Jeremy Rifkin è il fondatore e il presidente della Foundation on Economic Trends di Washington si è laureato in economia del Wharton School of Finance and Commerce dell’Università della Pennsylvania, e in affari internazionali alla Fletcher School of Law and Diplomacy della Tufts University.
Verso la metà degli anni settanta, i suoi libri Common Sense II e Own Your Own Job sono stati i primi a divulgare l’idea di proprietà e gestione delle imprese da parte dei loro lavoratori. Oggi, venticinque anni più tardi, la United Airlines e altre grandi società sono state acquistate dai propri dipendenti e stanno cambiando il modo in cui si fanno affari in America.
Alla fine degli anni settanta, Jeremy Rifkin è stato co-autore di The North Will Rise Again: Pensions, Politics and Power in the 1980s, un saggio pionieristico al quale viene spesso riconosciuto il merito di aver cambiato l’atteggiamento dell’opinione pubblica e la politica governativa rispetto all’uso sociale di centinaia di miliardi di dollari investiti nei fondi pensionistici statunitensi. Negli anni ottanta, Jeremy Rifkin ha pubblicato Entropy, il best-seller internazionale in cui per la prima volta si fondevano la teoria economica e quella ambientale. Il libro ha contribuito a lanciare quelli che sarebbero poi diventati gli attuali concetti di sviluppo sostenibile.
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Una fatica inutile quella del nucleare. Perché se anche rimpiazzassimo nei prossimi anni tutte le centrali nucleari esistenti nel mondo, il risparmio di emissioni sarebbe comunque un'inezia. Un quarto di quel che serve per cominciare a rimettere le briglie ad un clima impazzito. Jeremy Rifkin non ha dubbi: quella atomica è una strada sbagliata, di retroguardia. Come curare malattie nuovissime con la penicillina. Non c'è neppure bisogno dei campanelli d’allarme tipo Krsko o Fukushima per capirlo.
Basta guardare i numeri senza le lenti dell'ideologia. Proprio l'attitudine che, in Italia, scarseggia di più per il guru dell'economia all'idrogeno. Si vedrebbe così che l'uranio, come il petrolio, presto imboccherà la sua parabola discendente: ce ne sarà di meno e costerà di più. Che il problema dello smaltimento delle scorie sia drammaticamente aperto anche negli Stati Uniti dove lo studiano da anni. "Vi immaginate uno scenario tipo Napoli, ma dove i rifiuti fossero radioattivi?" è il suo inquietante memento. Meglio puntare su quella che lui chiama la "Terza Rivoluzione industriale".
Da una sua intervista del 2008:
C'è un'energia di destra e una di sinistra?
"Direi modelli energetici élitari e altri democratici. Il nucleare è centralizzato, dall'alto in basso, appartiene al XX secolo, all'epoca del carbone. Servono grossi investimenti iniziali e altrettanti di tipo geopolitico per difenderlo".
E il modello democratico, invece?
"È quello che io chiamo la "Terza Rivoluzione Industriale". Un sistema distribuito, dal basso verso l'alto, in cui ognuno si produce la propria energia rinnovabile e la scambia con gli altri attraverso "reti intelligenti" come oggi produce e condivide l'informazione, tramite internet".
Immagina che sia possibile applicarlo anche in Italia?
"Sta scherzando? Voi siete messi meglio di tutti: avete il sole dappertutto, il vento in molte località, in Toscana c'è anche il geotermico, in Trentino si possono sfruttare le biomasse. Eppure, con tutto questo ben di dio, siete indietro rispetto a Germania, Scandinavia e Spagna per quel che riguarda le rinnovabili".
Ci dica come si affronta questa transizione.
"Bisogna cominciare a costruire abitazioni che abbiano al loro interno le tecnologie per produrre energie rinnovabili, come il fotovoltaico. Non è un'opzione, ma un obbligo comunitario quello di arrivare al 20%: voi da dove avete cominciato? Oggi il settore delle costruzioni è il primo fattore di riscaldamento del pianeta, domani potrebbe diventare parte della soluzione. Poi serviranno batterie a idrogeno per immagazzinare questa energia. E una rete intelligente per distribuirla".
Oltre che motivi etici, sembrano essercene anche di economici molto convincenti. È così?
"In Spagna, che sta procedendo molto rapidamente verso le rinnovabili, alcune nuove compagnie hanno fatto un sacco di soldi proprio realizzando soluzioni "verdi". Il nucleare, invece, è una tecnologia matura e non creerà nessun posto di lavoro. Le energie alternative potrebbero produrne migliaia".
A questo punto solo un pazzo potrebbe scegliere un'altra strada. Eppure non è solo Roma ad aver riconsiderato il nucleare. Perché? "Credo che abbia molto a che fare con un gap generazionale. E ve lo dice uno che ha 63 anni. I vecchi politici, cresciuti con la sindrome del controllo, si sentono più a loro agio in un mondo in cui anche l'energia è somministrata da un'entità superiore".
Quindi, secondo Rifkin; bisogna cambiare e subito. Di fatto la “Terza Rivoluzione industriale” è già iniziata e la crisi economica in corso deve convincerci ad affrettare il passo verso un nuovo paradigma per la nostra società. Questo modello richiede di abbandonare la dipendenza energetica dal petrolio ma anche di mutare radicalmente i rapporti economici, la politica, l’istruzione e l’ambiente.
Rifkin sintetizza quest’evoluzione affermando che:”Verso la fine degli Anni Settanta è terminata la Prima Rivoluzione industriale, nel senso che abbiamo smesso di vivere grazie ala ricchezza che producevamo. Siamo entrati nella Seconda Rivoluzione industriale in cui, poco alla volta, abbiamo bruciato i nostri risparmi e cominciato a vivere di debito”. Da qui l’esposizione a crisi ricorrenti in quanto vengono immesse forti quantità di denaro e diciamo di tagliare le spese. Ma la ripresa si alimenta spendendo e le spese fanno crescere la domanda facendo sì che i Paesi emergenti aumentano la produzione per soddisfarla e questo fa salire i costi delle materie prime come il petrolio. La conseguenza è un aumento dei costi di tutti i prodotti tra i quali quelli alimentari e si torna ad indebitarsi per fronteggiare i maggiori costi. Un circolo vizioso da cui non si esce.” “Bisogna pertanto modificare il nostro paradigma economico, smettere di consumare le ricchezze del passato e tornare a produrre liberando la nostra creatività”.
Uno degli assi portanti di questa Terza Rivoluzione sarà rappresentato dal modo di produrre l’energia. Non più calata dall’alto ed imposta ma prodotta dal basso da milioni di attività per il proprio consumo e con la commercializzazione dell’eccedente. Quindi un nuovo modello di business collaborativo sul modello del capitalismo distribuito. Esso produrrà una moltiplicazione dei servizi con grandi economie di scala riducendo i capitali necessari per avviare e sostenere le attività stesse, l’energia necessaria ed i costi del lavoro a beneficio della produttività. Ovvio l’impatto sul modo di fare politica dove sarebbero dominanti non più i partiti centrali, bensì le relazioni sociali trasversali sostenute dal sistema informatico come è Internet.
Mentre la Prima e Seconda Rivoluzione Industriale erano accompagnate dalle economie nazionali e dalla governance della Nazione-Stato, la Terza, essendo distributiva e collaborativa per natura, progredisce lateralmente e favorisce le economie e le unioni governative continentali. Nella nuova Era globalmente connessa, la missione primaria dell’istruzione sarà preparare gli studenti a pensare ed agire come parte di una biosfera condivisa. L’approccio dominante dell’insegnamento dall’alto al basso, che ha l’obiettivo di creare un essere competitivo ed autonomo, sta dando spazio ad una istruzione “distribuita e collaborativa”.
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Il talento e la passione, esperienze di una vita dove l'impegno e la creatività si uniscono in un mestiere che non si finisce mai di imparare
martedì 4 ottobre 2011
venerdì 9 settembre 2011
Ma che cosa vorrà dire questa “Manovra”?
Volendo porre le giuste premesse partiamo dal significato che viene dato dal dizionario a questa parola. La consultazione ci offre cinque definizioni:
1)
l'insieme delle operazioni necessarie per mettere in azione una macchina o un dispositivo
2)
di mezzi di trasporto, complesso di operazioni necessarie per cambiare la velocità, la posizione, la direzione o, se si tratta di un treno, la formazione
3)
movimento di reparti militari a scopo di esercitazione
4)
[in senso figurato] stratagemma astuto e segreto,intrallazzo. Nel linguaggio giornalistico, trattativa, ricerca di accordi ecc.
5)
[in senso esteso] complesso di misure di natura economica prese dal Governo
Va da se che la quinta avrebbe il significato più aderente a quanto tumultuosamente in corso dal 13 luglio ultimo scorso, ma curiosamente gli eventi occorsi in questi due mesi appena trascorsi mettono in evidenza, magari a chi ha occhio malizioso, anche tutti gli altri quattro.
Infatti se ci riferiamo alla prima definizione dovremmo vedere mettere in azione un qualche cosa, cioè l’economia in questo caso o meglio il sistema produttivo del Paese quindi gli investimenti e l’occupazione (Giovani in primis) ma non se ne vede traccia.
La seconda, metaforicamente interpretata, dovrebbe essere dare quella marcia in più che guidi, cioè dia una direzione, agli impegni di una politica di sviluppo di tutte le aree geografiche ed economiche italiane. Dare velocità alla dinamica imprenditoriale portandola ad affrontare il proprio futuro rimuovendo gli ostacoli che la burocrazia frappone per giustificare la propria esistenza. Non sembra essere così.
La terza ci spiega che la manovra è, in fondo, un’occasione per provare tutti quei movimenti e studiare le reazioni degli interessati per ridurre al minimo il rischio. Qui si che ritroviamo la volontà di verificare la possibile perdita di voti alle oramai vicine elezioni politiche. La prova sta nelle continue modifiche e contraddizioni ascoltando gli umori della “casta” che, più che rappresentare i propri elettori, rappresenta interessi professionali ed individuali che Gian Antonio Stella e Sergio Rizzo avevano così chiaramente descritto, senza subire alcuna smentita, nel loro libro “La casta” uscito il 2 maggio 2007. In quattro anni e mezzo dalla sua pubblicazione abbiamo visto e letto eventi disgustosi riferiti a personaggi politici di ogni rango, ma non abbiamo rilevato un cambio nei comportamenti degli interessati a questa inchiesta.
Infine la quarta definizione che sembra meglio rappresentare o quantomeno riassumere l’insieme delle azioni compiute da tutti gli attori di valenza politica chiamati a dare un contributo alla critica situazione economico finanziaria. Infatti non si è notato un grosso impegno a tutelare gli interessi di 60 milioni di italiani con un’azione decisa, difficile ed impopolare che potesse, nel triennio, vedere la luce di una “nuova gestione del sistema Italia”, perché si è tentato con il gioco delle tre carte, di assicurarsi (la casta) prima “il cadreghino”, poi il consenso dei parlamentari influenti, quindi dei detentori dei grandi patrimoni e delle classi sociali “che contano” disorientando e irridendo quella grande massa di cittadini che hanno redditi modesti, tasse sicure e poche speranze per un futuro migliore. Si direbbe che a forza di preoccuparsi di non perdere voti, ora quasi quasi potrebbero essere certi di averli smarriti. Intanto però niente tagli reali alla classe politica, false cancellazioni delle province che verrebbero sostituite da ancora più costose “strutture intermedie di zona”. Difficile trovare un leader di partito credibile ma soprattutto un partito che abbia in sé la capacità di catturare l’attenzione di un elettore. L’appiattimento dei valori e la incapacità di produrre un obiettivo condiviso sui piani sociale ed economico rende tutti i partiti opachi e indistinguibili.
Sappiamo che esistono atteggiamenti pro e contro “il berlusconismo”, pro e contro “i comunisti”, pro e contro il Vaticano, ma sembrano tutti più fumo negli occhi che sostanza su cui discutere. Abbiamo gli “urlatori” che pontificano sul malcostume e traggono lauti guadagni dalla loro politica, in primis i giornali. Ma nessuno, con calma e con coraggio, dice alla gente quello che purtroppo occorrerebbe dire e cioè :
- Nella crescita, per almeno trenta anni, abbiamo avuto si dei risultati ma ci siamo anche sbagliati nella gestione sociale e politica; non cerchiamo le colpe bensì gli errori, facciamone tesoro e riformiamo il sistema.
- Abbiamo vissuto, anche se non tutti, al di sopra delle nostre possibilità ed ora dobbiamo fare TUTTI un passo indietro. Quindi ancora sacrifici per qualche anno e non mesi!
- La giustizia sociale è un’utopia, quindi possiamo solo tenderci e sperare che per i nostri figli e giovani di domani si apra quel mondo migliore che spetta agli statisti costruire nel sereno, anche se aspro, confronto nella diversità di culture e di opinioni.
Altri potrebbero chiamarla “rivoluzione” e forse così occorrerebbe definirla ma evitando che il modo di far politica ricorrente da anni sia terreno fertile per la ricostituzione di movimento estremisti e temibili come i NAR e le BR. L’inveterato modo di cercare di accontentare “chi conta” e di illudere le masse non fa più presa anche se continuiamo a vedere azioni figlie delle realtà vissute 40 o 50 anni fa. Non è stata solo l’economia a cambiare, ma anche le persone quindi la socialità, il mondo del lavoro, il confronto internazionale con la sua concorrenza crescente, la globalizzazione dei mercati e delle culture. E’ pur vero che un cambiamento richiede una gradualità di interventi ma in un contesto di pianificazione del modello sociale a cui tendere. Allora si che saranno più o meno comprensibili e magari torto collo accettati, sacrifici economici da chi già li subisce nella speranza, remota, che siano tutti a pagarli.
