La pianificazione strategica è un processo di costruzione condivisa del piano di sviluppo a lungo termine di un territorio. Per attuarla è stata costituita una Associazione partecipata dal Comune della città, da privati e dalle organizzazioni ed enti presenti sul territorio oltre ai due atenei locali.
Le fasi previste sono 4: diagnosi della città, progettazione, redazione, realizzazione.
La prima è stata affidata all’Università del Piemonte Orientale che dovrà presentare le conclusioni della ricerca entro la fine di giugno 2009. A quel punto saranno organizzati dei gruppi di lavoro per avviare la fase progettativa. La costituzione di questi ultimi dovrebbe vedere la presenza di tutte le anime della società alessandrina, da quella economica a quella sociale.
Sul piano di Alessandria sono previsti 4 assi: lo sviluppo sostenibile, lo sviluppo urbano, lo sviluppo della conoscenza, lo sviluppo della comunità.
Al pari di altri capoluoghi di Provincia Alessandria si pone quindi la domanda inerente il proprio futuro di centralità territoriale, di armonizzazione della crescita, di rispetto delle esigenze della comunità sociale cercando di prevedere ed interpretare tempestivamente le necessità.
Rispetto al modo con cui è stata amministrata la città, nel dopoguerra, dalle varie anime politiche si tratta di un passo in forte controtendenza. Molto innovativo per una società che, nel vestire di una casacca “grigia” i calciatori della propria squadra di foot ball, ha sottolineato aspetti comportamentali di scarso decisionismo, di modesta capacità creativa e di chiusura relazionale.
Le origini contadine della città hanno certamente influito a rendere questi aspetti evidenti nella maggioranza però non dobbiamo dimenticare che alcuni nomi importanti hanno lasciato segni significativi nel tempo in campi diversi come Morando e Carrà nella pittura, Borsalino, Panelli, Ricci, Cesa, Guala, Paglieri, Venezia, Cerruti nell’industria. Purtroppo dobbiamo notare il forte contrasto tra l’eccellenza di questi nomi e la piatta neutralità dei tanti. Non dobbiamo indicare questo fenomeno come una peculiarità locale, perché sembra invece molto diffuso anche in altri territori piemontesi, ma come una fotografia di cui prendere atto.
La volontà di lanciare un progetto ambizioso come quello del Piano Strategico dovrà comunque fare i conti con questa realtà dove i cinquantacinque-sessantacinquenni occupano stabilmente la totalità dei posti di comando di associazioni di categoria ed enti pubblici e privati nonché degli atenei, essendo persone nate e vissute nel contesto culturale di cui si prendeva atto poco sopra.
Tra tutti gli ostacoli questo è il maggiore. Perché la mancanza di ricambio di uomini non può che portare ad un freno di ogni iniziativa volta a cambiare il volto del contesto socio-economico-abitativo della città capoluogo. Da queste persone è comprensibile aspettarsi la difesa dello status quo, la perplessità verso progetti che non apparterranno mai alla loro cultura, l’incapacità a mettersi in gioco per esporsi ad un rischio che per decenni hanno accuratamente evitato.Ovviamente nel Piano saranno evidenti i grossi interessi economici derivanti dalle azioni che si intenderanno intraprendere e qui scatteranno le difese degli interessi di parte da comprendere ed armonizzare. Un grosso impegno politico che richiederà uomini forti, attenti al giusto compromesso fra gli interessi pubblici e quelli privati, una stabilità politica per almeno dieci anni ed una rinascita di valori etici che solo amministratori illuminati e imprenditori giovani e dinamici potranno offrire vista anche e soprattutto la necessità di approfittare della crisi economica come opportunità per il grande cambiamento
Il talento e la passione, esperienze di una vita dove l'impegno e la creatività si uniscono in un mestiere che non si finisce mai di imparare
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venerdì 24 aprile 2009
martedì 16 dicembre 2008
La crisi economica e il malessere di alcune classi sociali
Per alcuni giorni abbiamo visto ed ascoltato notiziari sulla sollevazione di molti giovani ad Atene contro l’uccisione di un giovane greco. Premesso che i tre quarti della popolazione greca abita ad Atene, resta però da capire come questa reazione si sia estesa a tutte le città greche con uguale intensità ed abbia coinvolto non solo i giovani dei centri sociali ma anche di altre estrazioni politiche, ma soprattutto adulti.
Ovviamente qui non si discute il valore di una vita umana che è al di sopra di ogni commento e la volontà o l’errore di chi l’abbia stroncata, ma l’interrogativo si sposta su come e perché la reazione sia stata tanto forte, allargata e sentita.
E’ possibile che questo sia stato l’elemento scatenante di un grave disagio provocato dalla crisi economica sulla qualità di vita delle persone, dalla sfiducia verso una gestione politica distante dal cittadino e da una crescente insofferenza verso le istituzioni?
Ma quanto avviene in Grecia sta trovando simili radici anche in Italia? Non è che tra la massa dei ceti meno abbienti ed una classe politica concentrata a tutelare il proprio status ed i relativi sostenitori, si stia aprendo uno spazio a gruppi sovversivi estremisti ?
Certamente si sta rilevando un disagio sociale in cui cresce l’intolleranza e la xenofobia miete sempre più sostenitori. Dalle banlieues parigine agli extracomunitari in Italia, passando per l’estremismo islamico senza distinguere mai tra vincoli religiosi, più o meno condivisibili, e sfruttamento dell’ignoranza altrui a scopi di terrorismo politico internazionale.
Sembra che ogni occasione sia buona per scaricare su qualcuno il proprio disagio e lo si faccia generalizzando le situazioni senza la volontà di approfondire. Sul piano dei media impera lo scandalismo e l’enfatizzazione dei fatti purchè facciano “vendere”.
Molte domande ma poche risposte, sembra quasi che si voglia evitarle più che affrontarle.
Credo che qualcuno dovrebbe farsi carico di guidare questa condizione sociale, con una politica da statista, per andare verso uno stato dove i valori democratici siano rispettati nell’uguaglianza degli uomini.
Ovviamente qui non si discute il valore di una vita umana che è al di sopra di ogni commento e la volontà o l’errore di chi l’abbia stroncata, ma l’interrogativo si sposta su come e perché la reazione sia stata tanto forte, allargata e sentita.
E’ possibile che questo sia stato l’elemento scatenante di un grave disagio provocato dalla crisi economica sulla qualità di vita delle persone, dalla sfiducia verso una gestione politica distante dal cittadino e da una crescente insofferenza verso le istituzioni?
Ma quanto avviene in Grecia sta trovando simili radici anche in Italia? Non è che tra la massa dei ceti meno abbienti ed una classe politica concentrata a tutelare il proprio status ed i relativi sostenitori, si stia aprendo uno spazio a gruppi sovversivi estremisti ?
Certamente si sta rilevando un disagio sociale in cui cresce l’intolleranza e la xenofobia miete sempre più sostenitori. Dalle banlieues parigine agli extracomunitari in Italia, passando per l’estremismo islamico senza distinguere mai tra vincoli religiosi, più o meno condivisibili, e sfruttamento dell’ignoranza altrui a scopi di terrorismo politico internazionale.
Sembra che ogni occasione sia buona per scaricare su qualcuno il proprio disagio e lo si faccia generalizzando le situazioni senza la volontà di approfondire. Sul piano dei media impera lo scandalismo e l’enfatizzazione dei fatti purchè facciano “vendere”.
