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mercoledì 19 dicembre 2012

Visto che il mondo non finirà, cerchiamo di migliorarlo!

Sembra proprio che l’interpretazione sensazionalistica del calendario Maya non abbia colto nel segno e che dobbiamo ritrovarci tutti insieme a guardare lontano.

Guardare lontano, cioè immaginare un mondo dove possano essere corretti e magari migliorati gli obiettivi ed i valori che ci hanno accompagnato in questi ultimi venti anni di decadentismo.
Purtroppo il termine “progresso”, la cui valenza non è più solo quella di sviluppo e miglioramento della vita dell’uomo, ma si accompagna al lassismo morale e sociale che contestualmente non sono progrediti bensì regrediti. La recessione non è stata solo economica e per la quale le persone si stringono tra di loro e si aiutano a superarla, ma spazi lasciati all’egoismo, alla megalomania, al principio del possesso materiale a tutti i costi, al mercimonio del corpo come strumento di benessere economico e della vendita della propria dignità per il raggiungimento rapido di ricchezza.

mercoledì 4 luglio 2012

Il senso della vita ... in tempi di crisi!

Il senso della vita che si scopre dopo 67 anni guardandosi indietro……! Un po’ tardi?


Il paradosso del nostro tempo nella storia è che abbiamo edifici sempre più alti..., ma moralità più basse, autostrade sempre più larghe, ma orizzonti più ristretti.


Spendiamo di più, ma abbiamo meno, comperiamo di più, ma godiamo meno.


Abbiamo case più grandi e famiglie più piccole, più comodità, ma meno tempo.


Abbiamo più istruzione, ma meno buon senso, più conoscenza, ma meno giudizio, più esperti, e ancor più problemi, più medicine, ma meno benessere.

mercoledì 9 novembre 2011

E se lo Stato italiano andasse in default?

Che faccia ha l'apocalisse per la casalinga di Voghera? Per quanto insolita, la domanda ha il suo senso. In questi giorni è tutto un rimbalzare da giornali e televisioni di espressioni del tipo "rischio-Grecia", "paese sull'orlo del default" e altre formule tanto inquietanti quanto misteriose per l'uomo della strada. La vera preoccupazione dei cittadini, più che le questioni macroeconomiche, sono le ricadute sulle proprie tasche.

La vera domanda è: quali sono gli effetti per le persone se uno Stato fallisce?
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I numeri della crisi

Innanzitutto vediamo la situazione: dopo la Grecia, adesso tocca a noi fare la parte dei sorvegliati speciali in Europa. Pochi numeri spiegano perché:

• 3,9%: è il rapporto tra deficit e Pil. Il deficit è il "rosso" dello Stato, cioè la differenza tra quello che incassa e quello che spende. Secondo il "patto di stabilità", l'accordo che sta alla base dell'euro, questo rapporto non deve superare il 3%.

• 120,6%: è invece il rapporto tra il debito e Pil. Il debito è quanto lo Stato deve ai suoi creditori, cioè tutti coloro (dai piccoli risparmiatori e alle grandi istituzioni finanziarie, agli Stati esteri) che comprando titoli di Stato finanziano la spesa pubblica. In moneta sonante stiamo parlando di quasi 1.900 miliardi di euro. Il tetto massimo per questo rapporto fissato per i paesi dell'euro doveva essere del 60%.

• 5,7%: è il famigerato spread Bund-Btp, ovvero la differenza di rendimento tra il titolo pubblico decennale tedesco (Bund) e l'equivalente italiano (Btp). Che ha toccato appunto il record storico (dalla nascita dell'euro) di 570 punti-base (cioè il 5,7%) di differenza "a favore" del titolo italiano: il Btp promette più del 7%, considerato il punto di non ritorno. Un rendimento troppo alto che indica solo il rischio di non poter essere pagato perché per pagare gli interessi lo Stato emette ancora titoli, cioè continua ad indebitarsi facendo crescere quel 120% sopraindicato. Ovviamente se si stampasse denaro per rimborsare il debito partirebbe un processo inflativo da paura, ma questo, grazie al cielo, non è possibile perché gli accordi europei non lo consentono.

