mercoledì 6 ottobre 2010

Decreto Legge 231/2001 e la Responsabilità del Dirigente d’Azienda


Su questo importante tema che coinvolge tutte le aziende italiane e di conseguenza i loro top manager, imprenditori e dirigenti, si sono svolti alcuni incontri ad Asti. L’iniziativa rientra nei programmi formativi promossi da Confindustria e da Federmanager di AL, AT e CN con il contributo di Fondirigenti. La realizzazione di tutti i corsi è stata affidata a Per.form S.c.a.r.l. che opera in ambito Unione Industriale AT. L’ottima regia del suo direttore, la dr.ssa Claudia Ferraro, ha fatto si che attorno a questo intenso programma si sia polarizzato l’interesse di numerosi dirigenti delle aziende operanti nelle province su indicate.
Non è stato sorprendente scoprire quanto sia complessa la materia su cui insiste questa legge che con i suoi risvolti di responsabilità penale tende a preoccupare i diversi responsabili.
Gli aspetti legali, penali e civili, con quelli di organizzazione degli adempimenti preventivi sono stati efficacemente presentati dall’ avv, Bortolotto e dall’ing. Roggero davanti ad uditori moto attenti ed interroganti.
Lo scopo di questa formazione si limitava a sensibilizzare i partecipanti rimandando a specifici interventi sul campo la trattazione delle problematiche di ciascuna azienda. In effetti il legislatore ha prodotto numerose ed articolate leggi in materia di sicurezza a 360° ma i diversi approcci e scopi di ciascuna di esse hanno poi finito per incrociarsi rendendone difficile la comprensione e particolarmente in termini di corretta applicazione formale e sostanziale. Come oramai siamo abituati a vedere, spesso il legislatore non prende in considerazione quale sia la struttura delle società destinatarie dei provvedimenti e così tende a penalizzare le micro-piccole aziende che in termini numerici sono oltre il 93% del totale in Italia. A questo si aggiunga quanto siano diversi i comportamenti degli enti di controllo che oscillano tra ignorarne completamente l’esistenza e applicarne in modo vessativo gli articoli e magari interpretandone soggettivamente il senso.
Ovviamente non è difficile condividere gli obiettivi delle norme ma troppo spesso, e il D.L.231 è tra questi, si tratta di aggiungere costi ai costi senza che ciò produca un ritorno inducendo così le aziende a sostenerli. Lo Stato è da una parte e il mondo produttivo dall’altra. La crisi c’è, la competitività cala, i disoccupati aumentano, il lavoro nero dilaga sotto il peso delle necessità primarie e degli oneri fiscali ma si continua con indefessa volontà a burocratizzare.

Mercato del lavoro e prospettive

Un’intervista ad Adriano Teso del 26 luglio 2010
- Con Adriano Teso, imprenditore, sottosegretario al Lavoro del primo governo Berlusconi e socio di Libertiamo, è sempre interessante discutere di economia e di politica economica. Il suo ‘polso’ da industriale e la sua impostazione squisitamente liberale ne fanno un giudice severo – e a volte impietoso – della realtà italiana.
Ed è inevitabile che con lui il discorso scivoli subito sulla vicenda più calda e simbolica degli ultimi giorni, l’annuncio dell’apertura di un importante stabilimento di produzione della Fiat in Serbia: “Le produzioni e il lavoro – riflette Teso – insomma la produzione di ricchezza, non possono che andare laddove il sistema locale, cioè l’insieme di logistica, pressione fiscale, quantità ore di lavoro e ambiente normativo, consente i maggiori guadagni di competitività”.
.Ed il problema quindi “non è quello di contrastare le delocalizzazioni, ma rendere competitivi i paesi che, per varie ragioni, non lo sono più. Qualsiasi impresa per sopravvivere e produrre ricchezza va dove il contesto gli permette di competere e di affermarsi. Il gruppo Fiat l’ha detto chiaramente: a queste condizioni non ci sono chance per la Fabbrica Italia…”.
E’ la solita questione del costo del lavoro? “No, o almeno non è l’elemento cardine. Se è vero che nelle tasche dei collaboratori resta circa il 40 per cento di quanto lo specifico posto di lavoro è costato all’imprenditore, una pressione sconosciuta alla gran parte delle società europee, è altrettanto vero che il costo del lavoro sia solo uno – e non necessariamente il più importante – dei problemi. Le faccio un esempio: da Milano è spesso più conveniente spedire le merci nel mondo dal porto di Amburgo anziché da quello di Genova… le pare normale?”
Crede che la vicenda di Pomigliano sia stata determinante per lo ‘strappo’ di Marchionne? “Difficile affermare il contrario, c’è una parte del sindacato e dell’opinione pubblica che si ostina a non riconoscere l’inevitabilità di alcuni sacrifici, i diritti di qualche decennio fa sono diventati privilegi ed in quanto tali non sono più tollerabili”.
E la politica? E il centrodestra, in particolare? “La sensazione è che, partendo e da un programma liberale – comunque confermato anche nell’ultima campagna elettorale e capace di stimolare una porzione importante di elettorato – il PdL al governo non riesca ad evitare che alcuni propri ministri vengano attratti dalle istanze politico-corporative di questo o quel gruppo d’interesse. Per fare un esempio, pensiamo al tentativo di riformare le libere professioni irrobustendo il potere degli Ordini! Anche sulla pubblica amministrazione, ci sono stati timidi passi in avanti, non sufficienti: bene il blocco degli aumenti retributivi, in un settore che ha visto i salari crescere ben oltre la produttività nell’ultimo decennio, ma mi piacerebbe vedere un serio piano di aumento della produttività e dell’orario di lavoro dei pubblici dipendenti, come avvenuto in Germania”.
Rispetto ad un tema che gli sta particolarmente a cuore, come il mercato del lavoro, Teso mostra sconforto: “Non vedo praticamente passi in avanti. Anziché riformare nel profondo il diritto del lavoro ed il welfare, si sventola la bandierina della partecipazione azionaria dei dipendenti, un istituto che è parente stretto della cogestione…”.
Ed il sistema bancario? “Il sistema bancario italiano è sempre stato prudente, quantomeno nella gestione ordinaria Leggere i bilanci delle banche non è mai facile, ho la sensazione che le banche italiane siano state più virtuose di molte concorrenti straniere. Ma se il sistema bancario ha finora tenuto, sono i rischi del sistema Italia a preoccupare. Molte banche hanno un massiccio carico di crediti, soprattutto rispetto alle banche italiane: un fenomeno intenso di fallimento le danneggerebbe. Ma resto ottimista: subiranno qualche perdita, ma sono convinto che il sistema reggerà, anche se la scarsità di impieghi redditizi si farà sentire”. Insomma, “in un paese in cui è sempre più difficile fare impresa e produrre innovazione, il rischio del settore finanziario è quasi quello di non sapere dove investire i risparmi”.
Concludiamo con una domanda avulsa (ma non proprio) dalla discussione: cosa serve per fare impresa? “Certamente creatività, tolleranza, libertà… ma considero fondamentali il rigore e la responsabilità personale. Vede, il capitalismo è morto, la gran parte delle imprese di successo non nasce dal capitale, ma dalle idee, dalla scommessa, dal rigore del lavoro…” E visto che “la cultura imprenditoriale risente della cultura più diffusa”, aver avuto il più grande partito comunista ha sicuramente influenzato la cultura del paese e corrotto il senso di responsabilità individuale.
Per Teso “troppo spesso, anche l’imprenditore italiano è figlio della cultura del “qualcuno ci deve pensare”.
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Crisi occupazionale

