La crisi economica ha imposto a tutte le aziende di rivalutare le proprie strategie commerciali. D'altronde se cambiano gli scenari di mercato il nostro approccio non può certo essere quello di prima! Adattarsi velocemente al cambiamento, trasformando le minacce in opportunità, è l’imperativo categorico di tutte quelle imprese che ritengono che una “politica di attesa” è sicuramente vincente.
Bisogna guardare al mercato con un atteggiamento più proattivo che reattivo. Questo significa presentarsi dal cliente con soluzioni innovative e formule commerciali più flessibili, che favoriscano l’estensione del business e la fedeltà del rapporto. In momenti di crisi infatti tutti i clienti sono portati a “guardarsi intorno”, sia quelli potenziali che fino a 6 mesi fa non avevano né il tempo, né l’interesse ad ascoltarci, sia le aziende a noi più fedeli, condizionate dall’assoluta necessità di ridurre i costi, laddove non riescano ad incrementare volumi di vendita e marginalità.Giocare tutti all’attacco, significa responsabilizzare i propri collaboratori sull’importante ruolo di marketing che ciascuno di questi svolge nel quotidiano contatto con il cliente e come la creazione del valore nasca dalla capacità di orientare l’impegno individuale in funzione dell’obiettivo del proprio incarico e ad operare in modo sinergico con tutta l’organizzazione aziendale, più che limitarsi semplicemente ad eseguire le mansioni assegnate.Oggi un fornitore deve saper dare qualcosa di più che semplici risposte alle richieste del cliente. E’ indispensabile, quindi, che tutti i componenti della nostra squadra, e non solo i venditori, siano più preparati, veloci e proattivi nell’individuare e cogliere le opportunità che possono nascere dallo sviluppo della relazione personale e professionale con tutti gli interlocutori dell’azienda cliente, per partecipare attivamente a formulare nuove e più ampie ipotesi di collaborazione.Tutto questo ci consentirà di differenziarci dai concorrenti e soprattutto di “superare il gioco delle parti”, ottenendo più agevolmente fiducia e collaborazione, elementi imprescindibili per un rapporto di partnership … nel vero senso della parola.Una “ricetta anticrisi” troppo semplice? Forse, ma sicuramente è da queste indicazioni che dobbiamo partire per rilanciare impegno e partecipazione attiva, essenziali per attivare un “cambiamento di cultura e di marcia” nella nostra squadra!
Il talento e la passione, esperienze di una vita dove l'impegno e la creatività si uniscono in un mestiere che non si finisce mai di imparare
martedì 16 giugno 2009
giovedì 4 giugno 2009
LA CRISI NON CI METTE IN CRISI!
La comunicazione come leva strategica di business.
La comunicazione come leva strategica di business.
Consorzio PER.FORM
Unione Industriale della Provincia di Asti
Asti, 11 Giugno 2009
PROGRAMMA
Ore 15.00 Apertura lavori e benvenuto
Piergiorgio Robino - Presidente Consorzio Per.Form
Ore 15.15 La responsabilità del fare (e comunicare) impresa
Nuove visioni del mondo, nuovi target, nuovi strumenti
La comunicazione come leva strategica di business
La comunicazione integrata: strategica, indispensabile, misurabile
Relatore - Dott.ssa Francesca Cuniberto.
Consulente Gruppo RW, Marketing e Comunicazione
Ore 16.00 Coffee break
Ore 16.15 La comunicazione di prodotto e il vantaggio cliente
Comunicare il "plus": come parli ai tuoi clienti?
Vendere a chi vende
Nei labirinti della distribuzione
Il commesso è un alleato?
La verifica dal basso: il mistery shopping
Relatore - Marisa Stratta
Copywriter - Direttore Creativo di Stratta & Associati
Alcuni esempi di comunicazione di successo
di imprese piemontesi
Ore 17.30 Conclusione lavori
Confronto aperto con i partecipanti e aperitivo di congedo
www.consorzioperform.net
Orario: 15.00 - 18.00
Luogo: Consorzio Per.Form - Unione Industriale della provincia di
Asti Piazza Medici, 4 - 14100 ASTI (AT)
Destinatari: imprenditori, responsabili marketing e comunicazione,
responsabili vendite e acquisti.
In evidenza: il tema si presta a essere sviluppato in azienda attraverso
progetti finanziati dai Fondi Interprofessionali Fondimpresa e
Fondirigenti.
Iscrizione: inviare il modulo di iscrizione via fax al numero
0141.594644 oppure all’indirizzo e-mail: ferraro@consorzioperform.net
Info e contatti: Dott.ssa Claudia Ferraro - Tel. 0141.436965
L’INCONTRO È GRATUITO
MODULO D’ISCRIZIONE
TUTELA DATI PERSONALI – INFORMATIVA
Si informa l’azienda, ai sensi del D. Lgs. 196/03; (1) che i propri dati personali riportati sulla scheda ("Dati") saranno trattati
in forma automatizzata da Consorzio Per.Form di Asti per l’adempimento di ogni onere relativo alla Sua registrazione, per finalità
statistiche e per l’invio di materiale promozionale di Per.Form; (2) il conferimento dei Dati è facoltativo; (3) i Dati saranno comunicati,
previo Suo consenso, a società controllate o altrimenti collegate, anche indirettamente, a Per.Form, ovvero a soggetti terzo, in Italia
e all’estero, per il compimento di ricerche di mercato e per la promozione dei servizi offerti dagli stessi soggetti, ovvero per
la gestione dei Dati stessi ai fini indicati al punto 1. In relazione ai Dati, il soggetto ha diritto di opporsi al trattamento sopra
previsto.
Titolare e Responsabile del Trattamento è Per.Form, Piazza Medici, 4 – 14100 Asti (AT) nei cui confronti l’impresa potrà esercitare i diritti di cui al D. Lgs. 196/03 (accesso, correzione, cancellazione, opposizione al trattamento, indicazione delle finalità del trattamento). La comunicazione potrà pervenire via: fax: 0141.594644 - telefono: 0141.436965
e-mail: ferraro@consorzioperform.net
CONSENSO AL TRATTAMENTO DEI DATI PERSONALI
Il sottoscritto, preso atto dell’informativa qui sotto riportata, che dichiara di avere letto in ogni sua parte, per quanto riguarda
il trattamento dei propri dati personali per finalità di informazione e promozione commerciale, di studi statistici e di ricerche di mercato:
0 - dà il proprio consenso
o - non dà il proprio consenso
o- alla comunicazione degli stessi dati alle categorie di soggetti indicati al punto 3) della predetta informativa (società del gruppo di appartenenza- collegate o controllanti)
o - alla comunicazione degli stessi dati ai soggetti indicati al punto 3) della predetta informativa (società terze).
Firma _____________________
Nome ....................................................................
Cognome ...............................................................
Società ..................................................................
Settore ..................................................................
Indirizzo ...............................................................
Città ......................................................................
Cell. ...................................................
e-mail ................................................
Tel .....................................................
Prov. Cap............................................
Fax ....................................................
N. dipendenti .....................................
Ruolo .................................................
Compilare e spedire via fax al numero 0141.594644
Per ogni azienda il numero dei partecipanti potrà essere di massimo
2 persone in tal caso sarà necessario compilare e inviare 2 moduli d’iscrizione.
www.consorzioperform.net
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Consorzio PER.FORM
Unione Industriale della Provincia di Asti
Asti, 11 Giugno 2009
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Ore 15.00 Apertura lavori e benvenuto
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Alessandria - IV Forum Direttori Risorse Umane
Il giorno 21 maggio u.s., presso la sede del Gruppo Guala Closures in Spinetta Marengo, si è tenuto il terzo Forum dei Direttori Risorse Umane.
Il tema è stato una disamina sulle relazioni industriali nell’ambito del contesto in cui le aziende si stanno confrontando, non solo dal punto di vista economico e della crisi in atto, ma anche sotto l’aspetto sociale e culturale.
Al Forum hanno partecipato una quindicina di Direttori del Personale ed esperti di relazioni industriali che per oltre tre ore hanno affrontato e dibattuto il tema delle dinamiche di relazione all’interno delle fabbriche e ad all’esterno con le Organizzazioni sindacali dei lavoratori.
In particolare dopo una interessante ed esaustiva esposizione del “Padrone di casa” Mauro Boano sulle caratteristiche della Guala Closures Group si è entrati nel merito dei temi all’ordine del giorno, a partire dall’apparente scarso interesse delle RSU sulle materie dei temi sindacali, a parte il noto problema delle retribuzioni italiane anche alla luce delle recenti analisi statistiche che vedono queste ultime agli ultimi posti rispetto ai paesi maggiormente industrializzati.
Il fatto che questa “classifica” si capovolga, ponendoci ai primi posti, se si esclude il cosiddetto cuneo fiscale e contributivo, ha fatto apparire quanto importante sarebbe intervenire, finalmente, su salario effettivo e costo del lavoro.
E’ altresì emersa una certa delusione sui premi di partecipazione che in più di una Realtà stanno diventando più una quindicesima garantita camuffata che una forma retributiva collegata al raggiungimento di obiettivi aziendali.
Nonostante la più o meno sottolineata delusione sui premi di risultato è stato comunque unanime l’intendimento di proseguire ogni sforzo per rafforzare l’istituto, sia per non vanificare gli studi specifici e le esperienze poste in essere fin dal lontano 1993, sia alla luce della recente riforma degli assetti contrattuali che ha riconfermato l’aspetto strategico della contrattazione di 2° livello sia infine per pungolare la fantasia dei lavoratori su un tema che dovrebbe essere di reciproco interesse, per i dipendenti che tendono a migliorare l’entità retributiva, per le aziende che devono perseguire obiettivi di maggiore competitività.
E’ stato altresì sottolineato uno scarso supporto delle Organizzazioni Sindacali esterne ed un certo distacco tra queste ed i lavoratori.
I motivi emersi sono molteplici. Innanzitutto la non facile individuazione di nuovi temi rivendicativi, in considerazione che decine di anni di contrattazione, nazionale ed aziendale, hanno pressochè esaurito possibili materie del contendere.
In secondo luogo l’oggettivo cambiamento del ruolo del sindacato, che dalla fase rivendicativa, più facile da “vendere”, è passato ad una fase gestionale, più difficile – e a volte anche scomoda- da proporre ai propri iscritti.
Ed infine dalla pesante crisi in atto, la più drammatica degli ultimi decenni, probabilmente destinata a peggiorare sotto l’aspetto occupazionale, che porta inevitabilmente i sindacati a destinare la propria attenzione quasi esclusivamente alla difesa dei posti di lavoro e a ridurne le perdite.
E quando si discute di questi temi è difficile “uscire tra gli applausi”!
Un tema su cui molti sono intervenuti è l’importanza dello spirito d’azienda e l’auspicabile attaccamento alla stessa.
Anche se non sono mancate sensazioni che lo spirito d’azienda sia un aspetto poco sentito, soprattutto dai giovani, per i quali il lavoro in fabbrica è poco appetito e attraente, per cui si pensa solo al salario e non “ci si chieda di più”, il parere prevalente dei partecipanti al Forum è che l’attaccamento all’azienda sia un patrimonio e che sia altresì opportuno coltivarlo anche con iniziative sociali ed extra lavoro.
Ritornando alla pura gestione aziendale, è stato sottolineata l’opportunità che le aziende conservino un po’ di risorse economiche e personalizzino una parte, anche minoritaria, della retribuzione.
