Se vogliamo esprimere una risposta di estrema sintesi potremmo dire :NO. Almeno ciò è vero da un miliardo di anni e cioè da quando è comparsa la vita sulla Terra, prima di allora invece la risposta sarebbe stata: SI.
Quindi un terremoto corrisponde ad una catastrofe per le forme di vita terrestri ed a importanti modificazioni della struttura geologica. Ai nostri occhi, da quando è comparso l’uomo, il terremoto è passato da fenomeno inspiegabile e pauroso per gli uomini primitivi fino ad assumere l’immagine di imprevedibile distruttore di vite umane. A pensarci bene però i terremoti hanno continuato a fare sempre la stessa cosa per miliardi anni e cioè, assestare la crosta terrestre galleggiante sul magma sottostante. Gli uomini invece hanno modificato completamente il proprio modo di affrontare la vita e si sono evoluti abitando dapprima negli anfratti, nelle caverne quindi nelle case di legno e paglia e poi in capanne di terra e pietre fino a strutture complesse in legno o mattoni e, in moltissimi Paesi, costruzioni in cemento armato e mattoni. Altro aspetto di particolare rilievo è stato lo sviluppo demografico che ha visto nascere dalle origini ad oggi circa 82 miliardi di persone (stima di Bourgeois Pichat). La stima della popolazione mondiale nel neolitico era di 6 milioni di uomini per arrivare ai 6 miliardi dell’anno 2000 e con una proiezione a 9 miliardi per l’anno 2050.
I terremoti, da quando se ne hanno documentazioni credibili, oscillano abbastanza regolarmente, intorno ai 50.000 all’anno di cui 1 – 2 catastrofici, 3 -5 distruttivi, 800 sono paragonabili a quello che ha colpito l’Abruzzo, 6000 con magnitudo tra 4 e 5 e 45.000 con magnitudo tra 3 e 4.
Come si evidenzia da questa fredda immagine di dati le due cose che sono cambiate di più sono il numero degli abitanti della terra e le loro abitudini abitative. Sono state privilegiate le località climaticamente più favorevoli, quelle economicamente più appetibili o altre maggiormente difendibili dagli attacchi nemici. La concentrazione di persone ha generato l’esigenza di abitare in verticale per sfruttare spazi sempre più angusti, ma sono anche sorti problemi importanti di urbanizzazione e di incremento esponenziale dei costi di costruzione. Da qui la ricerca tecnologica per sfruttare i materiali, ridurne l’impiego e crearne di nuovi. Acciaio, ferro, cemento, mattoni elaborati in mille forme diverse, strutture prefabbricate hanno sostituito le pietre, la terra ed il legno. Grandi studi hanno concepito edifici che si stagliano verso il cielo fino a 300 metri di altezza. Ma la nostra epoca vede la coesistenza di questi prodigi architettonici con le case con pareti di terra e tetti in legno. Purtroppo i maggiori danni li dobbiamo registrare tanto in queste antiche abitazioni che in costruzioni esteticamente moderne ma prive di quelle cautele antisismiche o penalizzate da dolosi risparmi. Un importante dirigente di una associazione costruttori ha spiegato in una intervista televisiva che la responsabilità va anche rivolta al sistema di appalti pubblici, con gara al ribasso, che provoca questi risparmi da parte dei costruttori e quindi la minore resistenza degli edifici. La stessa persona affermava che le gare vengono vinte con prezzi che sono largamente in perdita per i costruttori. Tre considerazioni spontanee: la prima è chi e che cosa autorizzi a costruire edifici non sicuri dal punto di vista sismico o comunque della stabilità viste le competenze progettative che oggi si hanno e la seconda perché non si mandino deserte le gare in cui i prezzi siano assurdi rispetto ai costi e quindi la terza, non si conosce una impresa edile di dimensione media che sia fallita a causa di tutto ciò. Infatti, come è ben noto a tutti, una gara che lanciata a 100, viene aggiudicata a 80, realizzata in tempi biblici si chiude con un consuntivo di 200.
E qui ritorniamo a dolerci del malcostume politico nella gestione della cosa pubblica, di una selva di leggi costruita apposta per difendere interessi illegittimi, della incapacità dei managers pubblici e della loro connivenza con i politici e con i managers privati. Stride la parola “risparmio” con quella dello “spreco” di denaro pubblico e urla vendetta quando questo prezzo viene pagato da tante vite umane.
Sarà vero che le persone restano attaccate ai luoghi dove sono nate ed il loro numero cresce sempre di più. Sarà anche vero che amano vivere in luoghi ambientalmente gradevoli ma la responsabilità di chi gestisce i Comuni, le Province e le Regioni deve andare al di là delle singole volontà per armonizzare le esigenze con le reali possibilità abitative. Se una casa esiste è perché c’è un piano regolatore, un progettista, un ufficio tecnico comunale che approva, un costruttore che realizza ed un collaudo finale. Il tutto regolato da leggi e decreti verso i quali ognuno di questi attori ha le proprie responsabilità.
Il terremoto quindi colpisce le inadempienze, le incapacità, i lucri, le frodi, le connivenze e trasforma in dolo quanto fatalmente legato alla storia abitativa umana ed al suo indiscriminato sviluppo.
Colpisce il sistema Paese che da pochi anni ha preso coscienza della necessità di organizzare sistemi di soccorso sempre più efficienti ed ai quali dobbiamo dire mille volte grazie, ma che interviene a cose fatte per cercare di contenere la sofferenza umana. Ma la prevenzione? Abbiamo scritto leggi che, a causa della connivenza tra il sistema politico e quello imprenditoriale edilizio, non riescono a tutelare i cittadini perché contorte, non applicabili e controverse, incomplete per mancanza di regolamenti, inattuate per le continue proroghe ai termini. Intanto stiamo tutti lì, rivolti ai freddi schermi dei televisori, attenti a cogliere con il nostro cuore sensibile le mille emozioni derivanti dalle immagini, dalle parole. Stiamo lì, pronti a dispiacerci della fatalità degli eventi ed a commuoverci davanti alle bare di centinaia di persone e di decine di bambini che con la nostra scarsa lungimiranza, con l’egoismo di tutelare sempre e solo gli interessi personali, con la mancanza di una visione di insieme della nostra realtà, rifuggendo alle nostre responsabilità abbiamo contribuito ad uccidere.
Lui, il terremoto, ha fatto solo il suo mestiere; assestare il territorio scaricandone le tensioni. Lo fa da miliardi anni e noi tutti lo sapevamo.
Il talento e la passione, esperienze di una vita dove l'impegno e la creatività si uniscono in un mestiere che non si finisce mai di imparare
mercoledì 15 aprile 2009
giovedì 19 marzo 2009
Prendere coscienza della crisi o lasciarsi trascinare dal pessimismo generalizzato?
Se, in questi ultimi sette o otto mesi, avessimo guardato i telegiornali e letto la stampa, con un atteggiamento critico e distaccato anzichè subire il tamtam delle notizie ad effetto, forse non ci troveremmo oggi a fare di tutt'erba un fascio. In effetti la razionalità e la freddezza valutativa ci avrebbero guidato verso una serie di distinguo riguardo le cause scatenanti, le concause, gli effetti e la loro portata nelle diverse economie che la globalizzazione ha ravvicinato.
