Riprendo da “Il Sole 24 ore” che la Corte di Cassazione (sentenza n.42160) ha sancito che i proventi derivanti dallo sfruttamento della prostituzione sono tassabili e che il compenso lasciato dagli sfruttatori alle ragazze è un “costo” indeducibile.
Ho impiegato alcuni giorni per cercare di gestire la mia reazione emotiva di sconcerto.
Sono un manager di “lungo corso” e quindi ho imparato a trattenere reazioni di questo tipo per dare spazio all’analisi ed al ragionamento. In effetti, ragionando con criteri fiscali, un reddito ed un costo sono tali in qualunque situazione di conto economico. Questa è “tecnica”, ma la domanda che mi pongo è se sia comprensibile che il fattore umano passi in secondo piano. Cerco di spiegarmi.
Io non obietto dal punto di vista morale, se la scelta della persona nel prostituirsi sia da giudicare negativamente o meno, purché essa non vi sia costretta da terzi e quindi libera di confrontarsi con la propria morale o con la propria fede.
In questo caso credo che si debba parlare di messa in schiavitù e tale da essere considerata tra i reati più gravi che possano esistere dopo quelli dell’omicidio volontario e della violenza sui minori.
Non troverei certamente eccepibile che siano regolarmente tassati i proventi del meretricio purché, e lo ripeto, sia svolto in piena libertà e autodeterminazione, ma non riesco ad accettare che la valutazione “tecnica” sui proventi dallo sfruttamento sessuale di una persona possa divenire argomento da inquadrare nelle normative fiscali. Premesso che la materia fiscale sia laica, faccio fatica a comprendere come i giudici della Corte, che sono persone ed anche di levatura culturale elevata, non abbiano respinto la richiesta di giudizio come immotivata ed inaccettabile e facendo così prevalere il principio che ogni profitto derivante da reato va restituito alla persona che lo a subito. Solo dopo questo fatto si potrà allora parlare della dovuta tassazione del reddito del percipiente. Mi direte voi, ma come si può stabilire in che misura restituirlo tra coloro che lo hanno prodotto dato che può trattarsi di persone diverse ed in un arco di tempo indefinibile? In effetti, il “problema” esisterebbe, ma lo considererei superabile sequestrando gli importi e destinandoli alla sovvenzione dei centri di recupero delle persone oggetto di sfruttamento sessuale.
Ritengo inaccettabile che il fisco debba percepire, ma anche solo ipotizzare di ricevere, una quota derivante dalla messa in schiavitù, oltretutto sessuale, di una persona.
Siamo stati abituati da una società materialista e da falsi “status symbols” alla identificazione dei valori nel denaro e nel potere, come pure ci preoccupa, anche se contingente, la crisi economico finanziaria; ma credo che guardando in alto verso coloro che nelle istituzioni rappresentano i nostri punti di riferimento, dovremmo poter vedere la persona umana al centro delle valutazioni e delle normative. Utopia? Non credo, ma decadentismo e spersonalizzazione dalla realtà.
Siamo vicini al Natale e, che per chi ha fede, si tratta di un momento di rinnovo del messaggio della speranza in una vita serena e di pace che guarda alla persona ed attraverso di lei alla società. Auguriamoci che la riflessione sia per tutti, anche per chi addobba l’albero e costruisce un Presepe ma non sa più perché lo stia facendo.
Il talento e la passione, esperienze di una vita dove l'impegno e la creatività si uniscono in un mestiere che non si finisce mai di imparare
mercoledì 15 dicembre 2010
lunedì 6 dicembre 2010
L'Università della conservazione
L'UNIVERSITÀ DELLA CONSERVAZIONE
di Marino Regini 03.12.2010
Introdurre elementi di competizione fra gli atenei, distribuire una parte delle risorse in base al merito, sottrarre potere alle corporazioni: sugli obiettivi della riforma dell'università esisteva fino a poco tempo fa un consenso molto ampio. Che sembra ora evaporare via via che l'attenzione si sposta sull'inadeguatezza o la contraddittorietà degli strumenti individuati per realizzarla e le parole d'ordine si fanno sempre più ideologiche. Se la riforma non sarà approvata, i propositi di modernizzazione saranno abbandonati e prevarrà la conservazione dello status quo.
Nel loro articolo “L’università dell’incertezza” su lavoce.info del 26 novembre, dopo avere richiamato diversi elementi negativi dell’attuale politica del governo nei confronti dell’università, Daniele Checchi e Tullio Jappelli pongono la domanda retorica “se questo sia il contesto adeguato per introdurre riforme strutturali della portata di quelle proposte” dal disegno di legge Gelmini, nel frattempo approvato dalla Camera il 30 novembre.
Solitamente gli economisti discutono gli obiettivi delle politiche e la congruità degli strumenti per conseguirli. Se invece non citano neppure gli obiettivi, ma discutono solo il contesto in cui si inseriscono (rubando, si potrebbe dire con una battuta, il mestiere a politologi e sociologi), c’è qualcosa che non quadra, come in gran parte del dibattito recente sulla riforma universitaria.
.OBIETTIVI DELLA RIFORMA E RISORSE IN CAMPO
Un’analisi non aprioristica della riforma dovrebbe distinguere fra tre aspetti: a) gli obiettivi e i principi a cui si ispira; b) gli strumenti e le risorse che vengono messi in gioco; c) le conseguenze dell’approvazione o della mancata approvazione.
In sintesi, possiamo dire che sul primo aspetto vi è stata per lungo tempo una sostanziale convergenza di pareri positivi, di governo e opposizione ma anche delle università e del mondo delle imprese, così come della maggior parte dei commentatori. Sul secondo aspetto, invece, il governo è stato incalzato da un fronte anch’esso molto ampio di critiche agli strumenti previsti e all’insufficienza delle risorse messe in gioco. Mentre il terzo punto non ha ricevuto la dovuta attenzione.
Gli obiettivi generali della riforma erano quelli di introdurre meccanismi meritocratici e di reale competizione sia fra le università sia nel reclutamento, di evitare i conflitti di interesse che si creano quando la decisione sulla ripartizione delle risorse è demandata a organi composti da chi utilizza le risorse stesse, di consentire una differenziazione interna del sistema universitario per rispondere meglio alla domanda sociale. Tutti obiettivi comuni, va ricordato, ai processi di riforma già avvenuti negli altri paesi avanzati.
Gli strumenti e le risorse indicati dal governo sono adeguati al raggiungimento di questi obiettivi? Certamente no, e su questo le critiche provenienti da molti settori del mondo universitario, ma anche dalla politica e da molti commentatori, sono largamente condivisibili. Non si tratta solo della (peraltro cronica) inadeguatezza delle risorse finanziarie, ma anche dei ritardi nella valutazione, di un impianto normativo del Ddl che si basa sull’autonomia delle università, ma la mortifica in un quadro di vincoli burocratici eccessivi, della denigrazione dei nostri atenei che ha preceduto e accompagnato l’iter parlamentare quasi a giustificare l’esigenza di una riforma, e di molti altri aspetti che hanno finito con il togliere legittimità al disegno di legge e con l’offrire spunti alle proteste di piazza e all’intransigenza dell’opposizione.
Alcuni commentatori (come Francesco Giavazzi sul Corriere della Sera del 30 novembre) hanno sottolineato la bontà degli obiettivi, trascurando il problema degli strumenti e delle risorse, mentre la maggior parte ha fatto il contrario. Via via che la protesta cresceva e l’opposizione si radicalizzava, sempre più forte si è fatta la voce di chi ne sposa le ragioni enfatizzando gli elementi critici della riforma.
IL CONSENSO PERDUTO
Ma qui diventa rilevante, anzi cruciale, il terzo aspetto, quello trascurato da tutti o quasi (se lo è posto Michele Salvati sul Corriere della Sera dell’1 dicembre): quali le conseguenze di una mancata approvazione del Ddl nell’altro ramo del Parlamento? Ci sarebbero in futuro, magari con un altro governo e con una maggiore condivisione delle proposte, le condizioni per approvare una legge migliore, capace di riproporre gli stessi obiettivi di premiare il merito e la competitività nelle università mediante la valutazione, di superare i conflitti di interesse coinvolgendo nelle decisioni i rappresentanti della società, ma potendo contare su strumenti meno contraddittori e su risorse più adeguate? Oppure ci si dovrebbe rassegnare, unici in Europa, all’abbandono di quegli obiettivi di modernizzazione e di fatto alla conservazione dello status quo, con tutti i guasti che conosciamo?
Ci sono almeno tre elementi che fanno propendere per la seconda alternativa. In ordine crescente di importanza, il primo è che il consenso su quegli obiettivi, molto ampio fino a poco tempo fa, sembra evaporare via via che l’attenzione si sposta sull’inadeguatezza o la contraddittorietà degli strumenti. Il già citato articolo di Checchi e Jappelli, che non dice mai “anche se non possono essere raggiunti in questo modo, gli obiettivi della riforma erano giusti”, è un piccolo indicatore di una tendenza molto più generale, che si rispecchia nel mutamento di enfasi e addirittura di linguaggio negli interventi recenti di molti riformatori della prima ora.
