lavoratori ove tutto o quasi, era concesso ai lavoratori ed ai sindacati con una specie di “attacco alla diligenza/impresa” e dove pertanto, i responsabili del personale non potevano fare altro che resistere.
Gli anni 80 furono gli anni delle ristrutturazioni con la necessità di gestire le riorganizzazioni e di inventarsi nuove soluzioni di concerto con Proprietà e Direttori di produzione.
Negli anni 90, finalmente si raggiunse un po’ di equilibrio. Sostanziale parità di condizioni ed una funzione anche di mediazione tra opposte esigenze, quelle dell’Impresa e quelle dei lavoratori.
Ed infine, negli anni 2000, prima della grande crisi attuale, con la ricerca del consenso, anche preventivo e con un maggior dialogo con la Controparte.

Ritornando alla sopracitata evoluzione di scenari, per difendere la trincea erano necessarie doti di coraggio fisico e psicologico, la conoscenza della materia giuslavoristica era opportuna ma non indispensabile, era sufficiente essere un po’ “ex carabiniere” per gestire i rapporti con i dipendenti peraltro ancora un po’ succubi dell’autorità costituita, sia pure galvanizzati dal potere derivato dalle nuove legislazioni e normative. Non si dimentichi peraltro che erano gli anni del terrorismo, delle Brigate rosse e di Lotta continua, dove anche l’incolumità personale era minacciata e dove era sufficiente attestare che si ricopriva la carica di Direttore del personale per avere riconosciuto il porto d’armi!

Passato un brutto ventennio (70/80) e le brutte condizioni allora in atto, con il miglioramento delle relazioni industriali, cambiarono anche i ruoli del Direttore del personale, nonchè le sue conoscenze, allargandosi anche ai settori della produzione, dell’amministrazione, di scorte e magazzini, dei rapporti con la clientela, tutti rivoli importanti che confluivano poi anche nella gestione del personale.

Il Direttore del personale dovette diventare un po’ “tuttologo”, addentrarsi in materie diverse da quelle a lui specifiche e quindi si rese necessaria non solo una preparazione di base, scolastica e/o universitaria più approfondita, ma anche di costante formazione ed aggiornamento sulle più svariate tecnologie inerenti alla gestione dell’impresa.

Diventò anche team manager, grazie alle sue innate doti di mediatore tra diverse esigenze aziendali e non furono rari i casi in cui alcune Proprietà affidarono ai Direttori del personale incarichi di Direttore Generale e/o Amministratore Delegato.
Fu necessario approfondire le tecnologie su materie di pertinenza specifica quali la ricerca di personale, la formazione dei collaboratori, l’inserimento in azienda delle tecnologie informatiche a dispetto delle resistenze del personale più anziano poco propenso ad abbandonare il cartaceo, la produzione e la produttività, il rapporto con i sindacati, con le rappresentanze sindacali aziendali e con le maestranze affinando altresì le sue innate caratteristiche di psicologo.
Ed infine Il Direttore del personale dovette rendersi conto che le persone che doveva gestire erano - e sono – profondamente cambiate: più istruite, più moderne, meno disponibili al comando, ma collaborative al ragionamento, in altre parole era diventato fondamentale – e lo sarà anche per il futuro – una approfondita conoscenza collettiva ed individuale delle persone a lui affidate. E conseguentemente diventò – e diventa – indispensabile adeguare ed indirizzare le proprie azioni a questa realtà, consapevole più che mai che le “fortune” dell’Impresa non possono prescindere da una adeguata partecipazione del personale dipendente.
Vista dall’esterno, anche se in contatto quotidiano con i responsabili del personale questa è sinteticamente l’evoluzione della funzione come conosciuta da Vicedirettore Confindustriale.
Una evoluzione carica di significati ed anche affascinante, per i contenuti, per il costante contatto umano e per le relazioni a 360° con l’universo del mondo dell’impresa e di quanto le sta intorno.

Così introdotto il tema ed evidenziati alcuni punti di riflessione, Bramardi ha passato la parola a chi ha vissuto direttamente queste esperienze a chi la sta vivendo e la vivrà nei prossimi anni.
Il primo contributo è stato di Camillo Sangiovanni gia Direttore HR Michelin che ha preliminarmente evidenziato uno scostamento dalla relazione introduttiva, sostenendo che la figura del direttore del personale, a suo giudizio, non è stata particolarmente influenzata dagli scenari descritti, ma è stata sostanzialmente lineare nel tempo con la sua funzione e con le sue prerogative.
Se distinzione c’era, era più che altro dovuta dal fatto che ogni azienda aveva i suoi valori e le sue politiche del personale e che a queste il direttore del personale doveva uniformarsi.
La vita in azienda non era influenzata da particolari aspetti politici e ciò che dominava era la subordinazione ed il rispetto.
Indispensabile era avere obiettivi ben definiti e risorse di persone il più possibile collaborative: da questo binomio/rapporto dipendeva una proficua gestione del personale. Importante era anche anticipare gli eventuali problemi, altrimenti “ si ascoltava e ci adeguava”. Importante era anche il sempre valido buon senso e l’insegnamento degli anziani famigliari “Fatti voler bene” che voleva semplicemente dire “Sii equilibrato e non commettere ingiustizie”.

Il secondo contributo è stato di Corrado Pagani attuale Direttore H.R. di Rotomec gruppo Bobst anch’ egli sostenitore della tesi di diversità di impostazione a seconda dell’Azienda in cui si opera. Equità e giustizia rappresentano una caratteristica fondamentale della funzione, essere intellettualmente onesti è un obiettivo cui si dovrebbe costantemente puntare, pronti anche a mettersi a disposizione e a supportare i Colleghi nelle loro problematiche e scelte senza voler peraltro entrare troppo nel merito delle loro specifiche competenze nè invadere le loro prerogative. E di fronte ai grandi problemi dell’oggi, i direttori del personale devono essere disponibili all’innovazione ed al cambiamento.

Il terzo intervento ha visto protagonista Elisabetta Pittaluga, attuale Direttore HR di Guala Pack, che ha sottolineato come correttamente oggi il Direttore del personale sia definito il Direttore delle Risorse Umane, perchè è corretto ed opportuno definire le persone che operano in azienda come una vera e propria risorsa da utilizzare e sviluppare. E non solo i cosiddetti “talenti” ma anche coloro che talenti non sono nè potranno diventarlo, comunque importanti e preziosi per il bene dell’Azienda. I valori aziendali , la cultura d’azienda ed il clima negli uffici ed in stabilimento rappresentano un aspetto fondamentale cui ispirarsi nelle azione quotidiane e su cui indirizzare ogni collaboratore. Indubbiamente si è di fronte ad un mondo nuovo ed in costante evoluzione che non può prescindere da una visione improntata a tempi medio/lunghi. Ma ritornando al presente la dottoressa Pittaluga si è fatta una domanda attendendo una risposta dal successivo dibattito: “Siamo e/o dovremo essere tessitori o tagliatori?”