Anche un Paese, dunque, può fallire, come un'impresa. Questo succede quando lo Stato non è più in grado di far fronte ai suoi debiti (e ai relativi interessi) e a sostenere la spesa pubblica (pensioni, sanità, scuola, stipendi dei dipendenti pubblici ecc.).

Il "default" di uno Stato (termine tecnico con cui si indica il fallimento) però non è mai totale, ma ha diversi livelli di gravità. In altre parole lo Stato cerca sempre di "ristrutturare" il suo debito, cioè di raggiungere un accordo per cui, invece di restituire la cifra pattuita, ne rende una inferiore o spalmata su più anni.
Come una qualunque famiglia in difficoltà economica, se lo Stato non ha più soldi può fare sostanzialmente due cose: aumentare le entrate, cioè le tasse, o tagliare le spese. Probabilmente le farà entrambe.
Sul versante delle entrate può aumentare ad esempio le imposte indirette, come ha fatto con l'aumento dell'aliquota Iva. Col rischio però di deprimere ancora di più i consumi e innescare un circolo vizioso (aumenta l'aliquota ma diminuisce il gettito).



La scure sui costi e i Bot spazzatura

Più direttamente lo Stato può ridurre le sue spese. Le voci di costo che in genere (e sicuramente in Italia) pesano di più sui conti pubblici sono tre: le pensioni, la sanità, le retribuzioni dei dipendenti pubblici.

I primi a cadere sotto la scure saranno gli organici e i salari della Pubblica amministrazione, con pesanti conseguenze sui servizi erogati. La stessa sorte toccherà a sanità e pensioni, che già ora in Italia pesano un quarto del Pil.
Naturalmente un’altra voce a cui lo Stato dovrà tagliare i costi riguarda la politica ma non tanto perché questa sia “la soluzione dei nostri mali” bensì per alleggerire la tensione sociale. Infatti l’opinione pubblica attribuisce a tali costi delle gravi inefficienze verso i cittadini fino a considerarli inaccettabili nel rapporto costo/beneficio (sprechi inutili). A questo si aggiunga che i numerosi scandali riferiti ad interessi privati (di alcuni politici anche di spicco) con collusioni (mafia, ‘ndrangheta, sacra corona unita, camorra) nella gestione delle attività pubbliche hanno risvegliato in moltissime persona uno spirito di ribellione al “Sistema Stato vigente”.

La bancarotta ricadrà poi su tutti coloro che hanno investito in titoli di Stato (Bot, Cct, Btp ecc.).
Il Tesoro non potrà più pagare gli interessi (la cedola periodica) e al momento della scadenza del titolo non si potrà più tornare in possesso dell'investimento iniziale.
Qui interviene la ristrutturazione del debito. Lo Stato propone un differimento della restituzione: una parte oggi, una parte domani. Chiaramente un evento del genere porta al crollo del valore del titolo, con possibilità pressoché nulle di rivenderlo.

L'assalto alle banche

L'insolvenza dello Stato si estende quasi automaticamente alle banche. Se i titoli di Stato diventano carta straccia, sono loro le prime a risentirne perché, non ricevendo più gli interessi sul portafoglio, si trovano inevitabilmente a corto di liquidità e rischiano di fallire a loro volta.

Tutto questo innesca un rischiosissimo effetto-domino perché in economia l'elemento psicologico ha un peso enorme: se si diffonde la voce di insolvenza delle banche, tutti i loro clienti correranno a ritirare i depositi prima che sia troppo tardi. Parte l’assalto agli sportelli e non c'è Istituto che possa resistere al prelievo contemporaneo di buona parte dei suoi clienti.