Molte domande ma poche risposte, sembra quasi che si voglia evitarle più che affrontarle.
Credo che qualcuno dovrebbe farsi carico di guidare questa condizione sociale, con una politica da statista, per andare verso uno stato dove i valori democratici siano rispettati nell’uguaglianza degli uomini.
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lunedì 13 ottobre 2008
A proposito di integralismo islamico
Il primo ministro australiano, John Howard, disse il mercoledì, ai musulmani che vogliano vivere sotto la Sharia islamica che vadano via dell'Australia; proprio nel momento in cui il governo si trova ad isolare possibili gruppi radicali che potrebbero in un futuro lanciare attacchi terroristici contro il paese di quell'isola-continente.
Ugualmente, Howard risvegliò la furia di alcuni musulmani australiani quando disse che ha dato tutto il suo appoggio alle agenzie di controspionaggio australiano affinché spiino nelle moschee che ci sono nella nazione.
'Quelli che devono adattarsi arrivando in un nuovo paese sono gli immigranti, non gli australiani', espresse con fermezza Howard. 'E se non gli piace che se ne vadano. Sono stufo che questa nazione si stia preoccupando sempre di non offendere altre culture o altri individui. Dall'attacco terroristico in Bali, abbiamo verificato un incremento di patriottismo tra gli australiani.'
La 'nostra cultura si è sviluppata su secoli di lotte, prove e vittorie di milioni di uomini e donne che vennero qui alla ricerca di libertà', ribadì Howard.
'Qui parliamo fondamentalmente inglese’, disse il primo ministro in un momento del suo energico discorso. ‘Non parliamo arabo, cinese, spagnolo, russo, giapponese né nessuna altra lingua. Pertanto, se gli immigranti vogliono trasformarsi in parte di questa società che imparino la nostra lingua'!
Howard continuò dicendo che la maggioranza degli australiani sono cristiani. 'Questo non è un'ala politica né un gioco politico. Si tratta di una realtà. Si tratta di uomini e donne di ascendenza cristiana che fondarono questa nazione basandosi su principi cristiani, ciò è ben documentato in tutti i nostri libri. Pertanto è completamente adeguato alle tradizioni dimostrare la nostra credenza evidenziandola sulle pareti delle nostre scuole. Se Cristo li offende, allora suggerisco loro che cerchino un'altra parte del mondo dove vivere, perché Dio e Gesù Cristo sono parte della nostra cultura.'
'Tollereremo le vostre credenze, ma dovete accettare le nostre per potere vivere in armonia e pace vicino a noi', notò Howard. 'Questo è il nostro paese, la nostra patria, e queste sono le nostre abitudini e stili di vita. Permetteremo a tutti che ne godiate, ma quando smettiate di lamentarvi, di piagnucolare e di protestare contro la nostra bandiera, la nostra lingua, il nostro compromesso nazionalista, le nostre credenze cristiane o il nostro modo di vita. E’ inaccettabile che approfittiate della grande opportunità di libertà che avete in Australia. Qui avete il diritto di andare e venire dove più vi convenga'!
'A chi non piaccia come viviamo noi australiani', proseguì Howard. 'lasciamo la libertà di andare via. Noi non li abbiamo obbligati a venire. Loro chiesero di emigrare qui, cosicché è ora che accettino il paese che li accolse.'
Ugualmente, Howard risvegliò la furia di alcuni musulmani australiani quando disse che ha dato tutto il suo appoggio alle agenzie di controspionaggio australiano affinché spiino nelle moschee che ci sono nella nazione.
'Quelli che devono adattarsi arrivando in un nuovo paese sono gli immigranti, non gli australiani', espresse con fermezza Howard. 'E se non gli piace che se ne vadano. Sono stufo che questa nazione si stia preoccupando sempre di non offendere altre culture o altri individui. Dall'attacco terroristico in Bali, abbiamo verificato un incremento di patriottismo tra gli australiani.'
La 'nostra cultura si è sviluppata su secoli di lotte, prove e vittorie di milioni di uomini e donne che vennero qui alla ricerca di libertà', ribadì Howard.
'Qui parliamo fondamentalmente inglese’, disse il primo ministro in un momento del suo energico discorso. ‘Non parliamo arabo, cinese, spagnolo, russo, giapponese né nessuna altra lingua. Pertanto, se gli immigranti vogliono trasformarsi in parte di questa società che imparino la nostra lingua'!
Howard continuò dicendo che la maggioranza degli australiani sono cristiani. 'Questo non è un'ala politica né un gioco politico. Si tratta di una realtà. Si tratta di uomini e donne di ascendenza cristiana che fondarono questa nazione basandosi su principi cristiani, ciò è ben documentato in tutti i nostri libri. Pertanto è completamente adeguato alle tradizioni dimostrare la nostra credenza evidenziandola sulle pareti delle nostre scuole. Se Cristo li offende, allora suggerisco loro che cerchino un'altra parte del mondo dove vivere, perché Dio e Gesù Cristo sono parte della nostra cultura.'
'Tollereremo le vostre credenze, ma dovete accettare le nostre per potere vivere in armonia e pace vicino a noi', notò Howard. 'Questo è il nostro paese, la nostra patria, e queste sono le nostre abitudini e stili di vita. Permetteremo a tutti che ne godiate, ma quando smettiate di lamentarvi, di piagnucolare e di protestare contro la nostra bandiera, la nostra lingua, il nostro compromesso nazionalista, le nostre credenze cristiane o il nostro modo di vita. E’ inaccettabile che approfittiate della grande opportunità di libertà che avete in Australia. Qui avete il diritto di andare e venire dove più vi convenga'!
'A chi non piaccia come viviamo noi australiani', proseguì Howard. 'lasciamo la libertà di andare via. Noi non li abbiamo obbligati a venire. Loro chiesero di emigrare qui, cosicché è ora che accettino il paese che li accolse.'
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martedì 6 maggio 2008
Mala-sanità o mala-dirigenza?
Giornalisticamente parlando i media ci trasmettono sistematicamente un’immagine univoca e negativa del sistema sanitario nazionale ed in particolare di quello del Sud, ma è proprio così?
Forse occorrerebbe fare un distinguo tra i due termini. Se attribuissimo al primo ciò che attiene la sfera dell’assistenza e competenza medica ed al secondo il modo con cui sono gestiti gli ospedali italiani, potremmo scoprire che le cose non stanno proprio così
Prima di tutto una premessa: il nostro è uno dei pochi Paesi al mondo in cui il servizio sanitario nazionale offre mediamente una qualità di cure d’assoluta eccellenza pari, se non superiore, a quello delle cliniche private. Secondo alcune classifiche europee la qualità dei nostri medici si pone ai primi posti non soltanto dell’Europa dei ventisette bensì di quella dei nove, e a vantaggio di TUTTI i cittadini o meglio di TUTTE le persone che ne abbiano necessità ed indipendentemente da razza, religione, cittadinanza, censo ed età.