Il ritorno al superminimo, sia pure avversato dal sindacato, potrebbe essere un mezzo per avvicinare maggiormente il dipendente all’azienda riscoprendo quella meritocrazia di cui tanto si parla, ma per la quale ben poco si fa.
Ciò anche avvalorato dal fatto che la diversificazione della forza lavoro ha reso difficile trovare una uniformità di trattamento.
Sempre nel campo della gestione si è ribadita la importanza del lavoro di gruppo con una attenzione particolare all’individuazione dei leader importanti per la funzione di trascinamento dei colleghi che, a loro volta, sono fondamentali per stimolare quei compagni che si limitano a dare il minimo indispensabile.
Il leader – sia pure in campo opposto – è importante anche nella controparte sindacale, soprattutto se è vero e reale il distacco tra sindacato e lavoratore.
Anche in realtà aziendali ove l’iscrizione al sindacato è maggioritaria è grande l’esigenza di avere un interlocutore valido e costruttivo. In presenza di una sempre maggiore perdita di rappresentatività delle RSU, per cui si finisce di rimandare quasi sempre le decisioni alla conferma delle assemblee di fabbrica, avere un interlocutore che sappia imporre le decisioni concordate con la direzione del personale è a volte fondamentale per una ragionevole gestione delle relazioni industriali a livello aziendale.
Nella varietà delle tematiche affrontate e nella difficoltà creata dal difficile momento di crisi che stiamo attraversando ci si è infine chiesto se sia inevitabile fermarsi ed attendere che passi la tempesta per poi adeguarsi alla realtà che si verrà a determinare.
Essendo però convinti che l’economia reale, di cui l’industria rappresenta una componente fondamentale tornerà a prevalere su quella finanziaria che tanto ha contribuito a trascinarci nella drammatica situazione in atto, la funzione del personale - che si è sempre distinta – per conoscenza dei vari settori aziendali, capacità di affrontare con fantasia e professionalità problemi anche complessi, con predisposizione unica alle necessarie mediazioni – non può e non deve avere battute d’arresto ed attesa, ma deve contribuire, con le doti di cui sopra, a superare le attuali difficoltà sensibilizzando e aiutando le aziende nelle necessarie iniziative di riorganizzazione, ristrutturazione ed innovazione per essere pronti a ripartire al meglio al momento della ripresa sulla quale non si può e non si deve dubitare.
Dopo alcune ore di aula, ill Forum si è concluso con una visita guidata al nuovo, splendido stabilimento della Guala Closures e con un ricco aperitivo offerto dal dr. Boano e dai suoi collaboratori a cui Federmanager Alessandria rinnova il suo ringraziamento per la signorile ospitalità.Il prossimo Forum è previsto per l’autunno del corrente anno e si terrà in provincia di Asti organizzato da Federmanager Alessandria-Asti, nell’ambito di una serie di iniziative comuni che le due associazioni stanno portando avanti nell’ottica di una possibile futura aggregazione.
Il tema è stato una disamina sulle relazioni industriali nell’ambito del contesto in cui le aziende si stanno confrontando, non solo dal punto di vista economico e della crisi in atto, ma anche sotto l’aspetto sociale e culturale.
Al Forum hanno partecipato una quindicina di Direttori del Personale ed esperti di relazioni industriali che per oltre tre ore hanno affrontato e dibattuto il tema delle dinamiche di relazione all’interno delle fabbriche e ad all’esterno con le Organizzazioni sindacali dei lavoratori.
In particolare dopo una interessante ed esaustiva esposizione del “Padrone di casa” Mauro Boano sulle caratteristiche della Guala Closures Group si è entrati nel merito dei temi all’ordine del giorno, a partire dall’apparente scarso interesse delle RSU sulle materie dei temi sindacali, a parte il noto problema delle retribuzioni italiane anche alla luce delle recenti analisi statistiche che vedono queste ultime agli ultimi posti rispetto ai paesi maggiormente industrializzati.
Il fatto che questa “classifica” si capovolga, ponendoci ai primi posti, se si esclude il cosiddetto cuneo fiscale e contributivo, ha fatto apparire quanto importante sarebbe intervenire, finalmente, su salario effettivo e costo del lavoro.
E’ altresì emersa una certa delusione sui premi di partecipazione che in più di una Realtà stanno diventando più una quindicesima garantita camuffata che una forma retributiva collegata al raggiungimento di obiettivi aziendali.
Nonostante la più o meno sottolineata delusione sui premi di risultato è stato comunque unanime l’intendimento di proseguire ogni sforzo per rafforzare l’istituto, sia per non vanificare gli studi specifici e le esperienze poste in essere fin dal lontano 1993, sia alla luce della recente riforma degli assetti contrattuali che ha riconfermato l’aspetto strategico della contrattazione di 2° livello sia infine per pungolare la fantasia dei lavoratori su un tema che dovrebbe essere di reciproco interesse, per i dipendenti che tendono a migliorare l’entità retributiva, per le aziende che devono perseguire obiettivi di maggiore competitività.
E’ stato altresì sottolineato uno scarso supporto delle Organizzazioni Sindacali esterne ed un certo distacco tra queste ed i lavoratori.
I motivi emersi sono molteplici. Innanzitutto la non facile individuazione di nuovi temi rivendicativi, in considerazione che decine di anni di contrattazione, nazionale ed aziendale, hanno pressochè esaurito possibili materie del contendere.
In secondo luogo l’oggettivo cambiamento del ruolo del sindacato, che dalla fase rivendicativa, più facile da “vendere”, è passato ad una fase gestionale, più difficile – e a volte anche scomoda- da proporre ai propri iscritti.
Ed infine dalla pesante crisi in atto, la più drammatica degli ultimi decenni, probabilmente destinata a peggiorare sotto l’aspetto occupazionale, che porta inevitabilmente i sindacati a destinare la propria attenzione quasi esclusivamente alla difesa dei posti di lavoro e a ridurne le perdite.
E quando si discute di questi temi è difficile “uscire tra gli applausi”!
Un tema su cui molti sono intervenuti è l’importanza dello spirito d’azienda e l’auspicabile attaccamento alla stessa.
Anche se non sono mancate sensazioni che lo spirito d’azienda sia un aspetto poco sentito, soprattutto dai giovani, per i quali il lavoro in fabbrica è poco appetito e attraente, per cui si pensa solo al salario e non “ci si chieda di più”, il parere prevalente dei partecipanti al Forum è che l’attaccamento all’azienda sia un patrimonio e che sia altresì opportuno coltivarlo anche con iniziative sociali ed extra lavoro.
Ritornando alla pura gestione aziendale, è stato sottolineata l’opportunità che le aziende conservino un po’ di risorse economiche e personalizzino una parte, anche minoritaria, della retribuzione.
Il ritorno al superminimo, sia pure avversato dal sindacato, potrebbe essere un mezzo per avvicinare maggiormente il dipendente all’azienda riscoprendo quella meritocrazia di cui tanto si parla, ma per la quale ben poco si fa.
Ciò anche avvalorato dal fatto che la diversificazione della forza lavoro ha reso difficile trovare una uniformità di trattamento.
Sempre nel campo della gestione si è ribadita la importanza del lavoro di gruppo con una attenzione particolare all’individuazione dei leader importanti per la funzione di trascinamento dei colleghi che, a loro volta, sono fondamentali per stimolare quei compagni che si limitano a dare il minimo indispensabile.
Il leader – sia pure in campo opposto – è importante anche nella controparte sindacale, soprattutto se è vero e reale il distacco tra sindacato e lavoratore.
Anche in realtà aziendali ove l’iscrizione al sindacato è maggioritaria è grande l’esigenza di avere un interlocutore valido e costruttivo. In presenza di una sempre maggiore perdita di rappresentatività delle RSU, per cui si finisce di rimandare quasi sempre le decisioni alla conferma delle assemblee di fabbrica, avere un interlocutore che sappia imporre le decisioni concordate con la direzione del personale è a volte fondamentale per una ragionevole gestione delle relazioni industriali a livello aziendale.
Nella varietà delle tematiche affrontate e nella difficoltà creata dal difficile momento di crisi che stiamo attraversando ci si è infine chiesto se sia inevitabile fermarsi ed attendere che passi la tempesta per poi adeguarsi alla realtà che si verrà a determinare.
Essendo però convinti che l’economia reale, di cui l’industria rappresenta una componente fondamentale tornerà a prevalere su quella finanziaria che tanto ha contribuito a trascinarci nella drammatica situazione in atto, la funzione del personale - che si è sempre distinta – per conoscenza dei vari settori aziendali, capacità di affrontare con fantasia e professionalità problemi anche complessi, con predisposizione unica alle necessarie mediazioni – non può e non deve avere battute d’arresto ed attesa, ma deve contribuire, con le doti di cui sopra, a superare le attuali difficoltà sensibilizzando e aiutando le aziende nelle necessarie iniziative di riorganizzazione, ristrutturazione ed innovazione per essere pronti a ripartire al meglio al momento della ripresa sulla quale non si può e non si deve dubitare.
Dopo alcune ore di aula, ill Forum si è concluso con una visita guidata al nuovo, splendido stabilimento della Guala Closures e con un ricco aperitivo offerto dal dr. Boano e dai suoi collaboratori a cui Federmanager Alessandria rinnova il suo ringraziamento per la signorile ospitalità.Il prossimo Forum è previsto per l’autunno del corrente anno e si terrà in provincia di Asti organizzato da Federmanager Alessandria-Asti, nell’ambito di una serie di iniziative comuni che le due associazioni stanno portando avanti nell’ottica di una possibile futura aggregazione.
mercoledì 20 maggio 2009
I rettori e le proteste studentesche
Stiamo raccogliendo un memorandum, indirizzato al prossimo G8 dell’Aquila, che i Rettori delle maggiori Università mondiali hanno stilato ed approvato a Torino. Perni del documento le quattro “E” di : Economia, Etica, Energia, Educazione.
Forse un aspetto importante potrebbe essere quello di dare un ordine a queste parole ed un futuro alla loro attuabilità. Dato che tutto nasce dall’uomo e dalla sua formazione culturale, la centralità la meriterebbe proprio l’educazione. In essa si apprendono l’etica, filosofia della morale, ed il senso di responsabilità nell’uso della conoscenza, la politica. Conseguono le specializzazioni di natura economica e le risorse energetiche.
Torniamo alla formazione educativa e interroghiamoci sulla protesta studentesca lasciando per un momento da parte sia le frange violente contro le forze dell’ordine sia quegli avvocati (interessati) che si sono messi con tanto di cartello a “proteggere” le “vittime” della violenza della legge. Non tanto perché questo non possa dare argomenti di riflessione, quanto rappresenti statisticamente un aspetto minoritario dei comportamenti di massa.
Piuttosto c’è da chiedersi come mai crescano i dissapori tra studenti e docenti in così tanti Paesi.