Ormai dal Settembre 2008 l'Italia non ha una piena occupazione. Abbiamo importato milioni di stranieri, offrendo loro incarichi in tutte le regioni. Ma con la crisi, il numero di disoccupati è in continuo aumento. E non sono più persone che non cercano un qualsiasi impiego legale per mantenersi, ma ambiscono ad un lavoro desiderato, in grado di appagare le proprie ambizioni personali. Sono persone che non trovano più un qualsiasi lavoro.
.La competizione mondiale sta dimostrando che la produzione del nostro Paese (ma anche quelle di Francia e Germania) non sono competitive e ciò porta a non avere lavoro sufficiente per tutti. E tutto questo non accade perché le imprese non hanno produttività orarie o qualità di prodotti sufficienti, ma perché su loro grava la improduttività del sistema Italia.
E a queste cose non possono che porre rimedio gli italiani tutti, acquisendo una miglior cultura economica, produttiva ed etica, e la politica, cui spetta mettere mano a profonde riforme strutturali e a nulla servono occupazioni di aziende in chiusura, scioperi e quant'altro.
Ma ricordiamo che un rapporto di lavoro non può essere costruttivo o produttivo in forza d’obblighi di legge ma, è basato sulla collaborazione.
Ogni giorno il "mercato" (in pratica ognuno di noi quando diventa cliente) giudica e vota i risultati di questa partecipazione, acquistandone o no prodotti e servizi.
L’imprenditore non può che esserne il massimo responsabile, giacché decide in che modo e con chi ottenere gli esiti vincenti.
Se questi non premiasse la collaborazione di chi aiuta l’azienda ad ottenere risultati positivi, sarebbe un cattivo imprenditore e diventerebbe la prima vittima di un tale miope comportamento.
Un buon industriale deve provvedere a sostituire quanti non sono all’altezza del compito ed a dimensionare gli organici alle evoluzioni del mercato e delle tecnologie.

La cessazione di un rapporto di lavoro non deve trasformarsi in un dramma, ma semplicemente, nella ricerca di una professione più adatta alle proprie capacità ed attitudini, con la tranquillità fornita da adeguati ammortizzatori sociali.
Il governo deve perseguire l’obiettivo affinché ogni cittadino italiano abbia la possibilità di ottenere un posto di lavoro legale, per mantenere se stesso ed i propri figli fino all’età scolastica e potersi permettere una dignitosa rendita da pensione quando non sarà più in grado di lavorare, oppure avrà accumulato un capitale pensionistico sufficiente per non pesare sulla collettività.

venerdì 6 agosto 2010

Il percorso che va oltre la crisi

Nel 2009 il paese ha perso 7 punti di PIL rispetto all’anno precedente, oltre 700 mila posti di lavoro, la produzione industriale è crollata del 25%, per cui siamo ritornati ai livelli del 1985.
Sul piano politico istituzionale si evidenzia drammaticamente l’incapacità di ridurre la spesa pubblica che è anche peggiorata (si spende troppo e male), con la conseguenza che il costo dell’energia, trasporti e dei servizi costituisce una “palla al piede” per la nostra capacità produttiva.

In questo contesto le aziende hanno dovuto imparare a proprie spese la sfida dell’internazionalizzazione: una storia fatta di lunghi viaggi, di attese estenuanti, qualche stretta di mano, colossali delusioni, ma anche grandi successi. Hanno imparato sicuramente una cosa: che per competere all’estero non è più sufficiente lo spirito dei pionieri e a complicare ulteriormente le cose è arrivata la crisi.
Il rapporto del Gruppo congiunto Giovani Imprenditori di Confindustria e Giovani dirigenti di Federmanager dell’aprile 2010 avente per oggetto la ricerca “Internazionalizzare il governo dell’impresa”, evidenzia che la chiave per vincere la sfida dell’internazionalizzazione e del “dopo crisi” sarà ancora una volta nelle persone, perchè si possono clonare i prodotti di eccellenza e di successo, raggiungere buoni standard di qualità, ecc., ma non riprodurre valori intangibili come l’intuito, l’inventiva, il gusto del bello che sono il nostro retaggio e che aiutano a formare quella cultura d’impresa che accomuna imprenditori e dirigenti.
Le “multinazionali tascabili”, come le ha definite a suo tempo il Censis, sono una conseguenza lampante e, ancora oggi esercitano un ruolo importante nel nostro tessuto produttivo per la loro capacità di penetrare i mercati esteri.

L’avvio della crisi ha posto problemi di riposizionamento delle imprese ed in particolare della qualità delle risorse umane che le governano (impiegati e dirigenti) con l’effetto del graduale spostamento dell’ottica dalla dimensione locale o nazionale a quella internazionale, non solo per i mercati di sbocco, ma anche per il quadro di riferimento dei fornitori, di provenienza delle materie prime, delle risorse finanziarie. Se si opera in questa direzione si potrà non solo attraversare la crisi per sopravvivere, ma avviare un altro ciclo di sviluppo.

Le difficoltà che il lavoro del Gruppo, coordinato da Nadio Delai, evidenzia sono: la scarsa famigliarità con le lingue straniere e, parallelamente, le modeste esperienze maturate all’estero; la difficoltà a lunghe permanenze in ambienti molto diversi da quelli del nostro paese da parte dei dirigenti, nonchè gli elevati costi che l’azienda deve sostenere.
Le proposte e i suggerimenti avanzati sono la cura di processi di motivazione del personale, che, prima ancora della formazione, puntino al coinvolgimento attivo e motivato del dipendente e della sua famiglia (che in un modo o nell’altro ne risulterà coinvolta). Paradossalmente il livello di consenso più ampio si è avuto dai giovani manager, rispetto ai giovani imprenditori.

Viceversa, l’alternativa potrebbe essere di puntare su figure provenienti dall’esterno dell’azienda, più dinamici e disponibili a questo processo di internazionalizzazione oppure adottare modalità di reclutamento del personale “estero su estero”considerando che i laureati degli altri paesi costano meno di quelli italiani e sono più disponibili a risiedere in altri paesi.

L’invito pressante che il Presidente di Confindustria Emma Marcegaglia ha fatto agli imprenditori nell’ultima assemblea è stato: “Dobbiamo superare le barriere psicologiche che ostacolano – ha detto – aggregazioni, alleanze, deleghe ai manager. Il controllo e la gestione familiare sono punti di forza finchè non costringono l’impresa a restare troppo piccola per fare ricerca e innovazione, per internazionalizzarsi”

La crisi e la reazione delle aziende

La crisi è stata affrontata in modo particolarmente attivo sul piano del riposizionamento, della ristrutturazione e della riorganizzazione da parte di tre aziende su quattro, secondo i giovani imprenditori e di due aziende su tre, da parte dei giovani manager, con una trasformazione profonda di strategie: una vera e propria “metamorfosi”

Altre aziende viceversa hanno reagito nel modo tradizionale fatto di un progressivo adattamento e di flessibilità continuata per il 40% dei giovani manager e per il 50% delle situazioni, secondo i giovani imprenditori anche se va detto che in questo modo le aziende “si aggiustano” ma non corrono.

Una minoranza, il 5%, secondo i giovani imprenditori e, invece, il 10% per i giovani manager, dichiarano di aspettare con pazienza che la crisi faccia il suo corso, aziende sostanzialmente “attendiste” pronte più a sperare che a confrontarsi con le dinamiche economiche in atto.

