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mercoledì 19 dicembre 2012

Visto che il mondo non finirà, cerchiamo di migliorarlo!

Sembra proprio che l’interpretazione sensazionalistica del calendario Maya non abbia colto nel segno e che dobbiamo ritrovarci tutti insieme a guardare lontano.

Guardare lontano, cioè immaginare un mondo dove possano essere corretti e magari migliorati gli obiettivi ed i valori che ci hanno accompagnato in questi ultimi venti anni di decadentismo.
Purtroppo il termine “progresso”, la cui valenza non è più solo quella di sviluppo e miglioramento della vita dell’uomo, ma si accompagna al lassismo morale e sociale che contestualmente non sono progrediti bensì regrediti. La recessione non è stata solo economica e per la quale le persone si stringono tra di loro e si aiutano a superarla, ma spazi lasciati all’egoismo, alla megalomania, al principio del possesso materiale a tutti i costi, al mercimonio del corpo come strumento di benessere economico e della vendita della propria dignità per il raggiungimento rapido di ricchezza.

venerdì 3 febbraio 2012

Monti: dichiarazioni fra il serio e il faceto! Il futuro del posto fisso.

I modi con cui ci si può esprimere sono estremamente soggettivi e quelli in cui si possa essere capiti lo sono altrettanto, in quanto appartengono alla cultura ed alla convenienza di chi li ascolta.
Da qui spazio a 360 gradi!
Le espressioni hanno un impatto superficiale, quindi forte ed immediato come un terremoto sussultorio, se colpiscono la nostra dignità, i nostri valori ed i nostri interessi. I grandi comunicatori sanno esprimere tutte quelle parole che sappiano scuotere gli animi nel medesimo istante in cui vengono pronunciate.
Fortunatamente non tutti gli ascoltatori si fermano a questa superficialità e cercano anche di coglierne il senso, la motivazione e lo scopo ultimo per i quali vengono pronunciate.