Non è difficile ricordare tensioni nelle principali Università italiane, francesi, inglesi dove gruppi politicizzati hanno cercato di imporre diritti dove invece esisterebbero doveri. Non è stupefacente scoprire che gli uni piacciono molto di più degli altri ed in particolare ai giovani. Lo è molto di più nella cultura sociale degli adulti nella loro veste di genitori, lavoratori, politici, insegnanti e perché no, rettori. Proprio questi ultimi, individualmente magari non discutibili, forse portano la responsabilità di aver condotto il sistema educativo universitario verso una formazione inadeguata ai tempi e all’economia reale. Il pasticcio delle riforme, della volontà di autodeterminare e creare sempre nuovi indirizzi di studio, della moltiplicazione delle docenze pseudo specialistiche e tutto ciò cercando di assicurarsi le sovvenzioni pubbliche con il minimo sforzo per il massimo obiettivo economico, non sembrano offrire il miglior esempio dell’etica a quei discenti che magari non riescono ad analizzare il quadro complessivo, ma ne colgono il disagio e ne subiscono le conseguenze. La quasi totalità delle Università offre una immagine di caos e di anarchia unitamente ad una dispotica gestione delle attività da parte di numerosi docenti. Non me ne vogliano tutti coloro che stanno vocazionalmente impegnandosi da anni e malgrado tutto si affannino a dare il meglio, ma la disorganizzazione e l’inefficienza sembrano sommergerli.
Dalle mie parti si dice che “il pesce puzza dalla testa”. Sembra che la stessa cosa la pensino anche alcuni ministri, in particolare Brunetta, anche se non mi sento di appoggiare alcuno dei partiti né di maggioranza né di minoranza.
I rettori hanno detto di non aver avuto la possibilità di incontrare gli studenti contestatari e questo mi sembra del tutto logico ed a conferma del fatto che gli uni stanno a destra e gli altri a manca, e non è pensabile un ipotetico dialogo quando alle parole devono essere sovrapposti i fatti.
Peccato! Proprio coloro che dovrebbero insegnare l’umiltà, l’autocritica e l’analisi socioeconomica ai futuri uomini e donne che gestiranno il mondo, hanno solo esibito la propria cultura per fornire raccomandazioni teoriche ai politici di turno ed hanno dimenticato di chiedere una inversione di rotta nelle politiche formative.
Forse un aspetto importante potrebbe essere quello di dare un ordine a queste parole ed un futuro alla loro attuabilità. Dato che tutto nasce dall’uomo e dalla sua formazione culturale, la centralità la meriterebbe proprio l’educazione. In essa si apprendono l’etica, filosofia della morale, ed il senso di responsabilità nell’uso della conoscenza, la politica. Conseguono le specializzazioni di natura economica e le risorse energetiche.
Torniamo alla formazione educativa e interroghiamoci sulla protesta studentesca lasciando per un momento da parte sia le frange violente contro le forze dell’ordine sia quegli avvocati (interessati) che si sono messi con tanto di cartello a “proteggere” le “vittime” della violenza della legge. Non tanto perché questo non possa dare argomenti di riflessione, quanto rappresenti statisticamente un aspetto minoritario dei comportamenti di massa.
Piuttosto c’è da chiedersi come mai crescano i dissapori tra studenti e docenti in così tanti Paesi.
Non è difficile ricordare tensioni nelle principali Università italiane, francesi, inglesi dove gruppi politicizzati hanno cercato di imporre diritti dove invece esisterebbero doveri. Non è stupefacente scoprire che gli uni piacciono molto di più degli altri ed in particolare ai giovani. Lo è molto di più nella cultura sociale degli adulti nella loro veste di genitori, lavoratori, politici, insegnanti e perché no, rettori. Proprio questi ultimi, individualmente magari non discutibili, forse portano la responsabilità di aver condotto il sistema educativo universitario verso una formazione inadeguata ai tempi e all’economia reale. Il pasticcio delle riforme, della volontà di autodeterminare e creare sempre nuovi indirizzi di studio, della moltiplicazione delle docenze pseudo specialistiche e tutto ciò cercando di assicurarsi le sovvenzioni pubbliche con il minimo sforzo per il massimo obiettivo economico, non sembrano offrire il miglior esempio dell’etica a quei discenti che magari non riescono ad analizzare il quadro complessivo, ma ne colgono il disagio e ne subiscono le conseguenze. La quasi totalità delle Università offre una immagine di caos e di anarchia unitamente ad una dispotica gestione delle attività da parte di numerosi docenti. Non me ne vogliano tutti coloro che stanno vocazionalmente impegnandosi da anni e malgrado tutto si affannino a dare il meglio, ma la disorganizzazione e l’inefficienza sembrano sommergerli.
Dalle mie parti si dice che “il pesce puzza dalla testa”. Sembra che la stessa cosa la pensino anche alcuni ministri, in particolare Brunetta, anche se non mi sento di appoggiare alcuno dei partiti né di maggioranza né di minoranza.
I rettori hanno detto di non aver avuto la possibilità di incontrare gli studenti contestatari e questo mi sembra del tutto logico ed a conferma del fatto che gli uni stanno a destra e gli altri a manca, e non è pensabile un ipotetico dialogo quando alle parole devono essere sovrapposti i fatti.
Peccato! Proprio coloro che dovrebbero insegnare l’umiltà, l’autocritica e l’analisi socioeconomica ai futuri uomini e donne che gestiranno il mondo, hanno solo esibito la propria cultura per fornire raccomandazioni teoriche ai politici di turno ed hanno dimenticato di chiedere una inversione di rotta nelle politiche formative.
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venerdì 24 aprile 2009
Ad Alessandria parte il Progetto di Piano Strategico “Alessandria 2018”
La pianificazione strategica è un processo di costruzione condivisa del piano di sviluppo a lungo termine di un territorio. Per attuarla è stata costituita una Associazione partecipata dal Comune della città, da privati e dalle organizzazioni ed enti presenti sul territorio oltre ai due atenei locali.
Le fasi previste sono 4: diagnosi della città, progettazione, redazione, realizzazione.
La prima è stata affidata all’Università del Piemonte Orientale che dovrà presentare le conclusioni della ricerca entro la fine di giugno 2009. A quel punto saranno organizzati dei gruppi di lavoro per avviare la fase progettativa. La costituzione di questi ultimi dovrebbe vedere la presenza di tutte le anime della società alessandrina, da quella economica a quella sociale.
Sul piano di Alessandria sono previsti 4 assi: lo sviluppo sostenibile, lo sviluppo urbano, lo sviluppo della conoscenza, lo sviluppo della comunità.
Al pari di altri capoluoghi di Provincia Alessandria si pone quindi la domanda inerente il proprio futuro di centralità territoriale, di armonizzazione della crescita, di rispetto delle esigenze della comunità sociale cercando di prevedere ed interpretare tempestivamente le necessità.
Rispetto al modo con cui è stata amministrata la città, nel dopoguerra, dalle varie anime politiche si tratta di un passo in forte controtendenza. Molto innovativo per una società che, nel vestire di una casacca “grigia” i calciatori della propria squadra di foot ball, ha sottolineato aspetti comportamentali di scarso decisionismo, di modesta capacità creativa e di chiusura relazionale.
Le origini contadine della città hanno certamente influito a rendere questi aspetti evidenti nella maggioranza però non dobbiamo dimenticare che alcuni nomi importanti hanno lasciato segni significativi nel tempo in campi diversi come Morando e Carrà nella pittura, Borsalino, Panelli, Ricci, Cesa, Guala, Paglieri, Venezia, Cerruti nell’industria. Purtroppo dobbiamo notare il forte contrasto tra l’eccellenza di questi nomi e la piatta neutralità dei tanti. Non dobbiamo indicare questo fenomeno come una peculiarità locale, perché sembra invece molto diffuso anche in altri territori piemontesi, ma come una fotografia di cui prendere atto.
La volontà di lanciare un progetto ambizioso come quello del Piano Strategico dovrà comunque fare i conti con questa realtà dove i cinquantacinque-sessantacinquenni occupano stabilmente la totalità dei posti di comando di associazioni di categoria ed enti pubblici e privati nonché degli atenei, essendo persone nate e vissute nel contesto culturale di cui si prendeva atto poco sopra.
Tra tutti gli ostacoli questo è il maggiore. Perché la mancanza di ricambio di uomini non può che portare ad un freno di ogni iniziativa volta a cambiare il volto del contesto socio-economico-abitativo della città capoluogo. Da queste persone è comprensibile aspettarsi la difesa dello status quo, la perplessità verso progetti che non apparterranno mai alla loro cultura, l’incapacità a mettersi in gioco per esporsi ad un rischio che per decenni hanno accuratamente evitato.Ovviamente nel Piano saranno evidenti i grossi interessi economici derivanti dalle azioni che si intenderanno intraprendere e qui scatteranno le difese degli interessi di parte da comprendere ed armonizzare. Un grosso impegno politico che richiederà uomini forti, attenti al giusto compromesso fra gli interessi pubblici e quelli privati, una stabilità politica per almeno dieci anni ed una rinascita di valori etici che solo amministratori illuminati e imprenditori giovani e dinamici potranno offrire vista anche e soprattutto la necessità di approfittare della crisi economica come opportunità per il grande cambiamento
Le fasi previste sono 4: diagnosi della città, progettazione, redazione, realizzazione.
La prima è stata affidata all’Università del Piemonte Orientale che dovrà presentare le conclusioni della ricerca entro la fine di giugno 2009. A quel punto saranno organizzati dei gruppi di lavoro per avviare la fase progettativa. La costituzione di questi ultimi dovrebbe vedere la presenza di tutte le anime della società alessandrina, da quella economica a quella sociale.
Sul piano di Alessandria sono previsti 4 assi: lo sviluppo sostenibile, lo sviluppo urbano, lo sviluppo della conoscenza, lo sviluppo della comunità.
Al pari di altri capoluoghi di Provincia Alessandria si pone quindi la domanda inerente il proprio futuro di centralità territoriale, di armonizzazione della crescita, di rispetto delle esigenze della comunità sociale cercando di prevedere ed interpretare tempestivamente le necessità.
Rispetto al modo con cui è stata amministrata la città, nel dopoguerra, dalle varie anime politiche si tratta di un passo in forte controtendenza. Molto innovativo per una società che, nel vestire di una casacca “grigia” i calciatori della propria squadra di foot ball, ha sottolineato aspetti comportamentali di scarso decisionismo, di modesta capacità creativa e di chiusura relazionale.
Le origini contadine della città hanno certamente influito a rendere questi aspetti evidenti nella maggioranza però non dobbiamo dimenticare che alcuni nomi importanti hanno lasciato segni significativi nel tempo in campi diversi come Morando e Carrà nella pittura, Borsalino, Panelli, Ricci, Cesa, Guala, Paglieri, Venezia, Cerruti nell’industria. Purtroppo dobbiamo notare il forte contrasto tra l’eccellenza di questi nomi e la piatta neutralità dei tanti. Non dobbiamo indicare questo fenomeno come una peculiarità locale, perché sembra invece molto diffuso anche in altri territori piemontesi, ma come una fotografia di cui prendere atto.
La volontà di lanciare un progetto ambizioso come quello del Piano Strategico dovrà comunque fare i conti con questa realtà dove i cinquantacinque-sessantacinquenni occupano stabilmente la totalità dei posti di comando di associazioni di categoria ed enti pubblici e privati nonché degli atenei, essendo persone nate e vissute nel contesto culturale di cui si prendeva atto poco sopra.
Tra tutti gli ostacoli questo è il maggiore. Perché la mancanza di ricambio di uomini non può che portare ad un freno di ogni iniziativa volta a cambiare il volto del contesto socio-economico-abitativo della città capoluogo. Da queste persone è comprensibile aspettarsi la difesa dello status quo, la perplessità verso progetti che non apparterranno mai alla loro cultura, l’incapacità a mettersi in gioco per esporsi ad un rischio che per decenni hanno accuratamente evitato.Ovviamente nel Piano saranno evidenti i grossi interessi economici derivanti dalle azioni che si intenderanno intraprendere e qui scatteranno le difese degli interessi di parte da comprendere ed armonizzare. Un grosso impegno politico che richiederà uomini forti, attenti al giusto compromesso fra gli interessi pubblici e quelli privati, una stabilità politica per almeno dieci anni ed una rinascita di valori etici che solo amministratori illuminati e imprenditori giovani e dinamici potranno offrire vista anche e soprattutto la necessità di approfittare della crisi economica come opportunità per il grande cambiamento
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mercoledì 15 aprile 2009
I terremoti colpiscono solo i territori?