Dal gruppo emerge una sostanziale convergenza di opinioni per una minore propensione verso la delocalizzazione produttiva ed una accentuazione delle strategie dirette a sviluppare la rete distributiva all’estero.

Infine per il 64,2% dei giovani imprenditori, contro il 60% dei giovani manager, le aziende hanno risentito della crisi e per il 2010 il risultato sembrerebbe migliore, anche se i giovani manager sono più preoccupati degli imprenditori

Processo di internazionalizzazione più evoluto

Sembra ormai accettato che la crisi ed il suo impatto non costituiscano un fatto passeggero e facilmente riassorbibile; al contrario si intravede un percorso di uscita complesso per l’estensione temporale e per la profondità strutturale dei processi in corso.
Si pensa, ad esempio, di essere di fronte a una vera e propria “mutazione” del modo di fare impresa con la necessità di “alzare l’asticella” della classe dirigente (imprenditori e manager), ricercando alleanze sia “orizzontali” tra imprese simili per essere più forti- mantenendo però una dimensione ridotta – che “verticali” tra imprese complementari, che sappiano integrarsi in una logica di internazionalizzazione evoluta partendo dal presupposto che queste stesse aziende non diventeranno mai nè medie nè tanto grandi.

Dall'inizio del 2008 nell'export di beni è cambiata la tipologia delle aziende interessate: non più il gigantismo ma i micro-settori.
Ma questo export molecolare, “nicchie” che rappresentano il 47% del valore del mercato, conferma che il nostro paese, in termini assoluti, subito dopo la Germania, è primo esportatore mondiale di 288 prodotti, secondo per altri 382 e terzo per 352 con un valore esportato di (100+ 79+ 56) miliardi con 1022 “nicchie” di eccellenza.

martedì 13 luglio 2010

Quattro ingredienti del caso F.lli Saclà raccontato “a quattro voci”. VERNAY un esempio di crescita al femminile

Conoscenze, qualità, competenze e abilità

F.LLI SACLÀ ha da sempre operato importanti investimenti circa lo sviluppo delle competenze del
proprio personale. A dimostrazione vi sono 152 corsi svolti negli ultimi quattro anni pari ad una media annua di 3.000 ore tra formazione in aula e addestramento operativo “su campo”. Le diverse iniziative si sono avvalse sia di personale esterno sia di personale interno altamente qualificato ed hanno interessato una popolazione di dipendenti eterogenea fino a raggiungere le 1200 unità, appartenenti ai diversi settori presenti in azienda. “L’opportunità di potersi avvalere di fondi interprofessionali come Fondimpresa – spiega Claudia Ferraro, Responsabile di PER.FORM, ente di formazione dell’Unione Industriale di Asti - ha certamente agevolato l’impegno e l’investimento
dell’Azienda in un percorso già tracciato negli anni precedenti. I piani presentati dal 2008 ad oggi hanno permesso di coinvolgere 283 discenti tra quadri, impiegati ma soprattutto operai, per un totale di 462 ore di formazione in aula e con la nuova modalità didattica di coaching individuale”.
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La scelta strategica di F.LLI SACLÀ intrapresa ormai da anni, è quella di investire nella formazione al punto tale da farla divenire parte integrante dell’iter lavorativo, anche nella gestione del personale. Questo ha permesso di definire percorsi di crescita professionali a tutti i livelli organizzativi. “Le persone sono il capitale più prezioso che un’Azienda possiede – sottolinea Stefania Delfino Responsabile del Personale di F.LLI SACLÀ - pertanto è doveroso il continuo aggiornamento delle loro competenze che consentono all’azienda di continuare ad essere competitiva sul mercato e leader nel proprio settore di appartenenza”. A dimostrazione del coinvolgimento dell’intera popolazione lavorativa, Lucia Ercole – Responsabile Marketing Direzione Commerciale Italia - è stata la protagonista di uno dei piani formazione attivati lo scorso anno. “Aver saputo cogliere l’occasione di realizzare un percorso di formazione per tutto il comparto commerciale, anche in un momento di forte complessità, è stata una scelta vincente. L’obiettivo è stato quello di fornire, alle persone coinvolte, strumenti appropriati per una comunicazione efficace, per migliorare il proprio approccio nelle relazioni interpersonali per meglio gestire i propri collaboratori e valorizzarne con metodo le peculiarità”.
“I progetti formativi già conclusi o attualmente in corso, come ad esempio quello rivolto al team della Direzione Commerciale Estero, sono il risultato di un grande lavoro di squadra – spiega Chiara Ercole. Decidere di dedicare risorse, con le modalità didattiche più adeguate, allo sviluppo del sapere e del saper fare è sicuramente una scelta competitiva per un’Azienda famigliare italiana come la nostra, con profonde radici culturali nelle tradizioni italiane e territoriali e che ha da poco festeggiato i 70 anni di presenza sul mercato agro alimentare”.

PROMUOVERE METODOLOGIE INNOVATIVE NELLA PICCOLA MEDIA IMPRESA:
Nuove metodologie per la formazione :corsi a costo zero per la competitività

Il convegno del prossimo 28 giugno fornirà l’occasione per condividere alcune elaborazioni sulle potenzialità della formazione innovativa e, in particolare, sul bisogno di una formazione sempre più centrata sui processi di lavoro e sulle problematiche aziendali.
I corsi, realizzati da PER.FORM e finanziati dall’Avviso 4 2008 Fondimpresa, prevedono, infatti, la
sperimentazione di modalità formative non tradizionali e di quelle metodologie che maggiormente si adattano al sistema delle imprese evitando di andare ad impattare eccessivamente con le esigenze di produzione delle aziende.In particolare, il criterio prioritario è rappresentato dalla comprensione, da parte dell’azienda, dell’importanza che può rivestire la sperimentazione di modalità innovative
di formazione e dall’effettiva disponibilità a scommettere sulla possibilità di individuare nuove strade per sviluppare le competenze dei lavoratori.
Quattro le proposte formative realizzate in più edizioni presso le aziende associate al sistema Confindustria con meno di 100 dipendenti, nelle province di Asti e Cuneo caratterizzati dalla presenza di contesti organizzativi orientati al cambiamento ed all’innovazione, in grado di accogliere ed accompagnare lo sviluppo di percorsi formativi che si allontanano in modo significativo dai setting tradizionali della lezione, del seminario, ecc:

MANAGER COACH DI UN TEAM EFFICIENTE,
Coaching (72%) Aula (28%)
Obiettivi: fornire competenze per condurre un team al raggiungimento di risultati permanenti e dare
strumenti di lettura dell’organizzazione per avere una visione chiara del modello di impresa e trasferirla attraverso la metafora sportiva.

“FUORI I SECONDI” – GESTIONE EFFICACE DEI GRUPPI DI LAVORO,
Coaching (85%) Aula (15%)
Obiettivi: Identificare all’internodel team i differenti ruoli
Affinare le capacità di costituzione, gestione e motivazione di un gruppo di lavoro.
Fornire gli strumenti operativi per evitare il blocco dell’attività di un gruppo di lavoro

MENTAL TRAINING: CREATIVITA’ E FLESSIBILITA’ PER L’IMPRESA CHE CAMBIA
Coaching (85%) Aula (15%)
Obiettivi: Comprendere e utilizzare interpretazioni differenti della realtà e modi innovativi di agire.
“Allenare la mente” a costruirsi nuovi schemi di lettura.