Abbiamo un problema economico e finanziario ma soprattutto morale.
N.d.R : “Cercansi politici statisti”.
1)
l'insieme delle operazioni necessarie per mettere in azione una macchina o un dispositivo
2)
di mezzi di trasporto, complesso di operazioni necessarie per cambiare la velocità, la posizione, la direzione o, se si tratta di un treno, la formazione
3)
movimento di reparti militari a scopo di esercitazione
4)
[in senso figurato] stratagemma astuto e segreto,intrallazzo. Nel linguaggio giornalistico, trattativa, ricerca di accordi ecc.
5)
[in senso esteso] complesso di misure di natura economica prese dal Governo
Va da se che la quinta avrebbe il significato più aderente a quanto tumultuosamente in corso dal 13 luglio ultimo scorso, ma curiosamente gli eventi occorsi in questi due mesi appena trascorsi mettono in evidenza, magari a chi ha occhio malizioso, anche tutti gli altri quattro.
Infatti se ci riferiamo alla prima definizione dovremmo vedere mettere in azione un qualche cosa, cioè l’economia in questo caso o meglio il sistema produttivo del Paese quindi gli investimenti e l’occupazione (Giovani in primis) ma non se ne vede traccia.
La seconda, metaforicamente interpretata, dovrebbe essere dare quella marcia in più che guidi, cioè dia una direzione, agli impegni di una politica di sviluppo di tutte le aree geografiche ed economiche italiane. Dare velocità alla dinamica imprenditoriale portandola ad affrontare il proprio futuro rimuovendo gli ostacoli che la burocrazia frappone per giustificare la propria esistenza. Non sembra essere così.
La terza ci spiega che la manovra è, in fondo, un’occasione per provare tutti quei movimenti e studiare le reazioni degli interessati per ridurre al minimo il rischio. Qui si che ritroviamo la volontà di verificare la possibile perdita di voti alle oramai vicine elezioni politiche. La prova sta nelle continue modifiche e contraddizioni ascoltando gli umori della “casta” che, più che rappresentare i propri elettori, rappresenta interessi professionali ed individuali che Gian Antonio Stella e Sergio Rizzo avevano così chiaramente descritto, senza subire alcuna smentita, nel loro libro “La casta” uscito il 2 maggio 2007. In quattro anni e mezzo dalla sua pubblicazione abbiamo visto e letto eventi disgustosi riferiti a personaggi politici di ogni rango, ma non abbiamo rilevato un cambio nei comportamenti degli interessati a questa inchiesta.
Infine la quarta definizione che sembra meglio rappresentare o quantomeno riassumere l’insieme delle azioni compiute da tutti gli attori di valenza politica chiamati a dare un contributo alla critica situazione economico finanziaria. Infatti non si è notato un grosso impegno a tutelare gli interessi di 60 milioni di italiani con un’azione decisa, difficile ed impopolare che potesse, nel triennio, vedere la luce di una “nuova gestione del sistema Italia”, perché si è tentato con il gioco delle tre carte, di assicurarsi (la casta) prima “il cadreghino”, poi il consenso dei parlamentari influenti, quindi dei detentori dei grandi patrimoni e delle classi sociali “che contano” disorientando e irridendo quella grande massa di cittadini che hanno redditi modesti, tasse sicure e poche speranze per un futuro migliore. Si direbbe che a forza di preoccuparsi di non perdere voti, ora quasi quasi potrebbero essere certi di averli smarriti. Intanto però niente tagli reali alla classe politica, false cancellazioni delle province che verrebbero sostituite da ancora più costose “strutture intermedie di zona”. Difficile trovare un leader di partito credibile ma soprattutto un partito che abbia in sé la capacità di catturare l’attenzione di un elettore. L’appiattimento dei valori e la incapacità di produrre un obiettivo condiviso sui piani sociale ed economico rende tutti i partiti opachi e indistinguibili.
Sappiamo che esistono atteggiamenti pro e contro “il berlusconismo”, pro e contro “i comunisti”, pro e contro il Vaticano, ma sembrano tutti più fumo negli occhi che sostanza su cui discutere. Abbiamo gli “urlatori” che pontificano sul malcostume e traggono lauti guadagni dalla loro politica, in primis i giornali. Ma nessuno, con calma e con coraggio, dice alla gente quello che purtroppo occorrerebbe dire e cioè :
- Nella crescita, per almeno trenta anni, abbiamo avuto si dei risultati ma ci siamo anche sbagliati nella gestione sociale e politica; non cerchiamo le colpe bensì gli errori, facciamone tesoro e riformiamo il sistema.
- Abbiamo vissuto, anche se non tutti, al di sopra delle nostre possibilità ed ora dobbiamo fare TUTTI un passo indietro. Quindi ancora sacrifici per qualche anno e non mesi!
- La giustizia sociale è un’utopia, quindi possiamo solo tenderci e sperare che per i nostri figli e giovani di domani si apra quel mondo migliore che spetta agli statisti costruire nel sereno, anche se aspro, confronto nella diversità di culture e di opinioni.
Altri potrebbero chiamarla “rivoluzione” e forse così occorrerebbe definirla ma evitando che il modo di far politica ricorrente da anni sia terreno fertile per la ricostituzione di movimento estremisti e temibili come i NAR e le BR. L’inveterato modo di cercare di accontentare “chi conta” e di illudere le masse non fa più presa anche se continuiamo a vedere azioni figlie delle realtà vissute 40 o 50 anni fa. Non è stata solo l’economia a cambiare, ma anche le persone quindi la socialità, il mondo del lavoro, il confronto internazionale con la sua concorrenza crescente, la globalizzazione dei mercati e delle culture. E’ pur vero che un cambiamento richiede una gradualità di interventi ma in un contesto di pianificazione del modello sociale a cui tendere. Allora si che saranno più o meno comprensibili e magari torto collo accettati, sacrifici economici da chi già li subisce nella speranza, remota, che siano tutti a pagarli.
Abbiamo un problema economico e finanziario ma soprattutto morale.
N.d.R : “Cercansi politici statisti”.
venerdì 29 luglio 2011
Welfare Aziendale - Forum dei Direttori HR in SOLVAY Solexis

VIII Forum dei Direttori del Personale
Il giorno 15 luglio 2011, organizzato da Federmanager Alessandria, presso lo stabilimento Solvay Solexis di Spinetta Marengo, si è tenuto l’ottavo Forum dei Direttori del Personale per un dibattito/confronto sul tema del Welfare Aziendale.
Hanno partecipato tredici Direttori del Personale ed esperti di relazioni industriali, con alcune sopraggiunte assenze dovute ad improvvise esigenze aziendali.
L’incontro ha avuto come prologo il saluto di benvenuto del Direttore di Stabilimento Stefano Bigini, che ha colto l’occasione per evidenziare i salienti passi storici della Società, le attualità e le prospettive dell’Azienda. Ha altresì sottolineato la lunga tradizione di responsabilità sociale e la grande attenzione dell’Azienda verso i dipendenti anche con iniziative di contenuti sociali.
Nell’evidenziare le tre linee guida cui si ispira la Società - crescita economica, progresso sociale, protezione ambientale – ha puntualizzato l’obiettivo 2038 (175 ° anno della fondazione) con passaggi intermedi nel 2012, nel 2020 e, appunto, nel 2038.
E, giustamente soddisfatto dell’ottimo risultato raggiunto, ha ricordato infine che il tasso infortuni nello stabilimento è dieci volte inferiore alla media italiana.
Lasciata la parola al Direttore delle Risorse Umane, Paolo Bessone ha inizialmente annunciato che ai primi di settembre si terranno due giornate di “Fabbrica aperta” cui sono già fin d’ora invitati i partecipanti all’odierno Forum.
Dopo aver sottolineato la situazione economico/sociale dell’Azienda, ha approfondito il progetto per la crescita sostenibile anche con l’acquisizione di una nuova Società.
Ha ricordato alcuni capisaldi dello Stabilimento di Spinetta, in particolar modo in tema di occupazione: particolarmente giovane, con una bassa età media e con una significativa attenzione per la gente locale, di formazione, di apprendistato professionalizzante, di giovani ingegneri chimici, non solo italiani, ma anche provenienti da molti Paesi del mondo.
Si è quindi entrati nel merito del tema del Forum odierno – il Welfare Aziendale – con Pino Mannori che ha relazionato una importante ricerca Assolombarda, CGIL, CISL e UIL sulla diffusione dello stesso tra le imprese milanesi (400 aziende intervistate con oltre 150.000 dipendenti).
Il” welfare aziendale”
Con questo termine ci si riferisce sia a un concetto classico di welfare - iniziative in ambito di assistenza e previdenza - sia, più in generale, a quei servizi che agevolano la vita dei dipendenti. Sono invece esclusi gli strumenti riconducibili all’organizzazione del lavoro in azienda, come il part-time.
Iniziative di “welfare aziendale” – attesta la ricerca - sono presenti in circa un terzo delle imprese, e in un altro 12% di casi si sta valutando di introdurlo.
Distinguendo le imprese per dimensioni, nelle maggiori realtà - quelle con 250 e più dipendenti - la percentuale di diffusione sfiora l’80%, mentre nelle PMI strumenti di “welfare aziendale” a favore dei dipendenti sono presenti in un’azienda su quattro. Un primo elemento di riflessione è quindi il maggior coinvolgimento delle grandi aziende.
Le iniziative ed i servizi che sono stati considerati sono circa una ventina, che vanno dall’assistenza sanitaria integrativa, agli sportelli, alle convenzioni
Prendendo in considerazione la graduatoria in ordine decrescente di diffusione si osserva che un’azienda su quattro mette a disposizione dei propri dipendenti l’assistenza sanitaria, la quale risulta lo strumento di welfare aziendale più diffuso ed anche quello più oggetto di contrattazione.
Segue un “pacchetto” di servizi con percentuali intorno al 15% (un’azienda su sei): tra questi le vaccinazioni antinfluenzali, il check up, convenzioni con banche o agenzie viaggi, i corsi di formazione d’interesse dei lavoratori.
Scendendo nella classifica, in un’azienda su dieci troviamo - tra l’altro - la palestra aziendale, l’asilo aziendale, l’ambulatorio medico, convenzioni con esercizi commerciali, teatri o cinema, lo sportello bancario.
Molto più raramente i dipendenti hanno a disposizione lo sportello di assistenza sociale, il carrello spesa gratuito, borse di studio o campus estivi per i figli.
Gli strumenti di “welfare aziendale” esaminati possono essere ricondotti a 5 macro-categorie: salute, famiglia, convenzioni, sportelli e tempo libero.
La graduatoria per categoria vede come gruppo di iniziative ampiamente più diffuse quelle riconducibili alla “salute”, seguite da “tempo libero” e “convenzioni”. Con percentuali minori troviamo gli “sportelli” e - all’ultimo posto - la “famiglia”.
Quanti servizi hanno mediamente a disposizione i dipendenti? Solo raramente viene offerto un solo servizio: nel 78% dei casi si tratta di “pacchetti” di almeno due, in molti casi addirittura più di 5.
In questo non si rilevano differenze significative tra grandi aziende e PMI: un elemento distintivo è la dimensione dei “pacchetti”, più compositi tra le prime (con 6 o più servizi per il 62%) che tra le seconde (“pacchetti” da 2-5 servizi nel 60% delle aziende di minore dimensione).
Da chi viene l’iniziativa di mettere queste opportunità a disposizione dei dipendenti? In un terzo dei casi si tratta di una decisione unilaterale dell’impresa, più frequentemente deriva da un accordo tra impresa e lavoratore, spesso derivante dalla contrattazione aziendale.
In questo caso si osservano comportamenti differenti tra grandi imprese e PMI: nelle prime prevale la decisione concordata (per contrattazione aziendale 19% o per accordo singolo/plurimo 38%), nelle seconde nella maggioranza dei casi si tratta di una decisione unilaterale dell’azienda (54%).
A proposito della fonte della contrattazione aziendale, va precisato che la percentuale va considerata
solo indicativa: non è infatti assicurata la rappresentatività del campione sotto il profilo della presenza di rappresentanze sindacali.
Un altro elemento che emerge dall’indagine è che strumenti di sostegno potrebbero favorire una maggior diffusione del “welfare aziendale”. Se - allo stato - i costi sono equamente distribuiti tra aziende e lavoratori, eventuali strumenti di sostegno rappresenterebbero un efficace incentivo ad aumentare la diffusione del “welfare aziendale”. Tra le forme di sostegno ipotizzabili - una tantum in fase di avviamento dei servizi, piuttosto che benefici di natura contributiva/fiscale disponibili in modo continuativo - le aziende orientano la loro preferenza per questi ultimi (75%), evidenziando quindi una logica di “lungo periodo”. Una preferenza - quella per il supporto fosse anche “parziale”, purché continuativo nel tempo - che prevale sia tra le piccole e medie che tra le grandi imprese.
Eventuali strumenti di sostegno avrebbero l’effetto di aumentare dal 35% al 60% le aziende attive, incentivando quelle attualmente non interessate. Questa azione di incentivazione sarebbe più efficace tra le piccole imprese, dove la diffusione del “welfare aziendale” è più contenuta.
A proposito di strumenti di sostegno che potrebbero incentivare il ricorso al welfare aziendale è intervenuto uno dei maggiori Esperti in materia di tutta Italia, Giancarlo Piccotti di Confindustria Alessandria, che ha fatto una esaustiva panoramica di tutti i benefit e degli istituti di welfare praticati in Provincia, arrivando peraltro alla conclusione che non ci sono, allo stato attuale, significanti incentivi e che, anzi, le esenzioni contributive sono alquanto limitate.