Se vogliamo esprimere una risposta di estrema sintesi potremmo dire :NO. Almeno ciò è vero da un miliardo di anni e cioè da quando è comparsa la vita sulla Terra, prima di allora invece la risposta sarebbe stata: SI.
Quindi un terremoto corrisponde ad una catastrofe per le forme di vita terrestri ed a importanti modificazioni della struttura geologica. Ai nostri occhi, da quando è comparso l’uomo, il terremoto è passato da fenomeno inspiegabile e pauroso per gli uomini primitivi fino ad assumere l’immagine di imprevedibile distruttore di vite umane. A pensarci bene però i terremoti hanno continuato a fare sempre la stessa cosa per miliardi anni e cioè, assestare la crosta terrestre galleggiante sul magma sottostante. Gli uomini invece hanno modificato completamente il proprio modo di affrontare la vita e si sono evoluti abitando dapprima negli anfratti, nelle caverne quindi nelle case di legno e paglia e poi in capanne di terra e pietre fino a strutture complesse in legno o mattoni e, in moltissimi Paesi, costruzioni in cemento armato e mattoni. Altro aspetto di particolare rilievo è stato lo sviluppo demografico che ha visto nascere dalle origini ad oggi circa 82 miliardi di persone (stima di Bourgeois Pichat). La stima della popolazione mondiale nel neolitico era di 6 milioni di uomini per arrivare ai 6 miliardi dell’anno 2000 e con una proiezione a 9 miliardi per l’anno 2050.
I terremoti, da quando se ne hanno documentazioni credibili, oscillano abbastanza regolarmente, intorno ai 50.000 all’anno di cui 1 – 2 catastrofici, 3 -5 distruttivi, 800 sono paragonabili a quello che ha colpito l’Abruzzo, 6000 con magnitudo tra 4 e 5 e 45.000 con magnitudo tra 3 e 4.
Come si evidenzia da questa fredda immagine di dati le due cose che sono cambiate di più sono il numero degli abitanti della terra e le loro abitudini abitative. Sono state privilegiate le località climaticamente più favorevoli, quelle economicamente più appetibili o altre maggiormente difendibili dagli attacchi nemici. La concentrazione di persone ha generato l’esigenza di abitare in verticale per sfruttare spazi sempre più angusti, ma sono anche sorti problemi importanti di urbanizzazione e di incremento esponenziale dei costi di costruzione. Da qui la ricerca tecnologica per sfruttare i materiali, ridurne l’impiego e crearne di nuovi. Acciaio, ferro, cemento, mattoni elaborati in mille forme diverse, strutture prefabbricate hanno sostituito le pietre, la terra ed il legno. Grandi studi hanno concepito edifici che si stagliano verso il cielo fino a 300 metri di altezza. Ma la nostra epoca vede la coesistenza di questi prodigi architettonici con le case con pareti di terra e tetti in legno. Purtroppo i maggiori danni li dobbiamo registrare tanto in queste antiche abitazioni che in costruzioni esteticamente moderne ma prive di quelle cautele antisismiche o penalizzate da dolosi risparmi. Un importante dirigente di una associazione costruttori ha spiegato in una intervista televisiva che la responsabilità va anche rivolta al sistema di appalti pubblici, con gara al ribasso, che provoca questi risparmi da parte dei costruttori e quindi la minore resistenza degli edifici. La stessa persona affermava che le gare vengono vinte con prezzi che sono largamente in perdita per i costruttori. Tre considerazioni spontanee: la prima è chi e che cosa autorizzi a costruire edifici non sicuri dal punto di vista sismico o comunque della stabilità viste le competenze progettative che oggi si hanno e la seconda perché non si mandino deserte le gare in cui i prezzi siano assurdi rispetto ai costi e quindi la terza, non si conosce una impresa edile di dimensione media che sia fallita a causa di tutto ciò. Infatti, come è ben noto a tutti, una gara che lanciata a 100, viene aggiudicata a 80, realizzata in tempi biblici si chiude con un consuntivo di 200.
E qui ritorniamo a dolerci del malcostume politico nella gestione della cosa pubblica, di una selva di leggi costruita apposta per difendere interessi illegittimi, della incapacità dei managers pubblici e della loro connivenza con i politici e con i managers privati. Stride la parola “risparmio” con quella dello “spreco” di denaro pubblico e urla vendetta quando questo prezzo viene pagato da tante vite umane.
Sarà vero che le persone restano attaccate ai luoghi dove sono nate ed il loro numero cresce sempre di più. Sarà anche vero che amano vivere in luoghi ambientalmente gradevoli ma la responsabilità di chi gestisce i Comuni, le Province e le Regioni deve andare al di là delle singole volontà per armonizzare le esigenze con le reali possibilità abitative. Se una casa esiste è perché c’è un piano regolatore, un progettista, un ufficio tecnico comunale che approva, un costruttore che realizza ed un collaudo finale. Il tutto regolato da leggi e decreti verso i quali ognuno di questi attori ha le proprie responsabilità.
Il terremoto quindi colpisce le inadempienze, le incapacità, i lucri, le frodi, le connivenze e trasforma in dolo quanto fatalmente legato alla storia abitativa umana ed al suo indiscriminato sviluppo.
Colpisce il sistema Paese che da pochi anni ha preso coscienza della necessità di organizzare sistemi di soccorso sempre più efficienti ed ai quali dobbiamo dire mille volte grazie, ma che interviene a cose fatte per cercare di contenere la sofferenza umana. Ma la prevenzione? Abbiamo scritto leggi che, a causa della connivenza tra il sistema politico e quello imprenditoriale edilizio, non riescono a tutelare i cittadini perché contorte, non applicabili e controverse, incomplete per mancanza di regolamenti, inattuate per le continue proroghe ai termini. Intanto stiamo tutti lì, rivolti ai freddi schermi dei televisori, attenti a cogliere con il nostro cuore sensibile le mille emozioni derivanti dalle immagini, dalle parole. Stiamo lì, pronti a dispiacerci della fatalità degli eventi ed a commuoverci davanti alle bare di centinaia di persone e di decine di bambini che con la nostra scarsa lungimiranza, con l’egoismo di tutelare sempre e solo gli interessi personali, con la mancanza di una visione di insieme della nostra realtà, rifuggendo alle nostre responsabilità abbiamo contribuito ad uccidere.
Lui, il terremoto, ha fatto solo il suo mestiere; assestare il territorio scaricandone le tensioni. Lo fa da miliardi anni e noi tutti lo sapevamo.
Quindi un terremoto corrisponde ad una catastrofe per le forme di vita terrestri ed a importanti modificazioni della struttura geologica. Ai nostri occhi, da quando è comparso l’uomo, il terremoto è passato da fenomeno inspiegabile e pauroso per gli uomini primitivi fino ad assumere l’immagine di imprevedibile distruttore di vite umane. A pensarci bene però i terremoti hanno continuato a fare sempre la stessa cosa per miliardi anni e cioè, assestare la crosta terrestre galleggiante sul magma sottostante. Gli uomini invece hanno modificato completamente il proprio modo di affrontare la vita e si sono evoluti abitando dapprima negli anfratti, nelle caverne quindi nelle case di legno e paglia e poi in capanne di terra e pietre fino a strutture complesse in legno o mattoni e, in moltissimi Paesi, costruzioni in cemento armato e mattoni. Altro aspetto di particolare rilievo è stato lo sviluppo demografico che ha visto nascere dalle origini ad oggi circa 82 miliardi di persone (stima di Bourgeois Pichat). La stima della popolazione mondiale nel neolitico era di 6 milioni di uomini per arrivare ai 6 miliardi dell’anno 2000 e con una proiezione a 9 miliardi per l’anno 2050.
I terremoti, da quando se ne hanno documentazioni credibili, oscillano abbastanza regolarmente, intorno ai 50.000 all’anno di cui 1 – 2 catastrofici, 3 -5 distruttivi, 800 sono paragonabili a quello che ha colpito l’Abruzzo, 6000 con magnitudo tra 4 e 5 e 45.000 con magnitudo tra 3 e 4.
Come si evidenzia da questa fredda immagine di dati le due cose che sono cambiate di più sono il numero degli abitanti della terra e le loro abitudini abitative. Sono state privilegiate le località climaticamente più favorevoli, quelle economicamente più appetibili o altre maggiormente difendibili dagli attacchi nemici. La concentrazione di persone ha generato l’esigenza di abitare in verticale per sfruttare spazi sempre più angusti, ma sono anche sorti problemi importanti di urbanizzazione e di incremento esponenziale dei costi di costruzione. Da qui la ricerca tecnologica per sfruttare i materiali, ridurne l’impiego e crearne di nuovi. Acciaio, ferro, cemento, mattoni elaborati in mille forme diverse, strutture prefabbricate hanno sostituito le pietre, la terra ed il legno. Grandi studi hanno concepito edifici che si stagliano verso il cielo fino a 300 metri di altezza. Ma la nostra epoca vede la coesistenza di questi prodigi architettonici con le case con pareti di terra e tetti in legno. Purtroppo i maggiori danni li dobbiamo registrare tanto in queste antiche abitazioni che in costruzioni esteticamente moderne ma prive di quelle cautele antisismiche o penalizzate da dolosi risparmi. Un importante dirigente di una associazione costruttori ha spiegato in una intervista televisiva che la responsabilità va anche rivolta al sistema di appalti pubblici, con gara al ribasso, che provoca questi risparmi da parte dei costruttori e quindi la minore resistenza degli edifici. La stessa persona affermava che le gare vengono vinte con prezzi che sono largamente in perdita per i costruttori. Tre considerazioni spontanee: la prima è chi e che cosa autorizzi a costruire edifici non sicuri dal punto di vista sismico o comunque della stabilità viste le competenze progettative che oggi si hanno e la seconda perché non si mandino deserte le gare in cui i prezzi siano assurdi rispetto ai costi e quindi la terza, non si conosce una impresa edile di dimensione media che sia fallita a causa di tutto ciò. Infatti, come è ben noto a tutti, una gara che lanciata a 100, viene aggiudicata a 80, realizzata in tempi biblici si chiude con un consuntivo di 200.
E qui ritorniamo a dolerci del malcostume politico nella gestione della cosa pubblica, di una selva di leggi costruita apposta per difendere interessi illegittimi, della incapacità dei managers pubblici e della loro connivenza con i politici e con i managers privati. Stride la parola “risparmio” con quella dello “spreco” di denaro pubblico e urla vendetta quando questo prezzo viene pagato da tante vite umane.
Sarà vero che le persone restano attaccate ai luoghi dove sono nate ed il loro numero cresce sempre di più. Sarà anche vero che amano vivere in luoghi ambientalmente gradevoli ma la responsabilità di chi gestisce i Comuni, le Province e le Regioni deve andare al di là delle singole volontà per armonizzare le esigenze con le reali possibilità abitative. Se una casa esiste è perché c’è un piano regolatore, un progettista, un ufficio tecnico comunale che approva, un costruttore che realizza ed un collaudo finale. Il tutto regolato da leggi e decreti verso i quali ognuno di questi attori ha le proprie responsabilità.