La parola è uno dei più forti mezzi di comunicazione e ben lo sanno i politici, i sindacati, gli imprenditori e in genere tutti coloro che detengono il potere. Ciascuna di queste categorie, insieme a tutte quelle che di fatto appartengono ad una casta od a situazioni di privilegio, ha un interesse da tutelare e lo fa, spesso, a danno di altri. Fin qui niente di nuovo, basta leggere i libri di storia umana cercando di cogliere il senso degli eventi e non la sciatta didattica che ci viene insegnata a scuola.
Ma, fatta questa premessa, veniamo al fatto del giorno che ha agitato gli animi: ufficialmente ci si rivolge ai nostri giovani per annunciare che un mito sta per cadere “il posto fisso” e si aggiunge che poi “non sarà neppure un gran male”! Reo di tanta bestemmia : il capo del governo!
Certamente un bravo politico avrebbe trovato un modo di comunicare questo pensiero in una forma espressiva meno lapidaria e sfumatamene più garbata oppure non lo avrebbe proprio detto. Non siamo molto lontani, in termini di tempo, dall’aver ascoltato che non vi fossero per l’Italia le condizioni per fare manovre economiche ulteriori e poi, in quattro mesi se ne sono susseguite quattro e non sono bastate.
Giusto ? Sbagliato? No, solo conveniente. In questo atteggiamento non possiamo riconoscere Monti che si limita a dire e d a fare quello che dice, giusto o sbagliato che sia. Ha anche il vantaggio di non doversi preoccupare del voto futuro degli elettori, né di mantenere l’equilibrio tra le correnti interne di partito, né tanto meno di dover restituire i favori di chi ha sostenuto e sostiene la sua campagna elettorale o di chi gli ha assicurato la maggioranza in parlamento saltellando da un partito all’altro. Lui si è limitato a dire ai suoi ministri che le decisioni si prendono insieme e le si difendono coralmente coordinandosi come in un team.
Tutto innegabilmente più facile. Lo è meno mantenere un equilibrio politico indispensabile all’approvazione delle norme, ma qui sa bene che la convenienza di lasciare a lui di togliere le castagne dal fuoco è un collante bipartisan che ben si armonizza sull’appoggio su tre gambe (PDL, PD e Terzo Polo). Chiunque sappia un qualcosa di fisica ben capisce che l’equilibrio è così garantito! Sarebbero meglio quattro, ma non si può avere tutto, come ben sanno la Lega Nord e IdV.
Il tema scottante della riforma del lavoro rappresenta una delle tre scommesse più importanti su cui stiamo confrontandoci con il mondo economico, quindi non la sola Europa, insieme alla riforma fiscale ed al taglio della spesa pubblica. Si sta parlando cioè della nostra capacità competitiva per il futuro. Più produttività e maggiore competitività in ciò che sappiamo fare.
Diciamoci serenamente che vorremmo dare ai nostri figli non solo quello che noi abbiamo avuto, ma anche di più! Chi non vorrebbe questo? Infatti rappresenta tutto ciò che abbiamo fatto finora e probabilmente continueremo a fare nei limiti delle nostre possibilità. Chi non è stato onesto ci ha aggiunto anche tutto quello che ha potuto rubare o quanto meno prendere sfruttando posizioni di comodo, di intrallazzo, di scambio o potere. Risultato? Noi abbiamo dei figli che hanno vissuto benissimo, rispetto a noi, senza preoccupazioni vere e con “abitudini di consumo” oggi definite “necessità” consolidate nella “indispensabilità”.
Peccato che forse queste ricchezze avevano fondazioni appoggiate sulla sabbia, il debito pubblico.
Lo abbiamo creato tutti insieme, magari inconsapevolmente se dalla parte del popolo e irresponsabilmente se dalla parte dei governanti. In quest’ultima categoria metterei, oltre ai politici, anche tutti coloro che rappresentano i poteri forti, economici e finanziari.
Non dovremmo dimenticare che abbiamo insegnato ai nostri figli che la loro sicurezza economica stava nel “posto fisso” (in Ferrovia, in Comune – Provincia – Regione, all’ENEL, alla SIP, in BANCA, alle Poste, nella Scuola di ogni ordine e grado, ecc.) e non nella loro capacità di esprimere il loro potenziale. I soldi? meglio pochi ma sicuri! Poi, se non bastavano, lavoro nero!
Abbiamo fatto anche cose ottime spronandoli a studiare, peccato che ci abbiano pensato le incompiute, eterne, riforme della scuola a ridurre la preparazione scolastica ai minimi storici. Però intanto i nostri giovani si sono illusi di poter far valere economicamente i loro diplomi di Scuola Superiore, di Laurea triennale e Magistrale. Ma non è così, perché la scuola è andata da una parte ed il mondo da un’altra. Non certo in una direzione opposta ma purtroppo non convergente.
Dovendoci dimenticare di poter considerare come sbocco, per molti giovani, un’occupazione nel settore pubblico perché parte importante del debito pubblico e su cui occorrerà tagliare moltissimo, ci rimane solo il privato suddiviso fra commercio, industria e servizi. Dei tre l’unico che sta crescendo è il terzo. Ma tutti devono rispondere ad un imperativo economico: la competitività nella capacità di sviluppo basandosi sull’innovazione e sulla riduzione dei costi.
Note dolenti per chi sia abituato a guadagnare lavorando in “un certo modo” o comunque per chi sperava che la situazione, finora bene o male vissuta, potesse ripetersi nel tempo. Desideri pii e legittimi, ma poco aderenti alla realtà di mercato. Diritti acquisiti? Si, ma chi li paga? Per ora sappiamo solo che abbiamo venti anni di tempo e di sacrifici per arrivare ad una situazione equilibrata del debito pubblico, cioè ognuno di questi venti anni dovrà essere una tappa di riduzione dei costi pubblici e di maggiore efficienza del sistema.
Reggerà il sistema capitalistico che ci ha permesso di essere retribuiti in modo tale da poter vantare oggi parte dei diritti acquisiti? Non dobbiamo dimenticare che si sta parlando di capitali privati i cui proprietari, in regime di democrazia, sono liberi di impiegarli come e dove meglio credono. La delocalizzazione delle aziende nei paesi emergenti ha di fatto impoverito l’Europa in quanto a posti di lavoro e l’unica motivazione risiedeva nel costo del lavoro e nella scarsa produttività. Non che in Cina o in India, Paesi Magreb, Messico o in Brasile ci sia personale molto produttivo, ma il suo costo era ed è tutt’ora molto più basso e questo rapporto tra costo e beneficio ci ha spiazzato. Noi dobbiamo essere più bravi, più intraprendenti perché più colti, più produttivi perché più partecipi, affinché si ritrovi quell’equilibrio che non fa più scappare le aziende (i capitali privati) e più onesti perché “chi ha rubato” ha anche distrutto parte del futuro dei nostri figli.
In questo ritrovato equilibrio si colloca il lavoro “riformato” e non necessariamente il “posto fisso”, per dare ai nostri figli la soddisfazione del proprio operato e la sua giusta remunerazione. Chissà che da tutto ciò non nasca un nuovo sistema economico, non più basato sugli imperi finanziari od economici, ma su una “rete” di operatori di mercato che ogni giorno si interfacciano generando un interesse che ricada su loro stessi.
Forse con questa ottica si può capire meglio l’allusione del Presidente Monti e distinguersi dalle reazioni di chi si è sentito scavalcato o obsoleto in quanto portatore di idee appartenenti a quel passato che sembrerebbe non più realisticamente ripetibile.

sabato 21 gennaio 2012

Uscire dalla crisi: "La necessità assoluta di crescere"

Tommaso Nannicini
È Assistant Professor presso l’Università Bocconi di Milano, dove insegna Economia del Lavoro ed Econometria

Nel suo libro “Non ci resta che crescere” Editore Università Bocconi, affronta il tema economico di maggiore attualità del momento