Questo può sembrare ovvio per noi che ne usufruiamo abitualmente e che ne abbiamo vissuto l’evoluzione positiva come un "dovuto", ma così non è. Ad esempio il sistema sanitario pubblico britannico ha piani di cura diversi e pone limiti alle spese per le terapie rivolte ad un anziano man mano che l’età o il tipo di malattia cronica avanzano. Molti inglesi, per cure specialistiche, volano nelle cliniche private americane. Quello francese è efficiente, ma i centri ospedalieri sono numericamente limitati sul territorio nazionale e concentrati nelle principali città, imponendo spesso la necessità di spostarsi molto dal luogo di residenza. Quelli tedeschi prendono in carico il paziente nel vero senso della parola, ma ostacolano la presenza dei familiari vicino al malato che invece è tanto cara alla nostra mentalità italiana. Non parliamo poi degli USA dove il sistema sanitario nazionale fa acqua da tutte le parti, a tutto vantaggio degli ospedali privati dove le terapie sono prestate UNICAMENTE a chi può offrire, PREVENTIVAMENTE al ricovero, le garanzie finanziarie del pagamento delle cure. Naturalmente questo non significa che, da noi, le cose filino alla perfezione e ne sono testimonianza alcuni errori medici che i media non hanno mancato certo di sottolineare. Da notare che se la prevalenza di questi fatti avviene nel Sud, anche il Nord non ne è immune. Da una parte esiste l’incontrovertibile realtà dell’errore umano, pressoché inevitabile, ma dall’altra ci sono fattori che poco hanno a che vedere con l’abilità medica.
A questo punto stiamo parlando di assunzioni clientelari a scapito della professionalità, di cattiva organizzazione, di mancanza dei mezzi idonei, di strutture non adeguate, insomma di cattiva gestione cui si affiancano normative di legge contraddittorie e confuse.
Difficilissimo muoversi su questo terreno dove la politica ha costruito una delle proprie roccaforti con il contributo talvolta negativo della parte sindacale (Dei medici e degli addetti).
Si dovrebbe sottolineare il fenomeno, non solo italiano, delle "baronie primariali", ma premettendo un’osservazione: "Essere bravi medici specialistici vuol dire anche essere bravi gestori di reparto?"
Mi sembra che le due specializzazioni partano da formazioni ben diverse anche se possono esistere casi individuali di competenza in entrambe.
L’esperienza insegna che, di norma, è difficile avere grandi abilità in discipline diverse.
Proviamo a partire da un presupposto fondamentale definendo quale sia l’obiettivo finale di un sistema sanitario: "Preservare la salute fisica e mentale assicurando un servizio che rispetti la normale vita dei cittadini ad un costo sostenibile dalla collettività".
Purtroppo sembra che, nei fatti, questo non sia così prioritario per i partiti che invece mirano a detenere i posti di comando di ospedali e ASL. Sulla carta avevano "inventato" l’inserimento negli ospedali di top-managers di provata esperienza, con concorso pubblico, con eliminazione delle nomine dirette dei partiti. In pratica però hanno mantenuto la discrezionalità dei partiti aggirando le norme che loro stessi si erano scritte, forse per creare uno specchietto per le allodole, mantenendo ai vertici gli "amici" che assicurino la continuità del controllo.
Tutto normale in un sistema partitico dove clientelismo politico e potere la fanno da padroni.
Ma restiamo sull’obiettivo. Se, come è vero, la classe medica e paramedica ha caratteristiche di buon livello altrettanto non si può dire dei Direttori Generali ospedalieri e dei loro diretti collaboratori. A questi ultimi spetta la responsabilità della gestione e dei suoi risultati. E qui sta il "busillis", perché nelle attività normali il risultato è la misura con cui viene raggiunto l’obiettivo, ma quale? Non certo quello su menzionato, bensì quello del taglio dei costi e spesso indipendentemente dal preservare l’efficienza e l’efficacia del servizio sanitario e sociale dovuto ai cittadini. I nostri attuali dirigenti gestori hanno degli obiettivi che, in qualche modo, raggiungono sempre visto che deliberano autonomamente ogni anno il proprio premio di risultato che costituisce una parte molto significativa delle loro retribuzioni. Ma l’obiettivo "salute e servizio mirato alle esigenze del territorio", se stiamo alle opinioni di molti, troppo spesso viene eluso.
Credo che sia condivisibile l’idea che il servizio non possa essere dato "a tutti i costi", proprio perché facilmente si dovrebbero soddisfare richieste, non necessariamente oggettive, provenienti dalla categoria primariale, che, in molti casi, offre un’ottima prestazione medica ma una modesta visione gestionale. Qui scatterebbe l’importanza di un lavoro di squadra tra medici e gestori competenti anziché una malcelata conflittualità e diffidenza reciproche, ma soprattutto libero dai dettami politico partitici. La situazione attuale dell’ospedale di Alessandria ne è un buon esempio essendo passata da un crescendo di eccellenza medica ad una decadenza.
Una condivisione del programma per raggiungere l’obiettivo "salute rapportata ai problemi del territorio" tra dirigenti gestori e dirigenti medici ed una buona organizzazione gioverebbero a tutti, pazienti per primi. Purtroppo troppi dirigenti "politicamente sistemati" manifestano la presunzione di "sapere" evitando il confronto, sia pur a volte non semplice, con i loro colleghi sanitari.
Qui scatta il problema peggiore perché se la mala-dirigenza si asserve alla politica partitica della maggioranza del momento, non potrà esistere un obiettivo duraturo "salute e servizio al cittadino" essendo, come detto, differenti le priorità. Non pare corretto lasciare ad ogni regione la totale autonomia strategica ed economica per non creare assistenza di serie A nelle Regioni ricche e di serie B in quelle più povere, ma diviene indispensabile estromettere i partiti e le loro connivenze dirigenziali lasciando il posto a dirigenti gestori professionalmente capaci di dialogare con i colleghi medici e trovare il giusto equilibrio tra servizio e costi rapportandoli alle caratteristiche del territorio in questione. Ma quale Governo vorrà realizzare una vera riforma del sistema sanitario tracciandone le linee guida, per poi toglierlo dalle mani dei partiti e dalla mala-dirigenza ed affidarlo a dei competenti dirigenti gestori abituati a ricercare gli equilibri tra costi e benefici? Ovviamente si taglierebbero per primi gli sprechi e qui l’industria farmaceutica, le aziende degli "amici", le assunzioni di comodo, lamenterebbero un calo della loro convenienza; ma sorgerebbero nuove opportunità basate sulla competitività delle prestazioni sanitarie verso l’eccellenza che il nostro sistema sanitario nazionale merita in termini di cure.
Forse occorrerebbe fare un distinguo tra i due termini. Se attribuissimo al primo ciò che attiene la sfera dell’assistenza e competenza medica ed al secondo il modo con cui sono gestiti gli ospedali italiani, potremmo scoprire che le cose non stanno proprio così
Prima di tutto una premessa: il nostro è uno dei pochi Paesi al mondo in cui il servizio sanitario nazionale offre mediamente una qualità di cure d’assoluta eccellenza pari, se non superiore, a quello delle cliniche private. Secondo alcune classifiche europee la qualità dei nostri medici si pone ai primi posti non soltanto dell’Europa dei ventisette bensì di quella dei nove, e a vantaggio di TUTTI i cittadini o meglio di TUTTE le persone che ne abbiano necessità ed indipendentemente da razza, religione, cittadinanza, censo ed età.