Il secondo elemento sono gli slogan che hanno finito con il prevalere nella protesta dei ricercatori e poi degli studenti: iniziata con sacrosante richieste di investire sulla ricerca e sul futuro, è stata sempre più dirottata su parole d’ordine ideologiche quanto prive di fondamento, quali la lotta contro la privatizzazione dell’università (che sarebbe implicita nell’apertura dei cda ad alcuni rappresentanti esterni), o contro la precarizzazione (che sarebbe insita nel sistema di tenure track, che in tutto il mondo consente di verificare il merito prima di trasformare il reclutamento in un ruolo a vita).
Il clima culturale in cui dovrebbe ripartire il dibattito sulla riforma sarebbe dunque pesantemente condizionato da questi mutamenti nei valori e negli orizzonti in cui si muovono alcuni dei protagonisti e degli opinion leader. Il progressivo deteriorarsi della discussione, la logica di schieramento o di bottega che ha finito con il prevalere sul ragionamento pacato, fa prevedere che ci sarebbe una facile vittoria della palude della conservazione.
Il terzo e decisivo elemento è l’evidente smottamento della precedente unità, fosse questa convinta o di facciata, fra i rettori e quindi fra le università italiane a sostegno del Ddl. D’altronde, una riforma che intende introdurre elementi di competizione fra gli atenei, distribuire una parte delle risorse in base al merito, sottrarre potere alle corporazioni accademiche affidandolo a rappresentanti della società, non può andare bene sia alle università virtuose che a quelle meno competitive, ai settori fortemente innovatori come a quelli più conservatori. In una fase in cui le università erano costantemente denigrate dai media, in cui la riforma si presentava come moralizzazione di un sistema inefficiente e malato, il riflesso condizionato è stato di sostenere compattamente la riforma per mostrare di voler fare la propria parte. Il “metodo Boffo applicato all’università”, come lo definisce Guido Martinetti, è stato odioso ma ha funzionato. Ma via via che il fuoco, amico o nemico, si è concentrato sui limiti, le contraddizioni, gli errori del Ddl, le università e le corporazioni meno pronte alla competizione, quelle che rischierebbero di più, si sono smarcate e hanno cominciato apertamente a “remare contro”. Salvo che non ci si auguri una ripresa del “metodo Boffo”, è ben difficile immaginare che l’unità di posizioni fra gli atenei italiani possa essere recuperata. Certo, il favorire e l’esplicitare una differenziazione interna può essere positivo per il sistema, ma ci sono forze politiche che avrebbero il coraggio di assumerlo come obiettivo e di pagarne i relativi costi?
.
di Marino Regini 03.12.2010
Introdurre elementi di competizione fra gli atenei, distribuire una parte delle risorse in base al merito, sottrarre potere alle corporazioni: sugli obiettivi della riforma dell'università esisteva fino a poco tempo fa un consenso molto ampio. Che sembra ora evaporare via via che l'attenzione si sposta sull'inadeguatezza o la contraddittorietà degli strumenti individuati per realizzarla e le parole d'ordine si fanno sempre più ideologiche. Se la riforma non sarà approvata, i propositi di modernizzazione saranno abbandonati e prevarrà la conservazione dello status quo.
Nel loro articolo “L’università dell’incertezza” su lavoce.info del 26 novembre, dopo avere richiamato diversi elementi negativi dell’attuale politica del governo nei confronti dell’università, Daniele Checchi e Tullio Jappelli pongono la domanda retorica “se questo sia il contesto adeguato per introdurre riforme strutturali della portata di quelle proposte” dal disegno di legge Gelmini, nel frattempo approvato dalla Camera il 30 novembre.
Solitamente gli economisti discutono gli obiettivi delle politiche e la congruità degli strumenti per conseguirli. Se invece non citano neppure gli obiettivi, ma discutono solo il contesto in cui si inseriscono (rubando, si potrebbe dire con una battuta, il mestiere a politologi e sociologi), c’è qualcosa che non quadra, come in gran parte del dibattito recente sulla riforma universitaria.
.OBIETTIVI DELLA RIFORMA E RISORSE IN CAMPO
Un’analisi non aprioristica della riforma dovrebbe distinguere fra tre aspetti: a) gli obiettivi e i principi a cui si ispira; b) gli strumenti e le risorse che vengono messi in gioco; c) le conseguenze dell’approvazione o della mancata approvazione.
In sintesi, possiamo dire che sul primo aspetto vi è stata per lungo tempo una sostanziale convergenza di pareri positivi, di governo e opposizione ma anche delle università e del mondo delle imprese, così come della maggior parte dei commentatori. Sul secondo aspetto, invece, il governo è stato incalzato da un fronte anch’esso molto ampio di critiche agli strumenti previsti e all’insufficienza delle risorse messe in gioco. Mentre il terzo punto non ha ricevuto la dovuta attenzione.
Gli obiettivi generali della riforma erano quelli di introdurre meccanismi meritocratici e di reale competizione sia fra le università sia nel reclutamento, di evitare i conflitti di interesse che si creano quando la decisione sulla ripartizione delle risorse è demandata a organi composti da chi utilizza le risorse stesse, di consentire una differenziazione interna del sistema universitario per rispondere meglio alla domanda sociale. Tutti obiettivi comuni, va ricordato, ai processi di riforma già avvenuti negli altri paesi avanzati.
Gli strumenti e le risorse indicati dal governo sono adeguati al raggiungimento di questi obiettivi? Certamente no, e su questo le critiche provenienti da molti settori del mondo universitario, ma anche dalla politica e da molti commentatori, sono largamente condivisibili. Non si tratta solo della (peraltro cronica) inadeguatezza delle risorse finanziarie, ma anche dei ritardi nella valutazione, di un impianto normativo del Ddl che si basa sull’autonomia delle università, ma la mortifica in un quadro di vincoli burocratici eccessivi, della denigrazione dei nostri atenei che ha preceduto e accompagnato l’iter parlamentare quasi a giustificare l’esigenza di una riforma, e di molti altri aspetti che hanno finito con il togliere legittimità al disegno di legge e con l’offrire spunti alle proteste di piazza e all’intransigenza dell’opposizione.
Alcuni commentatori (come Francesco Giavazzi sul Corriere della Sera del 30 novembre) hanno sottolineato la bontà degli obiettivi, trascurando il problema degli strumenti e delle risorse, mentre la maggior parte ha fatto il contrario. Via via che la protesta cresceva e l’opposizione si radicalizzava, sempre più forte si è fatta la voce di chi ne sposa le ragioni enfatizzando gli elementi critici della riforma.
IL CONSENSO PERDUTO
Ma qui diventa rilevante, anzi cruciale, il terzo aspetto, quello trascurato da tutti o quasi (se lo è posto Michele Salvati sul Corriere della Sera dell’1 dicembre): quali le conseguenze di una mancata approvazione del Ddl nell’altro ramo del Parlamento? Ci sarebbero in futuro, magari con un altro governo e con una maggiore condivisione delle proposte, le condizioni per approvare una legge migliore, capace di riproporre gli stessi obiettivi di premiare il merito e la competitività nelle università mediante la valutazione, di superare i conflitti di interesse coinvolgendo nelle decisioni i rappresentanti della società, ma potendo contare su strumenti meno contraddittori e su risorse più adeguate? Oppure ci si dovrebbe rassegnare, unici in Europa, all’abbandono di quegli obiettivi di modernizzazione e di fatto alla conservazione dello status quo, con tutti i guasti che conosciamo?
Ci sono almeno tre elementi che fanno propendere per la seconda alternativa. In ordine crescente di importanza, il primo è che il consenso su quegli obiettivi, molto ampio fino a poco tempo fa, sembra evaporare via via che l’attenzione si sposta sull’inadeguatezza o la contraddittorietà degli strumenti. Il già citato articolo di Checchi e Jappelli, che non dice mai “anche se non possono essere raggiunti in questo modo, gli obiettivi della riforma erano giusti”, è un piccolo indicatore di una tendenza molto più generale, che si rispecchia nel mutamento di enfasi e addirittura di linguaggio negli interventi recenti di molti riformatori della prima ora.
Il secondo elemento sono gli slogan che hanno finito con il prevalere nella protesta dei ricercatori e poi degli studenti: iniziata con sacrosante richieste di investire sulla ricerca e sul futuro, è stata sempre più dirottata su parole d’ordine ideologiche quanto prive di fondamento, quali la lotta contro la privatizzazione dell’università (che sarebbe implicita nell’apertura dei cda ad alcuni rappresentanti esterni), o contro la precarizzazione (che sarebbe insita nel sistema di tenure track, che in tutto il mondo consente di verificare il merito prima di trasformare il reclutamento in un ruolo a vita).