La speculazione finanziaria originatasi negli USA con la concessione di finanziamenti immobiliari ad alto rischio avrebbe potuto restare maggiormente circoscritta a livello bancario se fossero esistite regole di trasparenza tra le banche stessee sopratutto di controllo sulla emissione dei così detti "derivati" nelle cui pieghe sono finiti quei titoli ad alto rischio che oramai, con la qualifica di "tossici" angosciano i sonni di tutti.Malauguratamente la fame speculativa della finanza mondiale, troppo occupata a leggere "numeri" anzichè a cercare di capire e valutare le realtà che si celano dietro i "numeri", ha risposto, da un paio di decenni, a logiche pressanti diconsolidamento di enormi fatturati e ritorni finanziari dell'ordine del 25-30% in tre anni, da proporre ad investitori e speculatori di borsa. In questo modo sono state costruite gigantesche multinazionali omnipresenti acquisendo le più importanti realtà industriali e commerciali penalizzando l'imprenditoria privata, la crescita degli investimenti per lo sviluppo industriale, l'innovazione dei prodotti finalizzata allo sviluppo delle aziende, la crescita professionale del personale ad ogni livello, la competitività in termini concorrenziali reali, lo sviluppo progressivo delle competenze gestionali. In questo processo le banche sono state precorritrici mirando a dominare la scena mondiale al punto che venti nominativifanno il bello e cattivo tempo in termini finanziari.Tutto è stato portato ad assumere la velocità con cui i grandi capitali finanziari migrano quotidianamente dalle borse asiatiche a quelle europee attraverso le americane provocandone cadute erimbalzi talmente evidentemente speculativi da far rabbrividere anche i più coraggiosi. Lo strumento informatico che rende possibili e immediate queste operazioni è stato il mezzo con cui si è esasperata la situazione. Onore al mezzo che dicolpe non ne ha, anzi dei meriti, se fosse stato usato per scopi meno biecamente speculativi. Basta vedere quanto denaro si stia guadagnando speculando sulle altalenanze borsistiche mondiali attraverso prodotti finanziari studiatiappositamente per sfruttare anche le situazioni negative. Il profitto per il profitto. Alcune banche americane, avendo esagerato, sono state messe in ginocchio dai propri errori e da una crisi economica mondiale che qualcuno, inascoltato,aveva preannunciato 3 anni fa, ed era proprio un americano.La tracotanza degli uomini della finanza nel non volere regole e controlli è sempre stata agli occhi di tutti, ma la loro potenza lo è stata altrettanto. La crescita esponenziale delle aree di mercato da loro dominate li ha portati a detenere giornalmentealcuni milioni di tonnellate di petrolio, magari imbarcate su superpetroliere lunghe trecento metri e ferme in qualche oceano, in attesa che si realizzi un prezzo di vendita tale da interessare la finanziaria venditrice.I loro capitali sono talmente ingenti da intimidire i ministri del tesoro di Stati Europei ed il loro giro di affari ne supera di due, tre volte il PIL.Quando la situazione comincia però a traballare e la crisi dei mercati del consumo assume aspetti importanti, che hanno fatto le banche? Niente di più che ricattare i politici mettendoli di fatto nella condizione, peraltro senza alternative, di sostenerle finanziariamente. E i guadagni degli ultimi decenni? MIstero. Ed i loro emolumenti? In linea con la loro mentalità, cioè prendere tutto il possibile subito e lasciare i problemi derivanti agli altri. Abbiamo assistito in questi giorni alla spartizione di alcune decine di miliardi di dollari tra coloro che hanno partecipato prima a generare la bolla speculativa e poi ad ottenere enormi finanziamenti dagli Stati.Vien da ridere pensando a quegli imprenditori che, per decenni, hanno reinvestito nelle proprie aziende pressochè tutto il guadagno per vederle crescere, consolidarsi, diversificarsi, affrontare nuove sfide e vedersi vessati dal sistema fiscale, contestati da estremismi sindacali. Invece i finanzieri speculatori sono indenni da angherie fiscali e ignorati da qualunque sindacato. Ha fatto eccezione la prevedibile pesantissima condanna negli USA di quell'operatore d Wall Street che avrebbe rovinato due o tre milioni di persone e che ....si è dichiarato colpevole!!!!!!!!!!! Da restare allibiti pensando a Parmalat, bond argentini, ecc.Purtroppo fare considerazioni di questo tipo non sana un passato ma deve aiutarci a riflettere per il futuro. Innanzi tutto cerchiamo di toglierci la benda davanti agli occhi per vedere chi siamo, dove siamo, quale sia il nostro ruolo per dare il nostro contributo alla soluzione. Dicevamo che la bolla della speculazione finanziaria è collocata principalemte in USA e da lì è stata "esporata" in Europa, Asia e Giappone. Alcuni continenti ne sono praticamente indenni come l'Oceania e l'Africa.Ma l'Italia, pur toccata in alcuni primari Istituti di Credito, ne ha risentito molto meno di altri. Non perchè le banche siano migliori delle altre, anzi, proprio perchè sono peggiori sotto il profilo della concessione del credito. In una battuta possiamo dire che il denaro viene prestato a chi lo ha già e questa politica è in vigore da almeno trenta anni. La loro "riservatezza" ci impedisce di sapere quanti titoli "tossici" siano nelle loro tasche, quindi nelle nostre, ma i risultati dei loro bilanci che si stanno chiudendo ci offrono la vista di utili in crescita e la loro possibilità di ricapitalizzarsi attraverso i così detti Tremonti Bond, avendo la capacità di riconoscere gli interessi richiesti dallo Stato, ci mette più tranquilli.Parola magica quella della tranquillità perchè contribuisce a produrre fiducia se accompagnata da politiche economico sociali adeguate. Ma è anche un momento di riflessione comportamentale.E' indubbio che da una crisi di caduta dei consumi si può uscire solo con la loro ripresa. La deflazione può avere un effetto benefico solo se di breve durata ed unicamente per ricostituire uno zoccolo duro da cui ripartire dopo la sbornia dell'Euro.Chiediamo giustamente al sistema politico di fare la propria parte ma guardiamoci anche un pò più "in casa". Assenteismo abituale, quasi strutturale, dai posti di lavoro pubblici, magari ottenuti in base al criterio di appartenenza politica o sindacale. Abbiamo visto la morte annunciata di Alitalia perchè colpita da questi cancri; abbiamo ascoltato le dichiarazioni di inutilità di Enti pubblici e delle stesse Province; continuiamo a vedere opere pubbliche mai completate come il tratto calabrese dell'autostrada, delle strade in Sicilia, di ospedali fantasma, di viadotti sospesi nel vuoto, di asfaltature di strade prontamente distrutte dagli scavi di posa di condutture, ecc. Disfattismo? No, realtà che si affiancano alle cose ben fatte. Sarebbe inoltre troppo facile criticare quella magistratura che, nel difendere la casta cui appartiene, si è autoinvoluta in una contorsione che danneggia se stessa e tutti noi di riflesso. Una classe politica che pur di garantirsi tutti i privilegi di cui gode, è riuscita ad essere invisa al 65% degli italiani. Ignorando bellamente la povertà crescente ci hanno offerto ultimamente il deprimente spettacolo di ridursi i costi dei loro pranzi parlamentari, di 0,88 euro portando un pranzo completo a 3,92 euro. Non paghi, hanno stralciato dal disegno di legge inerente gli interventi per il contenimento della crisi il limite di 350.000 euro per i manager pubblici. Certamente questi provvedimenti non incidono in maniera significativa alla soluzione dei problemi di otto milioni di italiani alla soglia della povertà ma l'esempio conta quando si parla di stato d'animo e bisogno di far credere che esiste una luce, seppur piccola, in fondo al tunnel.Eppure da tutto questo si può e si deve uscire e la responsabilità ricade su ciascuno di noi. Chi è rappresentante politico capisca che il tempo delle vacche grasse è finito anche per lui, ma sopratutto mostri rispetto per chi lo ha votato e che si aspetta di vedere considerata la propria condizione di necessità. Sappiamo di non aver generato una classe politica di statisti nè una generazione di persone che abbiano fatto dell'etica uno dei valori di vita, ma umilmente poniamoci il faticoso problema del cambiamento. Chi è manager pubblico ricordi che per cercare le responsabilità di un mal funzionamento, di uno spreco, di una ruberia, occorre guardare in alto e cioè a lui. La polizia può anche mettere agli arresti domiciliari gli operatori inadempienti, ma la responsabilità deve ricadere sui vertici che si sono resi complici dei reati o per aver mancato nelle loro funzioni o, peggio, averle provocate. Chi è manager privato, esca dall'isolamento in cui vive, provi ad ampliare la propria visione dell'azienda e del mercato in cui opera incrementando le proprie conoscenze. Dovrebbe sapere cosa succede in azienda nelle funzioni parallele alla sua, nel territorio dove vive ed opera e nel contesto socio economico su cui impattano le sue scelte o decisioni.Chi è operatore ai diversi livelli di responsabilità intermedie cerchi di svolgere con serietà il proprio compito denunciando senza troppe preoccupazioni sia l'incapacità dei superiori sia la furbizia dei colleghi. Chi è insegnante rifletta sulle enormi responsabilità formative verso i giovani e sulla cattiva qualità del lavoro svolto su di loro negli ultimi venti-trenta anni in cui si sono formati motlissimi diplomati e laureati, ma troppo ignoranti.Chi è genitore svolga quel processo di autocritica sui metodi usati per dare ai propri figli tutto ciò che ha potuto. Aver dato non è stata cosa da poco, ma chi ha ricevuto lo ha meritato? Quali effetti ha provocato su questi giovani la pioggia di benefici spesso richiesti solo per emulazione? L'avere tutto e subito è un sogno stupendo, ma non potrebbe avere delle controindicazioni? Fare il genitore è un mestiere difficile che non si finisce mai di imparare, ma comunque se ne porta la pesante responsabilità di costruire gli uomini e le donne di domani.Chi è giovane si guardi intorno e non si preoccupi di svolgere una critica costruttiva su tutto e su tutti. Provi magari a verificare se sia credibile per tutti, come valore assoluto, la bellezza, la ricchezza, l'immagine più o meno televisiva, per affermarsi nei veri valori della vita.Già, i veri valori.............