Questo può sembrare ovvio per noi che ne usufruiamo abitualmente e che ne abbiamo vissuto l’evoluzione positiva come un "dovuto", ma così non è. Ad esempio il sistema sanitario pubblico britannico ha piani di cura diversi e pone limiti alle spese per le terapie rivolte ad un anziano man mano che l’età o il tipo di malattia cronica avanzano. Molti inglesi, per cure specialistiche, volano nelle cliniche private americane. Quello francese è efficiente, ma i centri ospedalieri sono numericamente limitati sul territorio nazionale e concentrati nelle principali città, imponendo spesso la necessità di spostarsi molto dal luogo di residenza. Quelli tedeschi prendono in carico il paziente nel vero senso della parola, ma ostacolano la presenza dei familiari vicino al malato che invece è tanto cara alla nostra mentalità italiana. Non parliamo poi degli USA dove il sistema sanitario nazionale fa acqua da tutte le parti, a tutto vantaggio degli ospedali privati dove le terapie sono prestate UNICAMENTE a chi può offrire, PREVENTIVAMENTE al ricovero, le garanzie finanziarie del pagamento delle cure. Naturalmente questo non significa che, da noi, le cose filino alla perfezione e ne sono testimonianza alcuni errori medici che i media non hanno mancato certo di sottolineare. Da notare che se la prevalenza di questi fatti avviene nel Sud, anche il Nord non ne è immune. Da una parte esiste l’incontrovertibile realtà dell’errore umano, pressoché inevitabile, ma dall’altra ci sono fattori che poco hanno a che vedere con l’abilità medica.
A questo punto stiamo parlando di assunzioni clientelari a scapito della professionalità, di cattiva organizzazione, di mancanza dei mezzi idonei, di strutture non adeguate, insomma di cattiva gestione cui si affiancano normative di legge contraddittorie e confuse.
Difficilissimo muoversi su questo terreno dove la politica ha costruito una delle proprie roccaforti con il contributo talvolta negativo della parte sindacale (Dei medici e degli addetti).
Si dovrebbe sottolineare il fenomeno, non solo italiano, delle "baronie primariali", ma premettendo un’osservazione: "Essere bravi medici specialistici vuol dire anche essere bravi gestori di reparto?"
Mi sembra che le due specializzazioni partano da formazioni ben diverse anche se possono esistere casi individuali di competenza in entrambe.
L’esperienza insegna che, di norma, è difficile avere grandi abilità in discipline diverse.
Proviamo a partire da un presupposto fondamentale definendo quale sia l’obiettivo finale di un sistema sanitario: "Preservare la salute fisica e mentale assicurando un servizio che rispetti la normale vita dei cittadini ad un costo sostenibile dalla collettività".
Purtroppo sembra che, nei fatti, questo non sia così prioritario per i partiti che invece mirano a detenere i posti di comando di ospedali e ASL. Sulla carta avevano "inventato" l’inserimento negli ospedali di top-managers di provata esperienza, con concorso pubblico, con eliminazione delle nomine dirette dei partiti. In pratica però hanno mantenuto la discrezionalità dei partiti aggirando le norme che loro stessi si erano scritte, forse per creare uno specchietto per le allodole, mantenendo ai vertici gli "amici" che assicurino la continuità del controllo.
Tutto normale in un sistema partitico dove clientelismo politico e potere la fanno da padroni.
Ma restiamo sull’obiettivo. Se, come è vero, la classe medica e paramedica ha caratteristiche di buon livello altrettanto non si può dire dei Direttori Generali ospedalieri e dei loro diretti collaboratori. A questi ultimi spetta la responsabilità della gestione e dei suoi risultati. E qui sta il "busillis", perché nelle attività normali il risultato è la misura con cui viene raggiunto l’obiettivo, ma quale? Non certo quello su menzionato, bensì quello del taglio dei costi e spesso indipendentemente dal preservare l’efficienza e l’efficacia del servizio sanitario e sociale dovuto ai cittadini. I nostri attuali dirigenti gestori hanno degli obiettivi che, in qualche modo, raggiungono sempre visto che deliberano autonomamente ogni anno il proprio premio di risultato che costituisce una parte molto significativa delle loro retribuzioni. Ma l’obiettivo "salute e servizio mirato alle esigenze del territorio", se stiamo alle opinioni di molti, troppo spesso viene eluso.
Credo che sia condivisibile l’idea che il servizio non possa essere dato "a tutti i costi", proprio perché facilmente si dovrebbero soddisfare richieste, non necessariamente oggettive, provenienti dalla categoria primariale, che, in molti casi, offre un’ottima prestazione medica ma una modesta visione gestionale. Qui scatterebbe l’importanza di un lavoro di squadra tra medici e gestori competenti anziché una malcelata conflittualità e diffidenza reciproche, ma soprattutto libero dai dettami politico partitici. La situazione attuale dell’ospedale di Alessandria ne è un buon esempio essendo passata da un crescendo di eccellenza medica ad una decadenza.
Una condivisione del programma per raggiungere l’obiettivo "salute rapportata ai problemi del territorio" tra dirigenti gestori e dirigenti medici ed una buona organizzazione gioverebbero a tutti, pazienti per primi. Purtroppo troppi dirigenti "politicamente sistemati" manifestano la presunzione di "sapere" evitando il confronto, sia pur a volte non semplice, con i loro colleghi sanitari.
Qui scatta il problema peggiore perché se la mala-dirigenza si asserve alla politica partitica della maggioranza del momento, non potrà esistere un obiettivo duraturo "salute e servizio al cittadino" essendo, come detto, differenti le priorità. Non pare corretto lasciare ad ogni regione la totale autonomia strategica ed economica per non creare assistenza di serie A nelle Regioni ricche e di serie B in quelle più povere, ma diviene indispensabile estromettere i partiti e le loro connivenze dirigenziali lasciando il posto a dirigenti gestori professionalmente capaci di dialogare con i colleghi medici e trovare il giusto equilibrio tra servizio e costi rapportandoli alle caratteristiche del territorio in questione. Ma quale Governo vorrà realizzare una vera riforma del sistema sanitario tracciandone le linee guida, per poi toglierlo dalle mani dei partiti e dalla mala-dirigenza ed affidarlo a dei competenti dirigenti gestori abituati a ricercare gli equilibri tra costi e benefici? Ovviamente si taglierebbero per primi gli sprechi e qui l’industria farmaceutica, le aziende degli "amici", le assunzioni di comodo, lamenterebbero un calo della loro convenienza; ma sorgerebbero nuove opportunità basate sulla competitività delle prestazioni sanitarie verso l’eccellenza che il nostro sistema sanitario nazionale merita in termini di cure.
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sabato 19 aprile 2008
La casta dei sindacalisti
L’attacco di Luca di Montezemolo, con cui dichiara i dipendenti più vicini agli imprenditori che ai sindacati, è certamente una provocazione. Sottolinea però un problema che da anni sta trasformando il rapporto tra la base lavoratrice ed i propri rappresentanti.
Per certi versi si potrebbe affermare che i tre sindacati maggiori e le numerose sigle sindacali autonome, si sono trasformati, da anni, in partiti strutturati e piramidali con comportamenti sempre più simili a quelli dei politici. Da un lato si può riconoscere che il tipo di problemi da affrontare e la loro complessità richiedono una preparazione tecnica specifica che giustifica una sorta di professionismo pressoché inesistente negli anni ’60 e ’70 quando presero corpo ed importanza le rappresentanze di categoria. Esse rispondevano alla necessità di creare un equilibrio tra il reddito individuale del lavoratore di basso livello, la sua prestazione ed il costo della vita intesa non più solo come semplice sopravvivenza. Erano gli anni in cui gli “impiegati” erano considerati dal sindacato “i servi dei padroni” e gli operai “gli schiavi dei padroni”.