“Per aggredire in profondità le cause del «dolce declino» dell'Italia, senza illudersi di poter continuare a scaricare i costi dell’aggiustamento sulle giovani generazioni, i contributi che seguono propongono ricette che ruotano intorno a una parola chiave: «selezione».
Dobbiamo selezionare le risorse economiche e sociali, aprendo molti mercati e professioni oggi protette alla concorrenza, affinché le risorse disponibili vadano laddove sono più produttive.
Dobbiamo selezionare le politiche pubbliche, perché se vogliamo aiutare chi resterà indietro, non possiamo permetterci di dare tutto a tutti.
Per dirla con una metafora, l’Italia ha bisogno di una grande opera di potatura.
.Dobbiamo potare qualche ramo della pianta per far sì che possa produrre più frutti. E non si tratta solo di tagliare rami secchi; purtroppo è un po’ più complicato: con la potatura, si devono tagliare anche i rami che hanno scelto di crescere verso l’interno. Lo si deve fare per lasciare spazio a quelli che crescono verso l’esterno, perché solo quelli servono alla pianta per fruttificare. E questo, fuor di metafora, in termini economici e sociali, è facile a dirsi ma difficile a farsi. È difficile perché si tratta di tagliare rami vivi, non secchi, parti del tessuto economico e sociale che hanno una loro capacità di sopravvivenza. Perché laddove noi vediamo delle rendite, qualcuno vede un diritto acquisito, un modo dignitoso per sbarcare il lunario. Non c’è niente di moralistico in questo. Anche a me piacciono le rendite: le mie. E la selezione, la meritocrazia, hanno dei costi, anche psicologici. Una cosa è fallire perché ci sono le raccomandazioni degli altri, le rendite degli altri, gli abusi di potere degli altri. Altra cosa se il fallimento avviene in un ambiente competitivo, dove la colpa finisce per ricadere sui miei limiti.
Come diceva George Orwell, «il problema della concorrenza è che qualcuno vince».
Tuttavia, quest’opera di potatura e selezione, per quanto costosa, è ormai indispensabile, perché i costi dell’assenza di dinamismo sono maggiori e cominciano a farsi insopportabili. Non esistono alternative se vogliamo valorizzare le risorse umane e materiali del nostro paese per tornare a crescere.
Insomma: la potatura non deve consistere in una crociata ideologica contro le rendite, ma in una politica capace di offrire una visione d’insieme. Se la politica ha una visione e indica un obiettivo raggiungibile (la crescita della pianta), anche qualche sacrificio (la potatura di qualche ramo) può essere accettabile. Altrimenti, senza visione, senza progetto, ognuno si rinchiude nella difesa del proprio ramoscello, nelle barricate corporative che hanno bloccato le riforme negli ultimi vent’anni. È proprio questo lo sforzo di questo libro: offrire una visione unitaria degli interventi che servono al paese, e individuare gli ostacoli politici che si sono finora frapposti alla loro realizzazione. Due gli ostacoli principali: ritardi culturali e difese corporative.”

Restando all’interno della metafora potremmo affermare che proprio in questo periodo invernale si possono effettuare le potature più efficaci per ottenere nella oramai prossima stagione primaverile, la migliore vegetazione e sviluppo del nostro albero immaginario. Infatti, come la natura prevede, saranno proprio i giovani rametti a fiorire ed produrre i migliori frutti. La minore influenza degli interessi partitici sulle decisioni del Governo, ferma restandone la costruttiva collaborazione politica, sembra essere la condizione di equilibrio per tagliare alcuni interessi dominanti, quindi rami che, pur vigorosi, produrrebbero solo foglie.
In termini “agricoli” essi si chiamano “succhioni” perché tolgono linfa alla pianta senza produrre niente oltre le foglie, quindi non fiori e frutti. Il parallelismo è forte con l’aspetto economico. Però, se si avvererà la previsione che calcola come pari al 10% del PIL la liberalizzazione di tutti questi servizi (Quindi anche trasporti ferroviari e pubblici, energia elettrica, gas) avremmo realizzato quelle riforme che dopo essere state la bandiera “parlata” dei Governi di destra e di sinistra, sono servite solo per le campagne elettorali e per la bagarre dialettica, sono state riposte nei cassetti partitici.
Si diceva prima: la primavera che porta il cambiamento. Speriamo davvero che si abbia il buon senso politico di non fa riaffiorare interessi di partito se non nei limiti della democratica diversità, quindi di confronto.
La riserva è d’obbligo perché in quella stagione avremo elezioni amministrative comunali un po’ ovunque ed alcuni partiti (vedi Lega Nord, Italia dei Valori, Movimento Grillo, SEL & C.) fremono per conquistare spazi elettorali guardando le proiezioni demoscopiche.
Altra scommessa aperta è quella del taglio dei costi della politica e della spesa pubblica. Indispensabile realizzarlo mantenendo un equilibrio sociale ed economico, primavera araba docet!