Gli interventi che si sono succeduti nel corso di oltre due ore di dibattito hanno evidenziato quali e quante sfaccettature rivesta la funzione del personale, con quanti aspetti ci si deve confrontare ogni giorno e quanti obiettivi si dovrebbero perseguire. Innanzitutto la non facile e complessa riduzione dei costi, imposta dal difficile momento in atto liberandosi del superfluo e nel tentativo di mediare opposte esigenze. Essere mediatore sociale, ricercando di contemperare le esigenze dell’impresa e di chi gli sta dentro o intorno non è certo facile ed impone responsabilità aggiuntive creando anche grandi preoccupazioni personali. E’ difficile ristrutturare e contemporaneamente chiedere collaborazione; solo una adeguata comunicazione può essere di significativo ed utile supporto.

E’ stato evidenziato che nella ricerca di efficienza, indispensabile in questi complessi momenti, è molto opportuno il far lavorare volentieri e senza eccessive pressioni, con la logica premessa dell’esigenza di essere coerenti tra gli obiettivi ed i mezzi per raggiungerli. Il che non vuol dire mediare ad ogni costo, anzi ciò potrebbe essere distorsivo, soprattutto se rivolto ai singoli, in quanto potrebbe ingenerare ipotesi di privilegi e pericolosi effetti “a catena”.

Non è mancata l’osservazione che oggi per salvaguardare l’Impresa e chi ne fa parte è necessario ricercare ed ottenere il risultato: è indispensabile a questo proposito dare un senso agli interventi e costruirli sulla base di una stringente logicità. Sarebbe opportuno pensare a creare organismi interni che aiutino a capire, aumentando la consapevolezza attraverso una approfondita attività di educazione.

La motivazione delle risorse umane deve essere un obiettivo e soprattutto un mezzo per perseguire i fini da raggiungere sia a livello individuale che collettivo: come già ricordato oggi il collaboratore è più moderno, istruito, disposto a fare la sua parte certamente se soddisfatto nei suoi beni primari (soprattutto la retribuzione), ma anche se adeguatamente coinvolto nelle scelte, anche piccole, e nei mezzi idonei per perseguirle.
Con una esemplificazione non banale è stato anche ricordato che il Direttore del personale e chi in generale ha compiti manageriali in azienda, è come l’allenatore di una squadra sportiva: una volta indirizzato il timone in una certa direzione – confidando sia quella giusta – il team deve muoversi verso quell’obiettivo, deve “giocare” come l’allenatore dispone e chi non si adegua deve necessariamente tornare in panchina... o peggio!
E’ anche opportuno che il business non sia privilegio e competenza di pochi eletti: le risorse umane – almeno quelle più mature e disponibili – possono e debbono conoscere ed il direttore del personale deve entrare in una relazione attiva con i collaboratori, consapevole che se l’Azienda cambia devono cambiare anche i collaboratori. Il tutto nel rispetto della più stringente correttezza: qualche volta si può anche peccare in trasparenza, ma in correttezza mai, pena la perdita di credibilità.

Un altro tema toccato è stato quello multietnico . Ormai quasi tutte le aziende devono confrontarsi con il problema – ovvero con la risorsa – di avere del personale con diverse provenienze, culture ed esigenze. L’approccio non può essere negativo, ma pur nella difficoltà, bisogna cercare di valorizzare le differenziazioni cogliendo ciò che c’è di positivo e migliorando quanto di negativo potrebbe incidere nella normale gestione delle risorse.

E’ stato infine evidenziato che il contratto di lavoro non è più sufficiente a regolare i quotidiani rapporti tra Impresa e Personale: bisogna essere pronti ad andare anche oltre le rigide pattuizioni codificate dall’Alto. Ci vogliono progetti aziendali auspicabilmente condivisi, su cui lavorare, finalizzati a migliorare le performance di entrambe le Parti, abbandonando nei fatti e nei comportamenti la “logica” delle Controparti (o peggio della lotta di classe), che non ha certo alimentato positivamente per tanti anni la vita e la gestione aziendale

venerdì 26 febbraio 2010

Aumentano gli iscritti ma si chiudono le facoltà universitarie in Piemonte

Il Piemonte in controtendenza, più iscritti all'Università. In tutta Italia si registra un calo delle immatricolazioni ma a Torino e negli altri atenei piemontesi il tasso è in aumento. Un sistema che funziona, anche grazie alle borse di studio

La terza industria del Piemonte è l'Università. I dati emersi da una ricerca dell'osservatorio e raccolti in un fascicolo di circa 400 pagine, dimostrano come gli atenei piemontesi siano in netta controtendenza rispetto alla media nazionale. Se il mondo universitario, incapace di fornire, il più delle volte, sbocchi professionali certi e bersagliato da anni di politiche di tagli, che danneggiano più di tutto la ricerca, sembra, tutto sommato, poco attraente, il Piemonte si dimostra una valida eccezione.

Da un anno all'altro, la percentuale di 19enni immatricolati nel 2008/2009 era il 55,9 per cento in Italia, scesa al 47,4. In Piemonte, dal 49,4 per cento si è saliti al 55,7. Altri dati, quelli relativi agli abbandoni, in positiva flessione: 17,5 per cento degli studenti in Italia abbandona dopo il primo anno, il 13 per cento in Piemonte dove si registra un aumento di defezioni al Politecnico. Complessivamente in 5 anni, gli studenti immatricolati negli atenei piemontesi sono aumentati del 22 per cento: da 17 mila a 20 mila 700.

A leggere questi dati, pare che l'Università sia ancora attraente per i giovani, ma l'università di Torino, il Politecnico e l'università del Piemonte Orientale, è giusto ribadirlo, rappresentano, insieme, un'eccezione considerevole. I dati nazionali sono infatti molto negativi: 290 mila matricole contro le oltre 330 di cinque anni fa.

Secondo Alberto Silvani del Centro per l'innovazione e trasferimento tecnologico dell'Università di Milano, i meriti di Torino stanno nella buona capacità di programmazione che hanno sviluppato un sistema "che funziona e cresce". A questo si può aggiungere la qualità degli atenei, sottolineata dall'assessore Bairati il quale ricorda anche come gli atenei piemontesi rappresentino un'attrattiva per gli studenti provenienti da fuori Piemonte - anche se, forse, questo è merito degli affitti in città, più bassi rispetto ad altre città universitarie. "Il sistema del diritto allo studio ha funzionato" ricorda Bairati ad ulteriore conferma: in Piemonte le borse di studio raggiungono tutti gli studenti idonei.