La speculazione finanziaria originatasi negli USA con la concessione di finanziamenti immobiliari ad alto rischio avrebbe potuto restare maggiormente circoscritta a livello bancario se fossero esistite regole di trasparenza tra le banche stessee sopratutto di controllo sulla emissione dei così detti "derivati" nelle cui pieghe sono finiti quei titoli ad alto rischio che oramai, con la qualifica di "tossici" angosciano i sonni di tutti.Malauguratamente la fame speculativa della finanza mondiale, troppo occupata a leggere "numeri" anzichè a cercare di capire e valutare le realtà che si celano dietro i "numeri", ha risposto, da un paio di decenni, a logiche pressanti diconsolidamento di enormi fatturati e ritorni finanziari dell'ordine del 25-30% in tre anni, da proporre ad investitori e speculatori di borsa. In questo modo sono state costruite gigantesche multinazionali omnipresenti acquisendo le più importanti realtà industriali e commerciali penalizzando l'imprenditoria privata, la crescita degli investimenti per lo sviluppo industriale, l'innovazione dei prodotti finalizzata allo sviluppo delle aziende, la crescita professionale del personale ad ogni livello, la competitività in termini concorrenziali reali, lo sviluppo progressivo delle competenze gestionali. In questo processo le banche sono state precorritrici mirando a dominare la scena mondiale al punto che venti nominativifanno il bello e cattivo tempo in termini finanziari.Tutto è stato portato ad assumere la velocità con cui i grandi capitali finanziari migrano quotidianamente dalle borse asiatiche a quelle europee attraverso le americane provocandone cadute erimbalzi talmente evidentemente speculativi da far rabbrividere anche i più coraggiosi. Lo strumento informatico che rende possibili e immediate queste operazioni è stato il mezzo con cui si è esasperata la situazione. Onore al mezzo che dicolpe non ne ha, anzi dei meriti, se fosse stato usato per scopi meno biecamente speculativi. Basta vedere quanto denaro si stia guadagnando speculando sulle altalenanze borsistiche mondiali attraverso prodotti finanziari studiatiappositamente per sfruttare anche le situazioni negative. Il profitto per il profitto. Alcune banche americane, avendo esagerato, sono state messe in ginocchio dai propri errori e da una crisi economica mondiale che qualcuno, inascoltato,aveva preannunciato 3 anni fa, ed era proprio un americano.La tracotanza degli uomini della finanza nel non volere regole e controlli è sempre stata agli occhi di tutti, ma la loro potenza lo è stata altrettanto. La crescita esponenziale delle aree di mercato da loro dominate li ha portati a detenere giornalmentealcuni milioni di tonnellate di petrolio, magari imbarcate su superpetroliere lunghe trecento metri e ferme in qualche oceano, in attesa che si realizzi un prezzo di vendita tale da interessare la finanziaria venditrice.I loro capitali sono talmente ingenti da intimidire i ministri del tesoro di Stati Europei ed il loro giro di affari ne supera di due, tre volte il PIL.Quando la situazione comincia però a traballare e la crisi dei mercati del consumo assume aspetti importanti, che hanno fatto le banche? Niente di più che ricattare i politici mettendoli di fatto nella condizione, peraltro senza alternative, di sostenerle finanziariamente. E i guadagni degli ultimi decenni? MIstero. Ed i loro emolumenti? In linea con la loro mentalità, cioè prendere tutto il possibile subito e lasciare i problemi derivanti agli altri. Abbiamo assistito in questi giorni alla spartizione di alcune decine di miliardi di dollari tra coloro che hanno partecipato prima a generare la bolla speculativa e poi ad ottenere enormi finanziamenti dagli Stati.Vien da ridere pensando a quegli imprenditori che, per decenni, hanno reinvestito nelle proprie aziende pressochè tutto il guadagno per vederle crescere, consolidarsi, diversificarsi, affrontare nuove sfide e vedersi vessati dal sistema fiscale, contestati da estremismi sindacali. Invece i finanzieri speculatori sono indenni da angherie fiscali e ignorati da qualunque sindacato. Ha fatto eccezione la prevedibile pesantissima condanna negli USA di quell'operatore d Wall Street che avrebbe rovinato due o tre milioni di persone e che ....si è dichiarato colpevole!!!!!!!!!!! Da restare allibiti pensando a Parmalat, bond argentini, ecc.Purtroppo fare considerazioni di questo tipo non sana un passato ma deve aiutarci a riflettere per il futuro. Innanzi tutto cerchiamo di toglierci la benda davanti agli occhi per vedere chi siamo, dove siamo, quale sia il nostro ruolo per dare il nostro contributo alla soluzione. Dicevamo che la bolla della speculazione finanziaria è collocata principalemte in USA e da lì è stata "esporata" in Europa, Asia e Giappone. Alcuni continenti ne sono praticamente indenni come l'Oceania e l'Africa.Ma l'Italia, pur toccata in alcuni primari Istituti di Credito, ne ha risentito molto meno di altri. Non perchè le banche siano migliori delle altre, anzi, proprio perchè sono peggiori sotto il profilo della concessione del credito. In una battuta possiamo dire che il denaro viene prestato a chi lo ha già e questa politica è in vigore da almeno trenta anni. La loro "riservatezza" ci impedisce di sapere quanti titoli "tossici" siano nelle loro tasche, quindi nelle nostre, ma i risultati dei loro bilanci che si stanno chiudendo ci offrono la vista di utili in crescita e la loro possibilità di ricapitalizzarsi attraverso i così detti Tremonti Bond, avendo la capacità di riconoscere gli interessi richiesti dallo Stato, ci mette più tranquilli.Parola magica quella della tranquillità perchè contribuisce a produrre fiducia se accompagnata da politiche economico sociali adeguate. Ma è anche un momento di riflessione comportamentale.E' indubbio che da una crisi di caduta dei consumi si può uscire solo con la loro ripresa. La deflazione può avere un effetto benefico solo se di breve durata ed unicamente per ricostituire uno zoccolo duro da cui ripartire dopo la sbornia dell'Euro.Chiediamo giustamente al sistema politico di fare la propria parte ma guardiamoci anche un pò più "in casa". Assenteismo abituale, quasi strutturale, dai posti di lavoro pubblici, magari ottenuti in base al criterio di appartenenza politica o sindacale. Abbiamo visto la morte annunciata di Alitalia perchè colpita da questi cancri; abbiamo ascoltato le dichiarazioni di inutilità di Enti pubblici e delle stesse Province; continuiamo a vedere opere pubbliche mai completate come il tratto calabrese dell'autostrada, delle strade in Sicilia, di ospedali fantasma, di viadotti sospesi nel vuoto, di asfaltature di strade prontamente distrutte dagli scavi di posa di condutture, ecc. Disfattismo? No, realtà che si affiancano alle cose ben fatte. Sarebbe inoltre troppo facile criticare quella magistratura che, nel difendere la casta cui appartiene, si è autoinvoluta in una contorsione che danneggia se stessa e tutti noi di riflesso. Una classe politica che pur di garantirsi tutti i privilegi di cui gode, è riuscita ad essere invisa al 65% degli italiani. Ignorando bellamente la povertà crescente ci hanno offerto ultimamente il deprimente spettacolo di ridursi i costi dei loro pranzi parlamentari, di 0,88 euro portando un pranzo completo a 3,92 euro. Non paghi, hanno stralciato dal disegno di legge inerente gli interventi per il contenimento della crisi il limite di 350.000 euro per i manager pubblici. Certamente questi provvedimenti non incidono in maniera significativa alla soluzione dei problemi di otto milioni di italiani alla soglia della povertà ma l'esempio conta quando si parla di stato d'animo e bisogno di far credere che esiste una luce, seppur piccola, in fondo al tunnel.Eppure da tutto questo si può e si deve uscire e la responsabilità ricade su ciascuno di noi. Chi è rappresentante politico capisca che il tempo delle vacche grasse è finito anche per lui, ma sopratutto mostri rispetto per chi lo ha votato e che si aspetta di vedere considerata la propria condizione di necessità. Sappiamo di non aver generato una classe politica di statisti nè una generazione di persone che abbiano fatto dell'etica uno dei valori di vita, ma umilmente poniamoci il faticoso problema del cambiamento. Chi è manager pubblico ricordi che per cercare le responsabilità di un mal funzionamento, di uno spreco, di una ruberia, occorre guardare in alto e cioè a lui. La polizia può anche mettere agli arresti domiciliari gli operatori inadempienti, ma la responsabilità deve ricadere sui vertici che si sono resi complici dei reati o per aver mancato nelle loro funzioni o, peggio, averle provocate. Chi è manager privato, esca dall'isolamento in cui vive, provi ad ampliare la propria visione dell'azienda e del mercato in cui opera incrementando le proprie conoscenze. Dovrebbe sapere cosa succede in azienda nelle funzioni parallele alla sua, nel territorio dove vive ed opera e nel contesto socio economico su cui impattano le sue scelte o decisioni.Chi è operatore ai diversi livelli di responsabilità intermedie cerchi di svolgere con serietà il proprio compito denunciando senza troppe preoccupazioni sia l'incapacità dei superiori sia la furbizia dei colleghi. Chi è insegnante rifletta sulle enormi responsabilità formative verso i giovani e sulla cattiva qualità del lavoro svolto su di loro negli ultimi venti-trenta anni in cui si sono formati motlissimi diplomati e laureati, ma troppo ignoranti.Chi è genitore svolga quel processo di autocritica sui metodi usati per dare ai propri figli tutto ciò che ha potuto. Aver dato non è stata cosa da poco, ma chi ha ricevuto lo ha meritato? Quali effetti ha provocato su questi giovani la pioggia di benefici spesso richiesti solo per emulazione? L'avere tutto e subito è un sogno stupendo, ma non potrebbe avere delle controindicazioni? Fare il genitore è un mestiere difficile che non si finisce mai di imparare, ma comunque se ne porta la pesante responsabilità di costruire gli uomini e le donne di domani.Chi è giovane si guardi intorno e non si preoccupi di svolgere una critica costruttiva su tutto e su tutti. Provi magari a verificare se sia credibile per tutti, come valore assoluto, la bellezza, la ricchezza, l'immagine più o meno televisiva, per affermarsi nei veri valori della vita.Già, i veri valori.............
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venerdì 13 febbraio 2009
Le quattro stagioni della crisi economico-finanziaria
Se dovessimo attribuire ai diciotto mesi, dal 2007 a giugno 2008 in cui si è maturata la bolla finanziaria, la definizione di "stagione autunnale" potremmo di conseguenza definire di essere entrati "nell'inverno economico-finanziario" da circa sei mesi. Volendo ancora giocare con l'analogia delle stagioni, ma in termini di durata, anche l'inverno dovrebbe durare diciotto mesi e quindi, meno i sei trascorsi, ne resterebbero più o meno dodici. Passerebbe così almeno tutto il 2009 prima di vedere arrivare una "primavera" agli inizi del 2010 ed una "estate" nel 2012!.
Ma come tutti ben sappiamo le caratteristiche stagionali sono influenzate da mille fattori diversi e pertanto le situazioni climatiche si presentano con variazioni importanti rispetto alle così dette "medie stagionali" e senza far scomporre più di tanto i metereologi. Ma l'uomo della strada non guarda le statistiche, ma bensì fuori della finestra o tutt'al più dà un fugace sguardo alle previsioni meteo dei media e si copre più o meno prima di uscire, prende o lascia l'ombrello e, appena incontra un conoscente, si lamenta del tempo. Non importa se faccia caldo, freddo, piova o no, si lamenta e basta. Se proprio in quel giorno non può proprio dire niente si lamenta delle previsioni.