Il clima culturale in cui dovrebbe ripartire il dibattito sulla riforma sarebbe dunque pesantemente condizionato da questi mutamenti nei valori e negli orizzonti in cui si muovono alcuni dei protagonisti e degli opinion leader. Il progressivo deteriorarsi della discussione, la logica di schieramento o di bottega che ha finito con il prevalere sul ragionamento pacato, fa prevedere che ci sarebbe una facile vittoria della palude della conservazione.
Il terzo e decisivo elemento è l’evidente smottamento della precedente unità, fosse questa convinta o di facciata, fra i rettori e quindi fra le università italiane a sostegno del Ddl. D’altronde, una riforma che intende introdurre elementi di competizione fra gli atenei, distribuire una parte delle risorse in base al merito, sottrarre potere alle corporazioni accademiche affidandolo a rappresentanti della società, non può andare bene sia alle università virtuose che a quelle meno competitive, ai settori fortemente innovatori come a quelli più conservatori. In una fase in cui le università erano costantemente denigrate dai media, in cui la riforma si presentava come moralizzazione di un sistema inefficiente e malato, il riflesso condizionato è stato di sostenere compattamente la riforma per mostrare di voler fare la propria parte. Il “metodo Boffo applicato all’università”, come lo definisce Guido Martinetti, è stato odioso ma ha funzionato. Ma via via che il fuoco, amico o nemico, si è concentrato sui limiti, le contraddizioni, gli errori del Ddl, le università e le corporazioni meno pronte alla competizione, quelle che rischierebbero di più, si sono smarcate e hanno cominciato apertamente a “remare contro”. Salvo che non ci si auguri una ripresa del “metodo Boffo”, è ben difficile immaginare che l’unità di posizioni fra gli atenei italiani possa essere recuperata. Certo, il favorire e l’esplicitare una differenziazione interna può essere positivo per il sistema, ma ci sono forze politiche che avrebbero il coraggio di assumerlo come obiettivo e di pagarne i relativi costi?
.
Etichette:
crisi politica,
riforma scuola,
riforma universitaria
lunedì 29 novembre 2010
La "quasi" liberalizzazione dei trasporti ferroviari
Davide e Golia
Un ex manager delle ferrovie sfida il colosso pubblico sui treni per i pendolari.
Giuseppe Arena, figlio e nipote di ferrovieri, vince un concorso da capostazione, poi diventa il più
giovane istruttore ferroviario d’Italia, realizza iniziative quali “Bici in treno” “Vivere il treno sci”
(temi speciali per il tempo libero).
.
Lascia il colosso pubblico per avviare, di fatto, la liberalizzazione del trasporto merci creando
“Strade ferrate del Monferrato SFM”, dopo un iter burocratico che inizia il 13 gennaio 1997 e
termina il 20 luglio 2000.
Nel 2003 SFM si trasformerà in Railion Italia, nel 2007 il pacchetto di maggioranza passa a
Deutsche Bank e Giuseppe Arena, con un gruppo di imprenditori piemontesi, dà vita ad
Arenaways, di cui è Amministratore Delegato.
Arenaways cura la gestione dei convoglio treno + auto al seguito di Autozug (tedesca) e Autosclap
(olandese) che fanno capo ad Alessandria.
Qui i viaggiatori trovano anche una ciotola d’acqua per i loro cani che li hanno accompagnati!
La sfida con il colosso pubblico adesso corre sui binari delle linee Torino – Milano - Pavia –
Alessandria – Asti – Torino con 16 corse quotidiane di “Rapido” un nome che evoca lontani ricordi
di quando questi treni partivano esoprattutto... arrivavano in orario.
Rapido, progettato e pensato per i pendolari, è costruito con criteri innovativi, con una elevata
personalizzazione: i sedili ergonomici, prese di corrente per ricaricare i telefonini, possibilità di
utilizzare i notebook e un sofisticato sistema informativo di bordo.
Se i pendolari di Trenitalia lamentano ritardi, scarsa pulizia, su Rapido potranno acquistare prodotti
tipici nelle apposite botteghe, lasciare l’abito da lavoro a stirare al mattino per ritirarlo la sera...
Arena vuole dimostrare che “è possibile far viaggiare treni belli e puliti, applicare i contratti
collettivi di lavoro senza contributi pubblici
Con un coefficiente di riempimento dei posti del 30% si coprono i costi (“ogni passeggero in più
sarà utile...” sostiene Arena) e per il 2011 sono previsti 1milione di passeggeri trasportati e un
giro d’affari di 12 milioni di Euro.
Tutte queste novità (abissali per il servizio pubblico) Giuseppe Arena, iscritto anche a
Federmanager Alessandria, le aveva raccontate nel meet-up del 30 marzo u.s. che aveva come tema
“Scelte professionali o scelte di vita?”, sottolineando molto bene le motivazioni che lo avevano
spinto a dar vita al suo progetto.
Se per molti il lavoro è semplicemente un mezzo per avere una disponibilità economica, per altri
viceversa è autorealizzazione professionale e assorbe una parte importante della vita; per qualcuno
addirittura è una scelta di vita indipendentemente dagli aspetti economici.
Giuseppe Arena dimostra come a volte il confine tra imprenditoria e dirigenza sia molto sottile,
come innovazione e rischio contraddistinguano i reciproci ruoli e come si possa essere manager
importanti condividendo i valori di Federmanager.
Alessandria, 3 novembre 2010
Sergio Favero
.
Un ex manager delle ferrovie sfida il colosso pubblico sui treni per i pendolari.
Giuseppe Arena, figlio e nipote di ferrovieri, vince un concorso da capostazione, poi diventa il più
giovane istruttore ferroviario d’Italia, realizza iniziative quali “Bici in treno” “Vivere il treno sci”
(temi speciali per il tempo libero).
.
Lascia il colosso pubblico per avviare, di fatto, la liberalizzazione del trasporto merci creando
“Strade ferrate del Monferrato SFM”, dopo un iter burocratico che inizia il 13 gennaio 1997 e
termina il 20 luglio 2000.
Nel 2003 SFM si trasformerà in Railion Italia, nel 2007 il pacchetto di maggioranza passa a
Deutsche Bank e Giuseppe Arena, con un gruppo di imprenditori piemontesi, dà vita ad
Arenaways, di cui è Amministratore Delegato.
Arenaways cura la gestione dei convoglio treno + auto al seguito di Autozug (tedesca) e Autosclap
(olandese) che fanno capo ad Alessandria.
Qui i viaggiatori trovano anche una ciotola d’acqua per i loro cani che li hanno accompagnati!
La sfida con il colosso pubblico adesso corre sui binari delle linee Torino – Milano - Pavia –
Alessandria – Asti – Torino con 16 corse quotidiane di “Rapido” un nome che evoca lontani ricordi
di quando questi treni partivano esoprattutto... arrivavano in orario.
Rapido, progettato e pensato per i pendolari, è costruito con criteri innovativi, con una elevata
personalizzazione: i sedili ergonomici, prese di corrente per ricaricare i telefonini, possibilità di
utilizzare i notebook e un sofisticato sistema informativo di bordo.
Se i pendolari di Trenitalia lamentano ritardi, scarsa pulizia, su Rapido potranno acquistare prodotti
tipici nelle apposite botteghe, lasciare l’abito da lavoro a stirare al mattino per ritirarlo la sera...
Arena vuole dimostrare che “è possibile far viaggiare treni belli e puliti, applicare i contratti
collettivi di lavoro senza contributi pubblici
Con un coefficiente di riempimento dei posti del 30% si coprono i costi (“ogni passeggero in più
sarà utile...” sostiene Arena) e per il 2011 sono previsti 1milione di passeggeri trasportati e un
giro d’affari di 12 milioni di Euro.
Tutte queste novità (abissali per il servizio pubblico) Giuseppe Arena, iscritto anche a
Federmanager Alessandria, le aveva raccontate nel meet-up del 30 marzo u.s. che aveva come tema
“Scelte professionali o scelte di vita?”, sottolineando molto bene le motivazioni che lo avevano
spinto a dar vita al suo progetto.
Se per molti il lavoro è semplicemente un mezzo per avere una disponibilità economica, per altri
viceversa è autorealizzazione professionale e assorbe una parte importante della vita; per qualcuno
addirittura è una scelta di vita indipendentemente dagli aspetti economici.
Giuseppe Arena dimostra come a volte il confine tra imprenditoria e dirigenza sia molto sottile,
come innovazione e rischio contraddistinguano i reciproci ruoli e come si possa essere manager
importanti condividendo i valori di Federmanager.
Alessandria, 3 novembre 2010
Sergio Favero
.