“VESTIRE LA MAGLIA” TEAMWORKING E SVILUPPO DELLO SPIRITO DI SQUADRA
Coaching (85%) Aula(15%)
Lavorare sul “marketing delle risorse umane”, sui processi sottostanti il raggiungimento dei risultati nelle singole individualità. Motivare le singole risorse umane.

CHE COS’E’
IL COACHING:
L’accompagnamento di un individuo (coachee), un gruppo o un’équipe, da parte di uno specialista
del cambiamento: il coach. Il coaching è una relazione di collaborazione, partnership finalizzata
al raggiungimento di obiettivi personali, relazionali o professionali.
Agendo sull’autoconsapevolezza personale e sul proprio senso di autoefficacia, facilita l’espressione e lo sviluppo delle potenzialità.
La metodologia trae origine dal mondo sportivo, prendendo in considerazione gli aspetti legati
soprattutto a: essere squadra, condividere obiettivi, condividere strategie ed essere di supporto l’uno per l’altro.
Il processo di coaching ha l’obiettivo di aiutare le persone a imparare/migliorare le competenze attraverso l’esperienza quotidiana facendo ricorso a un’attività di sostegno individuale e a programmi specifici.
Le metodologie di coaching sono “orientate al risultato”, ossia “centrate sulla soluzione”, piuttosto che “centrate sul problema”. L’allievo viene aiutato a costruirsi il futuro che desidera, utilizzando
tutti gli strumenti possibili e attivando le risorse necessarie perché quel futuro professionale diventi
realtà. VERNAY ITALIA è un’azienda di circa 60 dipendenti, facente parte di un gruppo multinazionale con sede in Ohio, USA, la cui attività principale è sviluppare e produrre articoli tecnici di precisione in gomma, per applicazioni di piccole dimensioni e per il controllo dei fluidi.
Sono da poco terminati due percorsi formativi nella Azienda dove Vanna Villata, Direttore Generale, da anni fa e promuove la formazione.
“La metodologia del coaching si applica analizzando i processi di lavoro, le problematiche che da esso emergono, la definizione di obiettivi condivisi e contestualizzati, la sperimentazione sul campo delle strategie individuate a livello comune e condivise con tutta la “squadra” racconta Vanna Villata - vi è, inoltre, l’affiancamento breve e mirato da parte del formatore, che ha il compito di essere il coach della squadra e quindi motivatore e supporter della prestazione; l’intervento finale
del coach mira alla valutazione finale e alla definizione del piano di sviluppo personale e professionale da realizzarsi dopo la conclusione del corso di formazione”

INFORMAZIONE PUBBLICITARIA
FONDIMPRESA è il fondo interprofessionale creato da CONFINDUSTRIA, CGIL, CISL e UIL; vi aderiscono 67.000 aziende con oltre 3 milioni di dipendenti.
FONDIMPRESA ha un peso pari al 40% del totale dei Fondi Interprofessionali, in termini di risorse, infatti ogni anno raccoglie circa 200 milioni di euro per le attività di formazione destinate alle aziende aderenti Attualmente è possibile aderire a 5 diversi Avvisi:
60 milioni di euro per qualsiasi tipo di formazione;
10 milioni per lavoratori in Cig (scadenza 15 ottobre 2010);
10 milioni per lavoratori delle PMI (scadenza 15 ottobre 2010);
12 milioni per piani sulla sicurezza sul lavoro (15 ottobre 2010);
50 milioni per i lavoratori in mobilità (scadenza 18 novembre 2010)

Il Consorzio PERFORM
è l’attuatore dei percorsi formativi di FONDIMPRESA e FONDIRIGENTI, che collabora con le Aziende per promuovere la formazione continua dei dipendenti ad ogni livello anche usufruendo di tutti i finanziamenti utili ad alleggerire l’onere finanziario gravante sulle Aziende che richiedano la formazione. Si trova ad Asti ed è contattabile all’indirizzo mail: ferraro@consorzioperform.net tel.: 0141 436965
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mercoledì 30 giugno 2010

Motivazione al lavoro per uscire prima e meglio dalla crisi

Il 25 giugno 2010, presso la Michelin Italia S.p.a. di Alessandria, organizzato da Federmanager Alessandria, si è tenuto il VI Forum dei Direttori del Personale, per un dibattito/confronto sul tema: “La motivazione del Personale in tempo di crisi”.

Hanno partecipato sedici Direttori del Personale ed esperti di relazioni industriali, purtroppo con alcune assenze dell’ultima ora per sopravvenute esigenze aziendali.

L’incontro ha avuto come prologo la presentazione e la visita dello stabilimento Michelin di Spinetta Marengo ad opera di una equipe della Società, dopo di che si è entrati nel merito dell’Ordine del Giorno con una introduzione in video del dr. Tullio Miscoria, Consulente di formazione, che ha preliminarmente sottolineato come uno degli impegni maggiori che hanno le Aziende in questo difficile momento è quello di “fare di più con meno persone”.
.Evidenziando che risultati e motivazione sono gli uni parte dell’altra e viceversa, quindi strettamente correlati, non altrettanto si può dire di motivazione e impegno, non essendo altrettanto strettamente collegati all’andamento positivo dell’azienda. Miscoria ha dato grande importanza all’esigenza di far sì che i collaboratori si sentano importanti in un’ottica aziendale per cui è strategica una efficace attività di comunicazione interna sia a livello collettivo che individuale. A questo proposito è importante sensibilizzare e responsabilizzare i collaboratori che sono maggiormente a contatto con il personale.
Il dibattito è proseguito per oltre tre ore con l’intervento di tutti i partecipanti su un tema – la motivazione del personale – che già nei Forum precedenti era stato oggetto di attenzione e ritenuto pertanto importante da affrontare con un esame dettagliato, entrandone nel merito specifico, collegandolo altresì al momento non facile che stiamo attraversando.
E’ stato fatto notare preliminarmente che è improprio parlare di motivazione collegandolo solo alla crisi, in quanto la motivazione è una esigenza costante in ogni attività lavorativa e non è anche sbagliato pensare solo alla crisi aziendale, bensì è opportuno tener presente che, a volte, potrebbe anche il dipendente ad essere in crisi “aziendale” e come tale bisognoso di particolare attenzione e cura, attivando idonei accorgimenti di recupero.

E’ indispensabile che il dipendente abbia conoscenza e consapevolezza del contesto in cui si opera, anche creando gruppi di attività – soprattutto nelle realtà maggiori- che perseguano e garantiscano le performance, tenendo la produzione costantemente sotto controllo, contribuendone all’avanzamento ora per ora, in presenza di una massima reattività e risolvendo tempestivamente gli eventuali problemi che dovessero insorgere. La ricerca delle performance è anche crescita professionale della persona, cui deve essere riconosciuto apertamente il buon lavoro fatto.
Si è aperto, a questo proposito, un dibattito che ha messo a confronto il passato con il presente. Nel passato meno recente, la motivazione era soprattutto perseguita con riconoscimenti economici, soprattutto superminimi, incentivi che premiavano la disponibilità, la collaborazione, la professionalità, la produttività individuale. Ancora oggi può essere positivo incentivare economicamente ed individualmente, ma in una situazione come quella attuale, dove tutti sanno di tutto, può avere anche risvolti negativi: può generare invidie, sensi di vittimismo e di frustrazione più che di stimolo a meglio operare, nuocendo anche al clima aziendale. Sarebbe forse meglio ricercare, ove possibile, premi collettivi, economici ma non solo, che generino competizione tra gruppi, squadre, reparti, uffici, con individuazione di obiettivi adeguatamente pubblicizzati anche nei risultati finali. Tutto ciò senza dimenticare la sensibilizzazione, lo stimolo ed il trascinamento, operandosi in gruppo, effettuato dai migliori nei confronti dei “pigri” che potrebbero, con il loro atteggiamento meno collaborativo, vanificare il raggiungimento degli obiettivi produttivi preposti ed i benefici che ne potrebbero derivare. Non a torto comunque si è sottolineato che bisognerebbe trovare il coraggio di premiare le differenze.