A leggere questa notizia, se non fossimo in piena campagna elettorale, ci sarebbe da porsi molte domande. Infatti la realtà delle iscrizioni a Torino e nelle altre città piemontesi, tra cui Alessandria, corrisponde a quanto annunciato ma allora come mai il Politecnico di Alessandria viene chiuso e molti corsi dell'Università del Piemonte Orientale vengono cancellati? Non è che, per caso, si voglia perseguire anche per le Università la politica Torino-centrica già dominante in tutti i comparti, vedi Sanità, a danno delle altre Province piemontesi e quindi della maggioranza dei cittadini abitanti in questa Regione?

Migliorare il proprio modo di comunicare per essere vincenti

SPESSO SI SCOPRE LA NECESSITA' DI MIGLIORARE LA PROPRIA CAPACITA' COMUNICATIVA E QUANDO SI E' DIRIGENTI QUESTA PREROGATIVA DIVENTA ESTREMAMENTE IMPORTANTE. PARTECIPARE AL CORSO CHE VIENE PROPOSTO SIGNIFICA IMPARARE AD AVERE PIU' EFFICACIA ATTRAVERSO L'APPLICAZIONE DI TECNICHE ELEMENTARI MA DETERMINANTI.

INVITO ALLA PARTECIPAZIONE AL CORSO:
PUBLIC SPEAKING - essere un oratore convincente

OBIETTIVI DEL CORSO:

Fornire gli strumenti per progettare un intervento in pubblico efficace, saper catturare l’attenzione del pubblico ed essere in grado di gestire le proprie emozioni davanti alla platea
.


CONTENUTI DEL CORSO:

- IL PROCESSO COMUNICATIVO: COME INFLUENZARE?

- LA PREPARAZIONE DI UN DISCORSO

· Gli obiettivi e la finalità del discorso

· Il vostro pubblico: analizzare ed anticipare le attese del pubblico

· La vostra nota personale

· Dare forza emotiva al discorso

· Suggerimenti utili per rendere il discorso più efficace



- LA COMUNICAZIONE NON VERBALE:


L’importanza del saper gestire e comprendere la comunicazione non verbale
Abilità e competenza non-verbale
I significati della comunicazione non verbale


- L’EROGAZIONE DEL DISCORSO


· L’uso distintivo della vostra personalità

· Il ruolo dell’autostima e della fiducia in se stessi

· Gestire la paura di parlare in pubblico

· Prendere possesso dello spazio

· L’atteggiamento giusto rispetto alle interferenze


- ROLE PLAY



DATE: martedì 9 e giovedì 18 marzo 2010 dalle 9 alle 13 e dalle 14 alle 18 SEDE: UNIONE INDUSTRIALE DI ASTI – Piazza Medici 4 – 14100 ASTI

DOCENTE: CHRISTINE GALLAIRE Executive Master in Strategia e Direzione d’Impresa. Dopo varie esperienze nel campo del marketing e della comunicazione nell’ambito delle multinazionali, si è appassionata allo sviluppo del potenziale umano seguendo un percorso formativo certificato nel business coaching con Corporate CoachU. Svolge attività di Business coaching con dirigenti e amministratori delegati di PMI in Italiano, Inglese e Francese.



A CHI SI RIVOLGE:

Ø DIRIGENTI occupati presso le PICCOLE e MEDIE IMPRESE aderenti a FONDIRIGENTI.

Ø DIRIGENTI DISOCCUPATI da non più di 12 mesi dalla pubblicazione dell’Avviso 1/2009 Fondirigenti



Ø Agli interventi formativi possono partecipare anche i DIRIGENTI di GRANDI IMPRESE, IMPRENDITORI, QUADRI e i DIRIGENTI DELLA PUBBLICA AMMINISTRAZIONE.



QUOTA DI PARTECIPAZIONE:

Aziende associate sistema Confindustria e Federmanager € 390+IVA 20% per partecipante

Aziende non associate sistema Confindustria e Federmanager € 590+IVA 20% per partecipante



· IL CORSO E’ GRATUITO PER I DIRIGENTI DELLE PICCOLE E MEDIE IMPRESE AVVISO 1/2009 FONDIRIGENTI



Le aziende o i singoli dirigenti interessati possono aderire comunicando al fax n 0141.594644 o all'e-mail: ferraro@consorzioperform.net entro il 4 MARZO 2010.



Claudia Ferraro



PER.FORM - Unione Industriale di Asti

Piazza Medici 4 - 14100 ASTI

Tel. 0141.436965 Fax 0141.594644 Cell. 347.3441267

Sito web: www.consorzioperform.net

E-mail: ferraro@consorzioperform.net



sabato 30 gennaio 2010

Discussione sul futuro dei Direttori Risorse Umane

Riprendono i Forum dedicati ai Direttori delle Risorse Umane

Grazie all’ospitalità di una primaria azienda operante nel campo dell’imballaggio flessibile, si riuniranno nella sua sede, in provincia di Alessandria il 19/02/10, i partecipanti al V° Forum Direttori Risorse Umane in rappresentanza di alcune delle più importanti aziende presenti sul territorio.
Il tema dell’incontro verterà sulla evoluzione della figura professionale del Direttore delle Risorse Umane, con riferimento al contesto delle relazioni industriali degli ultimi vent’anni e delle mutate esigenze aziendali nella gestione della principale risorsa, le persone.
Il dibattito sarà introdotto dal dr. M. Bramardi, già direttore di Confindustria Alessandria, con un quadro storico delle relazioni industriali ed a cui seguiranno brevi testimonianze sulla figura del direttore delle risorse umane nel passato (dr. C. Sangiovanni), di quella attuale (dr. C. Pagani) e di quella prospettica (dr.ssa E. Pittaluga). Alla discussione non mancheranno le testimonianze di importanti professionisti attivi a livello locale e nazionale, per cui si prevede una discussione vivace e costruttiva data anche l’eterogeneità delle realtà aziendali, di settore, di personali esperienze e di visione sul futuro.
Il compito di gestire il meeting e di tirare le conclusioni è affidato al dr. M .Bramardi.
Nell’occasione saranno anche presentate tutte le attività formative, rivolte ai dirigenti delle Province di Alessandria e Asti, promosse da Federmanager, Confindustria e Perform.
Il programma, aperto a tutti i Direttori delle Risorse Umane, prevede anche una presentazione dell’azienda ospitante, una visita alle sue strutture produttive e, per chiudere, un aperitivo di commiato in vista del successivo Forum di giugno 2010.

martedì 5 gennaio 2010

Unione Europea, specchietto per allodole o logica prospettiva?