Il terremoto quindi colpisce le inadempienze, le incapacità, i lucri, le frodi, le connivenze e trasforma in dolo quanto fatalmente legato alla storia abitativa umana ed al suo indiscriminato sviluppo.
Colpisce il sistema Paese che da pochi anni ha preso coscienza della necessità di organizzare sistemi di soccorso sempre più efficienti ed ai quali dobbiamo dire mille volte grazie, ma che interviene a cose fatte per cercare di contenere la sofferenza umana. Ma la prevenzione? Abbiamo scritto leggi che, a causa della connivenza tra il sistema politico e quello imprenditoriale edilizio, non riescono a tutelare i cittadini perché contorte, non applicabili e controverse, incomplete per mancanza di regolamenti, inattuate per le continue proroghe ai termini. Intanto stiamo tutti lì, rivolti ai freddi schermi dei televisori, attenti a cogliere con il nostro cuore sensibile le mille emozioni derivanti dalle immagini, dalle parole. Stiamo lì, pronti a dispiacerci della fatalità degli eventi ed a commuoverci davanti alle bare di centinaia di persone e di decine di bambini che con la nostra scarsa lungimiranza, con l’egoismo di tutelare sempre e solo gli interessi personali, con la mancanza di una visione di insieme della nostra realtà, rifuggendo alle nostre responsabilità abbiamo contribuito ad uccidere.
Lui, il terremoto, ha fatto solo il suo mestiere; assestare il territorio scaricandone le tensioni. Lo fa da miliardi anni e noi tutti lo sapevamo.
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giovedì 19 marzo 2009
Prendere coscienza della crisi o lasciarsi trascinare dal pessimismo generalizzato?
Se, in questi ultimi sette o otto mesi, avessimo guardato i telegiornali e letto la stampa, con un atteggiamento critico e distaccato anzichè subire il tamtam delle notizie ad effetto, forse non ci troveremmo oggi a fare di tutt'erba un fascio. In effetti la razionalità e la freddezza valutativa ci avrebbero guidato verso una serie di distinguo riguardo le cause scatenanti, le concause, gli effetti e la loro portata nelle diverse economie che la globalizzazione ha ravvicinato.
La speculazione finanziaria originatasi negli USA con la concessione di finanziamenti immobiliari ad alto rischio avrebbe potuto restare maggiormente circoscritta a livello bancario se fossero esistite regole di trasparenza tra le banche stessee sopratutto di controllo sulla emissione dei così detti "derivati" nelle cui pieghe sono finiti quei titoli ad alto rischio che oramai, con la qualifica di "tossici" angosciano i sonni di tutti.Malauguratamente la fame speculativa della finanza mondiale, troppo occupata a leggere "numeri" anzichè a cercare di capire e valutare le realtà che si celano dietro i "numeri", ha risposto, da un paio di decenni, a logiche pressanti diconsolidamento di enormi fatturati e ritorni finanziari dell'ordine del 25-30% in tre anni, da proporre ad investitori e speculatori di borsa. In questo modo sono state costruite gigantesche multinazionali omnipresenti acquisendo le più importanti realtà industriali e commerciali penalizzando l'imprenditoria privata, la crescita degli investimenti per lo sviluppo industriale, l'innovazione dei prodotti finalizzata allo sviluppo delle aziende, la crescita professionale del personale ad ogni livello, la competitività in termini concorrenziali reali, lo sviluppo progressivo delle competenze gestionali. In questo processo le banche sono state precorritrici mirando a dominare la scena mondiale al punto che venti nominativifanno il bello e cattivo tempo in termini finanziari.Tutto è stato portato ad assumere la velocità con cui i grandi capitali finanziari migrano quotidianamente dalle borse asiatiche a quelle europee attraverso le americane provocandone cadute erimbalzi talmente evidentemente speculativi da far rabbrividere anche i più coraggiosi. Lo strumento informatico che rende possibili e immediate queste operazioni è stato il mezzo con cui si è esasperata la situazione. Onore al mezzo che dicolpe non ne ha, anzi dei meriti, se fosse stato usato per scopi meno biecamente speculativi. Basta vedere quanto denaro si stia guadagnando speculando sulle altalenanze borsistiche mondiali attraverso prodotti finanziari studiatiappositamente per sfruttare anche le situazioni negative. Il profitto per il profitto. Alcune banche americane, avendo esagerato, sono state messe in ginocchio dai propri errori e da una crisi economica mondiale che qualcuno, inascoltato,aveva preannunciato 3 anni fa, ed era proprio un americano.La tracotanza degli uomini della finanza nel non volere regole e controlli è sempre stata agli occhi di tutti, ma la loro potenza lo è stata altrettanto. La crescita esponenziale delle aree di mercato da loro dominate li ha portati a detenere giornalmentealcuni milioni di tonnellate di petrolio, magari imbarcate su superpetroliere lunghe trecento metri e ferme in qualche oceano, in attesa che si realizzi un prezzo di vendita tale da interessare la finanziaria venditrice.I loro capitali sono talmente ingenti da intimidire i ministri del tesoro di Stati Europei ed il loro giro di affari ne supera di due, tre volte il PIL.Quando la situazione comincia però a traballare e la crisi dei mercati del consumo assume aspetti importanti, che hanno fatto le banche? Niente di più che ricattare i politici mettendoli di fatto nella condizione, peraltro senza alternative, di sostenerle finanziariamente. E i guadagni degli ultimi decenni? MIstero. Ed i loro emolumenti? In linea con la loro mentalità, cioè prendere tutto il possibile subito e lasciare i problemi derivanti agli altri. Abbiamo assistito in questi giorni alla spartizione di alcune decine di miliardi di dollari tra coloro che hanno partecipato prima a generare la bolla speculativa e poi ad ottenere enormi finanziamenti dagli Stati.Vien da ridere pensando a quegli imprenditori che, per decenni, hanno reinvestito nelle proprie aziende pressochè tutto il guadagno per vederle crescere, consolidarsi, diversificarsi, affrontare nuove sfide e vedersi vessati dal sistema fiscale, contestati da estremismi sindacali. Invece i finanzieri speculatori sono indenni da angherie fiscali e ignorati da qualunque sindacato. Ha fatto eccezione la prevedibile pesantissima condanna negli USA di quell'operatore d Wall Street che avrebbe rovinato due o tre milioni di persone e che ....si è dichiarato colpevole!!!!!!!!!!! Da restare allibiti pensando a Parmalat, bond argentini, ecc.Purtroppo fare considerazioni di questo tipo non sana un passato ma deve aiutarci a riflettere per il futuro. Innanzi tutto cerchiamo di toglierci la benda davanti agli occhi per vedere chi siamo, dove siamo, quale sia il nostro ruolo per dare il nostro contributo alla soluzione. Dicevamo che la bolla della speculazione finanziaria è collocata principalemte in USA e da lì è stata "esporata" in Europa, Asia e Giappone. Alcuni continenti ne sono praticamente indenni come l'Oceania e l'Africa.Ma l'Italia, pur toccata in alcuni primari Istituti di Credito, ne ha risentito molto meno di altri. Non perchè le banche siano migliori delle altre, anzi, proprio perchè sono peggiori sotto il profilo della concessione del credito. In una battuta possiamo dire che il denaro viene prestato a chi lo ha già e questa politica è in vigore da almeno trenta anni. La loro "riservatezza" ci impedisce di sapere quanti titoli "tossici" siano nelle loro tasche, quindi nelle nostre, ma i risultati dei loro bilanci che si stanno chiudendo ci offrono la vista di utili in crescita e la loro possibilità di ricapitalizzarsi attraverso i così detti Tremonti Bond, avendo la capacità di riconoscere gli interessi richiesti dallo Stato, ci mette più tranquilli.Parola magica quella della tranquillità perchè contribuisce a produrre fiducia se accompagnata da politiche economico sociali adeguate. Ma è anche un momento di riflessione comportamentale.E' indubbio che da una crisi di caduta dei consumi si può uscire solo con la loro ripresa. La deflazione può avere un effetto benefico solo se di breve durata ed unicamente per ricostituire uno zoccolo duro da cui ripartire dopo la sbornia dell'Euro.Chiediamo giustamente al sistema politico di fare la propria parte ma guardiamoci anche un pò più "in casa". Assenteismo abituale, quasi strutturale, dai posti di lavoro pubblici, magari ottenuti in base al criterio di appartenenza politica o sindacale. Abbiamo visto la morte annunciata di Alitalia perchè colpita da questi cancri; abbiamo ascoltato le dichiarazioni di inutilità di Enti pubblici e delle stesse Province; continuiamo a vedere opere pubbliche mai completate come il tratto calabrese dell'autostrada, delle strade in Sicilia, di ospedali fantasma, di viadotti sospesi nel vuoto, di asfaltature di strade prontamente distrutte dagli scavi di posa di condutture, ecc. Disfattismo? No, realtà che si affiancano alle cose ben fatte. Sarebbe inoltre troppo facile criticare quella magistratura che, nel difendere la casta cui appartiene, si è autoinvoluta in una contorsione che danneggia se stessa e tutti noi di riflesso. Una classe politica che pur di garantirsi tutti i privilegi di cui gode, è riuscita ad essere invisa al 65% degli italiani. Ignorando bellamente la povertà crescente ci hanno offerto ultimamente il deprimente spettacolo di ridursi i costi dei loro pranzi parlamentari, di 0,88 euro portando un pranzo completo a 3,92 euro. Non paghi, hanno stralciato dal disegno di legge inerente gli interventi per il contenimento della crisi il limite di 350.000 euro per i manager pubblici. Certamente questi provvedimenti non incidono in maniera significativa alla soluzione dei problemi di otto milioni di italiani alla soglia della povertà ma l'esempio conta quando si parla di stato d'animo e bisogno di far credere che esiste una luce, seppur piccola, in fondo al tunnel.Eppure da tutto questo si può e si deve uscire e la responsabilità ricade su ciascuno di noi. Chi è rappresentante politico capisca che il tempo delle vacche grasse è finito anche per lui, ma sopratutto mostri rispetto per chi lo ha votato e che si aspetta di vedere considerata la propria condizione di necessità. Sappiamo di non aver generato una classe politica di statisti nè una generazione di persone che abbiano fatto dell'etica uno dei valori di vita, ma umilmente poniamoci il faticoso problema del cambiamento. Chi è manager pubblico ricordi che per cercare le responsabilità di un mal funzionamento, di uno spreco, di una ruberia, occorre guardare in alto e cioè a lui. La polizia può anche mettere agli arresti domiciliari gli operatori inadempienti, ma la responsabilità deve ricadere sui vertici che si sono resi complici dei reati o per aver mancato nelle loro funzioni o, peggio, averle provocate. Chi è manager privato, esca dall'isolamento in cui vive, provi ad ampliare la propria visione dell'azienda e del mercato in cui opera incrementando le proprie conoscenze. Dovrebbe sapere cosa succede in azienda nelle funzioni parallele alla sua, nel territorio dove vive ed opera e nel contesto socio economico su cui impattano le sue scelte o decisioni.Chi è operatore ai diversi livelli di responsabilità intermedie cerchi di svolgere con serietà il proprio compito denunciando senza troppe preoccupazioni sia l'incapacità dei superiori sia la furbizia dei colleghi. Chi è insegnante rifletta sulle enormi responsabilità formative verso i giovani e sulla cattiva qualità del lavoro svolto su di loro negli ultimi venti-trenta anni in cui si sono formati motlissimi diplomati e laureati, ma troppo ignoranti.Chi è genitore svolga quel processo di autocritica sui metodi usati per dare ai propri figli tutto ciò che ha potuto. Aver dato non è stata cosa da poco, ma chi ha ricevuto lo ha meritato? Quali effetti ha provocato su questi giovani la pioggia di benefici spesso richiesti solo per emulazione? L'avere tutto e subito è un sogno stupendo, ma non potrebbe avere delle controindicazioni? Fare il genitore è un mestiere difficile che non si finisce mai di imparare, ma comunque se ne porta la pesante responsabilità di costruire gli uomini e le donne di domani.Chi è giovane si guardi intorno e non si preoccupi di svolgere una critica costruttiva su tutto e su tutti. Provi magari a verificare se sia credibile per tutti, come valore assoluto, la bellezza, la ricchezza, l'immagine più o meno televisiva, per affermarsi nei veri valori della vita.Già, i veri valori.............