Riportandoci alla situazione economica ed applicando "criteri metereologici" possiamo asserire che il ripetersi statistico di fenomeni di gravi crisi ha una propria ciclicità ed a questi hanno fatto seguito normalmente importanti evoluzioni. Quindi ci dobbiamo preoccupare?
Si, perché il nostro orizzonte temporale è molto breve, al massimo di pochi decenni, e coincide con ciò che è più importante per ciascuno, cioè la vita vissuta da adulto. Quel tempo in cui cerchiamo di dare concretezza ai nostri sogni e solidità economica alla nostra famiglia.
Si, perché nella metafora delle stagioni, il nostro tempo durerà poco più di un paio di "anni" e subire "due inverni (economici)" è una prospettiva quanto meno preoccupante.
Si, perché avendo ricondotto il denaro a valore primario ed insostituibile, viviamo in funzione del guadagno e talvolta, ma sempre più spesso, da ottenere anche con comportamenti e mezzi non sempre leciti o al limite dell'etica e della morale.
Si, perché ci siamo educati a voler possedere "tutto o il più possibile" ma subito!
Si, perché per troppe persone spesso apparire è più importante di essere.
Si, perché il sistema si è destabilizzato. Nelle fasi recessive gli assetti cambiano di intensità ed anche di segno. Ogni crisi, dal 1929 ad oggi, è partita da situazioni e condizioni diverse sparse nel mondo ma la globalizzazione ha portato oramai a coinvolgere tutti nel bene e nel male.
Nei tanti "Si" alcuni riguardano aspetti finanziari, altri economici, altri ancora di comportamenti umani, di cultura. Quindi possiamo parlare di cambiamento delle regole del gioco nei rapporti tra il sistema finanziario e quello industriale, tra quello politico locale e quello transnazionale, tra i sistemi produttivi interni e quelli internazionali figli della globalizzazione dei mercati, tra clienti e fornitori in un mercato aperto dove le barriere sono cadute ad una ad una. Ma anche nei rapporti tra aziende e dipendenti sia a livello sindacale che di mobilità e soprattutto nel precedente modo di intendere la vita lavorativa molto spesso fatta di garanzie e certezze.
Preoccuparci, si, perché questo stato d'animo è figlio del senso di responsabilità, ma averne paura, no.
Il problema sta nel porci realisticamente di fronte a questa grande esigenza di cambiamento, nel saperci rimettere in gioco e capire il senso di questo cambio delle regole che è certamente molto impegnativo.
In condizioni del genere, quindi, occorre effettuare una accurata verifica dei propri modelli mentali, delle assunzioni più o meno implicite derivate dall’esperienza e in base alle quali si interpreta una realtà.
E questo per una ragione in fondo semplice: la natura e il significato dei segnali che si ricevono dall’ambiente esterno cambia, anche profondamente, ed i vecchi modelli non sono in grado di interpretare i nuovi segnali, talvolta neppure a riconoscerli. Questo problema investe teoricamente tutti, ma in particolare il management di impresa (industriale, commerciale, bancaria, agricola) che dovrà dimostrare di possedere questa sensibilità.
E' del tutto evidente però che le maggiori responsabilità per la gestione di tutto ciò stanno nei leaders politici, della finanza e dell'economia. Infatti ciascuno di loro dovrebbe sempre operare in base ad una visione di lungo periodo. Ma se si passa dal dover essere all’essere, va riconosciuto che nelle fasi recessive può essere difficile, perché premono problemi immediati e la visione può essere accorciata da instabilità e turbolenze di carattere economico-finanziario. Ciò premesso la fase di ripresa deve essere assolutamente con una visione di lungo periodo perché è in questa dimensione che si possono attuare gli investimenti importanti atti a creare le premesse per la vera ripresa.
Se, da un lato, è corretto guardare a chi sta in alto per chiedere il rilancio ed i segnali di cauto ottimismo, dall’altro forse “l’uomo della strada” può dare il proprio contributo riportando alla giusta dimensione le proprie ambizioni che, seppur legittime, forse si sono spinte in questi ultimi anni al di sopra delle nostre possibilità.
Un passo indietro per riprendere meglio lo slancio.
Ma come tutti ben sappiamo le caratteristiche stagionali sono influenzate da mille fattori diversi e pertanto le situazioni climatiche si presentano con variazioni importanti rispetto alle così dette "medie stagionali" e senza far scomporre più di tanto i metereologi. Ma l'uomo della strada non guarda le statistiche, ma bensì fuori della finestra o tutt'al più dà un fugace sguardo alle previsioni meteo dei media e si copre più o meno prima di uscire, prende o lascia l'ombrello e, appena incontra un conoscente, si lamenta del tempo. Non importa se faccia caldo, freddo, piova o no, si lamenta e basta. Se proprio in quel giorno non può proprio dire niente si lamenta delle previsioni.
Riportandoci alla situazione economica ed applicando "criteri metereologici" possiamo asserire che il ripetersi statistico di fenomeni di gravi crisi ha una propria ciclicità ed a questi hanno fatto seguito normalmente importanti evoluzioni. Quindi ci dobbiamo preoccupare?
Si, perché il nostro orizzonte temporale è molto breve, al massimo di pochi decenni, e coincide con ciò che è più importante per ciascuno, cioè la vita vissuta da adulto. Quel tempo in cui cerchiamo di dare concretezza ai nostri sogni e solidità economica alla nostra famiglia.
Si, perché nella metafora delle stagioni, il nostro tempo durerà poco più di un paio di "anni" e subire "due inverni (economici)" è una prospettiva quanto meno preoccupante.
Si, perché avendo ricondotto il denaro a valore primario ed insostituibile, viviamo in funzione del guadagno e talvolta, ma sempre più spesso, da ottenere anche con comportamenti e mezzi non sempre leciti o al limite dell'etica e della morale.
Si, perché ci siamo educati a voler possedere "tutto o il più possibile" ma subito!
Si, perché per troppe persone spesso apparire è più importante di essere.
Si, perché il sistema si è destabilizzato. Nelle fasi recessive gli assetti cambiano di intensità ed anche di segno. Ogni crisi, dal 1929 ad oggi, è partita da situazioni e condizioni diverse sparse nel mondo ma la globalizzazione ha portato oramai a coinvolgere tutti nel bene e nel male.
Nei tanti "Si" alcuni riguardano aspetti finanziari, altri economici, altri ancora di comportamenti umani, di cultura. Quindi possiamo parlare di cambiamento delle regole del gioco nei rapporti tra il sistema finanziario e quello industriale, tra quello politico locale e quello transnazionale, tra i sistemi produttivi interni e quelli internazionali figli della globalizzazione dei mercati, tra clienti e fornitori in un mercato aperto dove le barriere sono cadute ad una ad una. Ma anche nei rapporti tra aziende e dipendenti sia a livello sindacale che di mobilità e soprattutto nel precedente modo di intendere la vita lavorativa molto spesso fatta di garanzie e certezze.
Preoccuparci, si, perché questo stato d'animo è figlio del senso di responsabilità, ma averne paura, no.
Il problema sta nel porci realisticamente di fronte a questa grande esigenza di cambiamento, nel saperci rimettere in gioco e capire il senso di questo cambio delle regole che è certamente molto impegnativo.
In condizioni del genere, quindi, occorre effettuare una accurata verifica dei propri modelli mentali, delle assunzioni più o meno implicite derivate dall’esperienza e in base alle quali si interpreta una realtà.
E questo per una ragione in fondo semplice: la natura e il significato dei segnali che si ricevono dall’ambiente esterno cambia, anche profondamente, ed i vecchi modelli non sono in grado di interpretare i nuovi segnali, talvolta neppure a riconoscerli. Questo problema investe teoricamente tutti, ma in particolare il management di impresa (industriale, commerciale, bancaria, agricola) che dovrà dimostrare di possedere questa sensibilità.
E' del tutto evidente però che le maggiori responsabilità per la gestione di tutto ciò stanno nei leaders politici, della finanza e dell'economia. Infatti ciascuno di loro dovrebbe sempre operare in base ad una visione di lungo periodo. Ma se si passa dal dover essere all’essere, va riconosciuto che nelle fasi recessive può essere difficile, perché premono problemi immediati e la visione può essere accorciata da instabilità e turbolenze di carattere economico-finanziario. Ciò premesso la fase di ripresa deve essere assolutamente con una visione di lungo periodo perché è in questa dimensione che si possono attuare gli investimenti importanti atti a creare le premesse per la vera ripresa.
Se, da un lato, è corretto guardare a chi sta in alto per chiedere il rilancio ed i segnali di cauto ottimismo, dall’altro forse “l’uomo della strada” può dare il proprio contributo riportando alla giusta dimensione le proprie ambizioni che, seppur legittime, forse si sono spinte in questi ultimi anni al di sopra delle nostre possibilità.
Un passo indietro per riprendere meglio lo slancio.
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lunedì 9 febbraio 2009
I managers privati fanno i loro interessi ma.... quelli pubblici fanno i nostri?
E' pur vero che da anni attendiamo di avere una classe politica capace di far prevalere l'interesse pubblico rispetto a quello privato. E' anche vero però che l'Italia si è retta da sempre sull'iniziativa privata, indipendentemente dalle scelte governative di qualunque colore politico. Però in quei decenni si pensava alla ricostruzione dopo aver subito e perso una guerra e forse tanto individualismo non è stato poi un gran male. Oggi stiamo cercando di superare anche il concetto della nazionalità dei mercati e di estensione all' Europa politico-economica. Ma con quale visione politica dei cittadini? Al di là dei proclami di destra e di sinistra, mi sembra che, in buona sostanza, si resti ancorati alla ricerca spasmodica del voto con una ricerca di accaparramento contingente piuttosto che con l'esporsi con programmi e azioni di medio lungo termine.