In data 29 ottobre 2004 i 25 paesi dell'Unione hanno sottoscritto a Roma la costituzione europea: il documento fondamentale che, oltre a stabilire il funzionamento degli organismi europei, sancisce la carta dei diritti dei cittadini europei. La costituzione europea, composta da 450 articoli suddivisi in quattro parti, sostituisce la maggior parte dei Trattati esistenti ed entrerà in vigore a partire dal 2009. E così l’Italia ha condiviso il proprio destino politico economico con gli altri 24 Paesi aderenti, poi passati a 27, andando a sottoscrivere il PREAMBOLO

della stessa:
”ISPIRANDOSI alle eredità culturali, religiose e umanistiche dell'Europa, da cui si sono sviluppati i valori universali dei diritti inviolabili e inalienabili della persona, della libertà, della democrazia, dell'uguaglianza, e dello Stato di diritto;
CONVINTI che l'Europa, ormai riunificata dopo esperienze dolorose, intende avanzare sulla via della civiltà, del progresso e della prosperità per il bene di tutti i suoi abitanti, compresi i più deboli e bisognosi; che vuole restare un continente aperto alla cultura, al sapere e al progresso sociale; che desidera approfondire il carattere democratico e trasparente della vita pubblica e operare a favore della pace, della giustizia e della solidarietà nel mondo;
PERSUASI che i popoli d'Europa, pur restando fieri della loro identità e della loro storia nazionale, sono decisi a superare le antiche divisioni e, uniti in modo sempre più stretto, a forgiare il loro comune destino;
CERTI che, "Unita nella diversità", l'Europa offre ai suoi popoli le migliori possibilità di
proseguire, nel rispetto dei diritti di ciascuno e nella consapevolezza delle loro responsabilità nei confronti delle generazioni future e della Terra, la grande avventura che fa di essa uno spazio privilegiato della speranza umana;
RISOLUTI a proseguire l'opera compiuta nel quadro dei trattati che istituiscono le Comunità europee e del trattato sull'Unione europea, assicurando la continuità dell'acquis comunitario; ….omissis ”. e poi i 450 articoli.
Nobili principi ispiratori cui è facile aderire, andando poi, e soprattutto, a leggerne i contenuti espressi nella PARTE II : CARTA DEI DIRITTI FONDAMENTALI DELL'UNIONE: “I popoli d'Europa, nel creare tra loro un'unione sempre più stretta, hanno deciso di condividere un futuro di pace fondato su valori comuni.
Consapevole del suo patrimonio spirituale e morale, l'Unione si fonda sui valori indivisibili e
universali della dignità umana, della libertà, dell'uguaglianza e della solidarietà; essa si basa sul principio della democrazia e sul principio dello Stato di diritto. Pone la persona al centro della sua azione istituendo la cittadinanza dell'Unione e creando uno spazio di libertà, sicurezza e giustizia.
L'Unione contribuisce alla salvaguardia e allo sviluppo di questi valori comuni nel rispetto della diversità delle culture e delle tradizioni dei popoli d'Europa, nonché dell'identità nazionale degli Stati membri e dell'ordinamento dei loro pubblici poteri a livello nazionale, regionale e locale; essa si sforza di promuovere uno sviluppo equilibrato e sostenibile e assicura la libera circolazione delle persone, dei servizi, delle merci e dei capitali, nonché la libertà di stabilimento….omissis”
Potremmo sintetizzare: unione nel rispetto della diversità di origini, di cultura, di tradizioni, di razza, di religione, di governo, dei pubblici poteri, quindi una unione “sui generis”. Come tutti gli obiettivi cui tendere, ha in sé una dose di utopia che, come il lievito, dovrebbe far crescere e orientare ogni passaggio intermedio.
Ma in termini realistici, provando a traguardarne i tempi realizzativi, si fatica a vederne la conclusione. Tre osservazioni al riguardo:
- la prima è quella della necessità di un forte governo centrale che detti tempi e modi agli Stati membri,
- la seconda è quella della continuità dell’interesse economico politico degli stessi nel tempo
- la terza infine è il superamento delle barriere culturali e della storia recentemente vissuta.
Nei modelli federali internazionali oggi già presenti e cioè gli U.S.A, la Russia, il Canada, l'India, il Brasile, il Messico, la Svizzera, sussistono condizioni non presenti nella U.E. come:
- Il numero degli abitanti : U.E = 500 mil., U.S.A. = 305 mil., Russia = 142 mil., Brasile = 192 mil., India = 1.148 mil., Canada = 34 mil., Svizzera = 7,5 mil., Messico = 110 mil.
- La densità abitativa : U.E. = 116 ab.per kmq, U.S.A. = 31, Russia = 8,3 Brasile = 21, India = 394, Canada = 3,4 Svizzera = 181, Messico = 50