La speculazione finanziaria originatasi negli USA con la concessione di finanziamenti immobiliari ad alto rischio avrebbe potuto restare maggiormente circoscritta a livello bancario se fossero esistite regole di trasparenza tra le banche stessee sopratutto di controllo sulla emissione dei così detti "derivati" nelle cui pieghe sono finiti quei titoli ad alto rischio che oramai, con la qualifica di "tossici" angosciano i sonni di tutti.Malauguratamente la fame speculativa della finanza mondiale, troppo occupata a leggere "numeri" anzichè a cercare di capire e valutare le realtà che si celano dietro i "numeri", ha risposto, da un paio di decenni, a logiche pressanti diconsolidamento di enormi fatturati e ritorni finanziari dell'ordine del 25-30% in tre anni, da proporre ad investitori e speculatori di borsa. In questo modo sono state costruite gigantesche multinazionali omnipresenti acquisendo le più importanti realtà industriali e commerciali penalizzando l'imprenditoria privata, la crescita degli investimenti per lo sviluppo industriale, l'innovazione dei prodotti finalizzata allo sviluppo delle aziende, la crescita professionale del personale ad ogni livello, la competitività in termini concorrenziali reali, lo sviluppo progressivo delle competenze gestionali. In questo processo le banche sono state precorritrici mirando a dominare la scena mondiale al punto che venti nominativifanno il bello e cattivo tempo in termini finanziari.Tutto è stato portato ad assumere la velocità con cui i grandi capitali finanziari migrano quotidianamente dalle borse asiatiche a quelle europee attraverso le americane provocandone cadute erimbalzi talmente evidentemente speculativi da far rabbrividere anche i più coraggiosi. Lo strumento informatico che rende possibili e immediate queste operazioni è stato il mezzo con cui si è esasperata la situazione. Onore al mezzo che dicolpe non ne ha, anzi dei meriti, se fosse stato usato per scopi meno biecamente speculativi. Basta vedere quanto denaro si stia guadagnando speculando sulle altalenanze borsistiche mondiali attraverso prodotti finanziari studiatiappositamente per sfruttare anche le situazioni negative. Il profitto per il profitto. Alcune banche americane, avendo esagerato, sono state messe in ginocchio dai propri errori e da una crisi economica mondiale che qualcuno, inascoltato,aveva preannunciato 3 anni fa, ed era proprio un americano.La tracotanza degli uomini della finanza nel non volere regole e controlli è sempre stata agli occhi di tutti, ma la loro potenza lo è stata altrettanto. La crescita esponenziale delle aree di mercato da loro dominate li ha portati a detenere giornalmentealcuni milioni di tonnellate di petrolio, magari imbarcate su superpetroliere lunghe trecento metri e ferme in qualche oceano, in attesa che si realizzi un prezzo di vendita tale da interessare la finanziaria venditrice.I loro capitali sono talmente ingenti da intimidire i ministri del tesoro di Stati Europei ed il loro giro di affari ne supera di due, tre volte il PIL.Quando la situazione comincia però a traballare e la crisi dei mercati del consumo assume aspetti importanti, che hanno fatto le banche? Niente di più che ricattare i politici mettendoli di fatto nella condizione, peraltro senza alternative, di sostenerle finanziariamente. E i guadagni degli ultimi decenni? MIstero. Ed i loro emolumenti? In linea con la loro mentalità, cioè prendere tutto il possibile subito e lasciare i problemi derivanti agli altri. Abbiamo assistito in questi giorni alla spartizione di alcune decine di miliardi di dollari tra coloro che hanno partecipato prima a generare la bolla speculativa e poi ad ottenere enormi finanziamenti dagli Stati.Vien da ridere pensando a quegli imprenditori che, per decenni, hanno reinvestito nelle proprie aziende pressochè tutto il guadagno per vederle crescere, consolidarsi, diversificarsi, affrontare nuove sfide e vedersi vessati dal sistema fiscale, contestati da estremismi sindacali. Invece i finanzieri speculatori sono indenni da angherie fiscali e ignorati da qualunque sindacato. Ha fatto eccezione la prevedibile pesantissima condanna negli USA di quell'operatore d Wall Street che avrebbe rovinato due o tre milioni di persone e che ....si è dichiarato colpevole!!!!!!!!!!! Da restare allibiti pensando a Parmalat, bond argentini, ecc.Purtroppo fare considerazioni di questo tipo non sana un passato ma deve aiutarci a riflettere per il futuro. Innanzi tutto cerchiamo di toglierci la benda davanti agli occhi per vedere chi siamo, dove siamo, quale sia il nostro ruolo per dare il nostro contributo alla soluzione. Dicevamo che la bolla della speculazione finanziaria è collocata principalemte in USA e da lì è stata "esporata" in Europa, Asia e Giappone. Alcuni continenti ne sono praticamente indenni come l'Oceania e l'Africa.Ma l'Italia, pur toccata in alcuni primari Istituti di Credito, ne ha risentito molto meno di altri. Non perchè le banche siano migliori delle altre, anzi, proprio perchè sono peggiori sotto il profilo della concessione del credito. In una battuta possiamo dire che il denaro viene prestato a chi lo ha già e questa politica è in vigore da almeno trenta anni. La loro "riservatezza" ci impedisce di sapere quanti titoli "tossici" siano nelle loro tasche, quindi nelle nostre, ma i risultati dei loro bilanci che si stanno chiudendo ci offrono la vista di utili in crescita e la loro possibilità di ricapitalizzarsi attraverso i così detti Tremonti Bond, avendo la capacità di riconoscere gli interessi richiesti dallo Stato, ci mette più tranquilli.Parola magica quella della tranquillità perchè contribuisce a produrre fiducia se accompagnata da politiche economico sociali adeguate. Ma è anche un momento di riflessione comportamentale.E' indubbio che da una crisi di caduta dei consumi si può uscire solo con la loro ripresa. La deflazione può avere un effetto benefico solo se di breve durata ed unicamente per ricostituire uno zoccolo duro da cui ripartire dopo la sbornia dell'Euro.Chiediamo giustamente al sistema politico di fare la propria parte ma guardiamoci anche un pò più "in casa". Assenteismo abituale, quasi strutturale, dai posti di lavoro pubblici, magari ottenuti in base al criterio di appartenenza politica o sindacale. Abbiamo visto la morte annunciata di Alitalia perchè colpita da questi cancri; abbiamo ascoltato le dichiarazioni di inutilità di Enti pubblici e delle stesse Province; continuiamo a vedere opere pubbliche mai completate come il tratto calabrese dell'autostrada, delle strade in Sicilia, di ospedali fantasma, di viadotti sospesi nel vuoto, di asfaltature di strade prontamente distrutte dagli scavi di posa di condutture, ecc. Disfattismo? No, realtà che si affiancano alle cose ben fatte. Sarebbe inoltre troppo facile criticare quella magistratura che, nel difendere la casta cui appartiene, si è autoinvoluta in una contorsione che danneggia se stessa e tutti noi di riflesso. Una classe politica che pur di garantirsi tutti i privilegi di cui gode, è riuscita ad essere invisa al 65% degli italiani. Ignorando bellamente la povertà crescente ci hanno offerto ultimamente il deprimente spettacolo di ridursi i costi dei loro pranzi parlamentari, di 0,88 euro portando un pranzo completo a 3,92 euro. Non paghi, hanno stralciato dal disegno di legge inerente gli interventi per il contenimento della crisi il limite di 350.000 euro per i manager pubblici. Certamente questi provvedimenti non incidono in maniera significativa alla soluzione dei problemi di otto milioni di italiani alla soglia della povertà ma l'esempio conta quando si parla di stato d'animo e bisogno di far credere che esiste una luce, seppur piccola, in fondo al tunnel.Eppure da tutto questo si può e si deve uscire e la responsabilità ricade su ciascuno di noi. Chi è rappresentante politico capisca che il tempo delle vacche grasse è finito anche per lui, ma sopratutto mostri rispetto per chi lo ha votato e che si aspetta di vedere considerata la propria condizione di necessità. Sappiamo di non aver generato una classe politica di statisti nè una generazione di persone che abbiano fatto dell'etica uno dei valori di vita, ma umilmente poniamoci il faticoso problema del cambiamento. Chi è manager pubblico ricordi che per cercare le responsabilità di un mal funzionamento, di uno spreco, di una ruberia, occorre guardare in alto e cioè a lui. La polizia può anche mettere agli arresti domiciliari gli operatori inadempienti, ma la responsabilità deve ricadere sui vertici che si sono resi complici dei reati o per aver mancato nelle loro funzioni o, peggio, averle provocate. Chi è manager privato, esca dall'isolamento in cui vive, provi ad ampliare la propria visione dell'azienda e del mercato in cui opera incrementando le proprie conoscenze. Dovrebbe sapere cosa succede in azienda nelle funzioni parallele alla sua, nel territorio dove vive ed opera e nel contesto socio economico su cui impattano le sue scelte o decisioni.Chi è operatore ai diversi livelli di responsabilità intermedie cerchi di svolgere con serietà il proprio compito denunciando senza troppe preoccupazioni sia l'incapacità dei superiori sia la furbizia dei colleghi. Chi è insegnante rifletta sulle enormi responsabilità formative verso i giovani e sulla cattiva qualità del lavoro svolto su di loro negli ultimi venti-trenta anni in cui si sono formati motlissimi diplomati e laureati, ma troppo ignoranti.Chi è genitore svolga quel processo di autocritica sui metodi usati per dare ai propri figli tutto ciò che ha potuto. Aver dato non è stata cosa da poco, ma chi ha ricevuto lo ha meritato? Quali effetti ha provocato su questi giovani la pioggia di benefici spesso richiesti solo per emulazione? L'avere tutto e subito è un sogno stupendo, ma non potrebbe avere delle controindicazioni? Fare il genitore è un mestiere difficile che non si finisce mai di imparare, ma comunque se ne porta la pesante responsabilità di costruire gli uomini e le donne di domani.Chi è giovane si guardi intorno e non si preoccupi di svolgere una critica costruttiva su tutto e su tutti. Provi magari a verificare se sia credibile per tutti, come valore assoluto, la bellezza, la ricchezza, l'immagine più o meno televisiva, per affermarsi nei veri valori della vita.Già, i veri valori.............