Etichette:
alessandria,
attualità,
pendolari,
privatizzazione trasporti
giovedì 11 novembre 2010
Abbattimento del ponte Cittadella ad Alessandria
Prima, durante e dopo l'abbattimento, molto contestato, del ponte Cittadella numerosi cittadini, amministratori, politici e tecnici hanno fatto sentire la propria voce in un coro equanime di consensi e dissensi. Ora riportiamo la voce di Italia Nostra in occasione dell'anniversario della terribile alluvione del '94
Associazione Nazionale per la Tutela del Patrimonio
Storico, Artistico e Naturale della Nazione
Sezione di Alessandria
Via Brescia 9, 15100 Alessandria
tel.: 0131 304030 fax: 0131 304031
e-mail: alessandria@italianostra.org
03/11/2010
Anniversario alluvione 1994 :Enzio Notti, presidente onorario della sezione di Alessandria di Italia Nostra,ha rilasciato la seguente dichiarazione:
Il 16° anniversario della gravissima alluvione del ’94 si avvicina mentre le abbondanti precipitazioni di questi giorni hanno creato apprensione fra i cittadini di Alessandria soprattutto nelle zone rivierasche del Tanaro. Proprio le preoccupazioni dei nostri concittadini ci inducono a porre con forza alle Autorità Comunali, Provinciali e Regionali una domanda: “Come mai non state facendo nulla per impedire il ripetersi di alluvioni come quella del ’94?” .
E’ noto che L’AUTORITÀ DI BACINO DEL PO ha scritto ufficialmente che nel caso di precipitazioni come quella che sedici anni provocò l’esondazione, la piena che investirebbe la città di Alessandria sarebbe ancora più disastrosa,viste le arginature del Tanaro realizzate a monte di Asti ed Alba !
Noi Vi chiediamo se non ritenete che il modo migliore di ricordare le vittime del 1994 sia quello di agire concretamente per la realizzazione delle casse di espansione in grado di fermare l’ultimo metro (quello disastroso!) dell’onda di piena con un costo contenuto se paragonato ai gravi danni che furono causati e sarebbero ulteriormente causati a tutta la collettività: con meno di 50 milioni di euro si metterebbe definitivamente in sicurezza la città! (sempre che si facciano le casse di espansione a regola d’arte con arginatura in terra e non con assurdi mastodontici progetti di cementificazione).
Quindi con una spesa inferiore o al più equivalente a quella del progettato ponte monumentale Meier si salvaguarderebbe la città non solo per l’oggi ma anche per l’ avvenire, evidenziandosi ancora una volta quanto sia stato del tutto inutile (oltre che delittuoso) abbattere il vincolato ponte Cittadella , assolutamente ininfluente per l’alluvione del 1994!
.
Associazione Nazionale per la Tutela del Patrimonio
Storico, Artistico e Naturale della Nazione
Sezione di Alessandria
Via Brescia 9, 15100 Alessandria
tel.: 0131 304030 fax: 0131 304031
e-mail: alessandria@italianostra.org
03/11/2010
Anniversario alluvione 1994 :Enzio Notti, presidente onorario della sezione di Alessandria di Italia Nostra,ha rilasciato la seguente dichiarazione:
Il 16° anniversario della gravissima alluvione del ’94 si avvicina mentre le abbondanti precipitazioni di questi giorni hanno creato apprensione fra i cittadini di Alessandria soprattutto nelle zone rivierasche del Tanaro. Proprio le preoccupazioni dei nostri concittadini ci inducono a porre con forza alle Autorità Comunali, Provinciali e Regionali una domanda: “Come mai non state facendo nulla per impedire il ripetersi di alluvioni come quella del ’94?” .
E’ noto che L’AUTORITÀ DI BACINO DEL PO ha scritto ufficialmente che nel caso di precipitazioni come quella che sedici anni provocò l’esondazione, la piena che investirebbe la città di Alessandria sarebbe ancora più disastrosa,viste le arginature del Tanaro realizzate a monte di Asti ed Alba !
Noi Vi chiediamo se non ritenete che il modo migliore di ricordare le vittime del 1994 sia quello di agire concretamente per la realizzazione delle casse di espansione in grado di fermare l’ultimo metro (quello disastroso!) dell’onda di piena con un costo contenuto se paragonato ai gravi danni che furono causati e sarebbero ulteriormente causati a tutta la collettività: con meno di 50 milioni di euro si metterebbe definitivamente in sicurezza la città! (sempre che si facciano le casse di espansione a regola d’arte con arginatura in terra e non con assurdi mastodontici progetti di cementificazione).
Quindi con una spesa inferiore o al più equivalente a quella del progettato ponte monumentale Meier si salvaguarderebbe la città non solo per l’oggi ma anche per l’ avvenire, evidenziandosi ancora una volta quanto sia stato del tutto inutile (oltre che delittuoso) abbattere il vincolato ponte Cittadella , assolutamente ininfluente per l’alluvione del 1994!
.
Etichette:
alessandria,
alluvione,
ponte cittadella
giovedì 4 novembre 2010
Formazione su misura:è partito il progetto FEDERMANAGER ACADEMY
Ad Alessandria il corso di Risk Management per Dirigenti d’Azienda
Il tema della formazione è sempre in evidenza, quando si tratta di indicare gli ingredienti per la ricetta dello sviluppo del nostro sistema industriale. Più difficile è individuare programmi di formazione efficaci,che rispondano ai bisogni delle aziende e soprattutto dei potenziali fruitori.
Infatti, non solo è importante la scelta del contenuto ed il livello della docenza, ma anche la formula dei corsi, che deve avere una taglia compatibile con gli impegni di chi è in attività e consentire a coloro che stanno cercando un’occupazione di non essere gravati da costi che possono risultare vincolanti.
Il progetto FEDERMANAGER ACADEMY risponde a questi requisiti, operando a livello nazionale,disponendo dei fondi erogati da FONDIRIGENTI (il fondo paritetico per la formazione costituito da Confindustria e Federmanager).
Le associazioni territoriali di FEDERMANAGER si adoperano per dare supporto e pubblicità al progetto, mentre gli enti formatori sono scelti tra quelli che offrono le migliori garanzie di qualità.
E’ recentemente partita, a livello nazionale, la fase pilota di ACADEMY, che vede otto associazioni FEDERMANAGER impegnate nel sostegno logistico e nel contatto con i dirigenti delle PMI che possiedono i requisiti richiesti per la partecipazione al corso (aziende iscritte a Fondirigenti, con meno di 250 dipendenti e fatturato inferiore a 50 milioni di Euro), senza tralasciare la possibilità di raggiungere coloro che sono senza occupazione da non più di 12 mesi.
Due sono i corsi previsti in questa fase: “Risk management” che si propone di fornire al dirigente le competenze manageriali di base per la gestione dei rischi industriali e “One way to success” con l’obiettivo di sostenere la crescita delle competenze manageriali di dirigenti occupati o inoccupati, attraverso proposte di formazioni innovative.
FEDERMANAGER ALESSANDRIA è una delle otto associazioni-pilota ed ha organizzato il 15
ottobre scorso una sessione del corso “Risk Management”, tenuto presso i locali di Confindustria Alessandria da Giovanni Favero e Mario Ferrari, docenti della AON, società che è leader mondiale nei servizi di gestione del rischio. Il corso si è articolato su due momenti formativi: in aula (8 ore) e in modalità e-learning (circa 15 ore): questa formula consente, senza perdita di efficacia, un grado di flessibilità certamente apprezzabile da chi si confronta giornalmente con i problemi di un’attività ricca di impegni.
La giornata in aula inizia con le introduzioni del direttore di Confindustria Alessandria Fabrizio Riva e del vice presidente di Federmanager Francesco Bausone che porta anche i saluti del presidente Sergio Favero impossibilitato a partecipare. I docenti, dopo una breve presentazione del corso, entrano nel vivo del soggetto da trattare. Nella prima fase, partendo dal concetto di rischio e dalla sua percezione, passano in rassegna il ruolo dei media, la teoria del contagio dei pensieri e, attraverso cenni di neurobiologia e psicologia economica, esplorano i comportamenti umani di fronte al rischio.
Nella parte successiva il corso entra in maniera più specifica nel tema della giornata, descrivendo i rischi “puri” e quelli “speculativi” nel privato e in azienda, per arrivare alle soluzioni proposte dal risk management.
La gestione del rischio può essere di tre tipi: esternalizzata (insurance buyer), ottimizzata dal punto di vista finanziario (insurance manager) o gestita all’interno dell’azienda tramite il risk manager).
Viene illustrata la struttura del processo di risk management, che mostra in modo sintetico ma completo gli strumenti e le politiche per la gestione dei rischi per le fasi di identificazione e quantificazione, controllo e finanziamento.
Infine, è presentato il “decalogo” del risk manager con una lista delle competenze professionali necessarie per una copertura efficace del ruolo.
Le nostre impressioni sono quelle di una giornata densa e ricca di spunti, ma soprattutto “viva”, grazie alla formula interattiva che ha visto la partecipazione dei discenti, su temi concreti e casi reali.