- Numero medio di abitanti per stato federato: U.E. = 18,52 mil. in 27 Stati, U.S.A. = 6,1 mil. in 50 Stati, Russia = 1,6 mil. in 89 Amministrazioni, Brasile = 7,1 mil. in 27 Stati, India = 32,8 mil. in 35 Stati, Canada = 2,6 mil. in 13 Province, Svizzera = 0,29 mil. in 26 Cantoni, Messico = 3,4 mil. in 32 Stati.
Dati che ci indicano come l’U.E. abbia il maggior numero di abitanti in assoluto dopo Cina ed India, ma anche per ciascuno Stato componente e una delle maggiori densità abitative (India a parte). Inoltre, come sappiamo, è stata fondata da Nazioni che hanno sviluppato in modo indipendente una propria storia politico economica, ma anche geografica, costruendo una realtà individuale spesso in conflitto e a danno delle altre. Le due guerre mondiali sono state vissute e sofferte da ognuno e bene si fa a citarle nel preambolo istitutivo della Costituzione Europea. L’uomo è stato posto giustamente al centro di questo trattato, ma ciascuno di noi è figlio della propria cultura, della propria storia, dei propri bisogni economici, dei propri diritti acquisiti, della propria fede e dei propri pregiudizi. La imposizione dell’Euro, come moneta unica, ha certamente fatto fare il primo passo in termini di mercato unico, globalizzazione del sistema finanziario, maggior tutela delle realtà più deboli (come l’Italia) ma ha anche messo alla corda molte economie e attività produttive e commerciali. Nella media, direi un passo avanti, ma sul terreno più facile e sul quale più rapidamente trovare intese. Ma come fare un salto di qualità, se di qualità si trattasse, nel superamento di ciò che divide italiani da tedeschi, francesi da inglesi, spagnoli da austriaci e così via nel gioco delle problematiche incrociatesi nei secoli?
La maggioranza degli Stati sta ancora affrontando le diatribe interne tra nord e sud, tra autonomie regionali ottenute o pretese, mentre di fatto sta crescendo il “ventottesimo stato” un eterogeneo mondo costituito da quasi cinquanta milioni di immigrati tra regolari e non. Problema molto accentuato nelle metropoli dove vivono in periferia, se non in veri e propri ghetti, centinaia di migliaia di persone di colore o di poveri o comunque emarginate per questioni razziali, di cui i vari governi locali si occupano poco o niente.
Riprendendo il confronto con le federazioni sopra citate si può osservare che pressoché tutte hanno un governo centrale dotato di un effettivo potere su quelli locali, se non addirittura dominante in senso assoluto, agevolando così i tempi per la concretizzazione delle decisioni anche se, talvolta, prescindendo da alcuni concetti democratici esistenti in quasi tutti i Paesi europei. La partenza del 2009, in termini di governo dell’U.E., ha messo in evidenza più la storica abilità di realizzare compromessi che la volontà di perseguire la Carta Costituzionale. D’altra parte l’U.E. non è una vera federazione, ma è un'organizzazione di tipo sovra nazionale e intergovernativo alle cui istituzioni gli stati membri delegano parte della propria sovranità nazionale. Insomma un modello completamente innovativo politicamente.
Le diverse religioni praticate tra gli europei vedono 340 milioni di cristiani (cattolici, anglicani, protestanti, evangelici, ortodossi, battisti, avventisti, greco-ortodossi), 15 milioni di islamici, 1 milione di ebrei, minoranze di buddisti, induisti, ecc. e quasi 100 milioni di atei ed agnostici. Naturalmente è piuttosto difficile rilevare il numero di praticanti rispetto agli aderenti specie per i cristiani, ma comunque la differenziazione religiosa non sembra essere un ostacolo alla integrazione nella Unione Europea che peraltro afferma il diritto alla libera confessione. Probabilmente la partecipazione della Turchia con i suoi 70 milioni di islamici sunniti e le dichiarate preoccupazioni per il pericolo “cristiano” potrebbe modificare l’equilibrio.
Sembra proprio che il terreno su cui si muova meglio l’U.E. sia quello economico che da anni ha globalizzato i rapporti internazionali e quindi facilitato gli scambi inducendo verso politiche fiscali agevolative. I governi hanno sempre più bisogno di entrate erariali e collaborano sia nella lotta all’evasione sia all’incremento dell’export. Ma, un ma espresso sulle attività degli istituti di credito e delle banche, getta sul panorama un’ombra persistente. Quale reale controllo del sistema Europa, verso la realizzazione degli obiettivi della Carta Costituzionale, sarà possibile senza una efficace regolamentazione del sistema finanziario che si è dimostrato, da un lato, incapace di vedere oltre un palmo dal naso (o di volerlo fare), e dall’altro, più forte dei governi e capace di dominare la politica? Comunque sia la strada è stata intrapresa, le intenzioni sembrano buone e il futuro, come ci ha ricordato papa Benedetto XVI, è solo nelle mani di Dio! Auguri!




