Una ricerca tra 97mila dipendenti di 30 Paesi mostra un profilo poco "raccomandabile" per i manager o i datori di lavoro; ancora peggio in Italia.
Il manager in azienda secondo i dipendenti? Poco raccomandabile anche se possiede le doti principali di un capo: buone doti comunicative, con una visione chiara della strategia e abile nel lavoro di squadra, come mostrano i risultati di una ricerca effettuata da Kelly Services, società presente specializzata nei servizi per le risorse umane, presente in diversi paesi del mondo e in grado di captare e analizzare quelli che sono i sentimenti dei dipendenti.
.L'ultima ricerca l'ha effettuata tra 97.000 impiegati di 30 Paesi, di cui 5.500 in Italia. Oggetto: l'opinione del proprio capo o del proprio datore di lavoro.
Il talento e la passione, esperienze di una vita dove l'impegno e la creatività si uniscono in un mestiere che non si finisce mai di imparare
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giovedì 5 aprile 2012
sabato 21 gennaio 2012
Uscire dalla crisi: "La necessità assoluta di crescere"
Tommaso Nannicini
È Assistant Professor presso l’Università Bocconi di Milano, dove insegna Economia del Lavoro ed Econometria
Nel suo libro “Non ci resta che crescere” Editore Università Bocconi, affronta il tema economico di maggiore attualità del momento
“Per aggredire in profondità le cause del «dolce declino» dell'Italia, senza illudersi di poter continuare a scaricare i costi dell’aggiustamento sulle giovani generazioni, i contributi che seguono propongono ricette che ruotano intorno a una parola chiave: «selezione».
Dobbiamo selezionare le risorse economiche e sociali, aprendo molti mercati e professioni oggi protette alla concorrenza, affinché le risorse disponibili vadano laddove sono più produttive.
Dobbiamo selezionare le politiche pubbliche, perché se vogliamo aiutare chi resterà indietro, non possiamo permetterci di dare tutto a tutti.
Per dirla con una metafora, l’Italia ha bisogno di una grande opera di potatura.
.Dobbiamo potare qualche ramo della pianta per far sì che possa produrre più frutti. E non si tratta solo di tagliare rami secchi; purtroppo è un po’ più complicato: con la potatura, si devono tagliare anche i rami che hanno scelto di crescere verso l’interno. Lo si deve fare per lasciare spazio a quelli che crescono verso l’esterno, perché solo quelli servono alla pianta per fruttificare. E questo, fuor di metafora, in termini economici e sociali, è facile a dirsi ma difficile a farsi. È difficile perché si tratta di tagliare rami vivi, non secchi, parti del tessuto economico e sociale che hanno una loro capacità di sopravvivenza. Perché laddove noi vediamo delle rendite, qualcuno vede un diritto acquisito, un modo dignitoso per sbarcare il lunario. Non c’è niente di moralistico in questo. Anche a me piacciono le rendite: le mie. E la selezione, la meritocrazia, hanno dei costi, anche psicologici. Una cosa è fallire perché ci sono le raccomandazioni degli altri, le rendite degli altri, gli abusi di potere degli altri. Altra cosa se il fallimento avviene in un ambiente competitivo, dove la colpa finisce per ricadere sui miei limiti.
Come diceva George Orwell, «il problema della concorrenza è che qualcuno vince».
Tuttavia, quest’opera di potatura e selezione, per quanto costosa, è ormai indispensabile, perché i costi dell’assenza di dinamismo sono maggiori e cominciano a farsi insopportabili. Non esistono alternative se vogliamo valorizzare le risorse umane e materiali del nostro paese per tornare a crescere.
Insomma: la potatura non deve consistere in una crociata ideologica contro le rendite, ma in una politica capace di offrire una visione d’insieme. Se la politica ha una visione e indica un obiettivo raggiungibile (la crescita della pianta), anche qualche sacrificio (la potatura di qualche ramo) può essere accettabile. Altrimenti, senza visione, senza progetto, ognuno si rinchiude nella difesa del proprio ramoscello, nelle barricate corporative che hanno bloccato le riforme negli ultimi vent’anni. È proprio questo lo sforzo di questo libro: offrire una visione unitaria degli interventi che servono al paese, e individuare gli ostacoli politici che si sono finora frapposti alla loro realizzazione. Due gli ostacoli principali: ritardi culturali e difese corporative.”
Restando all’interno della metafora potremmo affermare che proprio in questo periodo invernale si possono effettuare le potature più efficaci per ottenere nella oramai prossima stagione primaverile, la migliore vegetazione e sviluppo del nostro albero immaginario. Infatti, come la natura prevede, saranno proprio i giovani rametti a fiorire ed produrre i migliori frutti. La minore influenza degli interessi partitici sulle decisioni del Governo, ferma restandone la costruttiva collaborazione politica, sembra essere la condizione di equilibrio per tagliare alcuni interessi dominanti, quindi rami che, pur vigorosi, produrrebbero solo foglie.
In termini “agricoli” essi si chiamano “succhioni” perché tolgono linfa alla pianta senza produrre niente oltre le foglie, quindi non fiori e frutti. Il parallelismo è forte con l’aspetto economico. Però, se si avvererà la previsione che calcola come pari al 10% del PIL la liberalizzazione di tutti questi servizi (Quindi anche trasporti ferroviari e pubblici, energia elettrica, gas) avremmo realizzato quelle riforme che dopo essere state la bandiera “parlata” dei Governi di destra e di sinistra, sono servite solo per le campagne elettorali e per la bagarre dialettica, sono state riposte nei cassetti partitici.