A proposito della partecipazione al corso, registriamo il successo pieno dell’iniziativa attraverso le parole del docente Giovanni Favero: “29 partecipanti proattivi, un’ottima location , un light lunch veloce (come si conviene in tali eventi ma caratteristico), efficacissima segreteria e coordinamento. I questionari di soddisfazione dei partecipanti mi provocano eccessi di autostima.. Se tutte le Associazioni territoriali lavorassero così, FEDERMANAGER ACADEMY sarebbe una piacevolissima avventura ed un’intrapresa sicuramente vincente”.
Da parte nostra, un grazie ai docenti e ai partecipanti, a Confindustria Alessandria che ci ha ospitato e, in particolare, all’associazione Federmanager di Genova per la collaborazione e infine la soddisfazione di aver iniziato col piede giusto questo importante progetto al servizio dei nostri associati.
.
Il tema della formazione è sempre in evidenza, quando si tratta di indicare gli ingredienti per la ricetta dello sviluppo del nostro sistema industriale. Più difficile è individuare programmi di formazione efficaci,che rispondano ai bisogni delle aziende e soprattutto dei potenziali fruitori.
Infatti, non solo è importante la scelta del contenuto ed il livello della docenza, ma anche la formula dei corsi, che deve avere una taglia compatibile con gli impegni di chi è in attività e consentire a coloro che stanno cercando un’occupazione di non essere gravati da costi che possono risultare vincolanti.
Il progetto FEDERMANAGER ACADEMY risponde a questi requisiti, operando a livello nazionale,disponendo dei fondi erogati da FONDIRIGENTI (il fondo paritetico per la formazione costituito da Confindustria e Federmanager).
Le associazioni territoriali di FEDERMANAGER si adoperano per dare supporto e pubblicità al progetto, mentre gli enti formatori sono scelti tra quelli che offrono le migliori garanzie di qualità.
E’ recentemente partita, a livello nazionale, la fase pilota di ACADEMY, che vede otto associazioni FEDERMANAGER impegnate nel sostegno logistico e nel contatto con i dirigenti delle PMI che possiedono i requisiti richiesti per la partecipazione al corso (aziende iscritte a Fondirigenti, con meno di 250 dipendenti e fatturato inferiore a 50 milioni di Euro), senza tralasciare la possibilità di raggiungere coloro che sono senza occupazione da non più di 12 mesi.
Due sono i corsi previsti in questa fase: “Risk management” che si propone di fornire al dirigente le competenze manageriali di base per la gestione dei rischi industriali e “One way to success” con l’obiettivo di sostenere la crescita delle competenze manageriali di dirigenti occupati o inoccupati, attraverso proposte di formazioni innovative.
FEDERMANAGER ALESSANDRIA è una delle otto associazioni-pilota ed ha organizzato il 15
ottobre scorso una sessione del corso “Risk Management”, tenuto presso i locali di Confindustria Alessandria da Giovanni Favero e Mario Ferrari, docenti della AON, società che è leader mondiale nei servizi di gestione del rischio. Il corso si è articolato su due momenti formativi: in aula (8 ore) e in modalità e-learning (circa 15 ore): questa formula consente, senza perdita di efficacia, un grado di flessibilità certamente apprezzabile da chi si confronta giornalmente con i problemi di un’attività ricca di impegni.
La giornata in aula inizia con le introduzioni del direttore di Confindustria Alessandria Fabrizio Riva e del vice presidente di Federmanager Francesco Bausone che porta anche i saluti del presidente Sergio Favero impossibilitato a partecipare. I docenti, dopo una breve presentazione del corso, entrano nel vivo del soggetto da trattare. Nella prima fase, partendo dal concetto di rischio e dalla sua percezione, passano in rassegna il ruolo dei media, la teoria del contagio dei pensieri e, attraverso cenni di neurobiologia e psicologia economica, esplorano i comportamenti umani di fronte al rischio.
Nella parte successiva il corso entra in maniera più specifica nel tema della giornata, descrivendo i rischi “puri” e quelli “speculativi” nel privato e in azienda, per arrivare alle soluzioni proposte dal risk management.
La gestione del rischio può essere di tre tipi: esternalizzata (insurance buyer), ottimizzata dal punto di vista finanziario (insurance manager) o gestita all’interno dell’azienda tramite il risk manager).
Viene illustrata la struttura del processo di risk management, che mostra in modo sintetico ma completo gli strumenti e le politiche per la gestione dei rischi per le fasi di identificazione e quantificazione, controllo e finanziamento.
Infine, è presentato il “decalogo” del risk manager con una lista delle competenze professionali necessarie per una copertura efficace del ruolo.
Le nostre impressioni sono quelle di una giornata densa e ricca di spunti, ma soprattutto “viva”, grazie alla formula interattiva che ha visto la partecipazione dei discenti, su temi concreti e casi reali.
A proposito della partecipazione al corso, registriamo il successo pieno dell’iniziativa attraverso le parole del docente Giovanni Favero: “29 partecipanti proattivi, un’ottima location , un light lunch veloce (come si conviene in tali eventi ma caratteristico), efficacissima segreteria e coordinamento. I questionari di soddisfazione dei partecipanti mi provocano eccessi di autostima.. Se tutte le Associazioni territoriali lavorassero così, FEDERMANAGER ACADEMY sarebbe una piacevolissima avventura ed un’intrapresa sicuramente vincente”.
Da parte nostra, un grazie ai docenti e ai partecipanti, a Confindustria Alessandria che ci ha ospitato e, in particolare, all’associazione Federmanager di Genova per la collaborazione e infine la soddisfazione di aver iniziato col piede giusto questo importante progetto al servizio dei nostri associati.
.
Etichette:
DL 81 e DL 231,
formazione manageriale,
risk management
mercoledì 6 ottobre 2010
Decreto Legge 231/2001 e la Responsabilità del Dirigente d’Azienda
Su questo importante tema che coinvolge tutte le aziende italiane e di conseguenza i loro top manager, imprenditori e dirigenti, si sono svolti alcuni incontri ad Asti. L’iniziativa rientra nei programmi formativi promossi da Confindustria e da Federmanager di AL, AT e CN con il contributo di Fondirigenti. La realizzazione di tutti i corsi è stata affidata a Per.form S.c.a.r.l. che opera in ambito Unione Industriale AT. L’ottima regia del suo direttore, la dr.ssa Claudia Ferraro, ha fatto si che attorno a questo intenso programma si sia polarizzato l’interesse di numerosi dirigenti delle aziende operanti nelle province su indicate.
Non è stato sorprendente scoprire quanto sia complessa la materia su cui insiste questa legge che con i suoi risvolti di responsabilità penale tende a preoccupare i diversi responsabili.
Gli aspetti legali, penali e civili, con quelli di organizzazione degli adempimenti preventivi sono stati efficacemente presentati dall’ avv, Bortolotto e dall’ing. Roggero davanti ad uditori moto attenti ed interroganti.
Lo scopo di questa formazione si limitava a sensibilizzare i partecipanti rimandando a specifici interventi sul campo la trattazione delle problematiche di ciascuna azienda. In effetti il legislatore ha prodotto numerose ed articolate leggi in materia di sicurezza a 360° ma i diversi approcci e scopi di ciascuna di esse hanno poi finito per incrociarsi rendendone difficile la comprensione e particolarmente in termini di corretta applicazione formale e sostanziale. Come oramai siamo abituati a vedere, spesso il legislatore non prende in considerazione quale sia la struttura delle società destinatarie dei provvedimenti e così tende a penalizzare le micro-piccole aziende che in termini numerici sono oltre il 93% del totale in Italia. A questo si aggiunga quanto siano diversi i comportamenti degli enti di controllo che oscillano tra ignorarne completamente l’esistenza e applicarne in modo vessativo gli articoli e magari interpretandone soggettivamente il senso.
Ovviamente non è difficile condividere gli obiettivi delle norme ma troppo spesso, e il D.L.231 è tra questi, si tratta di aggiungere costi ai costi senza che ciò produca un ritorno inducendo così le aziende a sostenerli. Lo Stato è da una parte e il mondo produttivo dall’altra. La crisi c’è, la competitività cala, i disoccupati aumentano, il lavoro nero dilaga sotto il peso delle necessità primarie e degli oneri fiscali ma si continua con indefessa volontà a burocratizzare.
Mercato del lavoro e prospettive
Un’intervista ad Adriano Teso del 26 luglio 2010
- Con Adriano Teso, imprenditore, sottosegretario al Lavoro del primo governo Berlusconi e socio di Libertiamo, è sempre interessante discutere di economia e di politica economica. Il suo ‘polso’ da industriale e la sua impostazione squisitamente liberale ne fanno un giudice severo – e a volte impietoso – della realtà italiana.