giovedì 31 dicembre 2009

Gli auguri di Federmanager e….quale 2010 per i nostri “manager”?

Il termine “manager” è definito dagli inglesi: “A person who directs the affairs of a business, a sports team, a singer, etc.” , ma in Italia lo accostiamo quasi esclusivamente alla figura del dirigente e dell’imprenditore. In questi due termini sono raccolte figure professionali diversissime.
Vi annoveriamo i titolari attivi nella propria azienda, non semplici soci, con qualifica di Presidente, di Amministratore Delegato, di Consigliere Delegato, poi i Direttori Generali, quelli di Divisione, di Marketing, di Finanza & Controllo, di Stabilimento, di Area di Mercato, delle Risorse Umane, della R&D, degli Acquisti e così via per arrivare ai Capi Ufficio ed ai Capi Reparto.

Naturalmente nelle realtà di medio grande dimensione, nazionali ed internazionali, anche le massime cariche sopra citate sono affidate a dei dirigenti non titolari, i Top manager.
Una prima importante differenza separa in due gruppi questi manager: quello di essere o non essere titolari.
Tutti sono normalmente iscritti e regolati economicamente dal C.C.N.L. Dirigenti, fatte salve le eccezioni dettate da alcune normative o contratti, ma la maggioranza di essi dipende in ordine gerarchico dai colleghi dirigenti di qualifica superiore fino al Top Manager che resta comunque il “primo dei dipendenti” davanti alla Proprietà/Titolare.
All’interno del foltissimo gruppo dei dirigenti/dipendenti si rileva una struttura fortemente disomogenea per tipo di competenze, incarichi, responsabilità e retribuzioni. Un mare magnum di attori nominati alla qualifica di dirigente per effetto della posizione gerarchica acquisita, delle competenze maturate, della preferenza ottenuta dai vertici aziendali, dei meriti riconosciuti ad una vita di lavoro, ecc. Questa premessa e gli altrettanti distinguo, per non generalizzare troppo nel tentativo di valutare quale futuro prossimo si prospetti per i nostri manager.
La prima attenzione verso i manager imprenditori. Su di loro pesano ormai ventiquattro mesi di risultati economici poco o del tutto insoddisfacenti accompagnati dalla miope politica degli istituti finanziari che, prima, hanno creato l’enorme bolla speculativa, poi, hanno stretto i cordoni della borsa incuranti del loro preciso ruolo e incamerando gli aiuti pubblici. Per le PMI l’applicazione delle norme di rating, autodefinite dal sistema bancario con gli accordi di Basilea, ed elaborate da asettici algoritmi, hanno solo significato perdere il contatto operativo con il secondo “socio di maggioranza” dopo l’Erario! Per le aziende PMI essere trattate come “numeri” con l’interfaccia di direttori di agenzia o filiale svuotati di ogni potere decisionale, ha e sta significando una sfida molto forte alla volontà di intraprendere. Alcuni hanno gettato la spugna cedendo l’attività, altri hanno tagliato decisamente gli organici, altri ancora stanno chiudendo. Ma la maggioranza ha raccolto il guanto, cercando di reinventarsi il business sia in termini di mercato che di prodotto e di tecnologia.
Secondo la scuola degli economisti avrebbero dovuto studiare a fondo i mercati, i loro bisogni discutendone le opportunità, misurandone i ritorni e poi decidendo le azioni da compiere proiettandone i risultati nel futuro. Quindi mettere in campo risorse di tempo, denaro e competenze.
Ma quanto tempo si sarebbe dovuto attendere e quanto denaro nel frattempo speso, ammettendo di avere le competenze? Non si poteva e non si può aspettare perché anche i competitors vivevano la stessa realtà e occorreva arrivare tra i primi; inoltre ogni mese trascorso avrebbe registrato un ammanco ulteriore nella già depauperata cassa a causa delle ridotte vendite e dei tagli al credito. Tutto ciò ha fatto scattare in m olti l’istinto imprenditoriale del voler salvaguardare l’azienda a tutti i costi e si è deciso di andare, almeno in parte, contro le regole logiche e si sono decisi i cambiamenti, le strategie e le tattiche conseguenti, sulla scorta di pochi numeri e di molto coraggio. Queste azioni hanno attraversato la rete delle PMI come una scarica elettrica, alcune ne sono rimaste colpite ma le altre hanno iniziato, o lo stanno facendo, un nuovo cammino virtuoso cambiando il mondo del lavoro, delle sue regole, del mercato e della propria organizzazione. Come in tutti i cambiamenti c’è un prezzo da pagare. Lo pagano gli imprenditori alle banche e le strutture interne alla loro riorganizzazione. Si cerca maggiore efficienza, si eleva la produzione aumentando la produttività e tagliando i costi interni. Si attaccano i tabù facendo vibrare il sistema. Ci si lancia su nuovi settori, mercati e prodotti finalizzando ogni risorsa a cogliere questi obiettivi.
In questo gigantesco impegno emergono le figure dei manager dipendenti o per meglio dire dirigenti. Collaborazioni indispensabili se considerate adeguate dagli imprenditori. Ma molto spesso non è così. Il loro elevato costo e le nuove competenze richieste non sempre rispondono ai nuovi progetti organizzativi. Per primi cadono sotto la scure dei tagli. NewsWeek pubblica un articolo al riguardo dal titolo “Why the boss really had to say goodbye?” e alla domanda; “Perché hai perso il lavoro?” 1087 dirigenti hanno risposto così:
il 31% non ha saputo gestire il cambiamento
il 28% ha ignorato il “cliente”
il 27% non ha migliorato la performance
il 23% ha negato o rifiutato di riconoscere la realtà emergente.
Una sconfitta per loro, hanno perso il lavoro, e per gli imprenditori, che non sono stati capaci di far emergere prima i limiti di queste persone e curarne la formazione in ordine ad una crescita professionale. Molto denaro speso per gli anni di collaborazione. Va detto anche che troppo spesso la mancata crescita va a braccetto degli uni e degli altri. Gli uni perché non vedono di buon occhio l’impegno extra aziendale dei dirigenti per le giornate di formazione, gli altri perché o presumono di non averne bisogno o non hanno il coraggio di richiederla agli imprenditori sapendo come la pensano. Questo fenomeno è diffusissimo nelle PMI e molto meno nelle grandi aziende.
Il fatto è che se è vero che alcuni imprenditori falliscono o tagliano i manager, moltissimi dirigenti perdono il posto e questo trend apparterrà purtroppo anche al 2010.
Nuovi business, nuove sfide e uomini pronti a raccoglierle ma forse con regole nuove.
La tranquillità delle abitudini, il lavoro sotto casa, i diritti acquisiti, sociali ed economici, e la sicurezza del lavoro sono aspetti di una passato reale, per molti, ma da rimettere in discussione per il futuro. Una vera classe manageriale non dovrebbe avere alcuna paura di questo cambiamento perché dovrebbe essere forte della propria professionalità e la maggioranza lo è.
Purtroppo, la minoranza è rappresentata da alcune migliaia di dirigenti con ruoli che vanno dal top manager al caporeparto o capoufficio, in questa bizzarra ed estemporanea ammucchiata di competenze completamente diverse che hanno impedito alla categoria dirigente di essere oggi professionalmente riconosciuta, al di là di un CCNL di scarso valore qualitativo.
I dirigenti dipendenti hanno pagato e pagheranno la mancanza di regole nella loro professione e la scarsa attenzione alla loro crescita professionale. Qualcosa sembra che si stia movendo se, oggi, il dr. G.Ambrogioni, presidente Federmanager, scrive nei suoi auguri: “…Il Paese attraversa una fase difficile che impone scelte serie per modernizzare, per premiare il merito, per rendere tutto più etico e trasparente, per ridurre il più possibile le rendite di posizione, per accrescere la competitività di sistema: sono i “terreni” su cui, con azioni e proposte, possiamo e dobbiamo legittimare il nostro ruolo di classe dirigente…..”

martedì 29 dicembre 2009

Crisi economica 2008/2009 ……. ed oltre?

Dall’ OCSE arrivano segnali di una debole ripresa del sistema Europa e qualche leggero miglioramento particolarmente dall’Italia. Il sistema politico governante si è prontamente rivolto agli elettori vantandone il merito ed insistendo sulla propria previsione che l’Italia sarebbe uscita per prima e meglio degli altri Paesi europei. Naturalmente l’opposizione ha immediatamente replicato la poca o nulla consistenza degli interventi governativi in materia, sottolineando come la ripresa sia di fatto molto lontana da venire e come sia in continua ascesa il numero dei lavoratori o disoccupati o soggetti ad interventi legati agli ammortizzatori sociali.