Si diceva prima: la primavera che porta il cambiamento. Speriamo davvero che si abbia il buon senso politico di non fa riaffiorare interessi di partito se non nei limiti della democratica diversità, quindi di confronto.
La riserva è d’obbligo perché in quella stagione avremo elezioni amministrative comunali un po’ ovunque ed alcuni partiti (vedi Lega Nord, Italia dei Valori, Movimento Grillo, SEL & C.) fremono per conquistare spazi elettorali guardando le proiezioni demoscopiche.
Altra scommessa aperta è quella del taglio dei costi della politica e della spesa pubblica. Indispensabile realizzarlo mantenendo un equilibrio sociale ed economico, primavera araba docet!
È Assistant Professor presso l’Università Bocconi di Milano, dove insegna Economia del Lavoro ed Econometria
Nel suo libro “Non ci resta che crescere” Editore Università Bocconi, affronta il tema economico di maggiore attualità del momento
“Per aggredire in profondità le cause del «dolce declino» dell'Italia, senza illudersi di poter continuare a scaricare i costi dell’aggiustamento sulle giovani generazioni, i contributi che seguono propongono ricette che ruotano intorno a una parola chiave: «selezione».
Dobbiamo selezionare le risorse economiche e sociali, aprendo molti mercati e professioni oggi protette alla concorrenza, affinché le risorse disponibili vadano laddove sono più produttive.
Dobbiamo selezionare le politiche pubbliche, perché se vogliamo aiutare chi resterà indietro, non possiamo permetterci di dare tutto a tutti.
Per dirla con una metafora, l’Italia ha bisogno di una grande opera di potatura.
.Dobbiamo potare qualche ramo della pianta per far sì che possa produrre più frutti. E non si tratta solo di tagliare rami secchi; purtroppo è un po’ più complicato: con la potatura, si devono tagliare anche i rami che hanno scelto di crescere verso l’interno. Lo si deve fare per lasciare spazio a quelli che crescono verso l’esterno, perché solo quelli servono alla pianta per fruttificare. E questo, fuor di metafora, in termini economici e sociali, è facile a dirsi ma difficile a farsi. È difficile perché si tratta di tagliare rami vivi, non secchi, parti del tessuto economico e sociale che hanno una loro capacità di sopravvivenza. Perché laddove noi vediamo delle rendite, qualcuno vede un diritto acquisito, un modo dignitoso per sbarcare il lunario. Non c’è niente di moralistico in questo. Anche a me piacciono le rendite: le mie. E la selezione, la meritocrazia, hanno dei costi, anche psicologici. Una cosa è fallire perché ci sono le raccomandazioni degli altri, le rendite degli altri, gli abusi di potere degli altri. Altra cosa se il fallimento avviene in un ambiente competitivo, dove la colpa finisce per ricadere sui miei limiti.
Come diceva George Orwell, «il problema della concorrenza è che qualcuno vince».
Tuttavia, quest’opera di potatura e selezione, per quanto costosa, è ormai indispensabile, perché i costi dell’assenza di dinamismo sono maggiori e cominciano a farsi insopportabili. Non esistono alternative se vogliamo valorizzare le risorse umane e materiali del nostro paese per tornare a crescere.
Insomma: la potatura non deve consistere in una crociata ideologica contro le rendite, ma in una politica capace di offrire una visione d’insieme. Se la politica ha una visione e indica un obiettivo raggiungibile (la crescita della pianta), anche qualche sacrificio (la potatura di qualche ramo) può essere accettabile. Altrimenti, senza visione, senza progetto, ognuno si rinchiude nella difesa del proprio ramoscello, nelle barricate corporative che hanno bloccato le riforme negli ultimi vent’anni. È proprio questo lo sforzo di questo libro: offrire una visione unitaria degli interventi che servono al paese, e individuare gli ostacoli politici che si sono finora frapposti alla loro realizzazione. Due gli ostacoli principali: ritardi culturali e difese corporative.”
Restando all’interno della metafora potremmo affermare che proprio in questo periodo invernale si possono effettuare le potature più efficaci per ottenere nella oramai prossima stagione primaverile, la migliore vegetazione e sviluppo del nostro albero immaginario. Infatti, come la natura prevede, saranno proprio i giovani rametti a fiorire ed produrre i migliori frutti. La minore influenza degli interessi partitici sulle decisioni del Governo, ferma restandone la costruttiva collaborazione politica, sembra essere la condizione di equilibrio per tagliare alcuni interessi dominanti, quindi rami che, pur vigorosi, produrrebbero solo foglie.
In termini “agricoli” essi si chiamano “succhioni” perché tolgono linfa alla pianta senza produrre niente oltre le foglie, quindi non fiori e frutti. Il parallelismo è forte con l’aspetto economico. Però, se si avvererà la previsione che calcola come pari al 10% del PIL la liberalizzazione di tutti questi servizi (Quindi anche trasporti ferroviari e pubblici, energia elettrica, gas) avremmo realizzato quelle riforme che dopo essere state la bandiera “parlata” dei Governi di destra e di sinistra, sono servite solo per le campagne elettorali e per la bagarre dialettica, sono state riposte nei cassetti partitici.