In una situazione di questo genere saltano anche i sistemi di sicurezza esistenti, come il Fondo di garanzia sui conti correnti, operante in Italia come in tutti i paesi europei. Il Fondo copre l'insolvenza delle banche fino a un ammontare di 100mila euro per conto corrente e il suo funzionamento dipende da un accordo interbancario. Ma può funzionare in caso di default di una sola banca, non dell'intero sistema creditizio.


Dopo averlo tracciato questo scenario sembra apocalittico ma per ora è ben lontano.
L'Italia non è la Grecia che offre i propri titoli di Stato con rendimenti del 5% a 6 mesi dopo aver creato un debito pubblico di 350 miliardi di euro pari al 165% del PIL (Contro 120 miliardi e il 121% del PIL dell’Italia ma con 10 milioni di abitanti contro i 60 milioni nostri). In parole povere avendo caricato su ogni cittadino (Dai neonati ai vecchi) un debito statale di € 35.000 pari a circa €100.000 a famiglia, quindi molto ma molto più difficile da pagare se non impossibile. Da qui gli aiuti della BCE di 30 miliardi di euro.
Ma questo è vero anche per le dimensioni e il peso della nostra economia, ben più grossa di quella ellenica. Inoltre in Grecia il 40% dei lavoratori è un dipendente statale, quindi non ha alcuna efficacia nell’incrementare la capacità produttiva dello Stato, ma ne è solo un costo.
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mercoledì 26 ottobre 2011

Crisi economico finanziaria: Nuovo rapporto fra Stato e mercato?

Domanda posta a Marc Lazar:

“Una crisi così difficile da gestire per gli effetti sulle politiche economiche e sociali e per la stessa tenuta dei governi impone una rilettura del rapporto tra stato e mercato. Ritiene che le due scuole: liberaldemocratica e socialista riformista, potranno trovare un punto di mediazione?”
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La risposta:

“Tre grandi posizioni si confrontano. Da una parte, sopratutto a sinistra ma anche in alcuni settori della destra e dei populisti, c’é l’idea della necessità di un ritorno illusorio allo stato. Più stato sociale per la sinistra, uno stato efficiente costruito su politiche repressive contro delinquenza, insicurezza e immigrazione per la destra. La tentazione al protezionismo in questi ambiti è molto forte, sia a livello nazionale che europeo. Ci sono poi le componenti liberiste, abbastanza forti in alcuni paesi europei, in Gran Bretagna per esempio, in Germania, e in America che vogliono liberalizzare, ridurre ancora il peso dello stato, abbassare le tasse, per rilanciare l’economia e le forze sociali.
Poi tra questi due schieramenti al centro sinistra come al centro destra, vi sono esponenti che cercano di conciliare il dinamismo dell’economia e della società con un’autorità pubblica riformata, modernizzata, efficiente, capace di costruire un’istanza animatrice e regolatrice sia al livello nazionale, che europeo, quando non persino mondiale.
Da questo punto di vista, la situazione attuale, come ogni momento di crisi, credo sia interessante, perché rilancia un confronto intellettuale che potrebbe aprire una nuova fase politica in Italia e in Europa, con un rimescolamento generale di tutte le carte.”

*Marc Lazar docente di storia e sociologia
politica a Parigi presidente della School of
Governement della Luiss.
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lunedì 6 dicembre 2010

L'Università della conservazione

L'UNIVERSITÀ DELLA CONSERVAZIONE
di Marino Regini 03.12.2010

Introdurre elementi di competizione fra gli atenei, distribuire una parte delle risorse in base al merito, sottrarre potere alle corporazioni: sugli obiettivi della riforma dell'università esisteva fino a poco tempo fa un consenso molto ampio. Che sembra ora evaporare via via che l'attenzione si sposta sull'inadeguatezza o la contraddittorietà degli strumenti individuati per realizzarla e le parole d'ordine si fanno sempre più ideologiche. Se la riforma non sarà approvata, i propositi di modernizzazione saranno abbandonati e prevarrà la conservazione dello status quo.