L’opinione degli economisti propende verso la prudenza sottolineando che la parte finanziaria della crisi, che poi ne è in buona parte la causa, è ben lungi da essere risolta. I cosiddetti “derivati” giacciono nelle mani di tutti gli Istituti Bancari e sono stati in larga parte finanziati da generosissime erogazioni statali in tutto il mondo. Ne sono però in possesso anche enti pubblici come le Regioni ed i Comuni che hanno voluto “investire” i contributi erariali aprendo così un buco di cui si preferisce sottacere.
L’impoverimento della fascia sociale debole è ulteriormente cresciuto a causa dei continui aumenti del costo minimo della vita e per contro i depositi bancari hanno fatto registrare un incremento sensibile. Italiani formichine!
Le ore pagate per la Cassa integrazione sono diminuite nel secondo semestre e la disoccupazione è risalita ai valori massimi degli ultimi dieci anni. I sindacati hanno confermato che oramai rappresentano, e male, solo se stessi portando il numero dei loro iscritti pensionati a superare di gran lunga quello dei lavoratori. CGIL sta sull’Aventino e CISL e UIL cercano di contrattare discutendo quel poco che resta nelle loro possibilità. I loro vertici attendono solo il momento propizio per saltare sul carro della politica e “sistemarsi” definitivamente. Gli iscritti partecipano, poco convinti, a manifestazioni di piazza con sventolio di bandiere “rosse” ignorando che quest’anno va di moda il “nero”.
I parlamentari si sono ritoccati gli emolumenti con un aumento di oltre 1.300,00 Euro all’anno. Nessuno dei media ha fatto circolare la notizia per non turbare le coscienze degli elettori, che hanno ben altro a cui pensare. Infatti stiamo dibattendo sulla opportunità o meno di abbreviare i processi ponendo rigidi limiti temporali, oppure se dividere o no le carriere dei giudici da quelle dei PM, oppure se sia necessario ed urgente dare il voto agli immigrati, oppure se la politica di Di Pietro sia pro o contro le fortune di Berlusconi che uno squilibrato ha quasi trasformato in un martire della politica facendoci assistere ad un “ammorbidimento politico” non facile da spiegare.
Sta di fatto che l’ultimo semestre del 2009 rileva una crescita dell’export da parte delle PMI italiane
che altro non sono che la quasi totalità del sistema imprenditoriale italiano e l’inflazione ha ripreso a crescere. Buone notizie ma non per tutti.
Partiamo da una storica frase del politico Luigi Einaudi : “Migliaia, milioni di individui lavorano, producono e risparmiano nonostante tutto quello che noi possiamo inventare per molestarli, incepparli, scoraggiarli. È la vocazione naturale che li spinge; non soltanto la sete di guadagno. Il gusto, l'orgoglio di vedere la propria azienda prosperare, acquistare credito, ispirare fiducia a clientele sempre più vaste, ampliare gli impianti, costituiscono una molla di progresso altrettanto potente che il guadagno. Se così non fosse, non si spiegherebbe come ci siano imprenditori che nella propria azienda prodigano tutte le loro energie ed investono tutti i loro capitali per ritirare spesso utili di gran lunga più modesti di quelli che potrebbero sicuramente e comodamente ottenere con altri impieghi”.
Nessuno nega alla politica la sua partecipazione verso la direzione auspicata per l’uscita dalla crisi, ma la sostanza ci dice che se i piccoli imprenditori non avessero adottato la strategia del “decidere prima di capire” avendo una comprensione limitata della situazione, non avremmo potuto registrare questa tendenza. Né tantomeno questa si sarebbe creata se al loro fianco non si fossero sacrificati milioni di collaboratori a tutti i livelli, dirigenti, quadri, impiegati ed operai, che hanno creduto nelle loro aziende e nelle loro strategie. Spesso hanno creduto senza sapere o capire. Hanno rispolverato quell’atteggiamento vincente che aveva portato l’Italia fuori dal disastro della seconda guerra mondiale, hanno bocciato le spese superflue, hanno cercato di salvaguardare la propria famiglia. Certamente oggi le spese superflue non sono quelle degli anni 60/70 come anche la famiglia che va intesa secondo la realtà della sua trasformazione intercorsa. Qui si potrebbe aprire un capitolo infinito sui valori di oggi e di allora, ma quello che conta è l’aver riportato tanti atteggiamenti verso una dimensione economicamente sostenibile e da cui ripartire sia pur in un confronto aperto e dialettico. Sarebbe il momento di prendere le redini di questa opportunità e guidarla nella sua evoluzione futura per uscire dalla crisi e quindi guardando agli anni a venire per averne tutti un vantaggio. Noi cittadini lavoratori, imprenditori, pensionati e casalinghe. La guida sta nel “governare” che i nostri vocabolari definiscono: “avere cura di qualcuno, darne la direzione”.
Ma subito sorgono delle perplessità dopo aver vissuto per decenni la nuova definizione: “assumere il potere, averne l’autorità per dare forza a se stessi ed al proprio partito”. Infatti sembra di capire che il “loro” obiettivo prossimo siano le elezioni di marzo, la crisi può aspettare

mercoledì 25 novembre 2009

Come ti liquido Brunetta

Riporto, di seguito la veemente filippica letta su AGORA VOX contro l’on. Brunetta:
“«Il Tesoro esercita un egemonismo leonino, opaco, autoreferenziale. Una iattura. E lo dico convinto di interpretare lo spirito dell’intero governo». Secondo Brunetta, il titolare dell’Economia «non può sostituirsi al Consiglio e al premier Berlusconi: non è questo che vogliono gli italiani». Il responsabile della Pubblica Amministrazione, da parte sua, respinge l’ipotesi di voler prendere ad interim il posto del suo collega a Via XX Settembre: «Non ho ambizioni personali. Io sto bene qui - assicura - dove combatto una battaglia epocale per la modernizzazione dello stato». Ed eccolo il risultato della sua "battaglia": le assenze per malattia dei dipendenti pubblici hanno fatto il pieno nel mese di ottobre. Crescita netta del 28,3%, rispetto allo stesso mese dell’anno precedente.