Si diceva prima: la primavera che porta il cambiamento. Speriamo davvero che si abbia il buon senso politico di non fa riaffiorare interessi di partito se non nei limiti della democratica diversità, quindi di confronto.
La riserva è d’obbligo perché in quella stagione avremo elezioni amministrative comunali un po’ ovunque ed alcuni partiti (vedi Lega Nord, Italia dei Valori, Movimento Grillo, SEL & C.) fremono per conquistare spazi elettorali guardando le proiezioni demoscopiche.
Altra scommessa aperta è quella del taglio dei costi della politica e della spesa pubblica. Indispensabile realizzarlo mantenendo un equilibrio sociale ed economico, primavera araba docet!
lunedì 9 febbraio 2009
I managers privati fanno i loro interessi ma.... quelli pubblici fanno i nostri?
E' pur vero che da anni attendiamo di avere una classe politica capace di far prevalere l'interesse pubblico rispetto a quello privato. E' anche vero però che l'Italia si è retta da sempre sull'iniziativa privata, indipendentemente dalle scelte governative di qualunque colore politico. Però in quei decenni si pensava alla ricostruzione dopo aver subito e perso una guerra e forse tanto individualismo non è stato poi un gran male. Oggi stiamo cercando di superare anche il concetto della nazionalità dei mercati e di estensione all' Europa politico-economica. Ma con quale visione politica dei cittadini? Al di là dei proclami di destra e di sinistra, mi sembra che, in buona sostanza, si resti ancorati alla ricerca spasmodica del voto con una ricerca di accaparramento contingente piuttosto che con l'esporsi con programmi e azioni di medio lungo termine.
MI chiedo come sia possibile che un Governo(questo come quelli che lo hanno preceduto) trovi il modo di produrre interventi ad altissimo impatto sociale, che meriterebbero attente e profonde riflessioni, decidendo invece in pochi giorni (Caso Englaro) sollevando tanto clamore e confusion; e non trovi modo di rendere pubblica una propria decisione, antieconomica per i cittadini, facendo loro perdere denaro.
Proviamo allora a leggere questa nota di di Giorgio Ragazzi (sito La Voce)
UN'AUTOSTRADA LASTRICATA D'ORO
Istituito con un comma della Finanziaria per il 1998, il fondo ferrovia dell'Autostrada del Brennero imponeva che una parte dei pedaggi fosse destinata alla realizzazione del nuovo tunnel ferroviario. Ma la società incaricata dei lavori del nuovo traforo non è interessata a un ingresso nel capitale di Autobrennero. Il fatto è che la legge non specificava a chi appartenessero le somme accantonate e i 385 milioni del fondo potrebbero essere restituiti ai soci della concessionaria autostradale. Tutto ciò dopo il regalo del rinnovo della concessione.
L’Autostrada del Brennero ha accumulato un "fondo ferrovia" di 385 milioni, che avrebbe dovuto essere utilizzato per finanziare il nuovo traforo del Brennero. Ma la Bbt, società italo-austriaca incaricata dei lavori, e partecipata dalle Fs, non è interessata a far entrare l’Autobrennero nel capitale. Pertanto, la soluzione che sta maturando sarebbe quella di "restituire" questi 385 milioni ai soci dell’Autobrennero.È un caso emblematico degli enormi "extraprofitti" delle concessionarie autostradali in Italia, e vale quindi la pena rifare un po’ di storia.
STORIA DI UN FONDO
La concessione di questa autostrada doveva scadere nel 2005. A quella data, l’autostrada era stata interamente ammortizzata: pur con pochi ammortamenti, il valore residuo di bilancio si era ridotto a 6 milioni. Gli azionisti, che negli anni Settanta avevano investito una cifra quasi simbolica, meno di 3 miliardi di lire, si ritrovavano in cassa circa 600 milioni di liquidità e titoli, a fronte di un patrimonio contabile di 287 milioni e un "fondo ferrovia" di 302 milioni. Nel 2005 quindi si sarebbe ben potuto lasciar scadere la concessione, considerando l’enorme profitto già realizzato dalla società.Invece, la concessione è stata prorogata sino all’aprile 2014: un "regalo" non da poco, se si considera che nel 2007 la società ha avuto un Mol, margine operativo lordo, di 138 milioni e un utile netto di 66 milioni. (1)Il "fondo ferrovia" fu istituito in uno dei tanti commi dell’articolo 55 della legge 449/97 ("Misure per la stabilizzazione della finanza pubblica"): un buon esempio di uso improprio della Finanziaria. L’Autobrennero l’aveva fortissimamente voluto, come giustificazione prospettica per il rinnovo della concessione, e forse i voti dei parlamentari sudtirolesi erano utili o necessari al governo di allora.Il finanziamento di investimenti ferroviari con proventi da pedaggi può anche essere giustificato, se limitato all’obiettivo di correggere esternalità ambientali. In Svizzera, due terzi dei proventi da pedaggi pagati per l’uso della rete stradale, principalmente dai mezzi pesanti, viene versato in un fondo per investimenti ferroviari. Ma si tratta di un fondo pubblico. Nel caso dell’Autobrennero il meccanismo è invece a dir poco anomalo.Innanzi tutto, i versamenti nel fondo ferrovia sono di appena 27 milioni l’anno: meno di un quarto di quanto avrebbe potuto accantonare lo Stato lasciando decadere la concessione nel 2005. In secondo luogo, la legge istitutiva non specifica a chi appartengano i fondi così accantonati. La legge dice solo che questi fondi sono "destinati al rinnovo dell’infrastruttura ferroviaria attraverso il Brennero". Non si chiariva quindi se l’Autobrennero, pur rispettando il vincolo di destinazione, avrebbe potuto investire i fondi in azioni della società che realizzerà il traforo o in prestiti erogati alla stessa, rimanendo però titolare dei diritti patrimoniali.La proposta che si sta oggi prospettando, quella di distribuire ai soci il fondo ferrovia, oltre a eliminare il vincolo di destinazione (che non è poco!) confermerebbe che non si tratta di un fondo pubblico, bensì di fondi di proprietà della società. Se così fosse, il fatto che l’accantonamento al fondo ferrovia venga anche effettuato in esenzione d’imposta, norma inserita nella legge 449/97, aggiungerebbe il danno alla beffa: rinunciando alle imposte lo Stato ha contributo per circa un terzo all’accantonamento del fondo che ora si pensa di ripartire tra gli azionisti.