La motivazione oggi – soprattutto in tempo di crisi – ha caratteristiche più psicologiche che economiche, in presenza di una situazione dove, pur riconoscendo l’importanza degli aspetti salariali, assume rilevanza maggiore la salvaguardia del posto di lavoro e con esso, ovviamente, l’andamento positivo dell’azienda.
E’ convinzione generalizzata che dalla crisi si può uscire, o quanto meno si può affrontare meglio soprattutto con la partecipazione di tutti, ognuno per la sua parte e con le sue prerogative e spettanze.
Ne è un chiaro esempio la vicenda FIAT/ Pomigliano, che tanto fa discutere il mondo sindacale e non solo quello, in questi giorni. Come è noto la FIAT fa una scelta assolutamente innovativa: invece di delocalizzare in Paesi dove produrre è più conveniente, riporta in Italia una importante parte di produzione mettendo a disposizione 700 milioni di Euro per ristrutturare lo stabilimento campano, ma chiedendo a sindacati e maestranze la massima collaborazione e disponibilità attraverso un accordo sindacale in certi passaggi anch’esso innovativo. Dopo una complessa trattativa, quattro sindacati di settore, non certo poco rappresentativi, firmano le intese: uno solo, il quinto, rifiuta l’adesione. Il corretto ricorso al referendum, con un esito del 62% favorevole alle intese, avrebbe tecnicamente e democraticamente chiuso la vicenda, anche se è comprensibile la perplessità dell’Azienda sulla effettiva gestibilità dell’accordo, soprattutto tenendo conto che la percentuale di adesione operaia, categoria maggiormente interessata e coinvolta negli aspetti organizzativi e produttivi, è solo del 59%. E’ stato sottolineato che da un’indagine effettuata sui “no” alle intese, la maggior parte sarebbe di personale giovane: una risposta è stata data da un sindacalista firmatario dell’accordo. Per una metà – ha detto – si tratta di iscritti o simpatizzanti ideologicizzati, per un’altra metà di scansafatiche (per la verità ha usato un termine più pesante nonchè volgare). Potrebbe comunque anche essere effettiva una certa partecipazione giovanile al “no”, magari di senza famiglia da tutelare, magari con genitori che possono provvedere loro al sostentamento, magari preoccupati per i turni continui e quindi anche notturni, nonchè del lavoro domenicale, che pregiudicherebbero gli ineludibili svaghi, magari consapevoli che certe attività “sommerse” rendono molto più del lavoro in fabbrica!

Ritornando al tema in discussione, è stato sottolineato che la prima forma di motivazione è intrinseca alla persona: l’individuo deve sentirsi motivato in se stesso. Per essere tale sono indispensabili alcune cose: ci deve essere un contratto di lavoro, ci deve essere sintonia con ciò che si desidera, ci deve essere possibilità di crescita e che ci siano prospettive di durata nel tempo.
Perchè ci sia partecipazione ci deve essere comunque motivazione e prioritariamente conoscenza, coinvolgendo il più possibile il personale, usando anche strumenti diversi e personali.
Perchè ci sia partecipazione è altresì opportuno ricercare la maggiore fidelizzazione possibile.
E per perseguire tali obiettivi il primo passo non può che essere dell’azienda e dei suoi rappresentanti, in particolar modo dei quadri intermedi che dovrebbero essere, a questo proposito, adeguatamente sensibilizzati e informati.
Innanzitutto l’azienda ed i suoi rappresentanti devono essere d’esempio nei fatti e negli atteggiamenti: è difficile chiedere collaborazione e sacrifici unilaterali.
La correttezza nei rapporti e l’equità nelle decisioni devono essere un modus operandi strategico.
E’ anche necessario, come si dice, usare la bocca, ma anche le orecchie, in altre parole affinare l’esigenza dell’ascolto.
La motivazione è sicuramente più perseguibile con un maggior dialogo tra direzione e rappresentanti sindacali aziendali e tra rappresentanti sindacali aziendali e lavoratori, ricercando il più possibile scelte condivise anche se complicate: le condizioni per farlo oggi ci sono, soprattutto se c’ è coerenza tra il dire e il fare.
Potrà sembrare paternalismo, ma è sicuramente opportuno farsi vedere in azienda, nei reparti, negli uffici e colloquiare con i dipendenti su questioni aziendali, ma anche personali.
Aprire l’azienda anche alle Famiglie, in apposite giornate di “fabbrica aperta” comporta con l’adesione di queste – un maggior coinvolgimento – del collaboratore.
Ed infine grande importanza ha, come già precedentemente sottolineato la comunicazione: studiare ed adottare strumenti e pratiche idonee a far conoscere problemi, obiettivi, successi e difficoltà su piccoli e grandi temi aziendali non può che far sì che il dipendente si senta coinvolto.

Come prevedibile e previsto, la crisi, in generale, non è finita.
Ci sono stati sicuramente miglioramenti, la luce alla fine del tunnel si intravede, anche se le condizioni saranno diverse da quelle che si avevano prima del disastro: la situazione riguarda ogni impresa, sia quella che è tuttora in difficoltà, sia quella che è in mezzo al guado, sia quella che fortunatamente in vera crisi non c’è mai stata.
Se si è convinti che nelle difficoltà la strada giusta per uscirne è che ognuno faccia la sua parte, che la barca proceda positivamente in quanto tutti remino nella giusta direzione, in altre parole che ci sia partecipazione di tutte le Parti in causa la motivazione è basilare, anche perchè il dipendente comprende se l’azienda lo vuole coinvolgere.
Più volte, nei precedenti Forum, è emersa la constatazione che oggi le Maestranze sono meno ideologicizzate, forse perchè deluse da una politica che sicuramente non brilla, più mature, più colte e preparate e come tali disposte e disponibili a cogliere i segnali positivi che una adeguata cultura di impresa può dare loro.
Cultura d’impresa, valori dell’intraprendere, orgoglio del produrre, consapevolezza dell’importanza di ciò che si crea: se questi sono obiettivi cui mirare e pilastri su cui assestare le nostre aziende, la motivazione è fondamentale e a nessuno come ai responsabili delle risorse umane spetta il compito di esserne convinti promotori.
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mercoledì 26 maggio 2010

Il bavaglio ai media e l'oscuramento dei blog scomodi

NESSUN TELEGIORNALE HA DIFFUSO QUESTA NOTIZIA

Ieri il Senato ha approvato il cosiddetto pacchetto sicurezza (D.d..L. 733) tra gli altri con un emendamento del senatore Gianpiero D'Alia (UDC) identificato dall'articolo 50bis: “Repressione di attività di apologia o istigazione a delinquere compiuta a mezzo internet.”

La prossima settimana il testo approderà alla Camera diventando l'articolo nr. 60.

Il senatore Gianpiero D'Alia (UDC) non fa parte della maggioranza al Governo e ciò la dice lunga sulla trasversalità del disegno liberticida della"Casta".