MI chiedo come sia possibile che un Governo(questo come quelli che lo hanno preceduto) trovi il modo di produrre interventi ad altissimo impatto sociale, che meriterebbero attente e profonde riflessioni, decidendo invece in pochi giorni (Caso Englaro) sollevando tanto clamore e confusion; e non trovi modo di rendere pubblica una propria decisione, antieconomica per i cittadini, facendo loro perdere denaro.
Proviamo allora a leggere questa nota di di Giorgio Ragazzi (sito La Voce)
UN'AUTOSTRADA LASTRICATA D'ORO
Istituito con un comma della Finanziaria per il 1998, il fondo ferrovia dell'Autostrada del Brennero imponeva che una parte dei pedaggi fosse destinata alla realizzazione del nuovo tunnel ferroviario. Ma la società incaricata dei lavori del nuovo traforo non è interessata a un ingresso nel capitale di Autobrennero. Il fatto è che la legge non specificava a chi appartenessero le somme accantonate e i 385 milioni del fondo potrebbero essere restituiti ai soci della concessionaria autostradale. Tutto ciò dopo il regalo del rinnovo della concessione.
L’Autostrada del Brennero ha accumulato un "fondo ferrovia" di 385 milioni, che avrebbe dovuto essere utilizzato per finanziare il nuovo traforo del Brennero. Ma la Bbt, società italo-austriaca incaricata dei lavori, e partecipata dalle Fs, non è interessata a far entrare l’Autobrennero nel capitale. Pertanto, la soluzione che sta maturando sarebbe quella di "restituire" questi 385 milioni ai soci dell’Autobrennero.È un caso emblematico degli enormi "extraprofitti" delle concessionarie autostradali in Italia, e vale quindi la pena rifare un po’ di storia.
STORIA DI UN FONDO
La concessione di questa autostrada doveva scadere nel 2005. A quella data, l’autostrada era stata interamente ammortizzata: pur con pochi ammortamenti, il valore residuo di bilancio si era ridotto a 6 milioni. Gli azionisti, che negli anni Settanta avevano investito una cifra quasi simbolica, meno di 3 miliardi di lire, si ritrovavano in cassa circa 600 milioni di liquidità e titoli, a fronte di un patrimonio contabile di 287 milioni e un "fondo ferrovia" di 302 milioni. Nel 2005 quindi si sarebbe ben potuto lasciar scadere la concessione, considerando l’enorme profitto già realizzato dalla società.Invece, la concessione è stata prorogata sino all’aprile 2014: un "regalo" non da poco, se si considera che nel 2007 la società ha avuto un Mol, margine operativo lordo, di 138 milioni e un utile netto di 66 milioni. (1)Il "fondo ferrovia" fu istituito in uno dei tanti commi dell’articolo 55 della legge 449/97 ("Misure per la stabilizzazione della finanza pubblica"): un buon esempio di uso improprio della Finanziaria. L’Autobrennero l’aveva fortissimamente voluto, come giustificazione prospettica per il rinnovo della concessione, e forse i voti dei parlamentari sudtirolesi erano utili o necessari al governo di allora.Il finanziamento di investimenti ferroviari con proventi da pedaggi può anche essere giustificato, se limitato all’obiettivo di correggere esternalità ambientali. In Svizzera, due terzi dei proventi da pedaggi pagati per l’uso della rete stradale, principalmente dai mezzi pesanti, viene versato in un fondo per investimenti ferroviari. Ma si tratta di un fondo pubblico. Nel caso dell’Autobrennero il meccanismo è invece a dir poco anomalo.Innanzi tutto, i versamenti nel fondo ferrovia sono di appena 27 milioni l’anno: meno di un quarto di quanto avrebbe potuto accantonare lo Stato lasciando decadere la concessione nel 2005. In secondo luogo, la legge istitutiva non specifica a chi appartengano i fondi così accantonati. La legge dice solo che questi fondi sono "destinati al rinnovo dell’infrastruttura ferroviaria attraverso il Brennero". Non si chiariva quindi se l’Autobrennero, pur rispettando il vincolo di destinazione, avrebbe potuto investire i fondi in azioni della società che realizzerà il traforo o in prestiti erogati alla stessa, rimanendo però titolare dei diritti patrimoniali.La proposta che si sta oggi prospettando, quella di distribuire ai soci il fondo ferrovia, oltre a eliminare il vincolo di destinazione (che non è poco!) confermerebbe che non si tratta di un fondo pubblico, bensì di fondi di proprietà della società. Se così fosse, il fatto che l’accantonamento al fondo ferrovia venga anche effettuato in esenzione d’imposta, norma inserita nella legge 449/97, aggiungerebbe il danno alla beffa: rinunciando alle imposte lo Stato ha contributo per circa un terzo all’accantonamento del fondo che ora si pensa di ripartire tra gli azionisti.
ILDIRITTO DI PASSO
Questa incredibile generosità potrebbe in parte giustificarsi, se gli azionisti fossero solo enti pubblici locali, ma vi sono anche azionisti privati, tra cui indirettamente anche il fondo F2i di Vito Gamberale.Preoccupa poi che, nonostante l’esperienza di questo "fondo ferrovia", la società stia attivandosi per ottenere un’ulteriore proroga di trenta–cinquanta anni della concessione, col benevolo sostegno del nostro governo per ottenere l’assenso dell’Unione Europea, proprio con la giustificazione di destinare parte degli utili alla costruzione dell’asse ferroviario.Quando un’autostrada è interamente ammortizzata i pedaggi assumono, per la maggior parte, la natura di un’imposta, un "diritto di passo". Questo "diritto di passo" deve competere agli enti locali sul cui territorio di trova l’infrastruttura oppure allo Stato? Accettare esplicitamente il primo caso sarebbe giuridicamente difficile e comporterebbe conseguenze assai gravi, se esteso anche ad altri settori. Ma "regalare" lunghe proroghe della concessione ad autostrade possedute da enti locali non equivale proprio, implicitamente, a riconoscere loro un "diritto di passo" sul loro territorio?
MI chiedo come sia possibile che un Governo(questo come quelli che lo hanno preceduto) trovi il modo di produrre interventi ad altissimo impatto sociale, che meriterebbero attente e profonde riflessioni, decidendo invece in pochi giorni (Caso Englaro) sollevando tanto clamore e confusion; e non trovi modo di rendere pubblica una propria decisione, antieconomica per i cittadini, facendo loro perdere denaro.
Proviamo allora a leggere questa nota di di Giorgio Ragazzi (sito La Voce)
UN'AUTOSTRADA LASTRICATA D'ORO
Istituito con un comma della Finanziaria per il 1998, il fondo ferrovia dell'Autostrada del Brennero imponeva che una parte dei pedaggi fosse destinata alla realizzazione del nuovo tunnel ferroviario. Ma la società incaricata dei lavori del nuovo traforo non è interessata a un ingresso nel capitale di Autobrennero. Il fatto è che la legge non specificava a chi appartenessero le somme accantonate e i 385 milioni del fondo potrebbero essere restituiti ai soci della concessionaria autostradale. Tutto ciò dopo il regalo del rinnovo della concessione.
L’Autostrada del Brennero ha accumulato un "fondo ferrovia" di 385 milioni, che avrebbe dovuto essere utilizzato per finanziare il nuovo traforo del Brennero. Ma la Bbt, società italo-austriaca incaricata dei lavori, e partecipata dalle Fs, non è interessata a far entrare l’Autobrennero nel capitale. Pertanto, la soluzione che sta maturando sarebbe quella di "restituire" questi 385 milioni ai soci dell’Autobrennero.È un caso emblematico degli enormi "extraprofitti" delle concessionarie autostradali in Italia, e vale quindi la pena rifare un po’ di storia.
STORIA DI UN FONDO
La concessione di questa autostrada doveva scadere nel 2005. A quella data, l’autostrada era stata interamente ammortizzata: pur con pochi ammortamenti, il valore residuo di bilancio si era ridotto a 6 milioni. Gli azionisti, che negli anni Settanta avevano investito una cifra quasi simbolica, meno di 3 miliardi di lire, si ritrovavano in cassa circa 600 milioni di liquidità e titoli, a fronte di un patrimonio contabile di 287 milioni e un "fondo ferrovia" di 302 milioni. Nel 2005 quindi si sarebbe ben potuto lasciar scadere la concessione, considerando l’enorme profitto già realizzato dalla società.Invece, la concessione è stata prorogata sino all’aprile 2014: un "regalo" non da poco, se si considera che nel 2007 la società ha avuto un Mol, margine operativo lordo, di 138 milioni e un utile netto di 66 milioni. (1)Il "fondo ferrovia" fu istituito in uno dei tanti commi dell’articolo 55 della legge 449/97 ("Misure per la stabilizzazione della finanza pubblica"): un buon esempio di uso improprio della Finanziaria. L’Autobrennero l’aveva fortissimamente voluto, come giustificazione prospettica per il rinnovo della concessione, e forse i voti dei parlamentari sudtirolesi erano utili o necessari al governo di allora.Il finanziamento di investimenti ferroviari con proventi da pedaggi può anche essere giustificato, se limitato all’obiettivo di correggere esternalità ambientali. In Svizzera, due terzi dei proventi da pedaggi pagati per l’uso della rete stradale, principalmente dai mezzi pesanti, viene versato in un fondo per investimenti ferroviari. Ma si tratta di un fondo pubblico. Nel caso dell’Autobrennero il meccanismo è invece a dir poco anomalo.Innanzi tutto, i versamenti nel fondo ferrovia sono di appena 27 milioni l’anno: meno di un quarto di quanto avrebbe potuto accantonare lo Stato lasciando decadere la concessione nel 2005. In secondo luogo, la legge istitutiva non specifica a chi appartengano i fondi così accantonati. La legge dice solo che questi fondi sono "destinati al rinnovo dell’infrastruttura ferroviaria attraverso il Brennero". Non si chiariva quindi se l’Autobrennero, pur rispettando il vincolo di destinazione, avrebbe potuto investire i fondi in azioni della società che realizzerà il traforo o in prestiti erogati alla stessa, rimanendo però titolare dei diritti patrimoniali.La proposta che si sta oggi prospettando, quella di distribuire ai soci il fondo ferrovia, oltre a eliminare il vincolo di destinazione (che non è poco!) confermerebbe che non si tratta di un fondo pubblico, bensì di fondi di proprietà della società. Se così fosse, il fatto che l’accantonamento al fondo ferrovia venga anche effettuato in esenzione d’imposta, norma inserita nella legge 449/97, aggiungerebbe il danno alla beffa: rinunciando alle imposte lo Stato ha contributo per circa un terzo all’accantonamento del fondo che ora si pensa di ripartire tra gli azionisti.