ILDIRITTO DI PASSO
Questa incredibile generosità potrebbe in parte giustificarsi, se gli azionisti fossero solo enti pubblici locali, ma vi sono anche azionisti privati, tra cui indirettamente anche il fondo F2i di Vito Gamberale.Preoccupa poi che, nonostante l’esperienza di questo "fondo ferrovia", la società stia attivandosi per ottenere un’ulteriore proroga di trenta–cinquanta anni della concessione, col benevolo sostegno del nostro governo per ottenere l’assenso dell’Unione Europea, proprio con la giustificazione di destinare parte degli utili alla costruzione dell’asse ferroviario.Quando un’autostrada è interamente ammortizzata i pedaggi assumono, per la maggior parte, la natura di un’imposta, un "diritto di passo". Questo "diritto di passo" deve competere agli enti locali sul cui territorio di trova l’infrastruttura oppure allo Stato? Accettare esplicitamente il primo caso sarebbe giuridicamente difficile e comporterebbe conseguenze assai gravi, se esteso anche ad altri settori. Ma "regalare" lunghe proroghe della concessione ad autostrade possedute da enti locali non equivale proprio, implicitamente, a riconoscere loro un "diritto di passo" sul loro territorio?
MI chiedo come sia possibile che un Governo(questo come quelli che lo hanno preceduto) trovi il modo di produrre interventi ad altissimo impatto sociale, che meriterebbero attente e profonde riflessioni, decidendo invece in pochi giorni (Caso Englaro) sollevando tanto clamore e confusion; e non trovi modo di rendere pubblica una propria decisione, antieconomica per i cittadini, facendo loro perdere denaro.
Proviamo allora a leggere questa nota di di Giorgio Ragazzi (sito La Voce)
UN'AUTOSTRADA LASTRICATA D'ORO
Istituito con un comma della Finanziaria per il 1998, il fondo ferrovia dell'Autostrada del Brennero imponeva che una parte dei pedaggi fosse destinata alla realizzazione del nuovo tunnel ferroviario. Ma la società incaricata dei lavori del nuovo traforo non è interessata a un ingresso nel capitale di Autobrennero. Il fatto è che la legge non specificava a chi appartenessero le somme accantonate e i 385 milioni del fondo potrebbero essere restituiti ai soci della concessionaria autostradale. Tutto ciò dopo il regalo del rinnovo della concessione.
L’Autostrada del Brennero ha accumulato un "fondo ferrovia" di 385 milioni, che avrebbe dovuto essere utilizzato per finanziare il nuovo traforo del Brennero. Ma la Bbt, società italo-austriaca incaricata dei lavori, e partecipata dalle Fs, non è interessata a far entrare l’Autobrennero nel capitale. Pertanto, la soluzione che sta maturando sarebbe quella di "restituire" questi 385 milioni ai soci dell’Autobrennero.È un caso emblematico degli enormi "extraprofitti" delle concessionarie autostradali in Italia, e vale quindi la pena rifare un po’ di storia.