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venerdì 13 febbraio 2009
Le quattro stagioni della crisi economico-finanziaria
Se dovessimo attribuire ai diciotto mesi, dal 2007 a giugno 2008 in cui si è maturata la bolla finanziaria, la definizione di "stagione autunnale" potremmo di conseguenza definire di essere entrati "nell'inverno economico-finanziario" da circa sei mesi. Volendo ancora giocare con l'analogia delle stagioni, ma in termini di durata, anche l'inverno dovrebbe durare diciotto mesi e quindi, meno i sei trascorsi, ne resterebbero più o meno dodici. Passerebbe così almeno tutto il 2009 prima di vedere arrivare una "primavera" agli inizi del 2010 ed una "estate" nel 2012!.
Ma come tutti ben sappiamo le caratteristiche stagionali sono influenzate da mille fattori diversi e pertanto le situazioni climatiche si presentano con variazioni importanti rispetto alle così dette "medie stagionali" e senza far scomporre più di tanto i metereologi. Ma l'uomo della strada non guarda le statistiche, ma bensì fuori della finestra o tutt'al più dà un fugace sguardo alle previsioni meteo dei media e si copre più o meno prima di uscire, prende o lascia l'ombrello e, appena incontra un conoscente, si lamenta del tempo. Non importa se faccia caldo, freddo, piova o no, si lamenta e basta. Se proprio in quel giorno non può proprio dire niente si lamenta delle previsioni.
Riportandoci alla situazione economica ed applicando "criteri metereologici" possiamo asserire che il ripetersi statistico di fenomeni di gravi crisi ha una propria ciclicità ed a questi hanno fatto seguito normalmente importanti evoluzioni. Quindi ci dobbiamo preoccupare?
Si, perché il nostro orizzonte temporale è molto breve, al massimo di pochi decenni, e coincide con ciò che è più importante per ciascuno, cioè la vita vissuta da adulto. Quel tempo in cui cerchiamo di dare concretezza ai nostri sogni e solidità economica alla nostra famiglia.
Si, perché nella metafora delle stagioni, il nostro tempo durerà poco più di un paio di "anni" e subire "due inverni (economici)" è una prospettiva quanto meno preoccupante.
Si, perché avendo ricondotto il denaro a valore primario ed insostituibile, viviamo in funzione del guadagno e talvolta, ma sempre più spesso, da ottenere anche con comportamenti e mezzi non sempre leciti o al limite dell'etica e della morale.
Si, perché ci siamo educati a voler possedere "tutto o il più possibile" ma subito!
Si, perché per troppe persone spesso apparire è più importante di essere.
Si, perché il sistema si è destabilizzato. Nelle fasi recessive gli assetti cambiano di intensità ed anche di segno. Ogni crisi, dal 1929 ad oggi, è partita da situazioni e condizioni diverse sparse nel mondo ma la globalizzazione ha portato oramai a coinvolgere tutti nel bene e nel male.
Nei tanti "Si" alcuni riguardano aspetti finanziari, altri economici, altri ancora di comportamenti umani, di cultura. Quindi possiamo parlare di cambiamento delle regole del gioco nei rapporti tra il sistema finanziario e quello industriale, tra quello politico locale e quello transnazionale, tra i sistemi produttivi interni e quelli internazionali figli della globalizzazione dei mercati, tra clienti e fornitori in un mercato aperto dove le barriere sono cadute ad una ad una. Ma anche nei rapporti tra aziende e dipendenti sia a livello sindacale che di mobilità e soprattutto nel precedente modo di intendere la vita lavorativa molto spesso fatta di garanzie e certezze.
Preoccuparci, si, perché questo stato d'animo è figlio del senso di responsabilità, ma averne paura, no.
Il problema sta nel porci realisticamente di fronte a questa grande esigenza di cambiamento, nel saperci rimettere in gioco e capire il senso di questo cambio delle regole che è certamente molto impegnativo.
In condizioni del genere, quindi, occorre effettuare una accurata verifica dei propri modelli mentali, delle assunzioni più o meno implicite derivate dall’esperienza e in base alle quali si interpreta una realtà.
E questo per una ragione in fondo semplice: la natura e il significato dei segnali che si ricevono dall’ambiente esterno cambia, anche profondamente, ed i vecchi modelli non sono in grado di interpretare i nuovi segnali, talvolta neppure a riconoscerli. Questo problema investe teoricamente tutti, ma in particolare il management di impresa (industriale, commerciale, bancaria, agricola) che dovrà dimostrare di possedere questa sensibilità.
E' del tutto evidente però che le maggiori responsabilità per la gestione di tutto ciò stanno nei leaders politici, della finanza e dell'economia. Infatti ciascuno di loro dovrebbe sempre operare in base ad una visione di lungo periodo. Ma se si passa dal dover essere all’essere, va riconosciuto che nelle fasi recessive può essere difficile, perché premono problemi immediati e la visione può essere accorciata da instabilità e turbolenze di carattere economico-finanziario. Ciò premesso la fase di ripresa deve essere assolutamente con una visione di lungo periodo perché è in questa dimensione che si possono attuare gli investimenti importanti atti a creare le premesse per la vera ripresa.
Se, da un lato, è corretto guardare a chi sta in alto per chiedere il rilancio ed i segnali di cauto ottimismo, dall’altro forse “l’uomo della strada” può dare il proprio contributo riportando alla giusta dimensione le proprie ambizioni che, seppur legittime, forse si sono spinte in questi ultimi anni al di sopra delle nostre possibilità.
Un passo indietro per riprendere meglio lo slancio.
Ma come tutti ben sappiamo le caratteristiche stagionali sono influenzate da mille fattori diversi e pertanto le situazioni climatiche si presentano con variazioni importanti rispetto alle così dette "medie stagionali" e senza far scomporre più di tanto i metereologi. Ma l'uomo della strada non guarda le statistiche, ma bensì fuori della finestra o tutt'al più dà un fugace sguardo alle previsioni meteo dei media e si copre più o meno prima di uscire, prende o lascia l'ombrello e, appena incontra un conoscente, si lamenta del tempo. Non importa se faccia caldo, freddo, piova o no, si lamenta e basta. Se proprio in quel giorno non può proprio dire niente si lamenta delle previsioni.
Riportandoci alla situazione economica ed applicando "criteri metereologici" possiamo asserire che il ripetersi statistico di fenomeni di gravi crisi ha una propria ciclicità ed a questi hanno fatto seguito normalmente importanti evoluzioni. Quindi ci dobbiamo preoccupare?
Si, perché il nostro orizzonte temporale è molto breve, al massimo di pochi decenni, e coincide con ciò che è più importante per ciascuno, cioè la vita vissuta da adulto. Quel tempo in cui cerchiamo di dare concretezza ai nostri sogni e solidità economica alla nostra famiglia.
Si, perché nella metafora delle stagioni, il nostro tempo durerà poco più di un paio di "anni" e subire "due inverni (economici)" è una prospettiva quanto meno preoccupante.
Si, perché avendo ricondotto il denaro a valore primario ed insostituibile, viviamo in funzione del guadagno e talvolta, ma sempre più spesso, da ottenere anche con comportamenti e mezzi non sempre leciti o al limite dell'etica e della morale.
Si, perché ci siamo educati a voler possedere "tutto o il più possibile" ma subito!
Si, perché per troppe persone spesso apparire è più importante di essere.
Si, perché il sistema si è destabilizzato. Nelle fasi recessive gli assetti cambiano di intensità ed anche di segno. Ogni crisi, dal 1929 ad oggi, è partita da situazioni e condizioni diverse sparse nel mondo ma la globalizzazione ha portato oramai a coinvolgere tutti nel bene e nel male.
Nei tanti "Si" alcuni riguardano aspetti finanziari, altri economici, altri ancora di comportamenti umani, di cultura. Quindi possiamo parlare di cambiamento delle regole del gioco nei rapporti tra il sistema finanziario e quello industriale, tra quello politico locale e quello transnazionale, tra i sistemi produttivi interni e quelli internazionali figli della globalizzazione dei mercati, tra clienti e fornitori in un mercato aperto dove le barriere sono cadute ad una ad una. Ma anche nei rapporti tra aziende e dipendenti sia a livello sindacale che di mobilità e soprattutto nel precedente modo di intendere la vita lavorativa molto spesso fatta di garanzie e certezze.
Preoccuparci, si, perché questo stato d'animo è figlio del senso di responsabilità, ma averne paura, no.
Il problema sta nel porci realisticamente di fronte a questa grande esigenza di cambiamento, nel saperci rimettere in gioco e capire il senso di questo cambio delle regole che è certamente molto impegnativo.
In condizioni del genere, quindi, occorre effettuare una accurata verifica dei propri modelli mentali, delle assunzioni più o meno implicite derivate dall’esperienza e in base alle quali si interpreta una realtà.
E questo per una ragione in fondo semplice: la natura e il significato dei segnali che si ricevono dall’ambiente esterno cambia, anche profondamente, ed i vecchi modelli non sono in grado di interpretare i nuovi segnali, talvolta neppure a riconoscerli. Questo problema investe teoricamente tutti, ma in particolare il management di impresa (industriale, commerciale, bancaria, agricola) che dovrà dimostrare di possedere questa sensibilità.
E' del tutto evidente però che le maggiori responsabilità per la gestione di tutto ciò stanno nei leaders politici, della finanza e dell'economia. Infatti ciascuno di loro dovrebbe sempre operare in base ad una visione di lungo periodo. Ma se si passa dal dover essere all’essere, va riconosciuto che nelle fasi recessive può essere difficile, perché premono problemi immediati e la visione può essere accorciata da instabilità e turbolenze di carattere economico-finanziario. Ciò premesso la fase di ripresa deve essere assolutamente con una visione di lungo periodo perché è in questa dimensione che si possono attuare gli investimenti importanti atti a creare le premesse per la vera ripresa.
Se, da un lato, è corretto guardare a chi sta in alto per chiedere il rilancio ed i segnali di cauto ottimismo, dall’altro forse “l’uomo della strada” può dare il proprio contributo riportando alla giusta dimensione le proprie ambizioni che, seppur legittime, forse si sono spinte in questi ultimi anni al di sopra delle nostre possibilità.
Un passo indietro per riprendere meglio lo slancio.
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lunedì 9 febbraio 2009
I managers privati fanno i loro interessi ma.... quelli pubblici fanno i nostri?
E' pur vero che da anni attendiamo di avere una classe politica capace di far prevalere l'interesse pubblico rispetto a quello privato. E' anche vero però che l'Italia si è retta da sempre sull'iniziativa privata, indipendentemente dalle scelte governative di qualunque colore politico. Però in quei decenni si pensava alla ricostruzione dopo aver subito e perso una guerra e forse tanto individualismo non è stato poi un gran male. Oggi stiamo cercando di superare anche il concetto della nazionalità dei mercati e di estensione all' Europa politico-economica. Ma con quale visione politica dei cittadini? Al di là dei proclami di destra e di sinistra, mi sembra che, in buona sostanza, si resti ancorati alla ricerca spasmodica del voto con una ricerca di accaparramento contingente piuttosto che con l'esporsi con programmi e azioni di medio lungo termine.
MI chiedo come sia possibile che un Governo(questo come quelli che lo hanno preceduto) trovi il modo di produrre interventi ad altissimo impatto sociale, che meriterebbero attente e profonde riflessioni, decidendo invece in pochi giorni (Caso Englaro) sollevando tanto clamore e confusion; e non trovi modo di rendere pubblica una propria decisione, antieconomica per i cittadini, facendo loro perdere denaro.