In pratica in base a questo emendamento se un qualunque cittadino dovesse invitare attraverso un blog a disobbedire (o a criticare?) una legge che ritiene ingiusta, i /providers/ dovranno bloccare il blog.
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Questo provvedimento può far oscurare un sito ovunque si trovi, anche se all'estero; il Ministro dell'Interno, in seguito a comunicazione dell'autorità giudiziaria, può infatti disporre con proprio decreto l'interruzione della attività del blogger, ordinando ai fornitori di connettività alla rete internet di utilizzare gli appositi strumenti di filtraggio necessari a tal fine.

L'attività di filtraggio imposta dovrebbe avvenire entro il termine di 24 ore; la violazione di tale obbligo comporta per i provider una sanzione amministrativa pecuniaria da euro 50.000 a euro 250.000.

Per i blogger è invece previsto il carcere da 1 a 5 anni per l'istigazione a delinquere e per l'apologia di reato oltre ad una pena ulteriore da 6 mesi a 5 anni per l'istigazione alla disobbedienza delle leggi di ordine pubblico o all'odio fra le classi sociali.

Con questa legge verrebbero immediatamente ripuliti i motori di ricerca da tutti i link scomodi per la Casta! In pratica il potere si sta dotando delle armi necessarie per bloccare in Italia Facebook, Youtube e *tutti i blog* che al momento rappresentano in Italia l'unica informazione non condizionata e/o censurata.

Vi ricordo che il nostro è l'unico Paese al mondo dove una media company ha citato YouTube per danni chiedendo 500 milioni euro di risarcimento. Il nome di questa media company, guarda caso, è Mediaset.
Quindi il Governo interviene per l'ennesima volta, in una materia che, del tutto incidentalmente, vede coinvolta un'impresa del Presidente del Consiglio in un conflitto giudiziario e d'interessi.

Dopo la proposta di legge Cassinelli e l'istituzione di una commissione contro la pirateria digitale e multimediale che tra poco meno di 60 giorni dovrà presentare al Parlamento un testo di legge su questa materia, questo emendamento al "pacchetto sicurezza" di fatto rende esplicito il progetto del Governo di normalizzare con leggi di repressione internet e tutto il sistema di relazioni e informazioni sempre più capillari che non si riesce a dominare.

Tra breve non dovremmo stupirci se la delazione verrà premiata con buoni spesa!

Mentre negli USA Obama ha vinto le elezioni grazie ad internet, in Italia il governo si ispira per quanto riguarda la libertà di stampa alla Cina ed alla Birmania.

Oggi gli unici media che hanno fatto rimbalzare questa notizia sono stati il blog Beppe Grillo e la rivista specializzata Punto Informatico

mercoledì 19 maggio 2010

Le figure di merda sono un "felice " ricordo...

NATA FEMMINA
Dalla scrittrice albanese Elvira Dones riceviamo questa lettera aperta al premier Silvio Berlusconi in merito alla battuta del Cavaliere sulle "belle ragazze albanesi". In visita a Tirana, durante l'incontro con Berisha, il premier ha attaccato gli scafisti e ha chiesto più vigilanza all'Albania. Poi ha aggiunto: "Faremo eccezioni solo per chi porta belle ragazze".


"Egregio Signor Presidente del Consiglio,
le scrivo su un giornale che lei non legge, eppure qualche parola gliela devo, perché venerdì il suo disinvolto senso dello humor ha toccato persone a me molto care: "le belle ragazze albanesi".
Mentre il premier del mio paese d'origine, Sali Berisha, confermava l'impegno del suo esecutivo nella lotta agli scafisti, lei ha puntualizzato che "per chi porta belle ragazze possiamo fare un'eccezione."
Io quelle "belle ragazze" le ho incontrate, ne ho incontrate a decine, di notte e di giorno, di nascosto dai loro magnaccia, le ho seguite da Garbagnate Milanese fino in Sicilia.
Mi hanno raccontato sprazzi delle loro vite violate, strozzate, devastate. A "Stella" i suoi padroni avevano inciso sullo stomaco una parola: puttana. Era una bella ragazza con un difetto:
rapita in Albania e trasportata in Italia, si rifiutava di andare sul marciapiede.
Dopo un mese di stupri collettivi ad opera di magnaccia albanesi e soci italiani, le toccò piegarsi. Conobbe i marciapiedi del Piemonte, del Lazio, della Liguria, e chissà quanti altri. E' solo allora - tre anni più tardi - che le incisero la sua professione sulla pancia: così, per gioco o per sfizio.
Ai tempi era una bella ragazza, sì.
Oggi è solo un rifiuto della società, non si innamorerà mai più, non diventerà mai madre e nonna. Quel “puttana” sulla pancia le ha cancellato ogni barlume di speranza e di fiducia nell'uomo, il massacro dei clienti e dei protettori le ha distrutto l'utero.
Sulle "belle ragazze" scrissi un romanzo, pubblicato in Italia con il titolo “Sole bruciato”. Anni più tardi girai un documentario per la tivù svizzera: andai in cerca di un'altra bella ragazza, si chiamava Brunilda, suo padre mi aveva pregato in lacrime di indagare su di lei. Era un padre come tanti altri padri albanesi ai quali erano scomparse le figlie, rapite, mutilate, appese a testa in giù in macellerie dismesse se osavano ribellarsi. Era un padre come lei, Presidente, solo meno fortunato.
E ancora oggi il padre di Brunilda non accetta che sua figlia sia morta per sempre, affogata in mare o giustiziata in qualche angolo di periferia.
Lui continua a sperare, sogna il miracolo. E' una storia lunga, Presidente... Ma se sapessi di poter contare sulla sua attenzione, le invierei una copia del mio libro, o le spedirei il documentario, o farei volentieri due chiacchiere con lei. Ma l'avviso, signor Presidente: alle battute rispondo, non le ingoio.
In nome di ogni Stella, Bianca, Brunilda e delle loro famiglie queste poche righe gliele dovevo. In questi vent'anni di difficile transizione l'Albania s'è inflitta molte sofferenze e molte ferite con le sue stesse mani, ma nel popolo albanese cresce anche la voglia di poter finalmente
camminare a spalle dritte e testa alta. L'Albania non ha più pazienza né
comprensione per le umiliazioni gratuite. Credo che se lei la smettesse di
considerare i drammi umani come materiale per battutacce da bar a tarda ora, non avrebbe che da guadagnarci. Questa "battuta" mi sembra sia passata sottotono in questi giorni in cui infuria la polemica Bertolaso , ma si lega profondamente al pensiero e alle azioni di uomini come Berlusconi e company, pensieri e azioni in cui il rispetto per le donne é messo sotto i piedi ogni giorno, azioni che non sono meno criminali di quelli che sfruttano le ragazze albanesi, sono solo camuffate sotto gesti galanti o regali costosi.

Mi vergogno profondamente e chiedo scusa anch'io a tutte le donne albanesi
Merid
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mercoledì 12 maggio 2010

Anno 2008 - primavera 2010 : ma è proprio primavera?

A parte il facile confronto con una stagione che si è presentata come climaticamente difficile
i 20 mesi vissuti pericolosamente dall'economia italiana hanno riportato la produzione del settore
manifatturiero indietro di 100 trimestri (più della media UE) ovvero a livello del 1984!
La gravità della situazione italiana è un semplice raffronto con Francia e Germania
che hanno perso rispettivamente solo 12 e 13 trimestri.