Ed è inevitabile che con lui il discorso scivoli subito sulla vicenda più calda e simbolica degli ultimi giorni, l’annuncio dell’apertura di un importante stabilimento di produzione della Fiat in Serbia: “Le produzioni e il lavoro – riflette Teso – insomma la produzione di ricchezza, non possono che andare laddove il sistema locale, cioè l’insieme di logistica, pressione fiscale, quantità ore di lavoro e ambiente normativo, consente i maggiori guadagni di competitività”.
.Ed il problema quindi “non è quello di contrastare le delocalizzazioni, ma rendere competitivi i paesi che, per varie ragioni, non lo sono più. Qualsiasi impresa per sopravvivere e produrre ricchezza va dove il contesto gli permette di competere e di affermarsi. Il gruppo Fiat l’ha detto chiaramente: a queste condizioni non ci sono chance per la Fabbrica Italia…”.
E’ la solita questione del costo del lavoro? “No, o almeno non è l’elemento cardine. Se è vero che nelle tasche dei collaboratori resta circa il 40 per cento di quanto lo specifico posto di lavoro è costato all’imprenditore, una pressione sconosciuta alla gran parte delle società europee, è altrettanto vero che il costo del lavoro sia solo uno – e non necessariamente il più importante – dei problemi. Le faccio un esempio: da Milano è spesso più conveniente spedire le merci nel mondo dal porto di Amburgo anziché da quello di Genova… le pare normale?”
Crede che la vicenda di Pomigliano sia stata determinante per lo ‘strappo’ di Marchionne? “Difficile affermare il contrario, c’è una parte del sindacato e dell’opinione pubblica che si ostina a non riconoscere l’inevitabilità di alcuni sacrifici, i diritti di qualche decennio fa sono diventati privilegi ed in quanto tali non sono più tollerabili”.
E la politica? E il centrodestra, in particolare? “La sensazione è che, partendo e da un programma liberale – comunque confermato anche nell’ultima campagna elettorale e capace di stimolare una porzione importante di elettorato – il PdL al governo non riesca ad evitare che alcuni propri ministri vengano attratti dalle istanze politico-corporative di questo o quel gruppo d’interesse. Per fare un esempio, pensiamo al tentativo di riformare le libere professioni irrobustendo il potere degli Ordini! Anche sulla pubblica amministrazione, ci sono stati timidi passi in avanti, non sufficienti: bene il blocco degli aumenti retributivi, in un settore che ha visto i salari crescere ben oltre la produttività nell’ultimo decennio, ma mi piacerebbe vedere un serio piano di aumento della produttività e dell’orario di lavoro dei pubblici dipendenti, come avvenuto in Germania”.
Rispetto ad un tema che gli sta particolarmente a cuore, come il mercato del lavoro, Teso mostra sconforto: “Non vedo praticamente passi in avanti. Anziché riformare nel profondo il diritto del lavoro ed il welfare, si sventola la bandierina della partecipazione azionaria dei dipendenti, un istituto che è parente stretto della cogestione…”.
Ed il sistema bancario? “Il sistema bancario italiano è sempre stato prudente, quantomeno nella gestione ordinaria Leggere i bilanci delle banche non è mai facile, ho la sensazione che le banche italiane siano state più virtuose di molte concorrenti straniere. Ma se il sistema bancario ha finora tenuto, sono i rischi del sistema Italia a preoccupare. Molte banche hanno un massiccio carico di crediti, soprattutto rispetto alle banche italiane: un fenomeno intenso di fallimento le danneggerebbe. Ma resto ottimista: subiranno qualche perdita, ma sono convinto che il sistema reggerà, anche se la scarsità di impieghi redditizi si farà sentire”. Insomma, “in un paese in cui è sempre più difficile fare impresa e produrre innovazione, il rischio del settore finanziario è quasi quello di non sapere dove investire i risparmi”.
Concludiamo con una domanda avulsa (ma non proprio) dalla discussione: cosa serve per fare impresa? “Certamente creatività, tolleranza, libertà… ma considero fondamentali il rigore e la responsabilità personale. Vede, il capitalismo è morto, la gran parte delle imprese di successo non nasce dal capitale, ma dalle idee, dalla scommessa, dal rigore del lavoro…” E visto che “la cultura imprenditoriale risente della cultura più diffusa”, aver avuto il più grande partito comunista ha sicuramente influenzato la cultura del paese e corrotto il senso di responsabilità individuale.
Per Teso “troppo spesso, anche l’imprenditore italiano è figlio della cultura del “qualcuno ci deve pensare”.
.
- Con Adriano Teso, imprenditore, sottosegretario al Lavoro del primo governo Berlusconi e socio di Libertiamo, è sempre interessante discutere di economia e di politica economica. Il suo ‘polso’ da industriale e la sua impostazione squisitamente liberale ne fanno un giudice severo – e a volte impietoso – della realtà italiana.
Ed è inevitabile che con lui il discorso scivoli subito sulla vicenda più calda e simbolica degli ultimi giorni, l’annuncio dell’apertura di un importante stabilimento di produzione della Fiat in Serbia: “Le produzioni e il lavoro – riflette Teso – insomma la produzione di ricchezza, non possono che andare laddove il sistema locale, cioè l’insieme di logistica, pressione fiscale, quantità ore di lavoro e ambiente normativo, consente i maggiori guadagni di competitività”.
.Ed il problema quindi “non è quello di contrastare le delocalizzazioni, ma rendere competitivi i paesi che, per varie ragioni, non lo sono più. Qualsiasi impresa per sopravvivere e produrre ricchezza va dove il contesto gli permette di competere e di affermarsi. Il gruppo Fiat l’ha detto chiaramente: a queste condizioni non ci sono chance per la Fabbrica Italia…”.
E’ la solita questione del costo del lavoro? “No, o almeno non è l’elemento cardine. Se è vero che nelle tasche dei collaboratori resta circa il 40 per cento di quanto lo specifico posto di lavoro è costato all’imprenditore, una pressione sconosciuta alla gran parte delle società europee, è altrettanto vero che il costo del lavoro sia solo uno – e non necessariamente il più importante – dei problemi. Le faccio un esempio: da Milano è spesso più conveniente spedire le merci nel mondo dal porto di Amburgo anziché da quello di Genova… le pare normale?”
Crede che la vicenda di Pomigliano sia stata determinante per lo ‘strappo’ di Marchionne? “Difficile affermare il contrario, c’è una parte del sindacato e dell’opinione pubblica che si ostina a non riconoscere l’inevitabilità di alcuni sacrifici, i diritti di qualche decennio fa sono diventati privilegi ed in quanto tali non sono più tollerabili”.
E la politica? E il centrodestra, in particolare? “La sensazione è che, partendo e da un programma liberale – comunque confermato anche nell’ultima campagna elettorale e capace di stimolare una porzione importante di elettorato – il PdL al governo non riesca ad evitare che alcuni propri ministri vengano attratti dalle istanze politico-corporative di questo o quel gruppo d’interesse. Per fare un esempio, pensiamo al tentativo di riformare le libere professioni irrobustendo il potere degli Ordini! Anche sulla pubblica amministrazione, ci sono stati timidi passi in avanti, non sufficienti: bene il blocco degli aumenti retributivi, in un settore che ha visto i salari crescere ben oltre la produttività nell’ultimo decennio, ma mi piacerebbe vedere un serio piano di aumento della produttività e dell’orario di lavoro dei pubblici dipendenti, come avvenuto in Germania”.
Rispetto ad un tema che gli sta particolarmente a cuore, come il mercato del lavoro, Teso mostra sconforto: “Non vedo praticamente passi in avanti. Anziché riformare nel profondo il diritto del lavoro ed il welfare, si sventola la bandierina della partecipazione azionaria dei dipendenti, un istituto che è parente stretto della cogestione…”.
Ed il sistema bancario? “Il sistema bancario italiano è sempre stato prudente, quantomeno nella gestione ordinaria Leggere i bilanci delle banche non è mai facile, ho la sensazione che le banche italiane siano state più virtuose di molte concorrenti straniere. Ma se il sistema bancario ha finora tenuto, sono i rischi del sistema Italia a preoccupare. Molte banche hanno un massiccio carico di crediti, soprattutto rispetto alle banche italiane: un fenomeno intenso di fallimento le danneggerebbe. Ma resto ottimista: subiranno qualche perdita, ma sono convinto che il sistema reggerà, anche se la scarsità di impieghi redditizi si farà sentire”. Insomma, “in un paese in cui è sempre più difficile fare impresa e produrre innovazione, il rischio del settore finanziario è quasi quello di non sapere dove investire i risparmi”.
Concludiamo con una domanda avulsa (ma non proprio) dalla discussione: cosa serve per fare impresa? “Certamente creatività, tolleranza, libertà… ma considero fondamentali il rigore e la responsabilità personale. Vede, il capitalismo è morto, la gran parte delle imprese di successo non nasce dal capitale, ma dalle idee, dalla scommessa, dal rigore del lavoro…” E visto che “la cultura imprenditoriale risente della cultura più diffusa”, aver avuto il più grande partito comunista ha sicuramente influenzato la cultura del paese e corrotto il senso di responsabilità individuale.