Nel loro articolo “L’università dell’incertezza” su lavoce.info del 26 novembre, dopo avere richiamato diversi elementi negativi dell’attuale politica del governo nei confronti dell’università, Daniele Checchi e Tullio Jappelli pongono la domanda retorica “se questo sia il contesto adeguato per introdurre riforme strutturali della portata di quelle proposte” dal disegno di legge Gelmini, nel frattempo approvato dalla Camera il 30 novembre.
Solitamente gli economisti discutono gli obiettivi delle politiche e la congruità degli strumenti per conseguirli. Se invece non citano neppure gli obiettivi, ma discutono solo il contesto in cui si inseriscono (rubando, si potrebbe dire con una battuta, il mestiere a politologi e sociologi), c’è qualcosa che non quadra, come in gran parte del dibattito recente sulla riforma universitaria.
.OBIETTIVI DELLA RIFORMA E RISORSE IN CAMPO

Un’analisi non aprioristica della riforma dovrebbe distinguere fra tre aspetti: a) gli obiettivi e i principi a cui si ispira; b) gli strumenti e le risorse che vengono messi in gioco; c) le conseguenze dell’approvazione o della mancata approvazione.
In sintesi, possiamo dire che sul primo aspetto vi è stata per lungo tempo una sostanziale convergenza di pareri positivi, di governo e opposizione ma anche delle università e del mondo delle imprese, così come della maggior parte dei commentatori. Sul secondo aspetto, invece, il governo è stato incalzato da un fronte anch’esso molto ampio di critiche agli strumenti previsti e all’insufficienza delle risorse messe in gioco. Mentre il terzo punto non ha ricevuto la dovuta attenzione.
Gli obiettivi generali della riforma erano quelli di introdurre meccanismi meritocratici e di reale competizione sia fra le università sia nel reclutamento, di evitare i conflitti di interesse che si creano quando la decisione sulla ripartizione delle risorse è demandata a organi composti da chi utilizza le risorse stesse, di consentire una differenziazione interna del sistema universitario per rispondere meglio alla domanda sociale. Tutti obiettivi comuni, va ricordato, ai processi di riforma già avvenuti negli altri paesi avanzati.
Gli strumenti e le risorse indicati dal governo sono adeguati al raggiungimento di questi obiettivi? Certamente no, e su questo le critiche provenienti da molti settori del mondo universitario, ma anche dalla politica e da molti commentatori, sono largamente condivisibili. Non si tratta solo della (peraltro cronica) inadeguatezza delle risorse finanziarie, ma anche dei ritardi nella valutazione, di un impianto normativo del Ddl che si basa sull’autonomia delle università, ma la mortifica in un quadro di vincoli burocratici eccessivi, della denigrazione dei nostri atenei che ha preceduto e accompagnato l’iter parlamentare quasi a giustificare l’esigenza di una riforma, e di molti altri aspetti che hanno finito con il togliere legittimità al disegno di legge e con l’offrire spunti alle proteste di piazza e all’intransigenza dell’opposizione.
Alcuni commentatori (come Francesco Giavazzi sul Corriere della Sera del 30 novembre) hanno sottolineato la bontà degli obiettivi, trascurando il problema degli strumenti e delle risorse, mentre la maggior parte ha fatto il contrario. Via via che la protesta cresceva e l’opposizione si radicalizzava, sempre più forte si è fatta la voce di chi ne sposa le ragioni enfatizzando gli elementi critici della riforma.