Picchi soprattutto nel settore dell’istruzione con un preoccupante +41,1% per gli insegnanti e +38,8% per il personale tecnico-amministrativo.I dati, spiega il ministero della pubblica amministrazione in una nota, risentirebbero anche del picco attuale del virus H1N1. Una scusa che non basta a prendere per il naso i cittadini. Secondo il Ministero, la crescita delle assenze per malattia avrebbe diverse spiegazioni: oltre ai fattori di tipo sanitario, concorrono "l’aggiustamento dei comportamenti individuali" e una "ripresa dei comportamenti opportunistici". Ma la verità sta nel fatto che Brunetta ha fallito! Ci aveva garantito una macchina pubblica efficace ed efficiente, come una Ferrari, ma qui gli uffici pubblici fanno acqua da tutte le parti! I "fannulloni" hanno preso le contromisure, si sono organizzati e sono tornati alla carica. Quando il gatto non è… all’altezza della situazione, i topi ballano, e con loro sono tornate a ballare le assenze per malattia. La cura-brunetta non funziona proprio per niente nella Pubblica Amministrazione, dove i danni del suo operato sono sotto gli occhi di tutti, figuriamoci se gli lasciano mettere becco nelle "casse dello stato", allora sì che siamo rovinati!” A questo punto vorrei offrire un mio commento:Mi sembra che liquidare il tutto puntando il dito contro l'unica persona che ha avuto quantomeno il coraggio di dire e tentare di fare delle azioni controcorrente, sia ,se non di parte, almeno superficiale. Innanzitutto chi scrive si ritiene equidistante politicamente dai due "Poli" e non ha appartenenze politiche, poi credo che si debbano considerare più elementi da porre nella valutazione.
Il primo riguarda il fatto oggettivo che una persona, specie se Ministro, promuove delle politiche indirizzandole al suo Ministero che è costituito al 99% da funzionari statali. Sono proprio questi ultimi ad essere nella mira di Brunetta e quindi a offrire quella indegna forma di collaborazione che si chiama in gergo "muro di gomma". Penso non sia difficile immaginare il comportamento di alcune centinaia di funzionari di carriera, ben saldi alle poltrone, politicamente ben accasati e avvezzi a rapportarsi con il via vai di Ministri che hanno visto passare, mentre loro sono rimasti tranquillamente nel loro posto.
In secondo luogo il confronto con i sindacati di categoria che altro non sono che degli aspiranti politici a sedie sempre più remunerative e sicure, preoccupati di difendere gli status quo, gli aumenti di produttività uguali per tutti, la riduzione dell'orario di lavoro, la tutela ad oltranza degli assenteisti, cose che però garantiscono voti su voti.
In terzo luogo, quando si lasciano per almeno cinquanta anni, alcuni milioni di persone abbandonate a se stesse da una schiera di dirigenti incompetenti che hanno accettato e magari appoggiato leggi e pseudo-riforme senza prendere una posizione professionalmente etica, distorcendo gli obiettivi della Pubblica Amministrazione per finalizzare unicamente l'equazione " posto statale = posto fisso = posto sicuro = nessuna responsabilità(quindi nessun aspetto meritocratico)= aumenti uguali per tutti =vita facile(anche se talvolta umiliante per chi lavora seriamente)" .
In quarto luogo quando medici compiacenti rilasciano certificati di malattie a pioggia ed in particolare dovute a sintomi di stress nervosi e procuratori o giudici che si affannano ad occuparsi di fatti meritori di cronaca nera o rosa pur di apparire sui media, anziché agire a tutela dei diritti del cittadino che cammina sulla strada dei doveri, ed a cui spesso conviene evitare quella dei diritti per non doversi poi sentire becco e bastonato.
In quinto luogo, io non ho mai sentito parlare tanto negativamente di Brunetta da coloro che hanno sempre fatto il loro dovere e si sono posti l'obiettivo dignitoso di rapportarsi al cittadino come richiesto dalla funzione occupata e magari lottando contro la burocrazia interna, i capi servizio incapaci e le leggi assurde in materia. E' vergognoso che non si parli di loro e li si accomunino ai cosiddetti "fannulloni" indirizzandosi molto banalmente verso un capro espiatorio. Troppo semplice!
Ovviamente inutile attendersi un miracolo. Né Brunetta né nessun altro può compierlo. Certo è corretto rivolgere delle critiche ma per costruire un cambiamento di sistema e non per dare sfogo ad interpretazioni legittime ma forse troppo soggettive.

Verso la professione di Manager, quello che non si impara nelle business school

Divenire manager, dirigere un’Azienda, o un‘Area di essa, ha sempre rappresentato l’obiettivo di una carriera di lavoro. In essa, la gratificazione della propria immagine ed i risvolti economici conseguenti.
Abbiamo però l’evidenza di una casistica, connessa a tale promozione, che ci mostra quanto siano diverse le motivazioni di questa scelta.

Tra i tanti manager possiamo scoprire che ad una parte di essi è stata così riconosciuta la fedeltà all’Azienda, ad altri l’anzianità di servizio, ad altri ancora la competenza tecnica nel proprio lavoro, per non parlare di quelli con affinità di parentela con la proprietà, per arrivare alla identificazione della qualifica con il ruolo aziendale.
Sarebbe lungo, anche se interessante, entrare nel merito di queste situazioni che ci narrerebbero un po’ la storia delle Aziende italiane, con la predominanza delle PMI, e del modo con cui si sono sviluppate con questa classe manageriale così culturalmente diversa e disomogenea nella formazione. Rivolgendo lo sguardo al passato, certamente il numero di coloro che si sono “fatti da sé” è molto grande anche se eroso, negli ultimi due decenni, da quello crescente dei manager formati dapprima a livello universitario e poi specializzati da master, in Italia e U.S.A.
Ma la professione di manager è un mestiere che non si finisce mai di imparare. La complessità della gestione delle risorse si è fatta man mano sempre più complessa sia che si tratti del capitale umano, sia dei mezzi tecnici sia di quelli finanziari. Senza voler nulla togliere ai manager degli anni sessanta che hanno sviluppato le loro Aziende ma in un periodo di costante crescita dei bisogni , bisogna riconoscere che oramai le problematiche gestionali di tutte le Aziende, grandi o piccole che siano, si sono uniformate nella complessità imposta dalle normative, dal cambiamento sociale e dalla crescita competitiva.
Da qui la necessità di dover assolvere il proprio ruolo di manager con sempre maggiore professionalità e quindi con una adeguata formazione.
Qui sta il problema, perché riceverla in ambito scolastico nelle scuole superiori o nel triennio universitario è oggi impensabile, parzialmente possibile in quello universitario nei corsi di cinque anni, accettabile nei master di specializzazione. Ovviamente è indispensabile la formazione sul campo ma solo le grandi Aziende ed alcune illuminate PMI si adoperano per far crescere professionalmente i propri collaboratori per disporre domani di un avvicendamento manageriale qualificato.
Serve esperienza da trasmettere, tempo da dedicare e lungimiranza.
Tullio Miscoria e Vincenzo Patti si sono posti, con il libro “Da domani sarò un “nuovo” manager”, edito da CSE, e con i loro precedenti saggi, nel ruolo di tutor e coach mettendo a disposizione di tutti la propria esperienza di manager attenti e preparati in un mondo aziendale in continuo cambiamento. Viene così proposto un equilibrato compendio delle prospettive e dei problemi afferenti il ruolo di manager nelle tante aziende italiane. L’acutezza nell’individuazione delle situazioni rappresentate e delle osservazioni ad esse inerenti saranno di grande aiuto al lettore poiché ambientate in un contesto assolutamente realistico e frutto di tante esperienze vissute. Originale ed efficace è stato il metodo di rappresentarle attraverso una serie di casi concreti che rendono facile ed immediata tanto la lettura che la comprensione.
In essi ho potuto rivivere la mia esperienza trentennale di manager e riconoscermi in tante situazioni ma non sempre nelle soluzioni proposte. Infatti la velocità con cui avvengono importanti cambiamenti sul mercato mondiale, e di riflesso nelle Aziende, è tale da richiedere un continuo aggiornamento formativo. Ho molto apprezzato quello degli Autori che con semplicità e simpatia affrontano le situazioni, le analizzano e le ripropongono all’intelligenza del lettore.
Penso che possa essere una buona palestra per i giovani colleghi manager e un ottimo spunto di riflessione per i senior che hanno cominciato a rendersi conto che non tutti possono essere “certificati di diritto come manager per tutte le stagioni dell’impresa”!