STORIA DI UN FONDO
La concessione di questa autostrada doveva scadere nel 2005. A quella data, l’autostrada era stata interamente ammortizzata: pur con pochi ammortamenti, il valore residuo di bilancio si era ridotto a 6 milioni. Gli azionisti, che negli anni Settanta avevano investito una cifra quasi simbolica, meno di 3 miliardi di lire, si ritrovavano in cassa circa 600 milioni di liquidità e titoli, a fronte di un patrimonio contabile di 287 milioni e un "fondo ferrovia" di 302 milioni. Nel 2005 quindi si sarebbe ben potuto lasciar scadere la concessione, considerando l’enorme profitto già realizzato dalla società.Invece, la concessione è stata prorogata sino all’aprile 2014: un "regalo" non da poco, se si considera che nel 2007 la società ha avuto un Mol, margine operativo lordo, di 138 milioni e un utile netto di 66 milioni. (1)Il "fondo ferrovia" fu istituito in uno dei tanti commi dell’articolo 55 della legge 449/97 ("Misure per la stabilizzazione della finanza pubblica"): un buon esempio di uso improprio della Finanziaria. L’Autobrennero l’aveva fortissimamente voluto, come giustificazione prospettica per il rinnovo della concessione, e forse i voti dei parlamentari sudtirolesi erano utili o necessari al governo di allora.Il finanziamento di investimenti ferroviari con proventi da pedaggi può anche essere giustificato, se limitato all’obiettivo di correggere esternalità ambientali. In Svizzera, due terzi dei proventi da pedaggi pagati per l’uso della rete stradale, principalmente dai mezzi pesanti, viene versato in un fondo per investimenti ferroviari. Ma si tratta di un fondo pubblico. Nel caso dell’Autobrennero il meccanismo è invece a dir poco anomalo.Innanzi tutto, i versamenti nel fondo ferrovia sono di appena 27 milioni l’anno: meno di un quarto di quanto avrebbe potuto accantonare lo Stato lasciando decadere la concessione nel 2005. In secondo luogo, la legge istitutiva non specifica a chi appartengano i fondi così accantonati. La legge dice solo che questi fondi sono "destinati al rinnovo dell’infrastruttura ferroviaria attraverso il Brennero". Non si chiariva quindi se l’Autobrennero, pur rispettando il vincolo di destinazione, avrebbe potuto investire i fondi in azioni della società che realizzerà il traforo o in prestiti erogati alla stessa, rimanendo però titolare dei diritti patrimoniali.La proposta che si sta oggi prospettando, quella di distribuire ai soci il fondo ferrovia, oltre a eliminare il vincolo di destinazione (che non è poco!) confermerebbe che non si tratta di un fondo pubblico, bensì di fondi di proprietà della società. Se così fosse, il fatto che l’accantonamento al fondo ferrovia venga anche effettuato in esenzione d’imposta, norma inserita nella legge 449/97, aggiungerebbe il danno alla beffa: rinunciando alle imposte lo Stato ha contributo per circa un terzo all’accantonamento del fondo che ora si pensa di ripartire tra gli azionisti.
ILDIRITTO DI PASSO
Questa incredibile generosità potrebbe in parte giustificarsi, se gli azionisti fossero solo enti pubblici locali, ma vi sono anche azionisti privati, tra cui indirettamente anche il fondo F2i di Vito Gamberale.Preoccupa poi che, nonostante l’esperienza di questo "fondo ferrovia", la società stia attivandosi per ottenere un’ulteriore proroga di trenta–cinquanta anni della concessione, col benevolo sostegno del nostro governo per ottenere l’assenso dell’Unione Europea, proprio con la giustificazione di destinare parte degli utili alla costruzione dell’asse ferroviario.Quando un’autostrada è interamente ammortizzata i pedaggi assumono, per la maggior parte, la natura di un’imposta, un "diritto di passo". Questo "diritto di passo" deve competere agli enti locali sul cui territorio di trova l’infrastruttura oppure allo Stato? Accettare esplicitamente il primo caso sarebbe giuridicamente difficile e comporterebbe conseguenze assai gravi, se esteso anche ad altri settori. Ma "regalare" lunghe proroghe della concessione ad autostrade possedute da enti locali non equivale proprio, implicitamente, a riconoscere loro un "diritto di passo" sul loro territorio?
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venerdì 28 novembre 2008
Crisi economica e politiche delle Risorse Umane
II° Forum Direttori Risorse Umane in Provincia di Alessandria
La Federmanager di Alessandria, in collaborazione con una primaria azienda nel settore Converting,ha tenuto il secondo incontro tra i Direttori delle Risorse Umane delle principali società operanti nella Provincia. Questi cicli a tema si propongono di creare un network tra dirigenti professionisti mettendo in comune le reciproche esperienze in materia di gestione del personale indipendentemente dai diversi settori di mercato in cui le società operino.
Altro aspetto molto importante è quello della conoscenza delle problematiche del territorio e degli attori che vi operano. La qualificata partecipazione e il tema dibattuto inerente la:
“Crisi economica e capitale umano. Dover mantenere alte le motivazioni nei rapporti tra i collaboratori e le aziende quando gli incentivi economici dispongono di minori risorse"
hanno dato luogo ad un vivace dibattito sui cambiamenti in corso nei comportamenti umani e aziendali nei momenti di crisi.
I dirigenti delle Risorse Umane che fossero interessati a questi incontri possono richiederlo all’indirizzo e-mail asdiral@tin.it
La Federmanager di Alessandria, in collaborazione con una primaria azienda nel settore Converting,ha tenuto il secondo incontro tra i Direttori delle Risorse Umane delle principali società operanti nella Provincia. Questi cicli a tema si propongono di creare un network tra dirigenti professionisti mettendo in comune le reciproche esperienze in materia di gestione del personale indipendentemente dai diversi settori di mercato in cui le società operino.
Altro aspetto molto importante è quello della conoscenza delle problematiche del territorio e degli attori che vi operano. La qualificata partecipazione e il tema dibattuto inerente la:
“Crisi economica e capitale umano. Dover mantenere alte le motivazioni nei rapporti tra i collaboratori e le aziende quando gli incentivi economici dispongono di minori risorse"
hanno dato luogo ad un vivace dibattito sui cambiamenti in corso nei comportamenti umani e aziendali nei momenti di crisi.
I dirigenti delle Risorse Umane che fossero interessati a questi incontri possono richiederlo all’indirizzo e-mail asdiral@tin.it
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mercoledì 29 ottobre 2008
I Rettori delle Università minacciano di dimettersi davanti alla legge Gelmini: una minaccia o…una promessa?
Malgrado che la legge Gelmini sia di fatto un provvedimento di natura economica con lievi accenni ad una vera riforma, sembra che abbia toccato i punti delicati delle istituzioni scolastiche. Lasciamo stare gli studenti di ogni ordine e grado perché, essendo al fondo della catena, possono valutare solo in base alla loro relativa esperienza ed alle loro ideologie che, in giovane età, accendono spesso gli animi prima di dare spazio alla valutazione del contesto.