Come da programma, il dr. Bessone ha dettagliato oltre quindici attività di welfare aziendale esistenti in Solvay, a testimonianza della grande importanze data dall’Azienda agli aspetti sociali nonchè ai buoni risultati ottenuti per migliorare le relazioni industriali anche grazie a questa disponibilità.
E’ seguita la tradizionale tavola rotonda tra i partecipanti al Forum, ove sono emerse varie considerazioni, anche in controtendenza e in totale assenza di welfare, considerando che nell’attuale situazione – non certo brillante - si tende a risparmiare su tutto e che, se anche si potesse avere un welfare senza costi, questi ci sarebbero comunque, considerando gli impegni organizzativi e di personale da dedicare allo stesso.
E’ stato peraltro evidenziato che bisognerebbe pensare anche ai costi del “non avere welfare”in tema di mancata fidelizzazione: “avanzare insieme” (ai collaboratori) con azioni da affrontare in termini positivi, porta ad un clima aziendale sicuramente migliore, soprattutto se condiviso.
Peraltro sembra che il Sindacato non sia particolarmente sensibile a questi argomenti, preferendo il tema classico degli incrementi salariali. Se questo è vero, si ritiene peraltro che una maggiore predisposizione, ci potrebbe essere nella componente sindacale interna: le rappresentanze sindacali aziendali, più vicine agli umori ed alle esigenze dei colleghi (e delle colleghe), sono senz’altro più attente a questi temi.
Ancora una volta è stato sottolineato che la partecipazione della gente alla individuazione delle azioni condivise ha quasi sempre dato buoni risultati.
Le conclusioni dell’incontro sono state lasciate al dr. Bramardi che ha sottolineato, stante la situazione dei conti pubblici e dello Stato sociale attuale, quanto si stia rendendo sempre più concreta la richiesta dei lavoratori dipendenti, in buona parte assecondata da parte di molte Imprese, di intraprendere percorsi virtuosi verso forme di welfare aziendale e/o territoriale che possano riempire i vuoti che si stanno creando nelle varie forme di assistenza sulle quali fino a poco tempo, fa l’Italia si distingueva fra tutti i Paesi maggiormente industrializzati.
Oltre all’indagine Assolombarda - da cui si è partiti all’inizio di questo forum – ha evidenziato che ne esiste un’altra, anch’essa recente, focalizzata sulle attese dei lavoratori – circa un migliaio di dipendenti – da parte della Società Astroricerche. Secondo questa ricerca, le aspettative prevalenti dei lavoratori, si possono individuare in due principali filoni: welfare aziendale e relazione tra tempi di lavoro e tempi di vita.
In cima alla lista delle richieste ci sono i ticket restaurant, l’orario flessibile, la mensa aziendale, il telelavoro.
A seguire: la condivisione dell’auto con i colleghi, l’assistenza medica convenzionata, i corsi di lingue, l’organizzazione e le prenotazioni per manifestazioni culturali. A seguire ancora: il “maggiordomo aziendale” (disbrigo pratiche personali), l’asilo aziendale, i trasporti navetta, il job sharing, l’assistenza per familiari, convenzioni con professionisti, cooperative di acquisto e consumi, vacanze per i figli, sale ritrovo, lavanderie, palestre e biblioteca.
Come si vede c’è un certo intreccio tra aspettative dei lavoratori e contenuti degli accordi aziendali e comunque emerge una notevole opportunità di welfare aziendale.
Adeguarsi, per l’Impresa, è una grande sfida, non facile, ma affascinante, in quanto, aldilà dei costi, a volte anche non indifferenti, comporterebbe una maggiore fidelizzazione dei dipendenti e, probabilmente, anche miglioramenti sul fronte della produttività
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mercoledì 15 giugno 2011
Tutto sta cambiando: si va verso un Mondo Nuovo
Il mondo sta cambiando più rapidamente di quanto non sia avvenuto negli ultimi cinquanta anni; il progresso tecnico-tecnologico ha mutato considerevolmente la vita delle persone in tutte le Nazioni evolute e si è affacciato prepotentemente nelle aree asiatica e sud americana. I radicalismi etnico religiosi si stanno confrontando con la domanda di evoluzione sociale che scuote i popoli dell’area mediterranea contrapponendosi agli autoritarismi politico-economici vecchi e nuovi.
L’esplosione demografica dei Paesi in via di sviluppo attraversa tumultuosamente i confini dei luoghi di origine e richiama verso le aree più ricche milioni di persone. Nel 1975 la popolazione mondiale raggiunse i 4 miliardi di individui, quasi raddoppiando in questi 36 anni (Oggi si stima in 7 miliardi) e toccando la propria velocità di crescita più elevata.
In meno di mezzo secolo sostanzialmente il pianeta Terra si è popolato di tante persone quante se ne erano raccolte in tutti i millenni precedenti. Molto significativo sarebbe osservare la diversissima crescita tra Europa e gli altri continenti, cioè negativa per l’una e positiva per gli altri.
Distribuzione percentuale storica e futura della popolazione per percentuale sulla popolazione mondiale
Regione 1750 1800 1850 1900 1950 1999 2050 2150
Mondo 100 100 100 100 100 100 100 100
Africa 13,4 10,9 8,8 8,1 8,8 12,8 19,8 23,7
Asia 63,5 64,9 64,1 57,4 55,6 60,8 59,1 57,1
Europa 20,6 20,8 21,9 24,7 21,7 12,2 7,0 5,3
America Sud 2,0 2,5 3,0 4,5 6,6 8,5 9,1 9,4
America Nord0,3 0,7 2,1 5,0 6,8 5,1 4,4 4,1
Oceania 0,3 0,2 0,2 0,4 0,5 0,5 0,5 0,5
Posizione Paese Popolazione Data % popolaz. mondiale
1 Cina 1.344.720.000 2011 19.97%
2 India 1.180.130.000 2011 17.53%
3 USA 310.569.198 2011 4.56%
4 Indonesia 238.827.455 2008 3.55%
5 Brasile 194.510.000 2011 2.89%
6 Pakistan 172.819.000 2011 2.57%
7 Bangladesh 155.009.941 2008 2.30%
8 Nigeria 147.650.948 2008 2.19%
9 Russia 140.387.818 2008 2.09%
10 Giappone 127.205.040 2008 1.89%
11 Messico 110.547.123 2008 1.64%
12 Filippine 96.962.954 2008 1.44%
13 Vietnam 86.518.311 2008 1.28%
14 Etiopia 83.794.239 2008 1.24%
15 Germania 82.352.473 2008 1.22%
In questi 15 paesi vivono all’incirca 4.3 miliardi di persone, che rappresentano approssimativamente i due terzi dell’intera popolazione mondiale. La popolazione totale dell’Unione Europea - 494 milioni di persone - era all’incirca il 7.3% della popolazione mondiale nel 2006 e avrebbe occupato il terzo posto nella lista di cui sopra.
Leggendo questi dati vediamo che oggi una persona su cinque nel mondo è cinese ed una su cinque e mezzo è indiana. Il 60% della popolazione mondiale è asiatica.
La globalizzazione economico finanziaria sta coinvolgendo popoli che parlano seimila lingue diverse; fondano le rispettive culture in millenni di storia in cui si sono quasi ignorati; credono nelle cinque maggiori religioni oltre a decine di minori; dividono redditi diseguali oscillanti tra i 26.000 $ medi anno di USA/Europa/Giappone ed i 400 $ medi anno di Cina/India/Indonesia; hanno aspettativa di vita inferiore a 60 anni per i Paesi poveri per raggiungere gli 80 di quelli ricchi, per non parlare dei denutriti cronici che in America Latina, pur decrescendo, sono ancora 40 milioni mentre in Africa ed in Asia superano per ciascun continente i 320 milioni di persone, principalmente bambini, anche se questo valore in Asia sta progressivamente calando ed in Africa drammaticamente salendo.
La fame mondiale di energia fa convergere interessi economici e finanziari giganteschi tali da influenzare la politica internazionale e gli equilibri politici. Tutti elementi di grande complessità sociale evidenziati anche da numerose guerre che rendono il quadro generale talmente imprevedibile da rendere possibili solo considerazioni connesse ai massimi sistemi e previsioni di medio breve termine. Lo scenario mondiale è quindi estremamente difficile da leggere perché varia notevolmente a seconda del punto di vista con cui lo si approccia, ma non può essere ignorato anche se la scala dei valori e delle priorità riferibili alle singole Nazioni o Confederazioni è realisticamente diversa.
Difficile di conseguenza il compito delle classi dirigenti locali che, secondo una indagine svolta in Italia sui nostri manager, presentano da noi una triplice debolezza.
La prima è quella di una risposta alla crisi non sempre adeguata, spesso confusa e in ordine sparso.
La seconda è una eccessiva autoreferenzialità locale, nonché una riconosciuta difficoltà, più volte ricordata, di praticare la cooperazione tra segmenti diversi di classe dirigente per i comuni obiettivi del territorio.
La terza è che non si persegue con chiarezza e con l’impegno necessario l’obbligo primario della classe dirigente, quello di generare nuova classe dirigente, con il corollario della ben nota riluttanza a promuovere effettivamente i giovani talenti presenti sul territorio.
Ma oltre i limiti e le debolezze, i territori italiani conservano grandi patrimoni di risorse.
Primo, una capacità di reazione alla crisi da parte del tessuto imprenditoriale, che ha dimostrato concretezza e tenacia, pur attraversando talvolta situazioni anche molto difficili non solo a causa della “nebbia cognitiva” di cui sopra, ma anche dell’incapacità sistemica di sviluppare sul territorio i modelli di coordinamento più adeguati.
Secondo, il valore della produzione locale rispetto alla rendita, che ha costituito almeno fino al 2010 un elemento di tenuta della ricchezza delle famiglie e delle imprese, nonché dell’occupazione, in molti contesti locali.
Terzo, la capacità di resistenza del tessuto sociale, con comunità abituate ad “assorbire” le difficoltà e con un livello di coesione che diventa a tutti gli effetti una risorsa competitiva del sistema.
Per quanto concerne lo sviluppo economico, da cui quello sociale non può prescindere, e pur con le debite differenze tra i territori, è ormai insostenibile la frattura tra un Paese dove si risponde solo delle procedure formali, sostanzialmente chiuso verso l’esterno se non per i richiami e gli obblighi che l’Unione Europa ci impone, solo marginalmente toccato dalla concorrenza; ed un Paese dove si risponde dei risultati, aperto verso l’estero e sottoposto alla pressione della concorrenza internazionale. Oltre alle richieste di sempre, più controlli efficaci e non formalistici, meno carte da presentare e tempi certi per le risposte, dalla giustizia civile, ai pagamenti, alla concessione di autorizzazioni e permessi, un contributo all’efficienza della Pubblica Amministrazione potrebbe aversi da una maggiore mobilità (anche limitata localmente, ma estesa a amministrazioni di natura diversa – centrale/locale). Ogni mutamento che favorisca la crescita dimensionale delle imprese, ogni decisione che consenta l’attrazione di investimenti dall’estero o limiti la fuga di nostre imprese e capitali va presa presto.
La crisi attuale non impedisce che riforme anche dure, ma progettate per il futuro, si possano realizzare nel Welfare, nel fisco, nell’istruzione, nella PA., come testimonia il caso inglese. Il pericolo che si intravede per le società europee non è tanto che l’innovazione metta a dura prova la coesione sociale (anche se le recenti vicende nelle relazioni industriali italiane si possono leggere in quest’ottica), ma che la scarsità d’innovazione spinga verso un lento sgretolamento del tessuto sociale e ad una disaffezione verso la partecipazione (alla scuola, al mercato del lavoro, alla politica, ecc). Sotto questo profilo, è incoraggiante che emergano nuove visioni presso le classi dirigenti italiane, sulle forme di rappresentanza, sull’attenzione alla formazione anche se quello della scuola resta un nodo in gran parte irrisolto, sul raccordo tra attori sociali senza sempre invocare lo Stato.
Gli universi giovanile e femminile italiani, assai penalizzati in termini di occupazione, redditi, carriere, racchiudono
patrimoni di energie e intelligenze indispensabili per il futuro del Paese. Si tratta di risorse spesso poco valorizzate, ma che dimostrano una straordinaria capacità progettuale quando si apre loro la possibilità di dimostrare le loro doti. È dunque un segnale assai positivo che oggi, nel dibattito pubblico italiano, abbia finalmente conquistato spazio l’esigenza di declinare le classi dirigenti al femminile, ed in senso giovanile.
Naturalmente, occorre augurarsi che alle parole seguano presto comportamenti conseguenti, pur nel rispetto di
diverse opzioni pragmatiche.
Dare spazio ai giovani significa in concreto supportare e finanziare nuove idee di business, e favorire l’incontro
tra ricerca e impresa: il Rapporto dà conto di molte novità interessanti in quest’ambito Per quanto concerne la classe dirigente femminile, nonostante questa dimostri regolarmente di raggiungere l’eccellenza sia in ambito scientifico sia nel mondo imprenditoriale, le sue energie devono ancora pienamente dispiegarsi nel nostro Paese, e non sempre le elite locali danno buon esempio, anche rispetto al livello centrale.