ILDIRITTO DI PASSO
Questa incredibile generosità potrebbe in parte giustificarsi, se gli azionisti fossero solo enti pubblici locali, ma vi sono anche azionisti privati, tra cui indirettamente anche il fondo F2i di Vito Gamberale.Preoccupa poi che, nonostante l’esperienza di questo "fondo ferrovia", la società stia attivandosi per ottenere un’ulteriore proroga di trenta–cinquanta anni della concessione, col benevolo sostegno del nostro governo per ottenere l’assenso dell’Unione Europea, proprio con la giustificazione di destinare parte degli utili alla costruzione dell’asse ferroviario.Quando un’autostrada è interamente ammortizzata i pedaggi assumono, per la maggior parte, la natura di un’imposta, un "diritto di passo". Questo "diritto di passo" deve competere agli enti locali sul cui territorio di trova l’infrastruttura oppure allo Stato? Accettare esplicitamente il primo caso sarebbe giuridicamente difficile e comporterebbe conseguenze assai gravi, se esteso anche ad altri settori. Ma "regalare" lunghe proroghe della concessione ad autostrade possedute da enti locali non equivale proprio, implicitamente, a riconoscere loro un "diritto di passo" sul loro territorio?
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martedì 27 gennaio 2009
La responsabilità civile del Dirigente d'Azienda
Il primo capoverso dell’art.15 del Contratto Collettivo Nazionale di Lavoro per dirigenti di aziende produttricidi beni e servizi recita:“Ogni responsabilità civile verso terzi per fatti commessi dal dirigente nell’esercizio delle propriefunzioni è a carico dell’azienda.”Se non si prosegue e non si approfondiscono le sfumature giuridiche di una lettura integrale dell’articolo, si rischiadi trarre rapidamente la superficiale conclusione che si possa stare tranquilli: operando con normale diligenzaed attenzione non ci saranno problemi; e se questo non sarà sufficiente ad evitare che qualcuno richieda danni perfatti commessi dal dirigente, l’azienda, la seconda “famiglia”, interverrà manlevando il manager dagli effetti civilisticidella responsabilità derivante.
Aldai e Praesidium hanno voluto creare un tavolo di lavoro comune per indagare sulla percezione della problematicada parte degli associati ed approfondire la comprensione e l’effettiva rilevanza del tema della responsabilità civile deldirigente.Cosi si è arrivati alla realizzazione di un convegno intitolato“La Responsabilità Civile del dirigente d’azienda: dalla previsione dell’art. 15 CCNL alle esposizioni di rischio personali. Consapevolezza del perimetro della responsabilità e strumenti assicurativi disponibili”.L’evento, introdotto dal Vice presidente di Aldai Sergio Zeme, si è tenuto il 12 dicembre scorso, ha registrato il tuttoesaurito ed ha fornito spunti di riflessione che meritano di essere condivisi .Sono emersi due motivi essenziali per i quali la percezione di avere le spalle coperte è profondamente errata: il limite della colpa grave e l’ipotesi che il reclamante verso il dirigente possa essere l’azienda stessa.Certamente nella percezione degli addetti ai lavori è ormai consolidato che i dirigenti sono“decision makers” e quindianche “liability undertakers”; il che può essere tradotto semplicemente con l’equazione “potere=responsabilità”.La previsione dell’art.15 protegge il dirigente con esclusione del caso di colpa grave e nulla prevede nell’ipotesi in cui l’azienda ritenga avere avuto un danno ed un pregiudizio economico che abbia un nesso di causa con i fatti commessi dal dirigente, fattispecie rispetto alla quale non risulta alcune previsione di manleva o protezione nemmeno in riferimento alla gradazione della colpa.Al convegno sono intervenute diverse tipologie di managers, portando con sé dubbi e questioni importanti, e non i soli risk-manager che, presenti in molte società, comprendono l’importanza dell’argomento ed hanno approfondito a fini “corporate” la materia.Unanime la conclusione dei lavori ovvero la rilevanza civilistica della responsabilità di un amministratore, di un direttoregenerale ma anche del dirigente è opportuno che trovi attraverso opportuni strumenti assicurativi un trasferimento finanziario tanto per l’azienda quanto per il dirigente come singolo individuo.Per inquadrare ed approfondire l’argomento sono stati invitati: l’avvocato giuslavorista Daniela Lazzati, il professor Walter Rossi, docente di Diritto delle Assicurazioni dell’Università Statale Unitre di Milano, Guido de Benedetti, dirigente iscritto ad Aldai eda diversi anni Risk &Insurance Manager del Gruppo Techint, Andrea Marega direttore di Ace Europe, compagniastatunitense specializzata nell’area della Directors and Officers Liability .Giovanni Favero, amministratore delegato di Praesidium ha moderato e con condotto il dibattito.Daniela Lazzati ha illustrato l’evoluzione delle forme di tutela aziendale per il dirigente, a partire dagli anni ’70, quando si era avvertita l’esigenza di tutelare il dirigente dalle sempre maggiori responsabilità che gli venivano attribuite dal datore di lavoro; per questo motivo, nel 1975, veniva inserito nel contratto collettivo di categoria l’art. 15, il cui testo è stato negli anni ampliato e modificato.Tramite un paio di esempi molto calzanti, l’avvocato è riuscito a far emergere come l’art.15 tuteli “il dirigente dalla responsabilità civile verso terzi per i fatti commessi nell’adempimento delle proprie attività”, il che, pur costituendo una buona base, restatuttavia una forma di tutela incompleta, soprattutto in quanto l’ultimo paragrafo dello stesso art. 15 stabilisce che“le garanzie e le tutele sono escluse nei casi di dolo e colpa grave accertati con sentenza passata in giudicato”.Andrea Marega, l’assicuratore, ha in seguito evidenziato i problemi che nascono per la colpa grave e per il dolo, esclusidal paragrafo 7 dello stesso art. 15: se il dolo naturalmente viene escluso da qualsiasi soluzione assicurativa, in quanto non assicurabile per definizione, riguardo l’assenza di copertura per la colpa grave, l’art. 15 rappresenta una situazione insidiosa che può invece trovare trasferimento al mercato assicurativo.De Benedetti ha riassunto quello che le polizze D&O (Directors and Officers Liabilty) stipulate dalle Aziende riescono normalmente a coprire, ma ha posto la questione del momento in cui l’Azienda, in ragione di una “colpa” di un manager, decida di far causa a quest’ultimo, chiedendogli ingenti cifre per i danni ad essa procurati, rappresentando il conflitto di interessi tra azienda , compagnia e dirigente responsabile che potrebbe generarsi in tal caso. Ipotesi che, invece, vengono evitate in caso di coperturastipulata a titolo personale dal dirigente.La domanda è sorta allora spontanea e il professor Rossi, incuriosito, l’ha posta all’avv. Lazzati: "qual'è la frequenza della casistica in cui si realizza questa situazione?". La risposta può lasciar sgomenti, anche se negli ultimi anni abbiamo appreso numerosi casidai quotidiani: sono sempre più frequenti non solo all’estero, ma anche in Italia, e non solo per richieste di risarcimentoeccezionali (Enron, Parmalat), ma anche per moltissime situazioni minori, che probabilmente non “fanno notizia”, ma che se riversate su di un singolo patrimonio personale di un manager possono essere catastrofiche.L’ing. De Benedetti ha elencato inoltre una serie di casi che escono dalla copertura garantita dall’art.15, per esempio il caso di amministratori esterni, ma con responsabilità nelle società oppure per i dirigenti di società piccole, che quasi sempre non accedononemmeno a livello aziendale alle coperture assicurative .Il professor Rossi ha poi affermato la validità della soluzione raggiunta grazie a Praesidium: la polizza può infatti esser sottoscritta tanto in primo rischio, ossia da dirigenti, magari di piccole società, che si assicurano personalmente senza altre coperture D&O, quanto in secondo rischio da dirigenti che vogliano completare la copertura di polizze stipulate dalla Società, di cui spesso non conoscono il contenuto.Un dibattito vivace con grande partecipazione della platea dei dirigenti milanesi , che certamente ha reso evidente quanto il tema della responsabilità del manager sia attuale e determinante nel profilo di rischio della funzione dirigenziale.