Per Teso “troppo spesso, anche l’imprenditore italiano è figlio della cultura del “qualcuno ci deve pensare”.
.
Crisi occupazionale
Ormai dal Settembre 2008 l'Italia non ha una piena occupazione. Abbiamo importato milioni di stranieri, offrendo loro incarichi in tutte le regioni. Ma con la crisi, il numero di disoccupati è in continuo aumento. E non sono più persone che non cercano un qualsiasi impiego legale per mantenersi, ma ambiscono ad un lavoro desiderato, in grado di appagare le proprie ambizioni personali. Sono persone che non trovano più un qualsiasi lavoro.
.La competizione mondiale sta dimostrando che la produzione del nostro Paese (ma anche quelle di Francia e Germania) non sono competitive e ciò porta a non avere lavoro sufficiente per tutti. E tutto questo non accade perché le imprese non hanno produttività orarie o qualità di prodotti sufficienti, ma perché su loro grava la improduttività del sistema Italia.
E a queste cose non possono che porre rimedio gli italiani tutti, acquisendo una miglior cultura economica, produttiva ed etica, e la politica, cui spetta mettere mano a profonde riforme strutturali e a nulla servono occupazioni di aziende in chiusura, scioperi e quant'altro.
Ma ricordiamo che un rapporto di lavoro non può essere costruttivo o produttivo in forza d’obblighi di legge ma, è basato sulla collaborazione.
Ogni giorno il "mercato" (in pratica ognuno di noi quando diventa cliente) giudica e vota i risultati di questa partecipazione, acquistandone o no prodotti e servizi.
L’imprenditore non può che esserne il massimo responsabile, giacché decide in che modo e con chi ottenere gli esiti vincenti.
Se questi non premiasse la collaborazione di chi aiuta l’azienda ad ottenere risultati positivi, sarebbe un cattivo imprenditore e diventerebbe la prima vittima di un tale miope comportamento.
Un buon industriale deve provvedere a sostituire quanti non sono all’altezza del compito ed a dimensionare gli organici alle evoluzioni del mercato e delle tecnologie.
La cessazione di un rapporto di lavoro non deve trasformarsi in un dramma, ma semplicemente, nella ricerca di una professione più adatta alle proprie capacità ed attitudini, con la tranquillità fornita da adeguati ammortizzatori sociali.
Il governo deve perseguire l’obiettivo affinché ogni cittadino italiano abbia la possibilità di ottenere un posto di lavoro legale, per mantenere se stesso ed i propri figli fino all’età scolastica e potersi permettere una dignitosa rendita da pensione quando non sarà più in grado di lavorare, oppure avrà accumulato un capitale pensionistico sufficiente per non pesare sulla collettività.
.La competizione mondiale sta dimostrando che la produzione del nostro Paese (ma anche quelle di Francia e Germania) non sono competitive e ciò porta a non avere lavoro sufficiente per tutti. E tutto questo non accade perché le imprese non hanno produttività orarie o qualità di prodotti sufficienti, ma perché su loro grava la improduttività del sistema Italia.
E a queste cose non possono che porre rimedio gli italiani tutti, acquisendo una miglior cultura economica, produttiva ed etica, e la politica, cui spetta mettere mano a profonde riforme strutturali e a nulla servono occupazioni di aziende in chiusura, scioperi e quant'altro.
Ma ricordiamo che un rapporto di lavoro non può essere costruttivo o produttivo in forza d’obblighi di legge ma, è basato sulla collaborazione.
Ogni giorno il "mercato" (in pratica ognuno di noi quando diventa cliente) giudica e vota i risultati di questa partecipazione, acquistandone o no prodotti e servizi.
L’imprenditore non può che esserne il massimo responsabile, giacché decide in che modo e con chi ottenere gli esiti vincenti.
Se questi non premiasse la collaborazione di chi aiuta l’azienda ad ottenere risultati positivi, sarebbe un cattivo imprenditore e diventerebbe la prima vittima di un tale miope comportamento.
Un buon industriale deve provvedere a sostituire quanti non sono all’altezza del compito ed a dimensionare gli organici alle evoluzioni del mercato e delle tecnologie.
La cessazione di un rapporto di lavoro non deve trasformarsi in un dramma, ma semplicemente, nella ricerca di una professione più adatta alle proprie capacità ed attitudini, con la tranquillità fornita da adeguati ammortizzatori sociali.
Il governo deve perseguire l’obiettivo affinché ogni cittadino italiano abbia la possibilità di ottenere un posto di lavoro legale, per mantenere se stesso ed i propri figli fino all’età scolastica e potersi permettere una dignitosa rendita da pensione quando non sarà più in grado di lavorare, oppure avrà accumulato un capitale pensionistico sufficiente per non pesare sulla collettività.
venerdì 6 agosto 2010
Il percorso che va oltre la crisi
Nel 2009 il paese ha perso 7 punti di PIL rispetto all’anno precedente, oltre 700 mila posti di lavoro, la produzione industriale è crollata del 25%, per cui siamo ritornati ai livelli del 1985.
Sul piano politico istituzionale si evidenzia drammaticamente l’incapacità di ridurre la spesa pubblica che è anche peggiorata (si spende troppo e male), con la conseguenza che il costo dell’energia, trasporti e dei servizi costituisce una “palla al piede” per la nostra capacità produttiva.
In questo contesto le aziende hanno dovuto imparare a proprie spese la sfida dell’internazionalizzazione: una storia fatta di lunghi viaggi, di attese estenuanti, qualche stretta di mano, colossali delusioni, ma anche grandi successi. Hanno imparato sicuramente una cosa: che per competere all’estero non è più sufficiente lo spirito dei pionieri e a complicare ulteriormente le cose è arrivata la crisi.
Il rapporto del Gruppo congiunto Giovani Imprenditori di Confindustria e Giovani dirigenti di Federmanager dell’aprile 2010 avente per oggetto la ricerca “Internazionalizzare il governo dell’impresa”, evidenzia che la chiave per vincere la sfida dell’internazionalizzazione e del “dopo crisi” sarà ancora una volta nelle persone, perchè si possono clonare i prodotti di eccellenza e di successo, raggiungere buoni standard di qualità, ecc., ma non riprodurre valori intangibili come l’intuito, l’inventiva, il gusto del bello che sono il nostro retaggio e che aiutano a formare quella cultura d’impresa che accomuna imprenditori e dirigenti.
Le “multinazionali tascabili”, come le ha definite a suo tempo il Censis, sono una conseguenza lampante e, ancora oggi esercitano un ruolo importante nel nostro tessuto produttivo per la loro capacità di penetrare i mercati esteri.
L’avvio della crisi ha posto problemi di riposizionamento delle imprese ed in particolare della qualità delle risorse umane che le governano (impiegati e dirigenti) con l’effetto del graduale spostamento dell’ottica dalla dimensione locale o nazionale a quella internazionale, non solo per i mercati di sbocco, ma anche per il quadro di riferimento dei fornitori, di provenienza delle materie prime, delle risorse finanziarie. Se si opera in questa direzione si potrà non solo attraversare la crisi per sopravvivere, ma avviare un altro ciclo di sviluppo.
Le difficoltà che il lavoro del Gruppo, coordinato da Nadio Delai, evidenzia sono: la scarsa famigliarità con le lingue straniere e, parallelamente, le modeste esperienze maturate all’estero; la difficoltà a lunghe permanenze in ambienti molto diversi da quelli del nostro paese da parte dei dirigenti, nonchè gli elevati costi che l’azienda deve sostenere.
Le proposte e i suggerimenti avanzati sono la cura di processi di motivazione del personale, che, prima ancora della formazione, puntino al coinvolgimento attivo e motivato del dipendente e della sua famiglia (che in un modo o nell’altro ne risulterà coinvolta). Paradossalmente il livello di consenso più ampio si è avuto dai giovani manager, rispetto ai giovani imprenditori.
Viceversa, l’alternativa potrebbe essere di puntare su figure provenienti dall’esterno dell’azienda, più dinamici e disponibili a questo processo di internazionalizzazione oppure adottare modalità di reclutamento del personale “estero su estero”considerando che i laureati degli altri paesi costano meno di quelli italiani e sono più disponibili a risiedere in altri paesi.
L’invito pressante che il Presidente di Confindustria Emma Marcegaglia ha fatto agli imprenditori nell’ultima assemblea è stato: “Dobbiamo superare le barriere psicologiche che ostacolano – ha detto – aggregazioni, alleanze, deleghe ai manager. Il controllo e la gestione familiare sono punti di forza finchè non costringono l’impresa a restare troppo piccola per fare ricerca e innovazione, per internazionalizzarsi”
La crisi e la reazione delle aziende
La crisi è stata affrontata in modo particolarmente attivo sul piano del riposizionamento, della ristrutturazione e della riorganizzazione da parte di tre aziende su quattro, secondo i giovani imprenditori e di due aziende su tre, da parte dei giovani manager, con una trasformazione profonda di strategie: una vera e propria “metamorfosi”
Altre aziende viceversa hanno reagito nel modo tradizionale fatto di un progressivo adattamento e di flessibilità continuata per il 40% dei giovani manager e per il 50% delle situazioni, secondo i giovani imprenditori anche se va detto che in questo modo le aziende “si aggiustano” ma non corrono.