La scuola ed i ritardi delle classi dirigenti italiane
A differenza di quello che accade in altri paesi europei, in Italia l’istruzione, e in particolare la scuola, stentano ad assumere un ruolo centrale nel dibattito pubblico. Manca soprattutto una visione – se non condivisa, almeno in fase di elaborazione - della funzione della scuola e dell’università, nei tre tradizionali obiettivi che vengono dati loro in una società moderna: garantire la competitività dell’economia, fungere da strumento di mobilità sociale e selezionare la classe dirigente. Vi è ormai un’ampia evidenza che il sistema di istruzione italiano stia fallendo su tutti e tre gli obiettivi appena menzionati. I confronti internazionali ci segnalano infatti che il livello medio di competenze dei nostri quindicenni - intese come capacità di applicare le conoscenze apprese a scuola a problemi della vita quotidiana – sia fra i più bassi nel novero dei paesi avanzati, sia pure con enormi differenze fra Nord e Sud: difficilmente, quindi, l’Italia potrà contare nei prossimi decenni su una qualità del proprio capitale umano all’altezza delle sfide poste dall’economia internazionale. Analogamente, sta venendo meno la funzione di “ascensore sociale”, prevista dalla nostra Costituzione, che la scuola assolve in tutti i paesi avanzati e che da noi ha assolto per grandi gruppi sociali nell’immediato dopoguerra: il retroterra sociale e culturale è infatti un fattore determinante di tutto il percorso formativo e, in particolare, della scelta dell’indirizzo di studio nella scuola secondaria, con una chiara gerarchia sociale fra licei, istituti tecnici e istituti e scuole professionali, che si riverbera nella prosecuzione all’università. Se la scuola italiana ha deficienze così marcate, perché non si trovano i rimedi? In realtà, negli ultimi anni
passi avanti sono stati compiuti. Gli esiti insoddisfacenti dei test PISA dell’Ocse hanno costretto l’opinione
pubblica, gli organi dirigenti della scuola e gli stessi insegnanti a prendere atto che la scuola italiana non è un
mondo “perfetto”, tutt’al più penalizzato dai tagli di risorse da parte del Governo, ma sostanzialmente tetragono alle influenze esterne e non assoggettabile a valutazioni sul suo operato. Da noi i raffronti
internazionali hanno avviato con molto ritardo, rispetto a paesi come la Germania e gli Stati Uniti, una
profonda riflessione sul funzionamento della scuola, ma alcuni punti fermi sembrano ormai acquisiti: gli
apprendimenti devono essere valutati almeno all’inizio e alla fine di ogni ciclo scolastico per misurare i
progressi compiuti dagli studenti; gli istituti scolastici e gli insegnanti migliori devono essere premiati; i criteri di
reclutamento e di progressione di carriera dei docenti non possono limitarsi alla sola anzianità; sostegno
didattico, orientamento e borse di studio devono far parte del bagaglio di strumenti necessario a aumentare
l’equità del nostro sistema scolastico; va reso effettivo il passaggio delle competenze dal centro (Miur) agli
istituti scolastici autonomi. Queste linee di riforma sono condivise in misura crescente, anche dagli stessi
insegnanti, eppure la scuola entra solo episodicamente nel dibattito pubblico, spesso a seguito di eventi di
cronaca legati al bullismo o alle occupazioni, e raramente come occasione di analisi dei problemi e di
discussione delle soluzioni. .
Un trend comune a tutti i paesi avanzati è infatti l’innalzamento dei livelli di istruzione verso la formazione terziaria; inoltre, le analisi confermano come la presenza di laureati in azienda favorisca l’innovazione tecnologica e l’internazionalizzazione. Di conseguenza, la vera scommessa per il sistema delle imprese negli anni a venire sarà quello di garantirsi persone dotate di ottime lauree e di una buona conoscenza della lingua inglese, piuttosto che manodopera tecnica.
Dal canto loro, le organizzazioni sindacali, pur mostrando particolare sensibilità ai temi dell’uguaglianza delle opportunità di accesso all’istruzione, risultano ancora prigioniere degli interessi di corporazione, per cui la priorità è garantire l’assunzione a tempo indeterminato di tutti i precari, anche quando è noto che in Italia il rapporto fra insegnanti e alunni è nettamente superiore a quello degli altri paesi dell’Ocse, senza che questo determini apprendimenti superiori alla media. Ancora: al momento della riforma universitaria che ha condotto alle lauree triennali, molti ordini professionali hanno condizionato l’ingresso al possesso di una laurea magistrale quinquennale, in modo da restringere l’accesso alla professione, anziché cogliere l’occasione per favorire un allargamento della propria base intellettuale (e ridurre i futuri deficit previdenziali!).
Filiere globali e reti di impresa: nuovi modelli di relazioni banca-impresa per il “Mondo Nuovo”
Oltre a determinare l'irrompere nei mercati europei di nuovi concorrenti localizzati in paesi a basso costo del
lavoro, la globalizzazione ha prodotto l'effetto di sviluppare nuovi circuiti di conoscenza a livello mondiale. Le
dinamiche in atto nelle filiere globali impongono ai distretti la difficile sfida di far convivere gli storici vantaggi
del radicamento locale con l'esigenza di maggiore apertura ai mercati internazionali e ai nuovi circuiti di
approvvigionamento dei fattori produttivi e della produzione. Tali circuiti implicano la trasformazione delle
tradizionali reti locali in reti transnazionali, attraverso un ripensamento dei modelli di business consolidati e
delle tradizionali catene del valore. Quindi, il binomio locale/globale e i nuovi circuiti della conoscenza rendono
obsoleta la forma tradizionale dei distretti industriali italiani, che si sono sviluppati essenzialmente come reti
contestuali chiuse. La relativa chiusura di questi sistemi verso l'esterno ha costituito in passato un punto di
forza, in quanto ha contribuito a rafforzarne la coesione interna e l'identità collettiva, con il consolidamento del
cosiddetto capitale sociale. Oggi, però, questo carattere di quasi autoreferenzialità appare rischioso. Infatti, le
tradizionali economie esterne, che in passato hanno consentito a tante piccole e piccolissime imprese di
superare i limiti derivanti dalla piccola dimensione, consentono sempre meno di colmare i gap di competenze
aziendali che oggi si manifestano. I processi di aggiustamento dei distretti non sono omogenei e sono
condizionati all'apertura verso l'esterno soprattutto delle imprese distrettuali più dinamiche, che hanno
scoperto come le opportunità legate alla collaborazione con partner anche molto lontani possano essere più
vantaggiose rispetto alle relazioni con partner interni al distretto. Nei distretti dove l’evoluzione sopra descritta
è meno radicata e diffusa si registrano sempre più evidenti segnali di crisi, in termini di calo dei volumi di
produzione ed export.
I messaggi-chiave per le Pmi che emergono dal mutato contesto competitivo e dall’evoluzione dei modelli di
sviluppo territoriale sono i seguenti:
a) dai mercati esteri giunge la spinta per le imprese italiane per ridefinire le proprie strategie competitive;
b) le filiere globali impongono un ripensamento dei modelli di business e delle catene del valore tradizionali;
c) le reti di impresa possono in alcuni casi costituire un’alternativa valida rispetto all’approccio autonomo ai mercati esteri.
Cosa potrebbero fare le banche per sostenere le imprese in questa delicata fase di transizione? Per la ripresa
del ciclo economico, fornire nuovi strumenti di offerta bancaria, con una serie di prodotti disegnati specificatamente per accompagnare le aziende nella fase di ripresa: ad esempio, prestiti con caratteristiche di
grande flessibilità in termini di durata e pre-ammortamento, destinati alla ristrutturazione di immobili, o
all’acquisto di impianti o macchinari necessari allo svolgimento dell’attività aziendale; oppure prestiti per
sostenere l’assunzione di nuovi dipendenti e/o il riassorbimento dalla cassa integrazione; infine, linee di fido a
breve termine per smobilizzo crediti commerciali finalizzate ad anticipare gli incassi di crediti e contratti legati a
rapporti con la pubblica amministrazione, con adempimenti molto semplificati per le imprese creditrici.
Per la competitività e innovazione, le banche potrebbero offrire assistenza alle aziende che intendono
riattivare investimenti produttivi: ad esempio, mutui finalizzati per investimenti volti all'arricchimento del
contenuto tecnologico di prodotti, processi e/o servizi dell’impresa richiedente e/o al miglioramento
dell'organizzazione e della sua struttura aziendale; finanziamento di progetti di Ricerca & Sviluppo destinati
alla realizzazione di nuovi prodotti, processi produttivi e servizi tecnologicamente innovativi per il cliente;
infine, finanziamenti destinati agli start-up con la finalità di supportare le iniziali necessità di liquidità di
finanziamento del circolante e sostenere gli investimenti necessari all'avviamento.
Per le reti di impresa e la formazione, in collaborazione con le Associazioni di Categoria, le banche dovrebbero organizzare percorsi di costruzione o rafforzamento di reti, e percorsi destinati a giovani e
neolaureati per fornire loro le informazioni di base che occorrono a chi voglia attivare un'esperienza
imprenditoriale.
Le classi dirigenti locali e il “Mondo Nuovo”
Come si vanno rapportando le Classi dirigenti locali al dopo-crisi ed al Mondo Nuovo che ne esce? Quali
rappresentazioni forniscono delle trasformazioni in corso, delle risorse e dei modelli adottati nei territori ove
operano, e della loro stessa adeguatezza come dirigenti? E come vengono affrontati i temi della atavica
frammentazione delle Classi dirigenti italiane, nonché del loro aggiornamento, apertura verso l’estero,
“svecchiamento”?
La crisi è stata ormai largamente incorporata nell’immaginario sociale delle comunità locali italiane ma le
classi dirigenti hanno ancora difficoltà a gestire “l’era delle aspettative decrescenti” (Krugman). La domanda
principale che le classi dirigenti locali debbono porsi, infatti, è come gestire in modo progressivo e non
regressivo, il ridimensionamento delle aspettative sociali, ovvero come evitare di piangersi addosso ed
investire le risorse che esistono sui territori in modo innovativo, per catturare le opportunità del Mondo Nuovo,
preservando e alimentando la coesione sociale e le forme partecipative che costituiscono un patrimonio non
secondario della “provincia” italiana. Naturalmente la domanda non ammette risposte facili, né pigramente
riproducibili da una realtà locale alle altre. Al tempo stesso, parziali, possibili risposte esistono, ad esempio, occorre mobilizzare gli estesi patrimoni privati presenti sui territori italiani, con nuove forme di finanza che prevedano rischi e vantaggi esplicitamente partecipati e suddivisi tra imprese, banche, grandi investitori e famiglie, per rendere davvero efficace uno dei nostri punti di forza, ovvero una notevole - anche se purtroppo sempre più concentrata - ricchezza privata a fronte del debito pubblico. Se queste ricchezze privilegiassero sempre più la rendita rispetto al rischio dell’innovazione, la conservazione rispetto alla mobilità; oppure se venissero sempre più investite all’estero, i patrimoni dei territori italiani sarebbero destinati a scemare in tempi brevi, come già segnalano da qualche tempo le statistiche della Banca d’Italia. Oppure occorre che banche e Pmi trovino nuove forme di relazione, senza sempre la spalla del sistema pubblico, con manager cosmopoliti, ma al tempo stesso esperti delle potenzialità produttive italiane e delle opportunità del Mondo Nuovo. Nuovi ruoli per le classi dirigenti vanno presto generati, ed in alcuni contesti locali potrebbe essere una nuova generazione di classe dirigente ad assumerli.
Le tre debolezze delle classi dirigenti locali, già menzionate all’inizio di questa Introduzione, accomunano i
territori italiani da Nord a Sud, con la specificità che nel Settentrione emerge una maggior sensibilità rispetto
all’elaborazione di risposte condivise e coordinate. Troppo spesso infatti le iniziative di aggregazione scontano
grandi limiti di duplicazioni e di conflittualità tra i diversi attori. L’assenza storica di un player di grandi
dimensioni che agisca da catalizzatore amplifica sovente la frammentazione dell’azione sociale
In generale, non si può sostenere che le classi dirigenti locali garantiscano prestazioni migliori di quelle centrali ma un vantaggio che permane sui territori è la maggior vicinanza dei cittadini alle classi dirigenti che agisce da pungolo.
A fronte di storiche debolezze, acuite dalla crisi, i territori italiani dispongono di risorse notevoli per affrontare
le sfide del Mondo Nuovo: dalla capacità riconosciuta di reazione alla crisi da parte del tessuto di impresa che
ha mostrato spirito di concretezza, pur attraversando di recente situazioni anche molto dure; al valore,
altrettanto riconosciuto, della produzione locale, che ha costituito almeno fino al 2010 un elemento di tenuta
della ricchezza delle famiglie e delle imprese, nonché dell’occupazione, in molti contesti; alla tenuta del
tessuto sociale, con comunità abituate ad “assorbire” le difficoltà e con un livello di coesione che diventa a tutti
gli effetti una risorsa competitiva del sistema. Si tratta, da parte delle classi dirigenti locali, di disimparare parte
del “vecchio”, e fare esperienza e pedagogia del Mondo Nuovo, per costruire ponti tra quelle risorse e le
opportunità che emergono.
Liberamente tratto da:
I territori italiani e il “Mondo Nuovo”
di Stefano Manzocchi
Ordinario di Economia Internazionale
Università LUISS “Guido Carli”
.
L’esplosione demografica dei Paesi in via di sviluppo attraversa tumultuosamente i confini dei luoghi di origine e richiama verso le aree più ricche milioni di persone. Nel 1975 la popolazione mondiale raggiunse i 4 miliardi di individui, quasi raddoppiando in questi 36 anni (Oggi si stima in 7 miliardi) e toccando la propria velocità di crescita più elevata.
In meno di mezzo secolo sostanzialmente il pianeta Terra si è popolato di tante persone quante se ne erano raccolte in tutti i millenni precedenti. Molto significativo sarebbe osservare la diversissima crescita tra Europa e gli altri continenti, cioè negativa per l’una e positiva per gli altri.