Aldai e Praesidium hanno voluto creare un tavolo di lavoro comune per indagare sulla percezione della problematicada parte degli associati ed approfondire la comprensione e l’effettiva rilevanza del tema della responsabilità civile deldirigente.Cosi si è arrivati alla realizzazione di un convegno intitolato“La Responsabilità Civile del dirigente d’azienda: dalla previsione dell’art. 15 CCNL alle esposizioni di rischio personali. Consapevolezza del perimetro della responsabilità e strumenti assicurativi disponibili”.L’evento, introdotto dal Vice presidente di Aldai Sergio Zeme, si è tenuto il 12 dicembre scorso, ha registrato il tuttoesaurito ed ha fornito spunti di riflessione che meritano di essere condivisi .Sono emersi due motivi essenziali per i quali la percezione di avere le spalle coperte è profondamente errata: il limite della colpa grave e l’ipotesi che il reclamante verso il dirigente possa essere l’azienda stessa.Certamente nella percezione degli addetti ai lavori è ormai consolidato che i dirigenti sono“decision makers” e quindianche “liability undertakers”; il che può essere tradotto semplicemente con l’equazione “potere=responsabilità”.La previsione dell’art.15 protegge il dirigente con esclusione del caso di colpa grave e nulla prevede nell’ipotesi in cui l’azienda ritenga avere avuto un danno ed un pregiudizio economico che abbia un nesso di causa con i fatti commessi dal dirigente, fattispecie rispetto alla quale non risulta alcune previsione di manleva o protezione nemmeno in riferimento alla gradazione della colpa.Al convegno sono intervenute diverse tipologie di managers, portando con sé dubbi e questioni importanti, e non i soli risk-manager che, presenti in molte società, comprendono l’importanza dell’argomento ed hanno approfondito a fini “corporate” la materia.Unanime la conclusione dei lavori ovvero la rilevanza civilistica della responsabilità di un amministratore, di un direttoregenerale ma anche del dirigente è opportuno che trovi attraverso opportuni strumenti assicurativi un trasferimento finanziario tanto per l’azienda quanto per il dirigente come singolo individuo.Per inquadrare ed approfondire l’argomento sono stati invitati: l’avvocato giuslavorista Daniela Lazzati, il professor Walter Rossi, docente di Diritto delle Assicurazioni dell’Università Statale Unitre di Milano, Guido de Benedetti, dirigente iscritto ad Aldai eda diversi anni Risk &Insurance Manager del Gruppo Techint, Andrea Marega direttore di Ace Europe, compagniastatunitense specializzata nell’area della Directors and Officers Liability .Giovanni Favero, amministratore delegato di Praesidium ha moderato e con condotto il dibattito.Daniela Lazzati ha illustrato l’evoluzione delle forme di tutela aziendale per il dirigente, a partire dagli anni ’70, quando si era avvertita l’esigenza di tutelare il dirigente dalle sempre maggiori responsabilità che gli venivano attribuite dal datore di lavoro; per questo motivo, nel 1975, veniva inserito nel contratto collettivo di categoria l’art. 15, il cui testo è stato negli anni ampliato e modificato.Tramite un paio di esempi molto calzanti, l’avvocato è riuscito a far emergere come l’art.15 tuteli “il dirigente dalla responsabilità civile verso terzi per i fatti commessi nell’adempimento delle proprie attività”, il che, pur costituendo una buona base, restatuttavia una forma di tutela incompleta, soprattutto in quanto l’ultimo paragrafo dello stesso art. 15 stabilisce che“le garanzie e le tutele sono escluse nei casi di dolo e colpa grave accertati con sentenza passata in giudicato”.Andrea Marega, l’assicuratore, ha in seguito evidenziato i problemi che nascono per la colpa grave e per il dolo, esclusidal paragrafo 7 dello stesso art. 15: se il dolo naturalmente viene escluso da qualsiasi soluzione assicurativa, in quanto non assicurabile per definizione, riguardo l’assenza di copertura per la colpa grave, l’art. 15 rappresenta una situazione insidiosa che può invece trovare trasferimento al mercato assicurativo.De Benedetti ha riassunto quello che le polizze D&O (Directors and Officers Liabilty) stipulate dalle Aziende riescono normalmente a coprire, ma ha posto la questione del momento in cui l’Azienda, in ragione di una “colpa” di un manager, decida di far causa a quest’ultimo, chiedendogli ingenti cifre per i danni ad essa procurati, rappresentando il conflitto di interessi tra azienda , compagnia e dirigente responsabile che potrebbe generarsi in tal caso. Ipotesi che, invece, vengono evitate in caso di coperturastipulata a titolo personale dal dirigente.La domanda è sorta allora spontanea e il professor Rossi, incuriosito, l’ha posta all’avv. Lazzati: "qual'è la frequenza della casistica in cui si realizza questa situazione?". La risposta può lasciar sgomenti, anche se negli ultimi anni abbiamo appreso numerosi casidai quotidiani: sono sempre più frequenti non solo all’estero, ma anche in Italia, e non solo per richieste di risarcimentoeccezionali (Enron, Parmalat), ma anche per moltissime situazioni minori, che probabilmente non “fanno notizia”, ma che se riversate su di un singolo patrimonio personale di un manager possono essere catastrofiche.L’ing. De Benedetti ha elencato inoltre una serie di casi che escono dalla copertura garantita dall’art.15, per esempio il caso di amministratori esterni, ma con responsabilità nelle società oppure per i dirigenti di società piccole, che quasi sempre non accedononemmeno a livello aziendale alle coperture assicurative .Il professor Rossi ha poi affermato la validità della soluzione raggiunta grazie a Praesidium: la polizza può infatti esser sottoscritta tanto in primo rischio, ossia da dirigenti, magari di piccole società, che si assicurano personalmente senza altre coperture D&O, quanto in secondo rischio da dirigenti che vogliano completare la copertura di polizze stipulate dalla Società, di cui spesso non conoscono il contenuto.Un dibattito vivace con grande partecipazione della platea dei dirigenti milanesi , che certamente ha reso evidente quanto il tema della responsabilità del manager sia attuale e determinante nel profilo di rischio della funzione dirigenziale.
venerdì 19 dicembre 2008
I risparmiatori beffati
PARMACRACK, L'INNOCENZA DELLE BANCHE (dal blog La Voce.info)
di Francesco Daveri
19.12.2008
Nel processo Parmalat di Milano, (quasi) tutti assolti tranne il fondatore dell'azienda Calisto Tanzi. Assolti soprattutto i manager di Bank of America che sono stati certamente in buoni e frequenti rapporti con Tanzi per tutto il periodo in cui il crack è stato in fase di cottura.Non succede solo in Italia. Anche nelle cause civili intentate negli Stati Uniti, Bank of America e Citigroup, l'altro grande istituto bancario implicato nella vicenda, l'hanno fatta franca. Sembra proprio che le grandi banche in un modo o nell'altro riescano sempre a non pagare.E' una sensazione molto sgradevole. Soprattutto in un periodo in cui a causa della crisi bancaria e finanziaria degli ultimi tre mesi, i governi di tutto il mondo hanno messo da parte un ingente ammontare di risorse pubbliche - dunque denaro dei contribuenti e quindi anche di quelli truffati - per ricapitalizzare le grandi banche, messe in difficoltà dall'evolversi della crisi di mutui e derivati.Impunite e troppo grandi per fallire: non è forse un po' troppo?Non per la politica italiana. Di fronte a tutto ciò, con raro tempismo, il consiglio dei ministri prende in esame un decreto milleproroghe, il solito decreto milleproroghe di fine anno, che tra le altre cose rinvia di sei mesi i termini dell'entrata in vigore della class action, cioè la possibilità di azione collettiva risarcitoria da parte dei truffati in situazioni come Parmalat e Cirio.Proprio un bel regalo di Natale per i risparmiatori italiani!
Se si voleva reiterare la prova che il potere finanziario delle banche è tale da condizionare le istituzioni, allora ne abbiamo la conferma. Non è dignitoso, né tanto meno democratico, ammettere che il privato cittadino deve tutelarsi dal sistema e dagli organi dello Stato.
Questo fatto, non nuovo, dovrebbe quantomeno far nascere nei nostri rappresentanti in Parlamento un moto di responsabilità verso i loro elettori (quelli che li hanno votati) piuttosto che verso i loro sostenitori (quelli che li hanno aiutati a sostenere le candidature).
Non mi sembra una differenza da poco, e neppure vuole essere un giudizio generico e disfattista, ma un sollecito di responsabilità verso un Stato tanto lontano dai piccoli e inermi cittadini
di Francesco Daveri
19.12.2008
Nel processo Parmalat di Milano, (quasi) tutti assolti tranne il fondatore dell'azienda Calisto Tanzi. Assolti soprattutto i manager di Bank of America che sono stati certamente in buoni e frequenti rapporti con Tanzi per tutto il periodo in cui il crack è stato in fase di cottura.Non succede solo in Italia. Anche nelle cause civili intentate negli Stati Uniti, Bank of America e Citigroup, l'altro grande istituto bancario implicato nella vicenda, l'hanno fatta franca. Sembra proprio che le grandi banche in un modo o nell'altro riescano sempre a non pagare.E' una sensazione molto sgradevole. Soprattutto in un periodo in cui a causa della crisi bancaria e finanziaria degli ultimi tre mesi, i governi di tutto il mondo hanno messo da parte un ingente ammontare di risorse pubbliche - dunque denaro dei contribuenti e quindi anche di quelli truffati - per ricapitalizzare le grandi banche, messe in difficoltà dall'evolversi della crisi di mutui e derivati.Impunite e troppo grandi per fallire: non è forse un po' troppo?Non per la politica italiana. Di fronte a tutto ciò, con raro tempismo, il consiglio dei ministri prende in esame un decreto milleproroghe, il solito decreto milleproroghe di fine anno, che tra le altre cose rinvia di sei mesi i termini dell'entrata in vigore della class action, cioè la possibilità di azione collettiva risarcitoria da parte dei truffati in situazioni come Parmalat e Cirio.Proprio un bel regalo di Natale per i risparmiatori italiani!
Se si voleva reiterare la prova che il potere finanziario delle banche è tale da condizionare le istituzioni, allora ne abbiamo la conferma. Non è dignitoso, né tanto meno democratico, ammettere che il privato cittadino deve tutelarsi dal sistema e dagli organi dello Stato.