Ma i Rettori, reagendo con questa presunta azione di forza, non si accorgono che stanno confermando le critiche al sistema universitario che da anni si levano dal mondo del lavoro a causa della sempre maggiore impreparazione degli studenti diplomati o laureati?
Non leggono gli esiti delle inchieste di mercato che misurano il tempo lavorativo medio giornaliero dei loro docenti in 3,5 ore? E’ già brutto che non sappiano ciò ma è assurdo che facciano finta di ignorarlo. Se lo ignorano e se sono sordi alle contestazioni sulla mancata preparazione degli studenti, allora vuol dire che occupano posti dove non sono adeguatamente preparati a gestire.
Il mantenimento dello status quo è certamente una reazione comprensibile e di minor impegno dal cambiare e mettersi in gioco, ma, come vige in economia, chi non va avanti va indietro. Da qui il bisogno di riformare profondamente le istituzioni scolastiche partendo dalla scuola elementare, poi alla media e, attraverso la scuola secondaria arrivare alle università. Certamente un percorso non facile e non fattibile con azioni di forza unilaterali, ma coraggiosamente determinate e con una continuità che le decine di Governi che si sono succeduti in Italia, non hanno permesso, ammettendo che le si fossero volute e su questo non vi è nessuna certezza.
Un progetto così importante ed ambizioso deve divenire una priorità nazionale perché riguarda la progettazione del futuro dell’Italia o meglio degli italiani di domani.
Ho sentito dire da una docente che la Costituzione garantisce ad ognuno il diritto di frequentare l’università, ma in quale Costituzione lo ha letto? Come si possono ascoltare affermazioni senza senso come questa se non fomentare gli studenti?
Il diritto all’istruzione che l’art. 34 garantisce è reale e deve essere tutelato ad ogni costo. Le fughe dei talenti devono essere evitate per quanto possibile. Certamente gli investimenti devono e dovranno essere adeguati agli obiettivi; cioè scuole di ogni ordine e grado vere responsabili di una crescita culturale e di una riqualificazione dei diplomi e delle lauree che oggi difficilmente rappresentano con i loro titoli e voti la reale consistenza della preparazione scolastica. Riportando i docenti di ogni ordine e grado ad essere idonei a questo importante cambiamento, quindi accertandone l’idoneità alla docenza e la preparazione, responsabilizzandoli sui risultati ottenuti, mettendo gli istituti scolastici in concorrenza tra di loro per accaparrarsi le iscrizioni in base alla notorietà così creata, si genererebbe un sistema virtuoso da cui una maggiore ricchezza delle retribuzioni e delle dotazioni in termini di ricerca applicata. Un sistema in cui le attività economico industriali investirebbero con piacere e le ricerche sarebbero finalizzate a vere applicazioni sul campo generando ricchezza.
Ma i Rettori, reagendo con questa presunta azione di forza, non si accorgono che stanno confermando le critiche al sistema universitario che da anni si levano dal mondo del lavoro a causa della sempre maggiore impreparazione degli studenti diplomati o laureati?
Non leggono gli esiti delle inchieste di mercato che misurano il tempo lavorativo medio giornaliero dei loro docenti in 3,5 ore? E’ già brutto che non sappiano ciò ma è assurdo che facciano finta di ignorarlo. Se lo ignorano e se sono sordi alle contestazioni sulla mancata preparazione degli studenti, allora vuol dire che occupano posti dove non sono adeguatamente preparati a gestire.
Il mantenimento dello status quo è certamente una reazione comprensibile e di minor impegno dal cambiare e mettersi in gioco, ma, come vige in economia, chi non va avanti va indietro. Da qui il bisogno di riformare profondamente le istituzioni scolastiche partendo dalla scuola elementare, poi alla media e, attraverso la scuola secondaria arrivare alle università. Certamente un percorso non facile e non fattibile con azioni di forza unilaterali, ma coraggiosamente determinate e con una continuità che le decine di Governi che si sono succeduti in Italia, non hanno permesso, ammettendo che le si fossero volute e su questo non vi è nessuna certezza.
Un progetto così importante ed ambizioso deve divenire una priorità nazionale perché riguarda la progettazione del futuro dell’Italia o meglio degli italiani di domani.
Ho sentito dire da una docente che la Costituzione garantisce ad ognuno il diritto di frequentare l’università, ma in quale Costituzione lo ha letto? Come si possono ascoltare affermazioni senza senso come questa se non fomentare gli studenti?
Il diritto all’istruzione che l’art. 34 garantisce è reale e deve essere tutelato ad ogni costo. Le fughe dei talenti devono essere evitate per quanto possibile. Certamente gli investimenti devono e dovranno essere adeguati agli obiettivi; cioè scuole di ogni ordine e grado vere responsabili di una crescita culturale e di una riqualificazione dei diplomi e delle lauree che oggi difficilmente rappresentano con i loro titoli e voti la reale consistenza della preparazione scolastica. Riportando i docenti di ogni ordine e grado ad essere idonei a questo importante cambiamento, quindi accertandone l’idoneità alla docenza e la preparazione, responsabilizzandoli sui risultati ottenuti, mettendo gli istituti scolastici in concorrenza tra di loro per accaparrarsi le iscrizioni in base alla notorietà così creata, si genererebbe un sistema virtuoso da cui una maggiore ricchezza delle retribuzioni e delle dotazioni in termini di ricerca applicata. Un sistema in cui le attività economico industriali investirebbero con piacere e le ricerche sarebbero finalizzate a vere applicazioni sul campo generando ricchezza.