Distribuzione percentuale storica e futura della popolazione per percentuale sulla popolazione mondiale
Regione 1750 1800 1850 1900 1950 1999 2050 2150
Mondo 100 100 100 100 100 100 100 100
Africa 13,4 10,9 8,8 8,1 8,8 12,8 19,8 23,7
Asia 63,5 64,9 64,1 57,4 55,6 60,8 59,1 57,1
Europa 20,6 20,8 21,9 24,7 21,7 12,2 7,0 5,3
America Sud 2,0 2,5 3,0 4,5 6,6 8,5 9,1 9,4
America Nord0,3 0,7 2,1 5,0 6,8 5,1 4,4 4,1
Oceania 0,3 0,2 0,2 0,4 0,5 0,5 0,5 0,5
Posizione Paese Popolazione Data % popolaz. mondiale
1 Cina 1.344.720.000 2011 19.97%
2 India 1.180.130.000 2011 17.53%
3 USA 310.569.198 2011 4.56%
4 Indonesia 238.827.455 2008 3.55%
5 Brasile 194.510.000 2011 2.89%
6 Pakistan 172.819.000 2011 2.57%
7 Bangladesh 155.009.941 2008 2.30%
8 Nigeria 147.650.948 2008 2.19%
9 Russia 140.387.818 2008 2.09%
10 Giappone 127.205.040 2008 1.89%
11 Messico 110.547.123 2008 1.64%
12 Filippine 96.962.954 2008 1.44%
13 Vietnam 86.518.311 2008 1.28%
14 Etiopia 83.794.239 2008 1.24%
15 Germania 82.352.473 2008 1.22%
In questi 15 paesi vivono all’incirca 4.3 miliardi di persone, che rappresentano approssimativamente i due terzi dell’intera popolazione mondiale. La popolazione totale dell’Unione Europea - 494 milioni di persone - era all’incirca il 7.3% della popolazione mondiale nel 2006 e avrebbe occupato il terzo posto nella lista di cui sopra.
Leggendo questi dati vediamo che oggi una persona su cinque nel mondo è cinese ed una su cinque e mezzo è indiana. Il 60% della popolazione mondiale è asiatica.
La globalizzazione economico finanziaria sta coinvolgendo popoli che parlano seimila lingue diverse; fondano le rispettive culture in millenni di storia in cui si sono quasi ignorati; credono nelle cinque maggiori religioni oltre a decine di minori; dividono redditi diseguali oscillanti tra i 26.000 $ medi anno di USA/Europa/Giappone ed i 400 $ medi anno di Cina/India/Indonesia; hanno aspettativa di vita inferiore a 60 anni per i Paesi poveri per raggiungere gli 80 di quelli ricchi, per non parlare dei denutriti cronici che in America Latina, pur decrescendo, sono ancora 40 milioni mentre in Africa ed in Asia superano per ciascun continente i 320 milioni di persone, principalmente bambini, anche se questo valore in Asia sta progressivamente calando ed in Africa drammaticamente salendo.
La fame mondiale di energia fa convergere interessi economici e finanziari giganteschi tali da influenzare la politica internazionale e gli equilibri politici. Tutti elementi di grande complessità sociale evidenziati anche da numerose guerre che rendono il quadro generale talmente imprevedibile da rendere possibili solo considerazioni connesse ai massimi sistemi e previsioni di medio breve termine. Lo scenario mondiale è quindi estremamente difficile da leggere perché varia notevolmente a seconda del punto di vista con cui lo si approccia, ma non può essere ignorato anche se la scala dei valori e delle priorità riferibili alle singole Nazioni o Confederazioni è realisticamente diversa.
Difficile di conseguenza il compito delle classi dirigenti locali che, secondo una indagine svolta in Italia sui nostri manager, presentano da noi una triplice debolezza.
La prima è quella di una risposta alla crisi non sempre adeguata, spesso confusa e in ordine sparso.
La seconda è una eccessiva autoreferenzialità locale, nonché una riconosciuta difficoltà, più volte ricordata, di praticare la cooperazione tra segmenti diversi di classe dirigente per i comuni obiettivi del territorio.
La terza è che non si persegue con chiarezza e con l’impegno necessario l’obbligo primario della classe dirigente, quello di generare nuova classe dirigente, con il corollario della ben nota riluttanza a promuovere effettivamente i giovani talenti presenti sul territorio.
Ma oltre i limiti e le debolezze, i territori italiani conservano grandi patrimoni di risorse.
Primo, una capacità di reazione alla crisi da parte del tessuto imprenditoriale, che ha dimostrato concretezza e tenacia, pur attraversando talvolta situazioni anche molto difficili non solo a causa della “nebbia cognitiva” di cui sopra, ma anche dell’incapacità sistemica di sviluppare sul territorio i modelli di coordinamento più adeguati.
Secondo, il valore della produzione locale rispetto alla rendita, che ha costituito almeno fino al 2010 un elemento di tenuta della ricchezza delle famiglie e delle imprese, nonché dell’occupazione, in molti contesti locali.
Terzo, la capacità di resistenza del tessuto sociale, con comunità abituate ad “assorbire” le difficoltà e con un livello di coesione che diventa a tutti gli effetti una risorsa competitiva del sistema.
Per quanto concerne lo sviluppo economico, da cui quello sociale non può prescindere, e pur con le debite differenze tra i territori, è ormai insostenibile la frattura tra un Paese dove si risponde solo delle procedure formali, sostanzialmente chiuso verso l’esterno se non per i richiami e gli obblighi che l’Unione Europa ci impone, solo marginalmente toccato dalla concorrenza; ed un Paese dove si risponde dei risultati, aperto verso l’estero e sottoposto alla pressione della concorrenza internazionale. Oltre alle richieste di sempre, più controlli efficaci e non formalistici, meno carte da presentare e tempi certi per le risposte, dalla giustizia civile, ai pagamenti, alla concessione di autorizzazioni e permessi, un contributo all’efficienza della Pubblica Amministrazione potrebbe aversi da una maggiore mobilità (anche limitata localmente, ma estesa a amministrazioni di natura diversa – centrale/locale). Ogni mutamento che favorisca la crescita dimensionale delle imprese, ogni decisione che consenta l’attrazione di investimenti dall’estero o limiti la fuga di nostre imprese e capitali va presa presto.
La crisi attuale non impedisce che riforme anche dure, ma progettate per il futuro, si possano realizzare nel Welfare, nel fisco, nell’istruzione, nella PA., come testimonia il caso inglese. Il pericolo che si intravede per le società europee non è tanto che l’innovazione metta a dura prova la coesione sociale (anche se le recenti vicende nelle relazioni industriali italiane si possono leggere in quest’ottica), ma che la scarsità d’innovazione spinga verso un lento sgretolamento del tessuto sociale e ad una disaffezione verso la partecipazione (alla scuola, al mercato del lavoro, alla politica, ecc). Sotto questo profilo, è incoraggiante che emergano nuove visioni presso le classi dirigenti italiane, sulle forme di rappresentanza, sull’attenzione alla formazione anche se quello della scuola resta un nodo in gran parte irrisolto, sul raccordo tra attori sociali senza sempre invocare lo Stato.
Gli universi giovanile e femminile italiani, assai penalizzati in termini di occupazione, redditi, carriere, racchiudono
patrimoni di energie e intelligenze indispensabili per il futuro del Paese. Si tratta di risorse spesso poco valorizzate, ma che dimostrano una straordinaria capacità progettuale quando si apre loro la possibilità di dimostrare le loro doti. È dunque un segnale assai positivo che oggi, nel dibattito pubblico italiano, abbia finalmente conquistato spazio l’esigenza di declinare le classi dirigenti al femminile, ed in senso giovanile.
Naturalmente, occorre augurarsi che alle parole seguano presto comportamenti conseguenti, pur nel rispetto di
diverse opzioni pragmatiche.
Dare spazio ai giovani significa in concreto supportare e finanziare nuove idee di business, e favorire l’incontro
tra ricerca e impresa: il Rapporto dà conto di molte novità interessanti in quest’ambito Per quanto concerne la classe dirigente femminile, nonostante questa dimostri regolarmente di raggiungere l’eccellenza sia in ambito scientifico sia nel mondo imprenditoriale, le sue energie devono ancora pienamente dispiegarsi nel nostro Paese, e non sempre le elite locali danno buon esempio, anche rispetto al livello centrale.
La scuola ed i ritardi delle classi dirigenti italiane
A differenza di quello che accade in altri paesi europei, in Italia l’istruzione, e in particolare la scuola, stentano ad assumere un ruolo centrale nel dibattito pubblico. Manca soprattutto una visione – se non condivisa, almeno in fase di elaborazione - della funzione della scuola e dell’università, nei tre tradizionali obiettivi che vengono dati loro in una società moderna: garantire la competitività dell’economia, fungere da strumento di mobilità sociale e selezionare la classe dirigente. Vi è ormai un’ampia evidenza che il sistema di istruzione italiano stia fallendo su tutti e tre gli obiettivi appena menzionati. I confronti internazionali ci segnalano infatti che il livello medio di competenze dei nostri quindicenni - intese come capacità di applicare le conoscenze apprese a scuola a problemi della vita quotidiana – sia fra i più bassi nel novero dei paesi avanzati, sia pure con enormi differenze fra Nord e Sud: difficilmente, quindi, l’Italia potrà contare nei prossimi decenni su una qualità del proprio capitale umano all’altezza delle sfide poste dall’economia internazionale. Analogamente, sta venendo meno la funzione di “ascensore sociale”, prevista dalla nostra Costituzione, che la scuola assolve in tutti i paesi avanzati e che da noi ha assolto per grandi gruppi sociali nell’immediato dopoguerra: il retroterra sociale e culturale è infatti un fattore determinante di tutto il percorso formativo e, in particolare, della scelta dell’indirizzo di studio nella scuola secondaria, con una chiara gerarchia sociale fra licei, istituti tecnici e istituti e scuole professionali, che si riverbera nella prosecuzione all’università. Se la scuola italiana ha deficienze così marcate, perché non si trovano i rimedi? In realtà, negli ultimi anni
passi avanti sono stati compiuti. Gli esiti insoddisfacenti dei test PISA dell’Ocse hanno costretto l’opinione
pubblica, gli organi dirigenti della scuola e gli stessi insegnanti a prendere atto che la scuola italiana non è un
mondo “perfetto”, tutt’al più penalizzato dai tagli di risorse da parte del Governo, ma sostanzialmente tetragono alle influenze esterne e non assoggettabile a valutazioni sul suo operato. Da noi i raffronti
internazionali hanno avviato con molto ritardo, rispetto a paesi come la Germania e gli Stati Uniti, una
profonda riflessione sul funzionamento della scuola, ma alcuni punti fermi sembrano ormai acquisiti: gli
apprendimenti devono essere valutati almeno all’inizio e alla fine di ogni ciclo scolastico per misurare i
progressi compiuti dagli studenti; gli istituti scolastici e gli insegnanti migliori devono essere premiati; i criteri di
reclutamento e di progressione di carriera dei docenti non possono limitarsi alla sola anzianità; sostegno
didattico, orientamento e borse di studio devono far parte del bagaglio di strumenti necessario a aumentare
l’equità del nostro sistema scolastico; va reso effettivo il passaggio delle competenze dal centro (Miur) agli
istituti scolastici autonomi. Queste linee di riforma sono condivise in misura crescente, anche dagli stessi
insegnanti, eppure la scuola entra solo episodicamente nel dibattito pubblico, spesso a seguito di eventi di
cronaca legati al bullismo o alle occupazioni, e raramente come occasione di analisi dei problemi e di
discussione delle soluzioni. .
Un trend comune a tutti i paesi avanzati è infatti l’innalzamento dei livelli di istruzione verso la formazione terziaria; inoltre, le analisi confermano come la presenza di laureati in azienda favorisca l’innovazione tecnologica e l’internazionalizzazione. Di conseguenza, la vera scommessa per il sistema delle imprese negli anni a venire sarà quello di garantirsi persone dotate di ottime lauree e di una buona conoscenza della lingua inglese, piuttosto che manodopera tecnica.
Dal canto loro, le organizzazioni sindacali, pur mostrando particolare sensibilità ai temi dell’uguaglianza delle opportunità di accesso all’istruzione, risultano ancora prigioniere degli interessi di corporazione, per cui la priorità è garantire l’assunzione a tempo indeterminato di tutti i precari, anche quando è noto che in Italia il rapporto fra insegnanti e alunni è nettamente superiore a quello degli altri paesi dell’Ocse, senza che questo determini apprendimenti superiori alla media. Ancora: al momento della riforma universitaria che ha condotto alle lauree triennali, molti ordini professionali hanno condizionato l’ingresso al possesso di una laurea magistrale quinquennale, in modo da restringere l’accesso alla professione, anziché cogliere l’occasione per favorire un allargamento della propria base intellettuale (e ridurre i futuri deficit previdenziali!).