Questo fatto, non nuovo, dovrebbe quantomeno far nascere nei nostri rappresentanti in Parlamento un moto di responsabilità verso i loro elettori (quelli che li hanno votati) piuttosto che verso i loro sostenitori (quelli che li hanno aiutati a sostenere le candidature).
Non mi sembra una differenza da poco, e neppure vuole essere un giudizio generico e disfattista, ma un sollecito di responsabilità verso un Stato tanto lontano dai piccoli e inermi cittadini
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martedì 16 dicembre 2008
La crisi economica e il malessere di alcune classi sociali
Per alcuni giorni abbiamo visto ed ascoltato notiziari sulla sollevazione di molti giovani ad Atene contro l’uccisione di un giovane greco. Premesso che i tre quarti della popolazione greca abita ad Atene, resta però da capire come questa reazione si sia estesa a tutte le città greche con uguale intensità ed abbia coinvolto non solo i giovani dei centri sociali ma anche di altre estrazioni politiche, ma soprattutto adulti.
Ovviamente qui non si discute il valore di una vita umana che è al di sopra di ogni commento e la volontà o l’errore di chi l’abbia stroncata, ma l’interrogativo si sposta su come e perché la reazione sia stata tanto forte, allargata e sentita.
E’ possibile che questo sia stato l’elemento scatenante di un grave disagio provocato dalla crisi economica sulla qualità di vita delle persone, dalla sfiducia verso una gestione politica distante dal cittadino e da una crescente insofferenza verso le istituzioni?
Ma quanto avviene in Grecia sta trovando simili radici anche in Italia? Non è che tra la massa dei ceti meno abbienti ed una classe politica concentrata a tutelare il proprio status ed i relativi sostenitori, si stia aprendo uno spazio a gruppi sovversivi estremisti ?
Certamente si sta rilevando un disagio sociale in cui cresce l’intolleranza e la xenofobia miete sempre più sostenitori. Dalle banlieues parigine agli extracomunitari in Italia, passando per l’estremismo islamico senza distinguere mai tra vincoli religiosi, più o meno condivisibili, e sfruttamento dell’ignoranza altrui a scopi di terrorismo politico internazionale.
Sembra che ogni occasione sia buona per scaricare su qualcuno il proprio disagio e lo si faccia generalizzando le situazioni senza la volontà di approfondire. Sul piano dei media impera lo scandalismo e l’enfatizzazione dei fatti purchè facciano “vendere”.
Molte domande ma poche risposte, sembra quasi che si voglia evitarle più che affrontarle.
Credo che qualcuno dovrebbe farsi carico di guidare questa condizione sociale, con una politica da statista, per andare verso uno stato dove i valori democratici siano rispettati nell’uguaglianza degli uomini.
Ovviamente qui non si discute il valore di una vita umana che è al di sopra di ogni commento e la volontà o l’errore di chi l’abbia stroncata, ma l’interrogativo si sposta su come e perché la reazione sia stata tanto forte, allargata e sentita.
E’ possibile che questo sia stato l’elemento scatenante di un grave disagio provocato dalla crisi economica sulla qualità di vita delle persone, dalla sfiducia verso una gestione politica distante dal cittadino e da una crescente insofferenza verso le istituzioni?
Ma quanto avviene in Grecia sta trovando simili radici anche in Italia? Non è che tra la massa dei ceti meno abbienti ed una classe politica concentrata a tutelare il proprio status ed i relativi sostenitori, si stia aprendo uno spazio a gruppi sovversivi estremisti ?
Certamente si sta rilevando un disagio sociale in cui cresce l’intolleranza e la xenofobia miete sempre più sostenitori. Dalle banlieues parigine agli extracomunitari in Italia, passando per l’estremismo islamico senza distinguere mai tra vincoli religiosi, più o meno condivisibili, e sfruttamento dell’ignoranza altrui a scopi di terrorismo politico internazionale.
Sembra che ogni occasione sia buona per scaricare su qualcuno il proprio disagio e lo si faccia generalizzando le situazioni senza la volontà di approfondire. Sul piano dei media impera lo scandalismo e l’enfatizzazione dei fatti purchè facciano “vendere”.
Molte domande ma poche risposte, sembra quasi che si voglia evitarle più che affrontarle.
Credo che qualcuno dovrebbe farsi carico di guidare questa condizione sociale, con una politica da statista, per andare verso uno stato dove i valori democratici siano rispettati nell’uguaglianza degli uomini.
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giovedì 4 dicembre 2008
La gestione della crisi economica all’interno delle aziende manifatturiere
La Federmanager della Provincia di Alessandria, nel suo programma per il 2009, promuove numerose iniziative volte a coinvolgere i dirigenti delle più importanti funzioni aziendali in un processo di crescita professionale trasversale alle diverse attività industriali
Già il 2008 ha visto nascere e svilupparsi un Forum dei Direttori delle Risorse Umane e sta per essere promossa una analoga iniziativa rivolta ai Direttori Industriali o di Stabilimento.
Spunto di grande attualità è la gestione della crisi economica che, più o meno, coinvolge tutti gli attori presenti sul mercato. Sono numerosi gli aspetti che impattano l’attività produttiva quali la insaturazione della capacità produttiva, la riduzione dei magazzini, il minor fabbisogno di personale, la riduzione degli investimenti, la contrazione delle disponibilità di budget, ecc.
Su alcuni di questi temi saranno invitati a dibattere i Direttori di Stabilimento delle Aziende in Provincia di Alessandria e di Asti anche se saranno graditi ospiti quelli di Province limitrofe.
La formula degli incontri prevede che uno di essi promuova la prima sessione invitando i colleghi nella propria azienda ed, a rotazione, i partecipanti rivolgano lo stesso invito per le sessioni successive nelle rispettive realtà. In tal modo si vengono a realizzare una serie di obiettivi quali: la reciproca conoscenza dei managers, quella dei problemi e delle soluzioni a livello territoriale, una crescita professionale nel confronto tra managers di diversa estrazione ed una ottimizzazione tra costi (minimi) e benefici (elevati).
I managers che possano essere interessati ad iniziative di questo tipo possono rivolgersi alla Federmanager di Alessandria, e-mail asdiral@tin.it oppure a Giuseppe Mannori mannori@libero.it
Già il 2008 ha visto nascere e svilupparsi un Forum dei Direttori delle Risorse Umane e sta per essere promossa una analoga iniziativa rivolta ai Direttori Industriali o di Stabilimento.
Spunto di grande attualità è la gestione della crisi economica che, più o meno, coinvolge tutti gli attori presenti sul mercato. Sono numerosi gli aspetti che impattano l’attività produttiva quali la insaturazione della capacità produttiva, la riduzione dei magazzini, il minor fabbisogno di personale, la riduzione degli investimenti, la contrazione delle disponibilità di budget, ecc.
Su alcuni di questi temi saranno invitati a dibattere i Direttori di Stabilimento delle Aziende in Provincia di Alessandria e di Asti anche se saranno graditi ospiti quelli di Province limitrofe.
La formula degli incontri prevede che uno di essi promuova la prima sessione invitando i colleghi nella propria azienda ed, a rotazione, i partecipanti rivolgano lo stesso invito per le sessioni successive nelle rispettive realtà. In tal modo si vengono a realizzare una serie di obiettivi quali: la reciproca conoscenza dei managers, quella dei problemi e delle soluzioni a livello territoriale, una crescita professionale nel confronto tra managers di diversa estrazione ed una ottimizzazione tra costi (minimi) e benefici (elevati).
I managers che possano essere interessati ad iniziative di questo tipo possono rivolgersi alla Federmanager di Alessandria, e-mail asdiral@tin.it oppure a Giuseppe Mannori mannori@libero.it
venerdì 28 novembre 2008
Crisi economica e politiche delle Risorse Umane
II° Forum Direttori Risorse Umane in Provincia di Alessandria
La Federmanager di Alessandria, in collaborazione con una primaria azienda nel settore Converting,ha tenuto il secondo incontro tra i Direttori delle Risorse Umane delle principali società operanti nella Provincia. Questi cicli a tema si propongono di creare un network tra dirigenti professionisti mettendo in comune le reciproche esperienze in materia di gestione del personale indipendentemente dai diversi settori di mercato in cui le società operino.
Altro aspetto molto importante è quello della conoscenza delle problematiche del territorio e degli attori che vi operano. La qualificata partecipazione e il tema dibattuto inerente la:
“Crisi economica e capitale umano. Dover mantenere alte le motivazioni nei rapporti tra i collaboratori e le aziende quando gli incentivi economici dispongono di minori risorse"
hanno dato luogo ad un vivace dibattito sui cambiamenti in corso nei comportamenti umani e aziendali nei momenti di crisi.
I dirigenti delle Risorse Umane che fossero interessati a questi incontri possono richiederlo all’indirizzo e-mail asdiral@tin.it
La Federmanager di Alessandria, in collaborazione con una primaria azienda nel settore Converting,ha tenuto il secondo incontro tra i Direttori delle Risorse Umane delle principali società operanti nella Provincia. Questi cicli a tema si propongono di creare un network tra dirigenti professionisti mettendo in comune le reciproche esperienze in materia di gestione del personale indipendentemente dai diversi settori di mercato in cui le società operino.
Altro aspetto molto importante è quello della conoscenza delle problematiche del territorio e degli attori che vi operano. La qualificata partecipazione e il tema dibattuto inerente la:
“Crisi economica e capitale umano. Dover mantenere alte le motivazioni nei rapporti tra i collaboratori e le aziende quando gli incentivi economici dispongono di minori risorse"
hanno dato luogo ad un vivace dibattito sui cambiamenti in corso nei comportamenti umani e aziendali nei momenti di crisi.
I dirigenti delle Risorse Umane che fossero interessati a questi incontri possono richiederlo all’indirizzo e-mail asdiral@tin.it
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