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martedì 28 ottobre 2008
Dobbiamo difendere il Made in Italy e i cittadini devono conoscere la provenienza dei prodotti
I diritti del cittadino europeo devono assolutamente essere garantiti.
Ritengo sia giunto il momento per cui non sia più giusto tergiversare e l’Europa debba assolutamente assumersi le sue responsabilità.
Il cittadino, il consumatore, deve poter godere dei diritti (così come dal 1930 sono garantiti ai cittadini americani, dal 1970 a quelli giapponesi ed ora anche in Cina) che gli permettano di conoscere dove, come, in che modo, con quali trattamenti, sono stati realizzati tutti i prodotti del manifatturiero che egli ha la possibilità di acquistare in Europa.
Anche solo esaminando tutto ciò che sta avvenendo per quanto riguarda la nostra salute, è indispensabile che anche le “caste” di potere economico europeo che, con i loro concetti di globalizzazione e di libero mercato, stanno contrastando, nel loro unico interesse, che questo si avveri, facciano un passo indietro e riflettano che globalizzazione e libero mercato non devono essere intesi come mercato senza regole.
Da anni l’Italia chiede all’Europa una legge precisa che imponga che sul mercato europeo possano circolare unicamente prodotti del manifatturiero che, provenienti da Paesi extra-europei, abbiano obbligatoriamente applicata l’etichetta con il “Made in” del Paese di origine, corredata da trasparenza e tracciabilità per le operazioni di lavorazione del prodotto.
Ma ciò non basta, non è sincero e onesto nei confronti del consumatore finale perché permette, come ad esempio avviene in Italia, che tante aziende italiane facciano realizzare in tutto o in parte le loro produzioni sia in Paesi europei che in Paesi extra-europei e, quando questi prodotti rientrano in Italia, possano essere rimessi in circolazione con il nome ed il marchio di chi li distribuisce, senza l’indicazione di dove e come questi prodotti sono stati realizzati, proponendoli come prodotti italiani - anche la Cassazione accetta questo equivoco - purché le aziende abbiano sede sociale in Italia.
Il cittadino europeo deve poter saper scegliere, e solo da un’esatta informazione che garantisca per legge il “Made in” di tutti i prodotti acquistati, e non solo quelli provenienti da taluni Paesi, potrà avere la certezza di acquistare prodotti ad un equo prezzo, non gonfiato dalle speculazioni o dalle furbizie di chi ora non ha alcun interesse a far conoscere da dove questi prodotti provengono realmente.
E’ in ballo, a mio giudizio, anche il futuro dell’economia europea e di quella italiana, legata al manifatturiero, inteso come “gioielleria” europea, per i prodotti dell’abbigliamento.
L’Italia è indiscutibilmente legata alle sorti dell’Europa; così come l’Europa dovrà indiscutibilmente farsi carico dei problemi che arriveranno molto presto sul suo tavolo nel momento in cui sarà completamente distrutta, da questa commercializzazione selvaggia, la filiera, che permette alle piccole e medie imprese italiane di produrre prodotti di alto livello artigianale. Si sarà persa la tradizione del gusto, della creatività, della artigianalità italiana che hanno trovato ampio riconoscimento nel mondo.
Con le attuali leggi europee il “Made in Italy” resterà solo più un ritornello e avrà sempre meno valore sui mercati internazionali. Ciò creerà un impoverimento dell’Italia, una perdita di occupazione della sua manodopera e, conseguentemente, un aggravio notevole per l’economia europea, che dovrà farsi carico del grave disastro che l’attuale comportamento irresponsabile della governance europea ha arrecato al nostro Paese.
Queste sono le considerazioni che da lungo tempo espongo in ogni occasione dove mi è consentito di chiarire i miei concetti su globalizzazione, libero mercato, difesa dei diritti del consumatore, rispetto del saper fare della manodopera in Italia e, conseguentemente, miglioramento dell’economia italiana.
Un “Made in Italy” garantito e certificato per legge, con possibilità di maggior penetrazione su tanti mercati che ora guardano al “Made in Italy” con diffidenza, non dovrebbe spaventare in alcun modo le “caste” del potere economico europeo.
Sarebbe molto più utile, ad ognuno per le proprie competenze, sapere che dall’Italia possono essere esportati unicamente prodotti certificati per legge “Made in Italy”, anziché accettare che alcuni esportatori contrabbandino quantità enormi di prodotti fasullamente etichettati “Made in Italy”.
La mancanza di una certificazione garantita per legge penalizza le imprese italiane che producono il vero “Made in Italy” perché le loro produzioni confluiscono nel calderone di “tutto quanto” ora si esporta dall’Italia. Le aziende subiscono vessazioni e controlli doganali con costi aggiuntivi che le costringono a denunciare tutte le lavorazioni e i luoghi delle stesse fatte in Italia.
Se ancora oggi nel mondo si circola comunque con il passaporto o la carta d’identità garantita da ogni singolo Stato, perché ciò non deve avvenire anche per i prodotti che ogni singolo Stato produce?