Per quanto riguarda l’indicatore reale del ricorso alla cassa integrazione, dai dati
comunicati dall’INPS emerge che la gestione di cassa per il 2009 chiude
sostanzialmente sugli stessi valori del 2008 (una riduzione di -0,7%), ma da gennaio
a novembre l’effettivo utilizzo è del 61% del richiesto contro circa il 70% dello stesso
periodo dell’anno precedente.

A dicembre i disoccupati erano 2.130.000 con un tasso dell'8,5%,
ma il dato preoccupante riguarda il 26,9% della fascia giovanile che non risulta
occupata, perchè il peggioramento (nell'ottobre 2008 la disoccupazione era al 7%) va
proprio a danno dei giovani che hanno un tasso superiore di tre volte a quello
complessivo!
Sono proprio i giovani a pagare il prezzo più alto: uno su quattro è senza prospettive
per il domani e non è in grado di emanciparsi dai genitori.
I numeri dicono che a pagare la recessione sono stati: i contratti a termine (-229 mila
solo nel 2009) con una contrazione del 9,4%, le collaborazioni a progetto -12,1% e
quelle occasionali -9,9%, viceversa il popolo delle partite IVA ha ingrossato le
proprie fila con un + 132mila pari ad un + 16,8%.
La chiave di lettura di questo ultimo dato è che, per contenere i costi del lavoro, si è
verificata la sostituzione dei contratti flessibili con formule ancora più a basso costo.

Per il Direttore del CENSIS Giuseppe De Rita “i giovani di oggi, che sono più
formati, più tecnologizzati, molto più aperti ad esperienze internazionali e che
dovrebbero costituire il punto di forza per la ripresa” sono stati viceversa
sottooccupati in una situazione strisciante di precariato che non dà prospettive.
Appena avvertita la crisi , sono stati i primi ad essere espulsi dal mercato del lavoro e
la stagnazione del nostro paese – sempre secondo il CENSIS – è anche in questa
mancanza di prospettive per le sue generazioni più giovani.

Nel 2008 l'Italia si è confermata al 13mo posto nella classifica Eurostat sul PIL
procapite come potere d'acquisto e mantiene di fatto le posizioni 2006 e 2007
nonostante la crisi.

Tuttavia le altre economie europee, Germania, Francia, Inghilterra e Olanda, sono
sempre davanti al nostro paese esclusa la Spagna che non ci precede più.

...in apnea

Il rapporto CENSIS usa questo termine che si addice molto bene alla nostra realtà.
Secondo il CsC (Centro studi Confindustria) vi è stata una secca flessione del PIL che
nel 2009 è sceso a – 4,7% mentre nel 2010 è atteso un aumento di +1,1% e nel 2011
un +1,3%, un recupero troppo modesto rispetto ai nostri competitor: Saranno
necessari ben 8 anni perchè le imprese ritrovino i livelli perduti della produzione e 4
anni perchè il paese torni ad incrementare il volume del PIL ai livelli antecedenti la
crisi.
Sempre secondo CsC la Germania impiegherà 2 anni e mezzo, mentre la Francia
già nella seconda metà del 2011 avrà compensato le perdite subite.
A bruciare le tappe saranno invece gli USA che nel giro di un solo anno torneranno
con il PIL a livelli pre-crisi
“La ripresa c’è, ma c’è anche la crisi” sono le parole del Presidente di Confindustria
Emma Marcegaglia a conclusione del seminario di dicembre del CsC per l’apertura
dei lavori dello Studio “Italia 2015”.

Le imprese sono in affanno e sempre meno ricche, ma anche le famiglie sono più
povere, in quanto il loro potere d’acquisto nel periodo ottobre 2008 settembre 2009 è
diminuito dall’1,6%, come risulta dal 43° Rapporto ISTAT.

Il terziario nella morsa della crisi

Il grande e variegato arcipelago del terziario non è più quella massa gelatinosa capace
di assorbire i contraccolpi più violenti del rovescio economico anzi il vasto invaso dei
servizi, intermediazioni, commercio sta diventando il terreno più soggetto alla morsa
della recessione che colpisce lavoratori, mestieri e professioni senza alcun sistema di
tutela affondando imprese e attività varie, talvolta improvvisate, a bassa produttività
ed efficacia.
Di fronte alla vastità della crisi non ci si può rifugiare nell’espediente di inventare
servizi industriali a bassa produttività ed efficacia che il CENSIS definisce
“qualcosisti” per rimarcarne l’inadeguatezza e la precarietà.
Occorrerebbe intervenire per migliorarne la produttività, la qualità professionale e,
soprattutto, le forme di impresa.

Il paese si ritrova sempre più diviso, parcellizzato e cresce la possibilità che quando si
uscirà dalla crisi ci si troverà con un sistema paese più debole, senza un progetto che
sappia coniugare rigore e riforme, innovazione e sviluppo e la necessaria coesione
sociale che possa supportare il tutto.

Non è accettabile ad esempio, che, a differenza degli altri paesi UE, la rendita
finanziaria con prevalente finalità speculative continui ad essere tassata meno degli
investimenti produttivi e dei redditi da lavoro (e da pensioni) con gravi distorsioni in
termini di equità per l’economia: troppe tasse pagate da chi non può sottrarsi
(lavoratori dipendenti) e poche da tutti gli altri.
Una persona che dichiari redditi di lavoro per 150.000 Euro è tassato con un’aliquota
media dl 38,45% mentre chi consegue 150.000 Euro per una rendita finanziaria è
tassato al 12,5%.
Dai dati IRPEF dell’anno 2008 emerge che, rispetto agli oltre 783miliardi di gettito
dato da 41milioni di contribuenti, poco meno della metà, 48,3% percepisce un reddito
sino a 15.000 Euro l’anno, mentre il 36,4% è posizionato nella fascia 15-29.000
Euro.
Infine meno dell’1% percepisce un reddito superiore ai 100.000 Euro e solo due
contribuenti su 1000 raggiungono un reddito di 200.000 Euro l’anno.

Lo scandalo dell’evasione fiscale è ormai riconosciuto da tutti: secondo l’Agenzia
delle Entrate risulta una base imponibile non dichiarata tra i 210 – 250 miliardi
equivalenti a circa 100 miliardi di minori entrate e a ........ tante finanziarie.

Produttività avanti adagio

L’Italia è in coda all’OCSE: dal 1992 ad oggi ha registrato la più bassa crescita della
produttività (tra il 2004 e il 2008 crescita pari allo 0,2% annuo).
Due considerazioni sui valori di produttività:
a)
negli ultimi 12 anni in Italia è però aumentato il tasso di occupazione: infatti la
quota di occupati sul resto della popolazione è passata da 52% del 1997 a 58%
del 2009;
b) quando le imprese si ristrutturano, oltre agli investimenti in tecnologia si fanno
anche quelli in beni capitali intangibili: ricerca e sviluppo, investimenti nel
marchio, riorganizzazione del management che sono considerati consumi
intermedi e non appaiono quindi nel prodotto.
Le prossime riforme della contabilità nazionale dovrebbero portare queste
spese fra i beni finali per cui avremo una produttività che oggi non appare nelle
statistiche.

Sulla deludente classifica pesano gli antichi nodi ribaditi anche dal Governatore della
Banca d’Italia.
Vi è ampio consenso sulla necessità, richiamata da Mario Draghi di “attuare quelle
riforme che, da lungo tempo attese, consentano al nostro sistema produttivo di
essere parte attiva della ripresa economica” attraverso la riduzione strutturale della
spesa pubblica corrente, l’adeguatezza delle infrastrutture, la liberalizzazione dei
servizi (anche quelli pubblici locali) e la riforma del welfare costoso e poco selettivo.