Filiere globali e reti di impresa: nuovi modelli di relazioni banca-impresa per il “Mondo Nuovo”
Oltre a determinare l'irrompere nei mercati europei di nuovi concorrenti localizzati in paesi a basso costo del
lavoro, la globalizzazione ha prodotto l'effetto di sviluppare nuovi circuiti di conoscenza a livello mondiale. Le
dinamiche in atto nelle filiere globali impongono ai distretti la difficile sfida di far convivere gli storici vantaggi
del radicamento locale con l'esigenza di maggiore apertura ai mercati internazionali e ai nuovi circuiti di
approvvigionamento dei fattori produttivi e della produzione. Tali circuiti implicano la trasformazione delle
tradizionali reti locali in reti transnazionali, attraverso un ripensamento dei modelli di business consolidati e
delle tradizionali catene del valore. Quindi, il binomio locale/globale e i nuovi circuiti della conoscenza rendono
obsoleta la forma tradizionale dei distretti industriali italiani, che si sono sviluppati essenzialmente come reti
contestuali chiuse. La relativa chiusura di questi sistemi verso l'esterno ha costituito in passato un punto di
forza, in quanto ha contribuito a rafforzarne la coesione interna e l'identità collettiva, con il consolidamento del
cosiddetto capitale sociale. Oggi, però, questo carattere di quasi autoreferenzialità appare rischioso. Infatti, le
tradizionali economie esterne, che in passato hanno consentito a tante piccole e piccolissime imprese di
superare i limiti derivanti dalla piccola dimensione, consentono sempre meno di colmare i gap di competenze
aziendali che oggi si manifestano. I processi di aggiustamento dei distretti non sono omogenei e sono
condizionati all'apertura verso l'esterno soprattutto delle imprese distrettuali più dinamiche, che hanno
scoperto come le opportunità legate alla collaborazione con partner anche molto lontani possano essere più
vantaggiose rispetto alle relazioni con partner interni al distretto. Nei distretti dove l’evoluzione sopra descritta
è meno radicata e diffusa si registrano sempre più evidenti segnali di crisi, in termini di calo dei volumi di
produzione ed export.
I messaggi-chiave per le Pmi che emergono dal mutato contesto competitivo e dall’evoluzione dei modelli di
sviluppo territoriale sono i seguenti:
a) dai mercati esteri giunge la spinta per le imprese italiane per ridefinire le proprie strategie competitive;
b) le filiere globali impongono un ripensamento dei modelli di business e delle catene del valore tradizionali;
c) le reti di impresa possono in alcuni casi costituire un’alternativa valida rispetto all’approccio autonomo ai mercati esteri.
Cosa potrebbero fare le banche per sostenere le imprese in questa delicata fase di transizione? Per la ripresa
del ciclo economico, fornire nuovi strumenti di offerta bancaria, con una serie di prodotti disegnati specificatamente per accompagnare le aziende nella fase di ripresa: ad esempio, prestiti con caratteristiche di
grande flessibilità in termini di durata e pre-ammortamento, destinati alla ristrutturazione di immobili, o
all’acquisto di impianti o macchinari necessari allo svolgimento dell’attività aziendale; oppure prestiti per
sostenere l’assunzione di nuovi dipendenti e/o il riassorbimento dalla cassa integrazione; infine, linee di fido a
breve termine per smobilizzo crediti commerciali finalizzate ad anticipare gli incassi di crediti e contratti legati a
rapporti con la pubblica amministrazione, con adempimenti molto semplificati per le imprese creditrici.
Per la competitività e innovazione, le banche potrebbero offrire assistenza alle aziende che intendono
riattivare investimenti produttivi: ad esempio, mutui finalizzati per investimenti volti all'arricchimento del
contenuto tecnologico di prodotti, processi e/o servizi dell’impresa richiedente e/o al miglioramento
dell'organizzazione e della sua struttura aziendale; finanziamento di progetti di Ricerca & Sviluppo destinati
alla realizzazione di nuovi prodotti, processi produttivi e servizi tecnologicamente innovativi per il cliente;
infine, finanziamenti destinati agli start-up con la finalità di supportare le iniziali necessità di liquidità di
finanziamento del circolante e sostenere gli investimenti necessari all'avviamento.
Per le reti di impresa e la formazione, in collaborazione con le Associazioni di Categoria, le banche dovrebbero organizzare percorsi di costruzione o rafforzamento di reti, e percorsi destinati a giovani e
neolaureati per fornire loro le informazioni di base che occorrono a chi voglia attivare un'esperienza
imprenditoriale.
Le classi dirigenti locali e il “Mondo Nuovo”
Come si vanno rapportando le Classi dirigenti locali al dopo-crisi ed al Mondo Nuovo che ne esce? Quali
rappresentazioni forniscono delle trasformazioni in corso, delle risorse e dei modelli adottati nei territori ove
operano, e della loro stessa adeguatezza come dirigenti? E come vengono affrontati i temi della atavica
frammentazione delle Classi dirigenti italiane, nonché del loro aggiornamento, apertura verso l’estero,
“svecchiamento”?
La crisi è stata ormai largamente incorporata nell’immaginario sociale delle comunità locali italiane ma le
classi dirigenti hanno ancora difficoltà a gestire “l’era delle aspettative decrescenti” (Krugman). La domanda
principale che le classi dirigenti locali debbono porsi, infatti, è come gestire in modo progressivo e non
regressivo, il ridimensionamento delle aspettative sociali, ovvero come evitare di piangersi addosso ed
investire le risorse che esistono sui territori in modo innovativo, per catturare le opportunità del Mondo Nuovo,
preservando e alimentando la coesione sociale e le forme partecipative che costituiscono un patrimonio non
secondario della “provincia” italiana. Naturalmente la domanda non ammette risposte facili, né pigramente
riproducibili da una realtà locale alle altre. Al tempo stesso, parziali, possibili risposte esistono, ad esempio, occorre mobilizzare gli estesi patrimoni privati presenti sui territori italiani, con nuove forme di finanza che prevedano rischi e vantaggi esplicitamente partecipati e suddivisi tra imprese, banche, grandi investitori e famiglie, per rendere davvero efficace uno dei nostri punti di forza, ovvero una notevole - anche se purtroppo sempre più concentrata - ricchezza privata a fronte del debito pubblico. Se queste ricchezze privilegiassero sempre più la rendita rispetto al rischio dell’innovazione, la conservazione rispetto alla mobilità; oppure se venissero sempre più investite all’estero, i patrimoni dei territori italiani sarebbero destinati a scemare in tempi brevi, come già segnalano da qualche tempo le statistiche della Banca d’Italia. Oppure occorre che banche e Pmi trovino nuove forme di relazione, senza sempre la spalla del sistema pubblico, con manager cosmopoliti, ma al tempo stesso esperti delle potenzialità produttive italiane e delle opportunità del Mondo Nuovo. Nuovi ruoli per le classi dirigenti vanno presto generati, ed in alcuni contesti locali potrebbe essere una nuova generazione di classe dirigente ad assumerli.
Le tre debolezze delle classi dirigenti locali, già menzionate all’inizio di questa Introduzione, accomunano i
territori italiani da Nord a Sud, con la specificità che nel Settentrione emerge una maggior sensibilità rispetto
all’elaborazione di risposte condivise e coordinate. Troppo spesso infatti le iniziative di aggregazione scontano
grandi limiti di duplicazioni e di conflittualità tra i diversi attori. L’assenza storica di un player di grandi
dimensioni che agisca da catalizzatore amplifica sovente la frammentazione dell’azione sociale
In generale, non si può sostenere che le classi dirigenti locali garantiscano prestazioni migliori di quelle centrali ma un vantaggio che permane sui territori è la maggior vicinanza dei cittadini alle classi dirigenti che agisce da pungolo.
A fronte di storiche debolezze, acuite dalla crisi, i territori italiani dispongono di risorse notevoli per affrontare
le sfide del Mondo Nuovo: dalla capacità riconosciuta di reazione alla crisi da parte del tessuto di impresa che
ha mostrato spirito di concretezza, pur attraversando di recente situazioni anche molto dure; al valore,
altrettanto riconosciuto, della produzione locale, che ha costituito almeno fino al 2010 un elemento di tenuta
della ricchezza delle famiglie e delle imprese, nonché dell’occupazione, in molti contesti; alla tenuta del
tessuto sociale, con comunità abituate ad “assorbire” le difficoltà e con un livello di coesione che diventa a tutti
gli effetti una risorsa competitiva del sistema. Si tratta, da parte delle classi dirigenti locali, di disimparare parte
del “vecchio”, e fare esperienza e pedagogia del Mondo Nuovo, per costruire ponti tra quelle risorse e le
opportunità che emergono.
Liberamente tratto da:
I territori italiani e il “Mondo Nuovo”
di Stefano Manzocchi
Ordinario di Economia Internazionale
Università LUISS “Guido Carli”
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lunedì 21 marzo 2011
Le terapie dello stress dei Manager
Pronto soccorso antistressante rivolto a tanti Manager
.Il pronto soccorso comportamentale antistressante consiste essenzialmente in tre misure:
· evitare con tutte le scuse (anche tirate per i capelli) situazioni potenzialmente frustranti.
· cercare con tutti i trucchi (e vivere con gusto) situazioni appaganti. In gergo: ogni giorno combinare una bella cazzata ben premeditata.
Bianca riguardo questo contesto cita Schopenhauer [3]: " ... cose appaganti sono di solito inutili, amorali o illegali."
· tentare di diventare meno dipendenti e più autonomi. In gergo: mandare 'affanculo tutti i rompiscatole.
Riassunto: Non fare i bravi!
N.B.: se non cogli il nesso e lo spirito di questo messaggio, attento sei troppo stressato!
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.Il pronto soccorso comportamentale antistressante consiste essenzialmente in tre misure:
· evitare con tutte le scuse (anche tirate per i capelli) situazioni potenzialmente frustranti.
· cercare con tutti i trucchi (e vivere con gusto) situazioni appaganti. In gergo: ogni giorno combinare una bella cazzata ben premeditata.
Bianca riguardo questo contesto cita Schopenhauer [3]: " ... cose appaganti sono di solito inutili, amorali o illegali."
· tentare di diventare meno dipendenti e più autonomi. In gergo: mandare 'affanculo tutti i rompiscatole.
Riassunto: Non fare i bravi!
N.B.: se non cogli il nesso e lo spirito di questo messaggio, attento sei troppo stressato!
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venerdì 11 marzo 2011
Le differenze di salario tra uomini e donne

Il grafico qui sopra riporta i "differenziali salariali imputati" vale a dire la differenza percentuale tra i salari degli uomini e quelli delle donne quando si tiene conto del problema della selezione della forza lavoro, particolarmente forte in paesi come l'Italia, in cui il 46% circa delle donne in età lavorativa ha un'occupazione a fronte di tassi occupazionali maschili intorno al 75%.
In Italia lavorano prevalentemente le donne più istruite. Questo può far apparire le disuguaglianze salariali di genere più piccole di quanto siano in realtà perché le donne con salario potenziale più basso non lavorano. Il differenziale salariale imputato rappresenta quindi una migliore misura del divario salariale.
Il divario salariale imputato tra uomini e donne in Italia risulta quindi del 26,8 per cento rispetto al 6,7 per cento realmente osservato.
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sabato 26 febbraio 2011
La Rivoluzione Francese e l’esplosione del Nord Africa
Le cause della Rivoluzione Francese
Prima del 1789, la Francia era una monarchia assoluta legata alla tradizione medioevale. Il Re, fiancheggiato dal clero e dalla ricca nobiltà, deteneva i tre poteri. Lo stato era incapace di adeguarsi ai mutamenti in atto e opprimeva le masse, ormai vessate da sgravi fiscali. L'invio di truppe e rifornimenti per sostenere gli Americani in lotta contro gli Inglesi aggravò la pesante situazione economica francese già in crisi perché vincolata all'agricoltura. La tassazione nei confronti dei contadini aveva raggiunto il limite di sopportazione, già minato dagli esosi oneri signorili ricollegati ad un antico sistema feudale. Il peggioramento inesorabile della condizione contadina fu anche dovuto alla crisi che sconvolse la produzione cerealicola del 1787 a causa di disastri meteorologici
.
Le analogie con le Rivoluzioni Nordafricane attuali
Fino al 2010, la Tunisia, l’Egitto, il Marocco, l’Algeria e la Libia sono state rette da sistemi dittatoriali o pseudo democratici, dove le figure di gerarca supremo sono state normalmente imposte o sostenute da movimenti militari , cui fa eccezione il Marocco monarchico ma, come gli altri, dotato di Costituzioni che ben poco rispecchiano i principi di uguaglianza e di libertà.
Da rilevare che anche in questi Paesi la religione, o meglio, i suoi tribuni interessati, hanno influenzato sensibilmente il corso degli eventi politici. Infine quella che in Francia era la ricca nobiltà, qui è una classe borghese che sostenendo la gerarchia politica, ha intrallazzato sfruttando le risorse naturali ed umane. Corruzione dilagante.
Si indica come causa scatenante quella dei rincari dei generi alimentari motivata dalla crisi economica mondiale, ma forse la cosa è molto più complessa.
Non credo che ci si sia mossi semplicemente osservando la riuscita dell’insurrezione tunisina, bensì prendendo coscienza di valori di libertà e del diritto di esistere, acquisiti dalla crescita della culturalizzazione delle masse e dalla esasperazione di giovani, anche diplomati o laureati che abbiano visto, attraverso TV ed Internet, l’esistenza di un mondo attorno a sé che però a loro veniva negato. Grande fenomeno quello della comunicazione di massa che dopo l’era industriale, è forse stato ed è, quello che ha veramente cambiato il modo di vivere e di pensare delle persone.
Inoltre, gli emigrati in Europa hanno riportato, tornando a casa, immagini di benessere, di guadagno, di libertà, di qualità della vita toccate con mano e quindi a conferma di quelle televisive o ricavate da Internet. E’ certo che l’incremento della disoccupazione, senza l’ombra di ammortizzatori sociali, non può che aver complicato le cose esacerbando gli animi, ma le percentuali sono salite di poco sia pur su base dati piuttosto elevate. I regimi dominanti, fondamentalmente laici nei fatti, hanno vissuto precari equilibri e spesso sono stati avversati da un islamismo dai cento volti tra cui quello integralista, a sua volta strumentalizzato spesso da un terrorismo politico.
Non dimentichiamo lo scarso o nullo significato delle elezioni a cui noi, mondo occidentale, diamo un grande significato di democrazia, mentre in quei Paesi è solo lo strumento usato per auto certificare agli occhi del mondo le scelte autoritarie predeterminate attraverso partiti monocratici.