Proviamo allora a leggere questa nota di di Giorgio Ragazzi (sito La Voce)
UN'AUTOSTRADA LASTRICATA D'ORO
Istituito con un comma della Finanziaria per il 1998, il fondo ferrovia dell'Autostrada del Brennero imponeva che una parte dei pedaggi fosse destinata alla realizzazione del nuovo tunnel ferroviario. Ma la società incaricata dei lavori del nuovo traforo non è interessata a un ingresso nel capitale di Autobrennero. Il fatto è che la legge non specificava a chi appartenessero le somme accantonate e i 385 milioni del fondo potrebbero essere restituiti ai soci della concessionaria autostradale. Tutto ciò dopo il regalo del rinnovo della concessione.
L’Autostrada del Brennero ha accumulato un "fondo ferrovia" di 385 milioni, che avrebbe dovuto essere utilizzato per finanziare il nuovo traforo del Brennero. Ma la Bbt, società italo-austriaca incaricata dei lavori, e partecipata dalle Fs, non è interessata a far entrare l’Autobrennero nel capitale. Pertanto, la soluzione che sta maturando sarebbe quella di "restituire" questi 385 milioni ai soci dell’Autobrennero.È un caso emblematico degli enormi "extraprofitti" delle concessionarie autostradali in Italia, e vale quindi la pena rifare un po’ di storia.
STORIA DI UN FONDO
La concessione di questa autostrada doveva scadere nel 2005. A quella data, l’autostrada era stata interamente ammortizzata: pur con pochi ammortamenti, il valore residuo di bilancio si era ridotto a 6 milioni. Gli azionisti, che negli anni Settanta avevano investito una cifra quasi simbolica, meno di 3 miliardi di lire, si ritrovavano in cassa circa 600 milioni di liquidità e titoli, a fronte di un patrimonio contabile di 287 milioni e un "fondo ferrovia" di 302 milioni. Nel 2005 quindi si sarebbe ben potuto lasciar scadere la concessione, considerando l’enorme profitto già realizzato dalla società.Invece, la concessione è stata prorogata sino all’aprile 2014: un "regalo" non da poco, se si considera che nel 2007 la società ha avuto un Mol, margine operativo lordo, di 138 milioni e un utile netto di 66 milioni. (1)Il "fondo ferrovia" fu istituito in uno dei tanti commi dell’articolo 55 della legge 449/97 ("Misure per la stabilizzazione della finanza pubblica"): un buon esempio di uso improprio della Finanziaria. L’Autobrennero l’aveva fortissimamente voluto, come giustificazione prospettica per il rinnovo della concessione, e forse i voti dei parlamentari sudtirolesi erano utili o necessari al governo di allora.Il finanziamento di investimenti ferroviari con proventi da pedaggi può anche essere giustificato, se limitato all’obiettivo di correggere esternalità ambientali. In Svizzera, due terzi dei proventi da pedaggi pagati per l’uso della rete stradale, principalmente dai mezzi pesanti, viene versato in un fondo per investimenti ferroviari. Ma si tratta di un fondo pubblico. Nel caso dell’Autobrennero il meccanismo è invece a dir poco anomalo.Innanzi tutto, i versamenti nel fondo ferrovia sono di appena 27 milioni l’anno: meno di un quarto di quanto avrebbe potuto accantonare lo Stato lasciando decadere la concessione nel 2005. In secondo luogo, la legge istitutiva non specifica a chi appartengano i fondi così accantonati. La legge dice solo che questi fondi sono "destinati al rinnovo dell’infrastruttura ferroviaria attraverso il Brennero". Non si chiariva quindi se l’Autobrennero, pur rispettando il vincolo di destinazione, avrebbe potuto investire i fondi in azioni della società che realizzerà il traforo o in prestiti erogati alla stessa, rimanendo però titolare dei diritti patrimoniali.La proposta che si sta oggi prospettando, quella di distribuire ai soci il fondo ferrovia, oltre a eliminare il vincolo di destinazione (che non è poco!) confermerebbe che non si tratta di un fondo pubblico, bensì di fondi di proprietà della società. Se così fosse, il fatto che l’accantonamento al fondo ferrovia venga anche effettuato in esenzione d’imposta, norma inserita nella legge 449/97, aggiungerebbe il danno alla beffa: rinunciando alle imposte lo Stato ha contributo per circa un terzo all’accantonamento del fondo che ora si pensa di ripartire tra gli azionisti.
ILDIRITTO DI PASSO
Questa incredibile generosità potrebbe in parte giustificarsi, se gli azionisti fossero solo enti pubblici locali, ma vi sono anche azionisti privati, tra cui indirettamente anche il fondo F2i di Vito Gamberale.Preoccupa poi che, nonostante l’esperienza di questo "fondo ferrovia", la società stia attivandosi per ottenere un’ulteriore proroga di trenta–cinquanta anni della concessione, col benevolo sostegno del nostro governo per ottenere l’assenso dell’Unione Europea, proprio con la giustificazione di destinare parte degli utili alla costruzione dell’asse ferroviario.Quando un’autostrada è interamente ammortizzata i pedaggi assumono, per la maggior parte, la natura di un’imposta, un "diritto di passo". Questo "diritto di passo" deve competere agli enti locali sul cui territorio di trova l’infrastruttura oppure allo Stato? Accettare esplicitamente il primo caso sarebbe giuridicamente difficile e comporterebbe conseguenze assai gravi, se esteso anche ad altri settori. Ma "regalare" lunghe proroghe della concessione ad autostrade possedute da enti locali non equivale proprio, implicitamente, a riconoscere loro un "diritto di passo" sul loro territorio?
MI chiedo come sia possibile che un Governo(questo come quelli che lo hanno preceduto) trovi il modo di produrre interventi ad altissimo impatto sociale, che meriterebbero attente e profonde riflessioni, decidendo invece in pochi giorni (Caso Englaro) sollevando tanto clamore e confusion; e non trovi modo di rendere pubblica una propria decisione, antieconomica per i cittadini, facendo loro perdere denaro.
Proviamo allora a leggere questa nota di di Giorgio Ragazzi (sito La Voce)
UN'AUTOSTRADA LASTRICATA D'ORO
Istituito con un comma della Finanziaria per il 1998, il fondo ferrovia dell'Autostrada del Brennero imponeva che una parte dei pedaggi fosse destinata alla realizzazione del nuovo tunnel ferroviario. Ma la società incaricata dei lavori del nuovo traforo non è interessata a un ingresso nel capitale di Autobrennero. Il fatto è che la legge non specificava a chi appartenessero le somme accantonate e i 385 milioni del fondo potrebbero essere restituiti ai soci della concessionaria autostradale. Tutto ciò dopo il regalo del rinnovo della concessione.
L’Autostrada del Brennero ha accumulato un "fondo ferrovia" di 385 milioni, che avrebbe dovuto essere utilizzato per finanziare il nuovo traforo del Brennero. Ma la Bbt, società italo-austriaca incaricata dei lavori, e partecipata dalle Fs, non è interessata a far entrare l’Autobrennero nel capitale. Pertanto, la soluzione che sta maturando sarebbe quella di "restituire" questi 385 milioni ai soci dell’Autobrennero.È un caso emblematico degli enormi "extraprofitti" delle concessionarie autostradali in Italia, e vale quindi la pena rifare un po’ di storia.
STORIA DI UN FONDO
La concessione di questa autostrada doveva scadere nel 2005. A quella data, l’autostrada era stata interamente ammortizzata: pur con pochi ammortamenti, il valore residuo di bilancio si era ridotto a 6 milioni. Gli azionisti, che negli anni Settanta avevano investito una cifra quasi simbolica, meno di 3 miliardi di lire, si ritrovavano in cassa circa 600 milioni di liquidità e titoli, a fronte di un patrimonio contabile di 287 milioni e un "fondo ferrovia" di 302 milioni. Nel 2005 quindi si sarebbe ben potuto lasciar scadere la concessione, considerando l’enorme profitto già realizzato dalla società.Invece, la concessione è stata prorogata sino all’aprile 2014: un "regalo" non da poco, se si considera che nel 2007 la società ha avuto un Mol, margine operativo lordo, di 138 milioni e un utile netto di 66 milioni. (1)Il "fondo ferrovia" fu istituito in uno dei tanti commi dell’articolo 55 della legge 449/97 ("Misure per la stabilizzazione della finanza pubblica"): un buon esempio di uso improprio della Finanziaria. L’Autobrennero l’aveva fortissimamente voluto, come giustificazione prospettica per il rinnovo della concessione, e forse i voti dei parlamentari sudtirolesi erano utili o necessari al governo di allora.Il finanziamento di investimenti ferroviari con proventi da pedaggi può anche essere giustificato, se limitato all’obiettivo di correggere esternalità ambientali. In Svizzera, due terzi dei proventi da pedaggi pagati per l’uso della rete stradale, principalmente dai mezzi pesanti, viene versato in un fondo per investimenti ferroviari. Ma si tratta di un fondo pubblico. Nel caso dell’Autobrennero il meccanismo è invece a dir poco anomalo.Innanzi tutto, i versamenti nel fondo ferrovia sono di appena 27 milioni l’anno: meno di un quarto di quanto avrebbe potuto accantonare lo Stato lasciando decadere la concessione nel 2005. In secondo luogo, la legge istitutiva non specifica a chi appartengano i fondi così accantonati. La legge dice solo che questi fondi sono "destinati al rinnovo dell’infrastruttura ferroviaria attraverso il Brennero". Non si chiariva quindi se l’Autobrennero, pur rispettando il vincolo di destinazione, avrebbe potuto investire i fondi in azioni della società che realizzerà il traforo o in prestiti erogati alla stessa, rimanendo però titolare dei diritti patrimoniali.La proposta che si sta oggi prospettando, quella di distribuire ai soci il fondo ferrovia, oltre a eliminare il vincolo di destinazione (che non è poco!) confermerebbe che non si tratta di un fondo pubblico, bensì di fondi di proprietà della società. Se così fosse, il fatto che l’accantonamento al fondo ferrovia venga anche effettuato in esenzione d’imposta, norma inserita nella legge 449/97, aggiungerebbe il danno alla beffa: rinunciando alle imposte lo Stato ha contributo per circa un terzo all’accantonamento del fondo che ora si pensa di ripartire tra gli azionisti.
ILDIRITTO DI PASSO
Questa incredibile generosità potrebbe in parte giustificarsi, se gli azionisti fossero solo enti pubblici locali, ma vi sono anche azionisti privati, tra cui indirettamente anche il fondo F2i di Vito Gamberale.Preoccupa poi che, nonostante l’esperienza di questo "fondo ferrovia", la società stia attivandosi per ottenere un’ulteriore proroga di trenta–cinquanta anni della concessione, col benevolo sostegno del nostro governo per ottenere l’assenso dell’Unione Europea, proprio con la giustificazione di destinare parte degli utili alla costruzione dell’asse ferroviario.Quando un’autostrada è interamente ammortizzata i pedaggi assumono, per la maggior parte, la natura di un’imposta, un "diritto di passo". Questo "diritto di passo" deve competere agli enti locali sul cui territorio di trova l’infrastruttura oppure allo Stato? Accettare esplicitamente il primo caso sarebbe giuridicamente difficile e comporterebbe conseguenze assai gravi, se esteso anche ad altri settori. Ma "regalare" lunghe proroghe della concessione ad autostrade possedute da enti locali non equivale proprio, implicitamente, a riconoscere loro un "diritto di passo" sul loro territorio?
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