Da riconoscere il merito della realizzazione dello “Statuto dei Lavoratori”, ma da quel momento le cose hanno cominciato a cambiare. In primis la scorretta interpretazione sindacale dell’accordo di cui venivano messi in evidenza, pressoché assoluta, i diritti a scapito del controbilanciamento dei doveri . Il diritto al lavoro, sancito dalla Carta Costituzionale, fu trasformato di fatto nel diritto allo stipendio. I rappresentanti sindacali, inorgogliti dai risultati economici e normativi con il concorso colposo di una classe imprenditoriale troppo impegnata a garantirsi gli ingenti guadagni del momento, predicavano il diritto dei lavoratori a partecipare alla gestione d’impresa e guidavano i tentativi di occupazione delle fabbriche. Nel contempo si assicuravano nell’ambito dei CCNL condizioni di tutto favore per svolgere i propri compiti istituzionali mantenendo intatta la propria retribuzione e cominciando a scalare la piramide del potere all’interno del sindacato.
Fare struttura vuol dire aumentare i costi fissi e da qui la nuova politica di tesseramento ad ogni costo. Il proselitismo si rivolge pressantemente verso i soggetti deboli ma anche indiscriminatamente verso chiunque voglia “nascondersi” sotto le ali dell’interessata chioccia.
La tutela non fa distinzioni e si adopera senza analisi critica dei fatti, a difendere i lavoratori dalle “discriminazioni padronali”. Così i più tutelati finiscono di essere coloro che si approfittano della situazione (assenteisti abituali ingiustificati, fannulloni, ladri, ecc.), ma impera la necessità di garantirsi il versamento dell’importo della tessera. Colpevole anche il comportamento garantista e assistenzialista della giustizia che, nel nobile intento di tutelare la parte più debole, manda, insieme al sindacato, un messaggio distorto al mondo del lavoro: “chi è più furbo vince sempre” oppure “per guadagnare non è indispensabile fare il proprio dovere come era stato insegnato nelle famiglie oneste”. Ma, tornando alla fase della costruzione della piramide sindacale, ritroviamo che la maggior parte degli attori o è rappresentata da idealisti o da lavoratori che preferiscono rifugiarsi nelle garanzie offerte al ruolo di sindacalisti dalla normativa specifica del CCNL.
I pochi “bravi” capiscono con quanta facilità si possa strumentalizzare questa base per costruire la propria scalata. Il sistema è già stato sperimentato nei partiti e quindi perché non imitarlo?
Quando ci si interroga sulla maggiore utilità di un sindacato unito ed unico, prevalgono le logiche di partito e la garanzia di restare ognuno sulla propria poltrona. Quindi il disegno, che ai semplicioni sembrava logico e conveniente per i lavoratori, viene abbandonato con le nobili motivazioni del dover mantenere gli ideali del comunismo da un lato e della visione cristiana piuttosto che di quella laica. Ma una famiglia cristiana mangia di più o di meno di quella laica? Creare un futuro di benessere per una famiglia comunista è poi così diverso dalle altre? Sembra di si!
Mentre a livello locale si disquisiscono teorie, il partito-sindacato cresce e conquista la dignità di collocarsi stabilmente a Roma a fianco dei rispettivi partiti politici fiancheggiatori. Quei “bravi” che avevano capito adesso usano le strutture periferiche per garantirsi i finanziamenti utili ad essere, nel tempo, solidamente stabili. Così anche loro si allontanano dai lavoratori e dai loro problemi reali, proprio come i partiti dagli elettori. Il parlamentino sindacale però comincia a fare acqua e gli autonomi conquistano sempre più la fiducia degli scontenti ma questo non preoccupa molto gli appartenenti alla Casta perché hanno perso la percezione della realtà e forse sono convinti che le cose, i privilegi, debbano durare in eterno. Forse si cullano sugli otto milioni di tessere regolarmente pagate ogni anno, ma non vedono che quattro milioni di esse sono dei pensionati? Non percepiscono che i quattro milioni restanti sono solo il venti per cento dei lavoratori?
Non percepiscono CGIL, CISL e UIL che la propria realtà sia estremamente simile a quella dell’accozzaglia tra le diverse sigle dell’estrema sinistra e dei verdi che “si sono accorti” dopo essere stati cancellati politicamente, di non rappresentare più nessuno, se non sé stessi?
Non credo sia opportuno per loro di ringraziare pubblicamente Montezemolo per il realismo, ma, anziché tacciarlo di populismo, tacere e ripensare l’organizzazione sindacale, peraltro indispensabile come parte sociale, verso le esigenze di un sistema economico di domani.Ma per fare questo occorre rinunciare ad essere Casta! E allora………….?
Per certi versi si potrebbe affermare che i tre sindacati maggiori e le numerose sigle sindacali autonome, si sono trasformati, da anni, in partiti strutturati e piramidali con comportamenti sempre più simili a quelli dei politici. Da un lato si può riconoscere che il tipo di problemi da affrontare e la loro complessità richiedono una preparazione tecnica specifica che giustifica una sorta di professionismo pressoché inesistente negli anni ’60 e ’70 quando presero corpo ed importanza le rappresentanze di categoria. Esse rispondevano alla necessità di creare un equilibrio tra il reddito individuale del lavoratore di basso livello, la sua prestazione ed il costo della vita intesa non più solo come semplice sopravvivenza. Erano gli anni in cui gli “impiegati” erano considerati dal sindacato “i servi dei padroni” e gli operai “gli schiavi dei padroni”.
Da riconoscere il merito della realizzazione dello “Statuto dei Lavoratori”, ma da quel momento le cose hanno cominciato a cambiare. In primis la scorretta interpretazione sindacale dell’accordo di cui venivano messi in evidenza, pressoché assoluta, i diritti a scapito del controbilanciamento dei doveri . Il diritto al lavoro, sancito dalla Carta Costituzionale, fu trasformato di fatto nel diritto allo stipendio. I rappresentanti sindacali, inorgogliti dai risultati economici e normativi con il concorso colposo di una classe imprenditoriale troppo impegnata a garantirsi gli ingenti guadagni del momento, predicavano il diritto dei lavoratori a partecipare alla gestione d’impresa e guidavano i tentativi di occupazione delle fabbriche. Nel contempo si assicuravano nell’ambito dei CCNL condizioni di tutto favore per svolgere i propri compiti istituzionali mantenendo intatta la propria retribuzione e cominciando a scalare la piramide del potere all’interno del sindacato.
Fare struttura vuol dire aumentare i costi fissi e da qui la nuova politica di tesseramento ad ogni costo. Il proselitismo si rivolge pressantemente verso i soggetti deboli ma anche indiscriminatamente verso chiunque voglia “nascondersi” sotto le ali dell’interessata chioccia.
La tutela non fa distinzioni e si adopera senza analisi critica dei fatti, a difendere i lavoratori dalle “discriminazioni padronali”. Così i più tutelati finiscono di essere coloro che si approfittano della situazione (assenteisti abituali ingiustificati, fannulloni, ladri, ecc.), ma impera la necessità di garantirsi il versamento dell’importo della tessera. Colpevole anche il comportamento garantista e assistenzialista della giustizia che, nel nobile intento di tutelare la parte più debole, manda, insieme al sindacato, un messaggio distorto al mondo del lavoro: “chi è più furbo vince sempre” oppure “per guadagnare non è indispensabile fare il proprio dovere come era stato insegnato nelle famiglie oneste”. Ma, tornando alla fase della costruzione della piramide sindacale, ritroviamo che la maggior parte degli attori o è rappresentata da idealisti o da lavoratori che preferiscono rifugiarsi nelle garanzie offerte al ruolo di sindacalisti dalla normativa specifica del CCNL.