Una minoranza, il 5%, secondo i giovani imprenditori e, invece, il 10% per i giovani manager, dichiarano di aspettare con pazienza che la crisi faccia il suo corso, aziende sostanzialmente “attendiste” pronte più a sperare che a confrontarsi con le dinamiche economiche in atto.
Dal gruppo emerge una sostanziale convergenza di opinioni per una minore propensione verso la delocalizzazione produttiva ed una accentuazione delle strategie dirette a sviluppare la rete distributiva all’estero.
Infine per il 64,2% dei giovani imprenditori, contro il 60% dei giovani manager, le aziende hanno risentito della crisi e per il 2010 il risultato sembrerebbe migliore, anche se i giovani manager sono più preoccupati degli imprenditori
Processo di internazionalizzazione più evoluto
Sembra ormai accettato che la crisi ed il suo impatto non costituiscano un fatto passeggero e facilmente riassorbibile; al contrario si intravede un percorso di uscita complesso per l’estensione temporale e per la profondità strutturale dei processi in corso.
Si pensa, ad esempio, di essere di fronte a una vera e propria “mutazione” del modo di fare impresa con la necessità di “alzare l’asticella” della classe dirigente (imprenditori e manager), ricercando alleanze sia “orizzontali” tra imprese simili per essere più forti- mantenendo però una dimensione ridotta – che “verticali” tra imprese complementari, che sappiano integrarsi in una logica di internazionalizzazione evoluta partendo dal presupposto che queste stesse aziende non diventeranno mai nè medie nè tanto grandi.
Dall'inizio del 2008 nell'export di beni è cambiata la tipologia delle aziende interessate: non più il gigantismo ma i micro-settori.
Ma questo export molecolare, “nicchie” che rappresentano il 47% del valore del mercato, conferma che il nostro paese, in termini assoluti, subito dopo la Germania, è primo esportatore mondiale di 288 prodotti, secondo per altri 382 e terzo per 352 con un valore esportato di (100+ 79+ 56) miliardi con 1022 “nicchie” di eccellenza.
Sul piano politico istituzionale si evidenzia drammaticamente l’incapacità di ridurre la spesa pubblica che è anche peggiorata (si spende troppo e male), con la conseguenza che il costo dell’energia, trasporti e dei servizi costituisce una “palla al piede” per la nostra capacità produttiva.
In questo contesto le aziende hanno dovuto imparare a proprie spese la sfida dell’internazionalizzazione: una storia fatta di lunghi viaggi, di attese estenuanti, qualche stretta di mano, colossali delusioni, ma anche grandi successi. Hanno imparato sicuramente una cosa: che per competere all’estero non è più sufficiente lo spirito dei pionieri e a complicare ulteriormente le cose è arrivata la crisi.
Il rapporto del Gruppo congiunto Giovani Imprenditori di Confindustria e Giovani dirigenti di Federmanager dell’aprile 2010 avente per oggetto la ricerca “Internazionalizzare il governo dell’impresa”, evidenzia che la chiave per vincere la sfida dell’internazionalizzazione e del “dopo crisi” sarà ancora una volta nelle persone, perchè si possono clonare i prodotti di eccellenza e di successo, raggiungere buoni standard di qualità, ecc., ma non riprodurre valori intangibili come l’intuito, l’inventiva, il gusto del bello che sono il nostro retaggio e che aiutano a formare quella cultura d’impresa che accomuna imprenditori e dirigenti.
Le “multinazionali tascabili”, come le ha definite a suo tempo il Censis, sono una conseguenza lampante e, ancora oggi esercitano un ruolo importante nel nostro tessuto produttivo per la loro capacità di penetrare i mercati esteri.
L’avvio della crisi ha posto problemi di riposizionamento delle imprese ed in particolare della qualità delle risorse umane che le governano (impiegati e dirigenti) con l’effetto del graduale spostamento dell’ottica dalla dimensione locale o nazionale a quella internazionale, non solo per i mercati di sbocco, ma anche per il quadro di riferimento dei fornitori, di provenienza delle materie prime, delle risorse finanziarie. Se si opera in questa direzione si potrà non solo attraversare la crisi per sopravvivere, ma avviare un altro ciclo di sviluppo.
Le difficoltà che il lavoro del Gruppo, coordinato da Nadio Delai, evidenzia sono: la scarsa famigliarità con le lingue straniere e, parallelamente, le modeste esperienze maturate all’estero; la difficoltà a lunghe permanenze in ambienti molto diversi da quelli del nostro paese da parte dei dirigenti, nonchè gli elevati costi che l’azienda deve sostenere.
Le proposte e i suggerimenti avanzati sono la cura di processi di motivazione del personale, che, prima ancora della formazione, puntino al coinvolgimento attivo e motivato del dipendente e della sua famiglia (che in un modo o nell’altro ne risulterà coinvolta). Paradossalmente il livello di consenso più ampio si è avuto dai giovani manager, rispetto ai giovani imprenditori.
Viceversa, l’alternativa potrebbe essere di puntare su figure provenienti dall’esterno dell’azienda, più dinamici e disponibili a questo processo di internazionalizzazione oppure adottare modalità di reclutamento del personale “estero su estero”considerando che i laureati degli altri paesi costano meno di quelli italiani e sono più disponibili a risiedere in altri paesi.
L’invito pressante che il Presidente di Confindustria Emma Marcegaglia ha fatto agli imprenditori nell’ultima assemblea è stato: “Dobbiamo superare le barriere psicologiche che ostacolano – ha detto – aggregazioni, alleanze, deleghe ai manager. Il controllo e la gestione familiare sono punti di forza finchè non costringono l’impresa a restare troppo piccola per fare ricerca e innovazione, per internazionalizzarsi”
La crisi e la reazione delle aziende
La crisi è stata affrontata in modo particolarmente attivo sul piano del riposizionamento, della ristrutturazione e della riorganizzazione da parte di tre aziende su quattro, secondo i giovani imprenditori e di due aziende su tre, da parte dei giovani manager, con una trasformazione profonda di strategie: una vera e propria “metamorfosi”
Altre aziende viceversa hanno reagito nel modo tradizionale fatto di un progressivo adattamento e di flessibilità continuata per il 40% dei giovani manager e per il 50% delle situazioni, secondo i giovani imprenditori anche se va detto che in questo modo le aziende “si aggiustano” ma non corrono.
Una minoranza, il 5%, secondo i giovani imprenditori e, invece, il 10% per i giovani manager, dichiarano di aspettare con pazienza che la crisi faccia il suo corso, aziende sostanzialmente “attendiste” pronte più a sperare che a confrontarsi con le dinamiche economiche in atto.
Dal gruppo emerge una sostanziale convergenza di opinioni per una minore propensione verso la delocalizzazione produttiva ed una accentuazione delle strategie dirette a sviluppare la rete distributiva all’estero.
Infine per il 64,2% dei giovani imprenditori, contro il 60% dei giovani manager, le aziende hanno risentito della crisi e per il 2010 il risultato sembrerebbe migliore, anche se i giovani manager sono più preoccupati degli imprenditori
Processo di internazionalizzazione più evoluto
Sembra ormai accettato che la crisi ed il suo impatto non costituiscano un fatto passeggero e facilmente riassorbibile; al contrario si intravede un percorso di uscita complesso per l’estensione temporale e per la profondità strutturale dei processi in corso.
Si pensa, ad esempio, di essere di fronte a una vera e propria “mutazione” del modo di fare impresa con la necessità di “alzare l’asticella” della classe dirigente (imprenditori e manager), ricercando alleanze sia “orizzontali” tra imprese simili per essere più forti- mantenendo però una dimensione ridotta – che “verticali” tra imprese complementari, che sappiano integrarsi in una logica di internazionalizzazione evoluta partendo dal presupposto che queste stesse aziende non diventeranno mai nè medie nè tanto grandi.
Dall'inizio del 2008 nell'export di beni è cambiata la tipologia delle aziende interessate: non più il gigantismo ma i micro-settori.
Ma questo export molecolare, “nicchie” che rappresentano il 47% del valore del mercato, conferma che il nostro paese, in termini assoluti, subito dopo la Germania, è primo esportatore mondiale di 288 prodotti, secondo per altri 382 e terzo per 352 con un valore esportato di (100+ 79+ 56) miliardi con 1022 “nicchie” di eccellenza.
Iscriviti a:
Post (Atom)