IL CONSENSO PERDUTO

Ma qui diventa rilevante, anzi cruciale, il terzo aspetto, quello trascurato da tutti o quasi (se lo è posto Michele Salvati sul Corriere della Sera dell’1 dicembre): quali le conseguenze di una mancata approvazione del Ddl nell’altro ramo del Parlamento? Ci sarebbero in futuro, magari con un altro governo e con una maggiore condivisione delle proposte, le condizioni per approvare una legge migliore, capace di riproporre gli stessi obiettivi di premiare il merito e la competitività nelle università mediante la valutazione, di superare i conflitti di interesse coinvolgendo nelle decisioni i rappresentanti della società, ma potendo contare su strumenti meno contraddittori e su risorse più adeguate? Oppure ci si dovrebbe rassegnare, unici in Europa, all’abbandono di quegli obiettivi di modernizzazione e di fatto alla conservazione dello status quo, con tutti i guasti che conosciamo?
Ci sono almeno tre elementi che fanno propendere per la seconda alternativa. In ordine crescente di importanza, il primo è che il consenso su quegli obiettivi, molto ampio fino a poco tempo fa, sembra evaporare via via che l’attenzione si sposta sull’inadeguatezza o la contraddittorietà degli strumenti. Il già citato articolo di Checchi e Jappelli, che non dice mai “anche se non possono essere raggiunti in questo modo, gli obiettivi della riforma erano giusti”, è un piccolo indicatore di una tendenza molto più generale, che si rispecchia nel mutamento di enfasi e addirittura di linguaggio negli interventi recenti di molti riformatori della prima ora.
Il secondo elemento sono gli slogan che hanno finito con il prevalere nella protesta dei ricercatori e poi degli studenti: iniziata con sacrosante richieste di investire sulla ricerca e sul futuro, è stata sempre più dirottata su parole d’ordine ideologiche quanto prive di fondamento, quali la lotta contro la privatizzazione dell’università (che sarebbe implicita nell’apertura dei cda ad alcuni rappresentanti esterni), o contro la precarizzazione (che sarebbe insita nel sistema di tenure track, che in tutto il mondo consente di verificare il merito prima di trasformare il reclutamento in un ruolo a vita).
Il clima culturale in cui dovrebbe ripartire il dibattito sulla riforma sarebbe dunque pesantemente condizionato da questi mutamenti nei valori e negli orizzonti in cui si muovono alcuni dei protagonisti e degli opinion leader. Il progressivo deteriorarsi della discussione, la logica di schieramento o di bottega che ha finito con il prevalere sul ragionamento pacato, fa prevedere che ci sarebbe una facile vittoria della palude della conservazione.
Il terzo e decisivo elemento è l’evidente smottamento della precedente unità, fosse questa convinta o di facciata, fra i rettori e quindi fra le università italiane a sostegno del Ddl. D’altronde, una riforma che intende introdurre elementi di competizione fra gli atenei, distribuire una parte delle risorse in base al merito, sottrarre potere alle corporazioni accademiche affidandolo a rappresentanti della società, non può andare bene sia alle università virtuose che a quelle meno competitive, ai settori fortemente innovatori come a quelli più conservatori. In una fase in cui le università erano costantemente denigrate dai media, in cui la riforma si presentava come moralizzazione di un sistema inefficiente e malato, il riflesso condizionato è stato di sostenere compattamente la riforma per mostrare di voler fare la propria parte. Il “metodo Boffo applicato all’università”, come lo definisce Guido Martinetti, è stato odioso ma ha funzionato. Ma via via che il fuoco, amico o nemico, si è concentrato sui limiti, le contraddizioni, gli errori del Ddl, le università e le corporazioni meno pronte alla competizione, quelle che rischierebbero di più, si sono smarcate e hanno cominciato apertamente a “remare contro”. Salvo che non ci si auguri una ripresa del “metodo Boffo”, è ben difficile immaginare che l’unità di posizioni fra gli atenei italiani possa essere recuperata. Certo, il favorire e l’esplicitare una differenziazione interna può essere positivo per il sistema, ma ci sono forze politiche che avrebbero il coraggio di assumerlo come obiettivo e di pagarne i relativi costi?
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