I pochi “bravi” capiscono con quanta facilità si possa strumentalizzare questa base per costruire la propria scalata. Il sistema è già stato sperimentato nei partiti e quindi perché non imitarlo?
Quando ci si interroga sulla maggiore utilità di un sindacato unito ed unico, prevalgono le logiche di partito e la garanzia di restare ognuno sulla propria poltrona. Quindi il disegno, che ai semplicioni sembrava logico e conveniente per i lavoratori, viene abbandonato con le nobili motivazioni del dover mantenere gli ideali del comunismo da un lato e della visione cristiana piuttosto che di quella laica. Ma una famiglia cristiana mangia di più o di meno di quella laica? Creare un futuro di benessere per una famiglia comunista è poi così diverso dalle altre? Sembra di si!
Mentre a livello locale si disquisiscono teorie, il partito-sindacato cresce e conquista la dignità di collocarsi stabilmente a Roma a fianco dei rispettivi partiti politici fiancheggiatori. Quei “bravi” che avevano capito adesso usano le strutture periferiche per garantirsi i finanziamenti utili ad essere, nel tempo, solidamente stabili. Così anche loro si allontanano dai lavoratori e dai loro problemi reali, proprio come i partiti dagli elettori. Il parlamentino sindacale però comincia a fare acqua e gli autonomi conquistano sempre più la fiducia degli scontenti ma questo non preoccupa molto gli appartenenti alla Casta perché hanno perso la percezione della realtà e forse sono convinti che le cose, i privilegi, debbano durare in eterno. Forse si cullano sugli otto milioni di tessere regolarmente pagate ogni anno, ma non vedono che quattro milioni di esse sono dei pensionati? Non percepiscono che i quattro milioni restanti sono solo il venti per cento dei lavoratori?
Non percepiscono CGIL, CISL e UIL che la propria realtà sia estremamente simile a quella dell’accozzaglia tra le diverse sigle dell’estrema sinistra e dei verdi che “si sono accorti” dopo essere stati cancellati politicamente, di non rappresentare più nessuno, se non sé stessi?
Non credo sia opportuno per loro di ringraziare pubblicamente Montezemolo per il realismo, ma, anziché tacciarlo di populismo, tacere e ripensare l’organizzazione sindacale, peraltro indispensabile come parte sociale, verso le esigenze di un sistema economico di domani.Ma per fare questo occorre rinunciare ad essere Casta! E allora………….?
mercoledì 26 marzo 2008
Napolitano e gli onorevoli fannulloni
Non credo che il nostro Presidente potesse accettare un attacco alle istituzioni ammettendo una colpa, e forse l’unica, che i nostri rappresentanti politici in Parlamento non hanno. Lui lo dichiara per ragioni di ruolo e lo rispettiamo, loro lo respingono per ragioni di fatto e noi lo commentiamo.
Infatti l’impegno profuso da tutti coloro che si sono assicurati un posto da deputato o da senatore è notevole. Non facciamo di tutt’erba un fascio, ma distinguiamo tra coloro che l’hanno presa sul serio, in senso di mandato ricevuto dai cittadini, e quelli che, avendo raggiunto l’obiettivo della posizione di privilegio politico ed economico, se ne pongono il traguardo della conservazione “ab aeternum”. E’ difficile stabilire quanti siano gli uni e quanti gli altri, ma una cosa è certa: tutti sono fortemente impegnati. Una delle differenze sta nella direzione verso cui va l’impegno.
Se si appartiene alla “casta” allora dovrà essere rafforzato il proprio entourage, condividendo e ripartendo i vantaggi economico politici e rafforzando la base elettorale portando acqua al pozzo del partito. Se invece si intende essere la voce dell’elettorato e lavorare per dare un senso eticamente compiuto al mandato, forse si dovrà rispondere ad un impegno certamente gravoso e cioè rispondere alle esigenze partitico politiche ed agli impegni di valutazione delle normative, delle proposte di legge, degli aggiornamenti professionali nelle materie che si intendono normare.
Però probabilmente questi signori si troveranno a fare il lavoro che gli altri, politicamente più forti, si arrogheranno sui “media” offrendo sempre più la propria immagine ai “consumatori”. Chissà se si potessero “far parlare” i primi? Forse ci sarebbe un ricambio politico o i “consumatori” continuerebbero pedissequamente a sostenere gli anfitrioni in barba a qualunque riforma elettorale?
Infatti l’impegno profuso da tutti coloro che si sono assicurati un posto da deputato o da senatore è notevole. Non facciamo di tutt’erba un fascio, ma distinguiamo tra coloro che l’hanno presa sul serio, in senso di mandato ricevuto dai cittadini, e quelli che, avendo raggiunto l’obiettivo della posizione di privilegio politico ed economico, se ne pongono il traguardo della conservazione “ab aeternum”. E’ difficile stabilire quanti siano gli uni e quanti gli altri, ma una cosa è certa: tutti sono fortemente impegnati. Una delle differenze sta nella direzione verso cui va l’impegno.
Se si appartiene alla “casta” allora dovrà essere rafforzato il proprio entourage, condividendo e ripartendo i vantaggi economico politici e rafforzando la base elettorale portando acqua al pozzo del partito. Se invece si intende essere la voce dell’elettorato e lavorare per dare un senso eticamente compiuto al mandato, forse si dovrà rispondere ad un impegno certamente gravoso e cioè rispondere alle esigenze partitico politiche ed agli impegni di valutazione delle normative, delle proposte di legge, degli aggiornamenti professionali nelle materie che si intendono normare.
Però probabilmente questi signori si troveranno a fare il lavoro che gli altri, politicamente più forti, si arrogheranno sui “media” offrendo sempre più la propria immagine ai “consumatori”. Chissà se si potessero “far parlare” i primi? Forse ci sarebbe un ricambio politico o i “consumatori” continuerebbero pedissequamente a sostenere gli anfitrioni in barba a qualunque riforma elettorale?
martedì 12 febbraio 2008
Chi vuole cambiare la classe dirigente?
CHI VUOLE CAMBIARE LA CLASSE DIRIGENTE?
Interessante leggere le riflessioni e le considerazioni di Tito Boeri e Vincenzo Galasso riprese dal sito “La Voce” che contribuisce al dibattito pubblico di questo scottante problema.
Secondo i sondaggi ben il 58 per cento degli italiani è insoddisfatto dei rappresentanti politici. E tutti a parole in questi primi scampoli di campagna elettorale dicono di voler cambiare.
Tre criteri per capire se lo faranno sul serio: sono favorevoli a un sistema maggioritario a due turni, a tenere primarie a livello locale nella selezione dei candidati e a estendere il diritto di voto ai sedicenni sia alla Camera che al Senato?
Non c’è rigetto della politica in Italia. C’è rigetto di questa classe politica. I sondaggi lo dicono chiaramente: gli italiani credono che la democrazia, che comporta mediazioni e ricerca di consenso, - e dunque richiede politica - sia il migliore sistema possibile.