Secondo molti esperti, tra gli ostacoli alla crescita vi sono: la burocrazia (per le
imprese è inderogabile la semplificazione amministrativa); la mancata
semplificazione normativa per ridurre il numero di leggi e regolamenti; la scarsa
produttività del sistema giudiziario civilista; l’elevata pressione fiscale sulle imprese
(con una tassazione di circa 20 punti superiore a quella del Giappone) con un
differenziale di 27 punti percentuali rispetto alla UE per non parlare del 30% rispetto
agli USA.

Vorrei sottolineare che abbiamo smarrito il codice del buon senso: nel nostro sistema
giudiziario si attendono anni per un diritto negato, un risarcimento, per la perdita del
posto di lavoro.
Labirinti giudiziari che si concludono dopo quindici/vent’anni, a volte con
assoluzioni, ma per l’interessato una vita personale distrutta.

Il turismo è una delle poche armi in mano all’Italia per reagire alla crisi: abbiamo
storia, arte e natura che si intrecciano con un clima favorevole ed una buona cucina, ma
non tutti sembrano essersene accorti.
Lo confermano: l’indice di balneabilità delle nostre spiagge con il primato della
Campania dove un chilometro su sei è inquinato; i servizi offerti, molto costosi
rispetto al loro livello, con il contorno dei conti truffa presentati ai turisti stranieri.

Se il diluvio è passato dov’è l’arcobaleno?

Dall'inizio del 2008 nell'export di beni è cambiata la tipologia delle aziende
interessate: non più il gigantismo ma i micro-settori.
Ma questo export molecolare, “nicchie” che rappresentano il 47% del valore del
mercato, conferma che il nostro paese, in termini assoluti, subito dopo la Germania, è
primo esportatore mondiale di 288 prodotti, secondo per altri 382 e terzo per 352 con
un valore esportato di (100+ 79+ 56) miliardi con 1022 “nicchie” di eccellenza.
A parecchi economisti questa Italia delle "nicchie" non piace, ma imprese come
Montedison e Olivetti le abbiamo perse per strada: l'importante sarebbe il
consolidamento dimensionale e patrimoniale di queste aziende per continuare ad
eccellere.

La forza del Made in Italy sta proprio in queste "nicchie" che denotano l'elevata
diversificazione delle specializzazioni (alimentari, abbigliamento-moda, arredo casa,
automazione meccanica, gomma -plastica e anche metallurgia, carta e chimica
farmaceutica).
Migliaia di imprese medio-piccole sono protagoniste di questo successo perchè
hanno la capacità di essere flessibili, di fare prodotti "quasi sartoriali" ovvero su
"misura" per il cliente, di coniugare attività e innovazione, design e qualità, di avere
la forza delle idee.
Idee originali da legare anche alla qualità del vivere, allo stile di vita, al modo di
vestirsi: non fare solo salotti, ma offrire anche stili di vita che gli utilizzatori siano
disposti a riconoscere come valore aggiunto e, soprattutto, ad acquistare.

La ripresa si accende di verde

Le fonti di energia pulita e alternative (idroelettriche, eoliche, fotovoltaiche,
biomasse, ecc.) rispetto alle tradizionali, rappresentano delle opportunità di ricerca,
innovazione, sviluppo e si calcolano in 40-50 mila i nuovi posti di lavoro nel
prossimo triennio, oltre, ovviamente, al miglioramento ambientale.

Gse (Gestore servizi elettrici) a consuntivo 2008 informa che tutta l’energia da fonti
rinnovabili è stata pari a 23859 MW con un aumento di + 21% rispetto all’anno
precedente (gran parte del merito va all’energia idroelettrica).

Per quanto riguarda l’eolico, la crescita nel 2008 è stata deludente e, con 3500 MW di
capacità installata cumulata a tutto il 2008, siamo ancora sul podio europeo per un
soffio davanti alla Francia (3404 MW) e all’Inghilterra (3241 MW), ma lontanissimi
dalla Spagna (16740 MW) e dalla Germania (23903 MW).

Il rallentamento della crescita è da ricercarsi nei tempi troppo lunghi per ottenere le
autorizzazioni, ma, soprattutto, sembra che alcune regioni non vogliano i parchi
eolici: la sindrome nimby (not in my backyard), perchè a fronte degli 861,7 MW della
Puglia si ha un valore zero per Friuli Venezia Giulia, Lombardia, Marche, Piemonte e
Valle d’Aosta.

Gse ha calcolato che, per quanto riguarda il fotovoltaico, a fine 2008 sono stati
installati 431 megawatt prodotti da 31.875 impianti in funzione mentre per il 2009 si
stimano 900 megawatt con 70.000 impianti e le previsioni per il 2010 indicano in
1500 megawatt l’energia che si produrrà con 100.000 impianti.
A solo titolo di raffronto la capacità installata nel 2008 in Germania è di 5340
Megawatt, in Spagna di 3354, in Giappone di 2144,2.
In Piemonte, nelle province di Alessandria, Asti e Cuneo saranno realizzati impianti
per una potenza installata massima di 31 megawatt.

Grid parity significa che le energie pulite potranno competere con le fonti tradizionali
sul piano dei costi e della qualità senza le sovvenzioni pubbliche: nel 2011 l’Italia
sarà il primo paese a raggiungere la Grid Parity dopo di che le energie pulite
costeranno meno anche se diminuiranno gli eco-incentivi.
L’obiettivo per il 2020 è di produrre il 14% ovvero 3 volte quello di oggi di energia
pulita complessiva con i biocarburanti che saranno 10 volte tanto quelli odierni.
La Germania è oggi quello che il nostro paese sarà (o dovrebbe essere) nel 2020.

Conclusioni

Occorrono pertanto misure concrete per: creare infrastrutture che siano degne di un
paese moderno, avere una istruzione incentrata sul merito per tutti (docenti e
studenti), una burocrazia che non sia di ostacolo al cambiamento, ma al servizio della
collettività, dei mercati senza posizioni di rendita e ammortizzatori sociali che
incentivino anche la ricerca di un lavoro.

Prima di concludere, vorrei ricordare che, a distanza di un anno, il sogno dell' Arcivescovo
di Milano Tettamanzi di creare un fondo per le famiglie che perdono il lavoro è diventato
una realtà con la creazione di un Fondo che ha raccolto nel 2009, complessivamente la
somma di 6.588.503,89 Euro di cui oltre 5.000.000 distribuiti a 2.333 famiglie.

L'altra cosa che ci piace sottolineare è una proposta di legge fatta congiuntamente da
G. Cassola (PDL) e P. Ichino (PD) per cercare di aumentare il tasso di occupazione
per la fascia di età fra i 60 e 70 anni: un patrimonio di conoscenza, di sapere e di
esperienze che va in gran parte sprecato.
Si tratterebbe di un provvedimento di grande e positivo impatto sociale doveroso per
tutti coloro che, con il loro lavoro, hanno permesso la crescita del nostro paese.
A conclusione del seminario del CsC di dicembre “Italia 2015” sui temi
dell’innovazione, della ricerca, del capitale umano, dell’efficacia dello Stato, il
Presidente di Confindustria Emma Marcegaglia lancia la sfida: “bisogna riprogettare
il futuro”, ma per far questo occorre che imprenditori, collaboratori, professionisti
facciano bene la loro parte e, per quanto riguarda la dirigenza, è una sfida che ci
piace e che raccoglieremo sicuramente, affinchè il paese torni a crescere.