Vedi anche che lo stesso sistema è usato da sempre a Cuba, in Cina, in Russia o in alcuni Stati centroamericani o ex sovietici dove è il partito al potere ad osteggiare l’opposizione sia con leggi “ad hoc” sia con mezzi coercitivi.
Va anche detto che tenere insieme popolazioni tribali con le rispettive e vive culture e realtà sociali di enclave, richiede sicuramente una guida forte ed univoca non facile da giostrare tra rispetto delle autonomie e interesse comune. Di conseguenza il passaggio ad una democrazia di fatto è tutt’altro che semplice e breve nel tempo. La Polonia e l’Ungheria ne sono un recente esempio conclusosi positivamente ma con sacrifici ed attese.
Si potrebbe dire che tutti i regimi autoritari hanno, prima o poi, mostrato il loro tallone di Achille perché come disse Giulio Andreotti: “Il potere logora chi non ce l’ha”, ma sviluppa un senso di onnipotenza che inevitabilmente porta a perdere di vista la realtà da cui ci si innalza. La massa del popolo a cui sono state fatte promesse, magari inizialmente mantenute, e per questo innalza il proprio idolo al potere supremo, prende coscienza dell’illusione in cui si è cullata e constata che nel tempo ben poco cambia per sé. La ricchezza ed il potere diventano insieme l’unico obiettivo dei potenti sempre più attorniati da “pares inter pares”. Questo è sempre stato fatto da tutti i dominatori e condottieri che la storia ci racconta. Bagni di sangue umano nel nome del potere e di presunti ideali, da Gengis Khan ad Alessandro Magno, dopo essere passati da Giulio Cesare e poi Costantino, passando per le Crociate e per le stragi dei Pellirosse americani (i cattivi dei film del Novecento), da Mao Tse Tung ai Khmer Rossi ed alla Rivoluzione bolscevica. Le stragi per il controllo del petrolio in Asia e dell’agricoltura somalo-eritrea. L’apartheid “dei diamanti” in South Africa. Ed ora nuovamente il petrolio, i giacimenti di minerali, l’agricoltura e la lotta religiosa integralista in un contesto estremamente articolato e pericoloso.
Problemi politici per un futuro incerto anche se reso meno esplosivo da una globalizzazione degli interessi reciproci.
La Cina si è espansa più di altri in Africa ed ha investito cifre importanti per sostenere il proprio sviluppo, ma a sua volta deve guardarsi dalla crescita interna troppo veloce che finirebbe per creare tensioni sociali pericolosissime non più gestibili come fu fatto drammaticamente in piazza Tien’anmen.
La Germania ha assorbito la fusione con la Repubblica Democratica ed ha diversificato l’espansione economica presentandosi per prima in Cina, poi nei Paesi ex Unione Sovietica, in Brasile e poi in Africa.
Gli USA, tradizionali dominatori economici degli Stati Centro Americani, hanno interessi diffusissimi in tutta l’Asia oltrechè in Europa ed Africa.
Il Giappone, con USA e Cina detiene le maggiori banche mondiali e gli Istituti Finanziari con riserve gigantesche di dollari e di euro.
La Russia, ultima potenza ad affacciarsi sul mondo economico internazionale, controlla le maggiori riserve mondiali di gas(35%), di petrolio(5%) ed ha mostrato una capacità di adattarsi al capitalismo che si potrebbe definire sorprendente rispetto al comunismo propugnato fino a meno di vent’anni fa e che oggi mostra in una immagine molto sbiadita rispetto ad una Cina sostenitrice del comunismo capitalistico. Non è dichiarato ma basta andare là per vederne l’applicazione pratica.
Tutti sono lanciati verso la conquista di mercati con l’utilizzo di ogni tipo di strategie, da quella militare giustificata da “peace keeping” a quella politica degli aiuti “umanitari”, a quella economica della maggiore competitività dei prezzi. Manca solo quella religiosa che oggi è usata solo da gruppi definiti terroristici e razziale per il ben noto problema dell’intolleranza etnica. Forse perché alcune delle grandi potenze sono multiconfessionali e multietniche, ma soprattutto laiche.
Gli interrogativi politici di chi guarda ai sommovimenti africani di questi giorni, cioè di tutti i Paesi citati, vanno proprio nella direzione di capire quali vantaggi possano essere colti e quali svantaggi evitati. Non è certo la momentanea riduzione di qualche milione di barili di petrolio e di metri cubi di gas, (Tutti insieme i Paesi africani in subbuglio hanno riserve di gas e petrolio pari al 4%) o l’uccisione di qualche centinaio di persone “ribelli al regime” ed onesti eroi del cambiamento politico, (a parte i giornalisti che trattano questi temi che sono i più vicini al comune cittadino per vendere i giornali), ad angosciare nessuno dei Grandi Burattinai.
Infatti modificando di qualche punto percentuale gli approvvigionamenti di petrolio e gas, da questo o quel Paese, piuttosto che accusando di stragi e di uso improprio della forza i dittatori caduti in disgrazia sociale, vengono risolti gli aspetti sensibili alla cronaca quotidiana.
Il vero problema è: “Come questi fatti potranno modificare gli interessi economici e turbare gli equilibri politici utili alla realizzazione dei rispettivi Piani Strategici?”.
Qui la domanda, nel tempo la risposta.
Prima del 1789, la Francia era una monarchia assoluta legata alla tradizione medioevale. Il Re, fiancheggiato dal clero e dalla ricca nobiltà, deteneva i tre poteri. Lo stato era incapace di adeguarsi ai mutamenti in atto e opprimeva le masse, ormai vessate da sgravi fiscali. L'invio di truppe e rifornimenti per sostenere gli Americani in lotta contro gli Inglesi aggravò la pesante situazione economica francese già in crisi perché vincolata all'agricoltura. La tassazione nei confronti dei contadini aveva raggiunto il limite di sopportazione, già minato dagli esosi oneri signorili ricollegati ad un antico sistema feudale. Il peggioramento inesorabile della condizione contadina fu anche dovuto alla crisi che sconvolse la produzione cerealicola del 1787 a causa di disastri meteorologici
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Le analogie con le Rivoluzioni Nordafricane attuali
Fino al 2010, la Tunisia, l’Egitto, il Marocco, l’Algeria e la Libia sono state rette da sistemi dittatoriali o pseudo democratici, dove le figure di gerarca supremo sono state normalmente imposte o sostenute da movimenti militari , cui fa eccezione il Marocco monarchico ma, come gli altri, dotato di Costituzioni che ben poco rispecchiano i principi di uguaglianza e di libertà.
Da rilevare che anche in questi Paesi la religione, o meglio, i suoi tribuni interessati, hanno influenzato sensibilmente il corso degli eventi politici. Infine quella che in Francia era la ricca nobiltà, qui è una classe borghese che sostenendo la gerarchia politica, ha intrallazzato sfruttando le risorse naturali ed umane. Corruzione dilagante.
Si indica come causa scatenante quella dei rincari dei generi alimentari motivata dalla crisi economica mondiale, ma forse la cosa è molto più complessa.
Non credo che ci si sia mossi semplicemente osservando la riuscita dell’insurrezione tunisina, bensì prendendo coscienza di valori di libertà e del diritto di esistere, acquisiti dalla crescita della culturalizzazione delle masse e dalla esasperazione di giovani, anche diplomati o laureati che abbiano visto, attraverso TV ed Internet, l’esistenza di un mondo attorno a sé che però a loro veniva negato. Grande fenomeno quello della comunicazione di massa che dopo l’era industriale, è forse stato ed è, quello che ha veramente cambiato il modo di vivere e di pensare delle persone.
Inoltre, gli emigrati in Europa hanno riportato, tornando a casa, immagini di benessere, di guadagno, di libertà, di qualità della vita toccate con mano e quindi a conferma di quelle televisive o ricavate da Internet. E’ certo che l’incremento della disoccupazione, senza l’ombra di ammortizzatori sociali, non può che aver complicato le cose esacerbando gli animi, ma le percentuali sono salite di poco sia pur su base dati piuttosto elevate. I regimi dominanti, fondamentalmente laici nei fatti, hanno vissuto precari equilibri e spesso sono stati avversati da un islamismo dai cento volti tra cui quello integralista, a sua volta strumentalizzato spesso da un terrorismo politico.
Non dimentichiamo lo scarso o nullo significato delle elezioni a cui noi, mondo occidentale, diamo un grande significato di democrazia, mentre in quei Paesi è solo lo strumento usato per auto certificare agli occhi del mondo le scelte autoritarie predeterminate attraverso partiti monocratici.
Vedi anche che lo stesso sistema è usato da sempre a Cuba, in Cina, in Russia o in alcuni Stati centroamericani o ex sovietici dove è il partito al potere ad osteggiare l’opposizione sia con leggi “ad hoc” sia con mezzi coercitivi.
Va anche detto che tenere insieme popolazioni tribali con le rispettive e vive culture e realtà sociali di enclave, richiede sicuramente una guida forte ed univoca non facile da giostrare tra rispetto delle autonomie e interesse comune. Di conseguenza il passaggio ad una democrazia di fatto è tutt’altro che semplice e breve nel tempo. La Polonia e l’Ungheria ne sono un recente esempio conclusosi positivamente ma con sacrifici ed attese.
Si potrebbe dire che tutti i regimi autoritari hanno, prima o poi, mostrato il loro tallone di Achille perché come disse Giulio Andreotti: “Il potere logora chi non ce l’ha”, ma sviluppa un senso di onnipotenza che inevitabilmente porta a perdere di vista la realtà da cui ci si innalza. La massa del popolo a cui sono state fatte promesse, magari inizialmente mantenute, e per questo innalza il proprio idolo al potere supremo, prende coscienza dell’illusione in cui si è cullata e constata che nel tempo ben poco cambia per sé. La ricchezza ed il potere diventano insieme l’unico obiettivo dei potenti sempre più attorniati da “pares inter pares”. Questo è sempre stato fatto da tutti i dominatori e condottieri che la storia ci racconta. Bagni di sangue umano nel nome del potere e di presunti ideali, da Gengis Khan ad Alessandro Magno, dopo essere passati da Giulio Cesare e poi Costantino, passando per le Crociate e per le stragi dei Pellirosse americani (i cattivi dei film del Novecento), da Mao Tse Tung ai Khmer Rossi ed alla Rivoluzione bolscevica. Le stragi per il controllo del petrolio in Asia e dell’agricoltura somalo-eritrea. L’apartheid “dei diamanti” in South Africa. Ed ora nuovamente il petrolio, i giacimenti di minerali, l’agricoltura e la lotta religiosa integralista in un contesto estremamente articolato e pericoloso.
Problemi politici per un futuro incerto anche se reso meno esplosivo da una globalizzazione degli interessi reciproci.
La Cina si è espansa più di altri in Africa ed ha investito cifre importanti per sostenere il proprio sviluppo, ma a sua volta deve guardarsi dalla crescita interna troppo veloce che finirebbe per creare tensioni sociali pericolosissime non più gestibili come fu fatto drammaticamente in piazza Tien’anmen.
La Germania ha assorbito la fusione con la Repubblica Democratica ed ha diversificato l’espansione economica presentandosi per prima in Cina, poi nei Paesi ex Unione Sovietica, in Brasile e poi in Africa.
Gli USA, tradizionali dominatori economici degli Stati Centro Americani, hanno interessi diffusissimi in tutta l’Asia oltrechè in Europa ed Africa.
Il Giappone, con USA e Cina detiene le maggiori banche mondiali e gli Istituti Finanziari con riserve gigantesche di dollari e di euro.
La Russia, ultima potenza ad affacciarsi sul mondo economico internazionale, controlla le maggiori riserve mondiali di gas(35%), di petrolio(5%) ed ha mostrato una capacità di adattarsi al capitalismo che si potrebbe definire sorprendente rispetto al comunismo propugnato fino a meno di vent’anni fa e che oggi mostra in una immagine molto sbiadita rispetto ad una Cina sostenitrice del comunismo capitalistico. Non è dichiarato ma basta andare là per vederne l’applicazione pratica.
Tutti sono lanciati verso la conquista di mercati con l’utilizzo di ogni tipo di strategie, da quella militare giustificata da “peace keeping” a quella politica degli aiuti “umanitari”, a quella economica della maggiore competitività dei prezzi. Manca solo quella religiosa che oggi è usata solo da gruppi definiti terroristici e razziale per il ben noto problema dell’intolleranza etnica. Forse perché alcune delle grandi potenze sono multiconfessionali e multietniche, ma soprattutto laiche.
Gli interrogativi politici di chi guarda ai sommovimenti africani di questi giorni, cioè di tutti i Paesi citati, vanno proprio nella direzione di capire quali vantaggi possano essere colti e quali svantaggi evitati. Non è certo la momentanea riduzione di qualche milione di barili di petrolio e di metri cubi di gas, (Tutti insieme i Paesi africani in subbuglio hanno riserve di gas e petrolio pari al 4%) o l’uccisione di qualche centinaio di persone “ribelli al regime” ed onesti eroi del cambiamento politico, (a parte i giornalisti che trattano questi temi che sono i più vicini al comune cittadino per vendere i giornali), ad angosciare nessuno dei Grandi Burattinai.
Infatti modificando di qualche punto percentuale gli approvvigionamenti di petrolio e gas, da questo o quel Paese, piuttosto che accusando di stragi e di uso improprio della forza i dittatori caduti in disgrazia sociale, vengono risolti gli aspetti sensibili alla cronaca quotidiana.
Il vero problema è: “Come questi fatti potranno modificare gli interessi economici e turbare gli equilibri politici utili alla realizzazione dei rispettivi Piani Strategici?”.
Qui la domanda, nel tempo la risposta.
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domenica 20 febbraio 2011
Tasse: più guadagni meno paghi, chissà perchè?