Ma ben il 58 per cento è insoddisfatto dei propri rappresentanti politici, il 15 per cento in più di tre anni fa, secondo un recente sondaggio di Eurobarometro. Gli italiani sono, e aggiungeremo giustamente, stufi di essere rappresentati da persone che non hanno potuto scegliere e che non potranno cambiare. Probabilmente anche i cittadini statunitensi sono stufi di una classe politica che ha lasciato loro in eredità la guerra in Iraq, Guantanamo e Abu Ghraib. Non a caso, nelle primarie statunitensi i candidati fanno a gara nel promettere di cambiare, come nelle canzoni di David Bowie.
Ma la differenza fondamentale fra gli Stati Uniti e il nostro paese è che gli elettori americani, se non sono soddisfatti, possono scegliere di punire i loro rappresentanti, di non rieleggerli. Nel nostro caso, fra due mesi andremo a votare sulla base di liste bloccate.
Le scelte le avranno fatte altri: i segretari dei partiti. E così mentre i giornali americani fanno il toto-candidati interrogando le persone, provando a interpretare gli umori dell’elettorato, i giornali italiani cercano di decifrare i silenzi e le dichiarazioni dei segretari di partito per carpirne i segreti: a chi verrà dato un posto in lista in un collegio sicuro? Chi rimarrà fuori? In questi giorni continuiamo a ricevere lettere di cittadini che, disgustati, vogliono astenersi dal voto. È comprensibile. Ma non votare non serve a nulla. Bene semmai premiare chi si impegna a cambiare le regole in base alle quali si scelgono i nostri rappresentanti.
Non è solo una questione di legge elettorale. Vediamo tre regole che possono davvero favorire il ricambio. Bene che ora, prima del voto, i vari schieramenti si pronuncino su queste regole. Sapremo così se intendono davvero rinnovarsi.
1. COLLEGI UNINOMINALI PER MANDARE A CASA CHI HA FATTO MALE
Iniziamo dalla fine. Alla scadenza del mandato elettorale, agli elettori deve essere data la possibilità di giudicare – attraverso il voto – i loro rappresentati politici. Deve essere possibile mandare a casa chi non ha convinto. Oggi non è così.
In primo luogo manca un legame diretto tra elettore ed eletto. Si vota una lista di partito, non un candidato. E poi manca anche un legame geografico tra eletto e circoscrizione. Con il proporzionale a liste bloccate, il singolo politico non ha degli elettori in una determinata circoscrizione politica a cui rispondere. È il partito nel suo insieme a essere giudicato. Non esiste una selezione a posteriori, alla luce del loro operato, dei singoli politici, ma solo un giudizio sul partito nel suo insieme. Il sistema maggioritario a collegi uninominali lega, invece, il politico a una circoscrizione geograficamente limitata e consente agli elettori di giudicarlo ex-post per la sua performance politica in Parlamento.
E di penalizzarlo in caso sia stata giudicata insoddisfacente. Per questo la qualità dell’operato dei politici migliora con un sistema maggioritario. Molto più attivi gli eletti con il maggioritario che col proporzionale. È stato così anche da noi.
2. PRIMARIE A LIVELLO LOCALE
Ma da solo il maggioritario non risolve il problema di selezionare i candidati prima di mandarli in Parlamento. Rischia anzi di porre delle forti barriere all’entrata in politica, demandando la selezione dei candidati nei vari collegi uninominali alle segreterie di partito. L’uso delle primarie anche a livello locale per la determinazione dei candidati nei diversi collegi è dunque fondamentale per aumentare il grado di competizione politica nella selezione ex-ante dei candidati. Consentirebbe di aprire la strada alla candidatura di politici o amministratori che abbiano un buon record a livello locale.
3. DIRITTO DI VOTO AI SEDICENNI SIA ALLA CAMERA CHE AL SENATO
Ma anche con buone regole elettorali e primarie avremo cattivi rappresentanti fin quando gli italiani voteranno i partiti prima delle persone. C’è una parte dell’elettorato che oggi è meno ideologizzata, anche perché ha avuto meno tempo per schierarsi. Si tratta dei giovani. I sondaggi mostrano che sono proprio i più giovani a essere indecisi su chi votare. Nel 2006, fino a poche settimane prima del voto un giovane di età inferiore ai 24 anni su tre non sapeva per chi votare, contro, ad esempio, uno su sei nel caso degli elettori tra i 55 e i 64 anni. Non è un’incertezza dovuta al disinteressamento per la politica. Al contrario, i giovani sono il gruppo di età in cui ci sono meno “non so” in risposta a quesiti sull’operato del governo. E la partecipazione al voto tra i giovani è particolarmente alta in Italia rispetto ad altri paesi. Dando più peso politico ai giovani ci sarà dunque più attenzione nella scelta dei candidati con l’effetto non secondario di rimettere le problematiche giovanili al centro del dibattito politico italiano. Ma come dare più peso politico ai giovani? Se nel 2001, con il sistema misto Mattarellum (con il 75 per cento dei seggi assegnati tramite il maggioritario e il 25 per cento con il proporzionale), fossero stati chiamati a votare per il Senato anche i diciottenni, il loro voto avrebbe potuto cambiare l’orientamento politico in ben 17 regioni su 20: tutte, ad eccezione di Emilia Romagna, Toscana e Val d’Aosta. Da allora il numero di giovani tra il 18 ed i 24 anni è diminuito di oltre il 10%! Quindi oggi per attribuire un ruolo decisivo al voto dei giovani occorre estenderlo ai sedicenni.
Volendo raccogliere questa provocazione, che in termini di “numeri” ha trovato la propria conferma, si potrebbe aggiungere anche:
a) i politici che da anni hanno consolidato la propria posizione politica, “il cadreghino”, sono la quasi totalità ed hanno colto la grande convenienza individuale nel gestire l’area di potere ed economica raggiunte.
b) I partiti, che fondano la propria esistenza su malaugurate sovvenzioni statali, hanno integrato le loro entrate con compromessi clientelari verso tutti i settori delle attività finanziarie ed economiche di rilievo, magari creandone delle proprie.
c) Coloro che si avvicinano alla politica, e quindi devono essere “filtrati” dai suddetti partiti, possono crescere e raggiungere posizioni di rilievo non tanto per il loro contributo di idee nuove ma piuttosto per le relazioni che portano con sé e per la loro disponibilità a sottostare ai “dictat” del vertice.
d) I sindacalisti, che si sono trasformati in politici scalando carriere inimmaginabili in un sistema dove siano premiate le competenze e non le appartenenze, si presentano per quello che erano e non certo per quello che dovrebbero. Quindi invece di guardare all’interesse della collettività degli elettori, mantengono la pseudo-tutela di una sola categoria.
Tutto questo non può che essere risolto grazie all’appoggio, nelle scelte, di chi abbia a cuore il proprio futuro, sappia proporzionare i costi della politica ai risultati attesi in termini di servizi e voglia scardinare non solo la “casta” ma anche le “strutture feudali” dalla stessa create ed autoalimentate da una mentalità che ben poco ha di diverso da quella mafiosa.
Interessante leggere le riflessioni e le considerazioni di Tito Boeri e Vincenzo Galasso riprese dal sito “La Voce” che contribuisce al dibattito pubblico di questo scottante problema.
Secondo i sondaggi ben il 58 per cento degli italiani è insoddisfatto dei rappresentanti politici. E tutti a parole in questi primi scampoli di campagna elettorale dicono di voler cambiare.
Tre criteri per capire se lo faranno sul serio: sono favorevoli a un sistema maggioritario a due turni, a tenere primarie a livello locale nella selezione dei candidati e a estendere il diritto di voto ai sedicenni sia alla Camera che al Senato?