Quale garanzia si può offrire al mondo che ci guarda e attende coerenza da chi si professa depositario della cultura e della civiltà?
Questi interrogativi che ogni coscienza pensante si pone, mi auguro facciano riflettere chi ha il dovere di operare per il bene del nostro futuro.
Luciano Barbera – A.D. Gruppo Barbera
Ritengo sia giunto il momento per cui non sia più giusto tergiversare e l’Europa debba assolutamente assumersi le sue responsabilità.
Il cittadino, il consumatore, deve poter godere dei diritti (così come dal 1930 sono garantiti ai cittadini americani, dal 1970 a quelli giapponesi ed ora anche in Cina) che gli permettano di conoscere dove, come, in che modo, con quali trattamenti, sono stati realizzati tutti i prodotti del manifatturiero che egli ha la possibilità di acquistare in Europa.
Anche solo esaminando tutto ciò che sta avvenendo per quanto riguarda la nostra salute, è indispensabile che anche le “caste” di potere economico europeo che, con i loro concetti di globalizzazione e di libero mercato, stanno contrastando, nel loro unico interesse, che questo si avveri, facciano un passo indietro e riflettano che globalizzazione e libero mercato non devono essere intesi come mercato senza regole.
Da anni l’Italia chiede all’Europa una legge precisa che imponga che sul mercato europeo possano circolare unicamente prodotti del manifatturiero che, provenienti da Paesi extra-europei, abbiano obbligatoriamente applicata l’etichetta con il “Made in” del Paese di origine, corredata da trasparenza e tracciabilità per le operazioni di lavorazione del prodotto.
Ma ciò non basta, non è sincero e onesto nei confronti del consumatore finale perché permette, come ad esempio avviene in Italia, che tante aziende italiane facciano realizzare in tutto o in parte le loro produzioni sia in Paesi europei che in Paesi extra-europei e, quando questi prodotti rientrano in Italia, possano essere rimessi in circolazione con il nome ed il marchio di chi li distribuisce, senza l’indicazione di dove e come questi prodotti sono stati realizzati, proponendoli come prodotti italiani - anche la Cassazione accetta questo equivoco - purché le aziende abbiano sede sociale in Italia.
Il cittadino europeo deve poter saper scegliere, e solo da un’esatta informazione che garantisca per legge il “Made in” di tutti i prodotti acquistati, e non solo quelli provenienti da taluni Paesi, potrà avere la certezza di acquistare prodotti ad un equo prezzo, non gonfiato dalle speculazioni o dalle furbizie di chi ora non ha alcun interesse a far conoscere da dove questi prodotti provengono realmente.
E’ in ballo, a mio giudizio, anche il futuro dell’economia europea e di quella italiana, legata al manifatturiero, inteso come “gioielleria” europea, per i prodotti dell’abbigliamento.
L’Italia è indiscutibilmente legata alle sorti dell’Europa; così come l’Europa dovrà indiscutibilmente farsi carico dei problemi che arriveranno molto presto sul suo tavolo nel momento in cui sarà completamente distrutta, da questa commercializzazione selvaggia, la filiera, che permette alle piccole e medie imprese italiane di produrre prodotti di alto livello artigianale. Si sarà persa la tradizione del gusto, della creatività, della artigianalità italiana che hanno trovato ampio riconoscimento nel mondo.
Con le attuali leggi europee il “Made in Italy” resterà solo più un ritornello e avrà sempre meno valore sui mercati internazionali. Ciò creerà un impoverimento dell’Italia, una perdita di occupazione della sua manodopera e, conseguentemente, un aggravio notevole per l’economia europea, che dovrà farsi carico del grave disastro che l’attuale comportamento irresponsabile della governance europea ha arrecato al nostro Paese.
Queste sono le considerazioni che da lungo tempo espongo in ogni occasione dove mi è consentito di chiarire i miei concetti su globalizzazione, libero mercato, difesa dei diritti del consumatore, rispetto del saper fare della manodopera in Italia e, conseguentemente, miglioramento dell’economia italiana.
Un “Made in Italy” garantito e certificato per legge, con possibilità di maggior penetrazione su tanti mercati che ora guardano al “Made in Italy” con diffidenza, non dovrebbe spaventare in alcun modo le “caste” del potere economico europeo.
Sarebbe molto più utile, ad ognuno per le proprie competenze, sapere che dall’Italia possono essere esportati unicamente prodotti certificati per legge “Made in Italy”, anziché accettare che alcuni esportatori contrabbandino quantità enormi di prodotti fasullamente etichettati “Made in Italy”.
La mancanza di una certificazione garantita per legge penalizza le imprese italiane che producono il vero “Made in Italy” perché le loro produzioni confluiscono nel calderone di “tutto quanto” ora si esporta dall’Italia. Le aziende subiscono vessazioni e controlli doganali con costi aggiuntivi che le costringono a denunciare tutte le lavorazioni e i luoghi delle stesse fatte in Italia.
Se ancora oggi nel mondo si circola comunque con il passaporto o la carta d’identità garantita da ogni singolo Stato, perché ciò non deve avvenire anche per i prodotti che ogni singolo Stato produce?
Quale garanzia si può offrire al mondo che ci guarda e attende coerenza da chi si professa depositario della cultura e della civiltà?
Questi interrogativi che ogni coscienza pensante si pone, mi auguro facciano riflettere chi ha il dovere di operare per il bene del nostro futuro.
Luciano Barbera – A.D. Gruppo Barbera
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