È giusto che una banca, un fondo, o addirittura una multinazionale paghino meno tasse - in termini di aliquota, ovviamente - di un lavoratore dipendente?
A giudicare dalla protesta che sta montando tra Londra e New York, la forbice delle aliquote tra redditi personali e redditi d'impresa si è allargata a un punto tale da generare situazioni paradossali se non grottesche: a titolo di esempio, basti pensare che Blackstone, il colosso dei fondi di private equity, ha pagato le tasse al fisco Usa con un'aliquota dello 0,4%, un sogno irrealizzabile per qualunque lavoratore o per le tante piccole imprese la cui aliquota fiscale è inchiodata al 35 per cento. Ancora più incredibile è il caso della Barclays, contro cui si è scatenata l'ira dei contribuenti inglesi: la banca ha pagato nel 2009 solo 113 milioni di sterline di tasse, circa l'1% degli utili. Una manciata di spiccioli, soprattutto se si tiene conto che la banca ha premiato i dirigenti con bonus per 1,5 miliardi di sterline. Nessuno mette in dubbio l'utilità di alcune agevolazioni e incentivi fiscali che permettono a imprese e banche di pagare meno tasse. Ma un riordino - in Usa come in Europa - renderebbe più trasparente il sistema e meno irritante per il contribuente pagare allo Stato l'odiato tributo.
Mettere bene a fuoco la politica italiana al riguardo potrebbe aiutare a prevenire una rivolta popolare contro la disuguaglianza di trattamento tra il sistema finanziario ed il reddito individuale. Il primo con mille scappatoie ed aiuti ed il secondo tartassato da sempre ed oggi inquisito di "nascondere redditi non dichiarati in base ai propri consumi rilevati dallo spesometro". Giustissimo cercare di colpire chi deliberatamente sceglie la strada della disonestà fiscale ma sarebbe meglio non incentivarla con esempi esecrabili che leggiamo quotidianamente sui giornali o semplicemente la percorre perchè strangolato da un sistema borbonico di burocrazia e di sprechi. I padri fondatori della nostra Costituzione erano esempi di moralità, modestia e rigore di vita, che fossero di questo o di quel partito, mentre i manovratori che ne studiano "l'attualizzazione" sembrano avere "ben altri doti" anche se certamente "molto più attuali". Festeggiamenti per il 150° dell'Italia? Beh, proprio TANTI AUGURI, perchè nei hai veramente bisogno!
A giudicare dalla protesta che sta montando tra Londra e New York, la forbice delle aliquote tra redditi personali e redditi d'impresa si è allargata a un punto tale da generare situazioni paradossali se non grottesche: a titolo di esempio, basti pensare che Blackstone, il colosso dei fondi di private equity, ha pagato le tasse al fisco Usa con un'aliquota dello 0,4%, un sogno irrealizzabile per qualunque lavoratore o per le tante piccole imprese la cui aliquota fiscale è inchiodata al 35 per cento. Ancora più incredibile è il caso della Barclays, contro cui si è scatenata l'ira dei contribuenti inglesi: la banca ha pagato nel 2009 solo 113 milioni di sterline di tasse, circa l'1% degli utili. Una manciata di spiccioli, soprattutto se si tiene conto che la banca ha premiato i dirigenti con bonus per 1,5 miliardi di sterline. Nessuno mette in dubbio l'utilità di alcune agevolazioni e incentivi fiscali che permettono a imprese e banche di pagare meno tasse. Ma un riordino - in Usa come in Europa - renderebbe più trasparente il sistema e meno irritante per il contribuente pagare allo Stato l'odiato tributo.
Mettere bene a fuoco la politica italiana al riguardo potrebbe aiutare a prevenire una rivolta popolare contro la disuguaglianza di trattamento tra il sistema finanziario ed il reddito individuale. Il primo con mille scappatoie ed aiuti ed il secondo tartassato da sempre ed oggi inquisito di "nascondere redditi non dichiarati in base ai propri consumi rilevati dallo spesometro". Giustissimo cercare di colpire chi deliberatamente sceglie la strada della disonestà fiscale ma sarebbe meglio non incentivarla con esempi esecrabili che leggiamo quotidianamente sui giornali o semplicemente la percorre perchè strangolato da un sistema borbonico di burocrazia e di sprechi. I padri fondatori della nostra Costituzione erano esempi di moralità, modestia e rigore di vita, che fossero di questo o di quel partito, mentre i manovratori che ne studiano "l'attualizzazione" sembrano avere "ben altri doti" anche se certamente "molto più attuali". Festeggiamenti per il 150° dell'Italia? Beh, proprio TANTI AUGURI, perchè nei hai veramente bisogno!
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mercoledì 16 febbraio 2011
Marchionne ed il cambiamento: da che parte va l’etica manageriale
Stralciando dalle dichiarazioni di Marchionne quella che recita, più o meno testualmente: “Non ho nulla da chiedere alla politica”, mi ritornano in mente le frequenti visite di Gianni Agnelli ai “palazzi romani” negli anni fra il ’70 e l’80. Nulla di illegittimo, credo, ma in quegli anni erano successe molte cose come, dopo la migrazione dal Sud con la valigia di cartone, fossero venute richieste sostanziose di CIG per migliaia di dipendenti Fiat. Alcune chiusure di bilancio vedevano come risultato, le vendite forzate ai concessionari e la stabilità finanziaria garantita dal loro obbligo di pagare alla consegna. Da non dimenticare la politica strozza fornitori con prezzi imposti e margini risicati con pagamenti oltre i 180 giorni. Progressiva distruzione della Lancia e dell’Alfa Romeo con una “collaborazione” ottusa dei Sindacati. Sul mercato pochi modelli ed una qualità sempre meno accattivante. La contraddizione di una gestione che in questo modo ha portato la Fiat sull’orlo del fallimento. Non facciamo nomi ma riconosciamo che l’etica manageriale di porre il massimo impegno per raggiungere il massimo profitto, aveva virato verso obiettivi molto più individuali o meglio egoistici. Top manager celebrati dalla politica e dai salotti, visioni strategiche di corto raggio, commistioni non facilmente decifrabili tra gli investimenti privati ed i finanziamenti pubblici.
Ora scopriamo che un manager italo svizzero, conoscitore e frequentatore di ambienti finanziari, detta delle regole che un dirigente come me, di ben minore livello, darebbe per scontate: “Aumentare la produttività degli impianti per portarli dal 40% all’80%”. Ma, scusate, dove erano i manager fino a quel momento? Avevano forse le mani legate e la bocca cucita? Quale assurda logica può considerare accettabile una produttività del 40%? Dove erano i rappresentanti dei lavoratori della FIOM all’interno degli impianti per invocare la lotta contro l’azienda per sfruttamento dei lavoratori? Capisco i lavoratori stessi che, essendosi adattati a ciò che era prodotto, ritenevano di dare ciò che fosse il giusto.
Ma ora che una maggioranza di loro ha accettato, o dovuto accettare, un piccolo cambio di rotta rinunciando ad una parte dei cosiddetti “diritti acquisiti”, ecco che Marchionne esce con una dichiarazione che spiazza la vetusta politica sindacale e cioè: “All’aumento della produttività corrisponderanno retribuzioni in linea con quelle dei colleghi tedeschi o francesi”. Naturalmente con ingenti investimenti strettamente collegati ad un riposizionamento delle quote di mercato entro il 2015. Quanti denari richiesti al Governo? Apparentemente nulla e, a prescindere dal fatto che dall’Europa siano vietati gli aiuti di Stato ai privati, ci è proposta una visione strategica della crescita in controtendenza rispetto alla storia di un’azienda talmente importante da rappresentare una quota significativa del PIL.
Una mosca bianca? Direi di no, ma certamente se non rara, almeno particolare perché emerge da una realtà industriale molto grande e di esse ne abbiamo veramente poche in Italia se si considera che le PMI rappresentano mediamente l’85% delle aziende italiane ed ancora di più se ci riferiamo a quelle manifatturiere. Nel piccolo i cambiamenti sono in corso da anni ed hanno assicurato la sopravvivenza della stragrande maggioranza delle PMI in questa crisi. Ma nel piccolo i manager o sono titolari o sono interagenti strettamente con la proprietà ed i concetti di produttività ed incentivazione delle persone sono vissuti quotidianamente. Questo non significa che non vi siano atteggiamenti di soggettività, di paternalismo o di scarsa propensione alla valutazione dei collaboratori, ma l’obiettivo del profitto aziendale è chiaro.
Fare profitto a scapito dei collaboratori? Questo è lo slogan della FIOM e di coloro che insistono nella visione ideologica di un comunismo oramai morto da anni ma di cui si tenta di celebrare gli anniversari, quasi fosse una dottrina immutabile nel tempo e prescindente dall’evoluzione socio economica.
Marchionne dice di no e, preservandone il principio della redditualità, apre alla partecipazione societaria ed economica di coloro che la produrranno. A lui le linee guida, ai manager la tattica realizzativa del progetto e quindi l’applicazione etica delle azioni per raggiungere l’obiettivo valorizzando le competenze dei collaboratori ai diversi livelli. Credo che senza questa azione si ritornerebbe allo sterile confronto tra “operai e padroni”, dove franerebbero le buone intenzioni dei Sindacati firmatari degli accordi e le promesse di Marchionne e si esalterebbero le dichiarazioni della FIOM che oggi sono state prese in contropiede.
Si dice che Marchionne oggi sia solo, sì certo, finché la Confindustria rimane ferma alle parole della Marcegaglia e non realizza essa stessa un cambiamento interno volto ad essere una forte sostenitrice del cambiamento anziché spettatrice di vedere come vada a finire! (Prima di cambiare).
Resta una questione manageriale in cui coniugare la logica del profitto (senza cui non esisterebbero le aziende e quindi i posti di lavoro), con gli investimenti in Italia (su cui occorrerebbe un’azione di Governo) e la nuova gestione delle Risorse Umane in un bilancio etico.
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Ora scopriamo che un manager italo svizzero, conoscitore e frequentatore di ambienti finanziari, detta delle regole che un dirigente come me, di ben minore livello, darebbe per scontate: “Aumentare la produttività degli impianti per portarli dal 40% all’80%”. Ma, scusate, dove erano i manager fino a quel momento? Avevano forse le mani legate e la bocca cucita? Quale assurda logica può considerare accettabile una produttività del 40%? Dove erano i rappresentanti dei lavoratori della FIOM all’interno degli impianti per invocare la lotta contro l’azienda per sfruttamento dei lavoratori? Capisco i lavoratori stessi che, essendosi adattati a ciò che era prodotto, ritenevano di dare ciò che fosse il giusto.
Ma ora che una maggioranza di loro ha accettato, o dovuto accettare, un piccolo cambio di rotta rinunciando ad una parte dei cosiddetti “diritti acquisiti”, ecco che Marchionne esce con una dichiarazione che spiazza la vetusta politica sindacale e cioè: “All’aumento della produttività corrisponderanno retribuzioni in linea con quelle dei colleghi tedeschi o francesi”. Naturalmente con ingenti investimenti strettamente collegati ad un riposizionamento delle quote di mercato entro il 2015. Quanti denari richiesti al Governo? Apparentemente nulla e, a prescindere dal fatto che dall’Europa siano vietati gli aiuti di Stato ai privati, ci è proposta una visione strategica della crescita in controtendenza rispetto alla storia di un’azienda talmente importante da rappresentare una quota significativa del PIL.
Una mosca bianca? Direi di no, ma certamente se non rara, almeno particolare perché emerge da una realtà industriale molto grande e di esse ne abbiamo veramente poche in Italia se si considera che le PMI rappresentano mediamente l’85% delle aziende italiane ed ancora di più se ci riferiamo a quelle manifatturiere. Nel piccolo i cambiamenti sono in corso da anni ed hanno assicurato la sopravvivenza della stragrande maggioranza delle PMI in questa crisi. Ma nel piccolo i manager o sono titolari o sono interagenti strettamente con la proprietà ed i concetti di produttività ed incentivazione delle persone sono vissuti quotidianamente. Questo non significa che non vi siano atteggiamenti di soggettività, di paternalismo o di scarsa propensione alla valutazione dei collaboratori, ma l’obiettivo del profitto aziendale è chiaro.
Fare profitto a scapito dei collaboratori? Questo è lo slogan della FIOM e di coloro che insistono nella visione ideologica di un comunismo oramai morto da anni ma di cui si tenta di celebrare gli anniversari, quasi fosse una dottrina immutabile nel tempo e prescindente dall’evoluzione socio economica.
Marchionne dice di no e, preservandone il principio della redditualità, apre alla partecipazione societaria ed economica di coloro che la produrranno. A lui le linee guida, ai manager la tattica realizzativa del progetto e quindi l’applicazione etica delle azioni per raggiungere l’obiettivo valorizzando le competenze dei collaboratori ai diversi livelli. Credo che senza questa azione si ritornerebbe allo sterile confronto tra “operai e padroni”, dove franerebbero le buone intenzioni dei Sindacati firmatari degli accordi e le promesse di Marchionne e si esalterebbero le dichiarazioni della FIOM che oggi sono state prese in contropiede.
Si dice che Marchionne oggi sia solo, sì certo, finché la Confindustria rimane ferma alle parole della Marcegaglia e non realizza essa stessa un cambiamento interno volto ad essere una forte sostenitrice del cambiamento anziché spettatrice di vedere come vada a finire! (Prima di cambiare).
Resta una questione manageriale in cui coniugare la logica del profitto (senza cui non esisterebbero le aziende e quindi i posti di lavoro), con gli investimenti in Italia (su cui occorrerebbe un’azione di Governo) e la nuova gestione delle Risorse Umane in un bilancio etico.
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