Non c’è rigetto della politica in Italia. C’è rigetto di questa classe politica. I sondaggi lo dicono chiaramente: gli italiani credono che la democrazia, che comporta mediazioni e ricerca di consenso, - e dunque richiede politica - sia il migliore sistema possibile.
Ma ben il 58 per cento è insoddisfatto dei propri rappresentanti politici, il 15 per cento in più di tre anni fa, secondo un recente sondaggio di Eurobarometro. Gli italiani sono, e aggiungeremo giustamente, stufi di essere rappresentati da persone che non hanno potuto scegliere e che non potranno cambiare. Probabilmente anche i cittadini statunitensi sono stufi di una classe politica che ha lasciato loro in eredità la guerra in Iraq, Guantanamo e Abu Ghraib. Non a caso, nelle primarie statunitensi i candidati fanno a gara nel promettere di cambiare, come nelle canzoni di David Bowie.
Ma la differenza fondamentale fra gli Stati Uniti e il nostro paese è che gli elettori americani, se non sono soddisfatti, possono scegliere di punire i loro rappresentanti, di non rieleggerli. Nel nostro caso, fra due mesi andremo a votare sulla base di liste bloccate.
Le scelte le avranno fatte altri: i segretari dei partiti. E così mentre i giornali americani fanno il toto-candidati interrogando le persone, provando a interpretare gli umori dell’elettorato, i giornali italiani cercano di decifrare i silenzi e le dichiarazioni dei segretari di partito per carpirne i segreti: a chi verrà dato un posto in lista in un collegio sicuro? Chi rimarrà fuori? In questi giorni continuiamo a ricevere lettere di cittadini che, disgustati, vogliono astenersi dal voto. È comprensibile. Ma non votare non serve a nulla. Bene semmai premiare chi si impegna a cambiare le regole in base alle quali si scelgono i nostri rappresentanti.
Non è solo una questione di legge elettorale. Vediamo tre regole che possono davvero favorire il ricambio. Bene che ora, prima del voto, i vari schieramenti si pronuncino su queste regole. Sapremo così se intendono davvero rinnovarsi.
1. COLLEGI UNINOMINALI PER MANDARE A CASA CHI HA FATTO MALE
Iniziamo dalla fine. Alla scadenza del mandato elettorale, agli elettori deve essere data la possibilità di giudicare – attraverso il voto – i loro rappresentati politici. Deve essere possibile mandare a casa chi non ha convinto. Oggi non è così.
In primo luogo manca un legame diretto tra elettore ed eletto. Si vota una lista di partito, non un candidato. E poi manca anche un legame geografico tra eletto e circoscrizione. Con il proporzionale a liste bloccate, il singolo politico non ha degli elettori in una determinata circoscrizione politica a cui rispondere. È il partito nel suo insieme a essere giudicato. Non esiste una selezione a posteriori, alla luce del loro operato, dei singoli politici, ma solo un giudizio sul partito nel suo insieme. Il sistema maggioritario a collegi uninominali lega, invece, il politico a una circoscrizione geograficamente limitata e consente agli elettori di giudicarlo ex-post per la sua performance politica in Parlamento.
E di penalizzarlo in caso sia stata giudicata insoddisfacente. Per questo la qualità dell’operato dei politici migliora con un sistema maggioritario. Molto più attivi gli eletti con il maggioritario che col proporzionale. È stato così anche da noi.
2. PRIMARIE A LIVELLO LOCALE
Ma da solo il maggioritario non risolve il problema di selezionare i candidati prima di mandarli in Parlamento. Rischia anzi di porre delle forti barriere all’entrata in politica, demandando la selezione dei candidati nei vari collegi uninominali alle segreterie di partito. L’uso delle primarie anche a livello locale per la determinazione dei candidati nei diversi collegi è dunque fondamentale per aumentare il grado di competizione politica nella selezione ex-ante dei candidati. Consentirebbe di aprire la strada alla candidatura di politici o amministratori che abbiano un buon record a livello locale.
3. DIRITTO DI VOTO AI SEDICENNI SIA ALLA CAMERA CHE AL SENATO
Ma anche con buone regole elettorali e primarie avremo cattivi rappresentanti fin quando gli italiani voteranno i partiti prima delle persone. C’è una parte dell’elettorato che oggi è meno ideologizzata, anche perché ha avuto meno tempo per schierarsi. Si tratta dei giovani. I sondaggi mostrano che sono proprio i più giovani a essere indecisi su chi votare. Nel 2006, fino a poche settimane prima del voto un giovane di età inferiore ai 24 anni su tre non sapeva per chi votare, contro, ad esempio, uno su sei nel caso degli elettori tra i 55 e i 64 anni. Non è un’incertezza dovuta al disinteressamento per la politica. Al contrario, i giovani sono il gruppo di età in cui ci sono meno “non so” in risposta a quesiti sull’operato del governo. E la partecipazione al voto tra i giovani è particolarmente alta in Italia rispetto ad altri paesi. Dando più peso politico ai giovani ci sarà dunque più attenzione nella scelta dei candidati con l’effetto non secondario di rimettere le problematiche giovanili al centro del dibattito politico italiano. Ma come dare più peso politico ai giovani? Se nel 2001, con il sistema misto Mattarellum (con il 75 per cento dei seggi assegnati tramite il maggioritario e il 25 per cento con il proporzionale), fossero stati chiamati a votare per il Senato anche i diciottenni, il loro voto avrebbe potuto cambiare l’orientamento politico in ben 17 regioni su 20: tutte, ad eccezione di Emilia Romagna, Toscana e Val d’Aosta. Da allora il numero di giovani tra il 18 ed i 24 anni è diminuito di oltre il 10%! Quindi oggi per attribuire un ruolo decisivo al voto dei giovani occorre estenderlo ai sedicenni.
Volendo raccogliere questa provocazione, che in termini di “numeri” ha trovato la propria conferma, si potrebbe aggiungere anche:
a) i politici che da anni hanno consolidato la propria posizione politica, “il cadreghino”, sono la quasi totalità ed hanno colto la grande convenienza individuale nel gestire l’area di potere ed economica raggiunte.
b) I partiti, che fondano la propria esistenza su malaugurate sovvenzioni statali, hanno integrato le loro entrate con compromessi clientelari verso tutti i settori delle attività finanziarie ed economiche di rilievo, magari creandone delle proprie.
c) Coloro che si avvicinano alla politica, e quindi devono essere “filtrati” dai suddetti partiti, possono crescere e raggiungere posizioni di rilievo non tanto per il loro contributo di idee nuove ma piuttosto per le relazioni che portano con sé e per la loro disponibilità a sottostare ai “dictat” del vertice.
d) I sindacalisti, che si sono trasformati in politici scalando carriere inimmaginabili in un sistema dove siano premiate le competenze e non le appartenenze, si presentano per quello che erano e non certo per quello che dovrebbero. Quindi invece di guardare all’interesse della collettività degli elettori, mantengono la pseudo-tutela di una sola categoria.
Tutto questo non può che essere risolto grazie all’appoggio, nelle scelte, di chi abbia a cuore il proprio futuro, sappia proporzionare i costi della politica ai risultati attesi in termini di servizi e voglia scardinare non solo la “casta” ma anche le “strutture feudali” dalla stessa create ed autoalimentate da una mentalità che ben poco ha di diverso da quella mafiosa.
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