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lunedì 1 ottobre 2012

Manager: meglio sopra i 50 anni

Uno studio di un'università israeliana mostra che per un manager la maggior vitalità nel lavoro si ha tra i 50 e i 59 anni di età, con un picco a 57.


Per un manager, la maggior vitalità nel lavoro arriva a un'età compresa tra i 50 e i 59 anni di età, con il picco massimo attorno ai 57 anni quando l'esperienza, l'energia mentale e il vigore fisico danno ancora il meglio di sè.

martedì 12 giugno 2012

Manager, la crisi ridimensiona gli stipendi

Uno studio di Manageritalia mostra che la formazione dei manager senza lavoro aiuta a ricollocarsi, anche se spesso lo stipendio è inferiore a prima.


Il 76% dei manager che hanno seguito l'iter formativo promosso da Manageritalia dopo essere stati espulsi dal mondo del lavoro ha trovato una ricollocazione. A dirlo è la stessa associazione dei dirigenti italiani, che ha sottolineato anche che nei 3 anni compresi tra la fine del 2008 e la fine del 2011 circa 43mila manager del settore privato hanno perso il lavoro.

lunedì 21 maggio 2012

Lavoro: 100 mila manager in meno in tre anni

L’Istat stima una perdita di manager pari al 20,8% dal 2008 al 2011: poche le tutele previdenziali, ma crescono le iniziative a favore del reintegro.
Che la crisi economica non risparmi la categoria dei manager è ormai un dato di fatto, soprattutto tenendo conto dei recenti report sul lavoro in Italia che illustrano una disoccupazione alle stelle in tutti i settori professionali. Gli ultimi dati Istat, tuttavia, aggiungono un tassello in più alla già grave situazione del mondo del lavoro nella penisola, informando riguardo la netta diminuzione del numero di dirigenti attivi con questa carica dal 2008 al 2011.

giovedì 17 maggio 2012

Equilibrio vita-lavoro: per gli italiani è in crescita

Una ricerca svela che è in aumento il numero di italiani per cui il proprio equilibrio vita-lavoro è migliorato rispetto a 2 anni fa.
Negli ultimi 3 anni l'equilibrio vita-lavoro di imprenditori e manager italiani sarebbe migliorato: nonostante le condizioni di lavoro non siano mai state così difficili come in questo momento, le persone amano di più quello che fanno per vivere e la maggioranza ritiene di avere più tempo da trascorrere a casa o da dedicare agli obiettivi personali.

mercoledì 4 aprile 2012

Occupazione e Lavoro: prosegue la falcidie di manager in Italia

Sarebbero 40.000 i manager che in Italia hanno perso il posto di lavoro negli ultimi 4 anni.
A denunciare queste cifre è un articolo comparso sul quotidiano La Repubblica il 2 aprile.

Per ciascun anno dal 2008 al 2011, secondo quanto riportato, i professionisti licenziati dalle aziende sono stati rispettivamente 10.000, 12.000, 10.800 e 10.200.
Ogni anno il 20% dei dirigenti in media perde il contratto mentre meno del 50% ritrova sul mercato un pari impiego. Il 60% viene mandato a casa dopo licenziamento e il 40% si dimette volontariamente, percentuali che rovesciano la tendenza di qualche anno fa quando le opportunità offerte dal mercato incoraggiavano il cambio più frequente di posizione lavorativa.
.A favorire l'uscita di scena dei manager concorre la difficile situazione economica accompagnata da processi di concentrazione aziendale e dallo spostamento all'estero di alcune fasi produttive di industrie multinazionali, segnatamente nel settore della chimica.

domenica 15 gennaio 2012

Uscire dalla crisi: non solo liberalizzazioni ma anche Manager capaci di innovarsi e Sindacati illuminati

Dalle indagini svolte sui territori italiani, emerge una triplice debolezza delle classi dirigenti locali.
La prima è quella di una risposta alla crisi non sempre adeguata, spesso confusa e in ordine sparso.
La seconda è un’eccessiva auto referenzialità locale, nonché una riconosciuta difficoltà, più volte ricordata, di praticare la cooperazione tra segmenti diversi di classe dirigente per i comuni obiettivi del territorio.
La terza è che non si persegue con chiarezza e con l’impegno necessario l’obbligo primario della classe dirigente, quello di generare nuova classe dirigente, con il corollario della ben nota riluttanza a promuovere effettivamente i giovani talenti presenti sul territorio.

Ma oltre i limiti e le debolezze, i territori italiani conservano grandi patrimoni di risorse:
- Primo, una capacità di reazione alla crisi da parte del tessuto imprenditoriale, che ha dimostrato concretezza e tenacia, pur attraversando talvolta situazioni anche molto difficili non solo a causa della “nebbia cognitiva” di cui sopra, ma anche dell’incapacità sistemica di sviluppare sul territorio i modelli di coordinamento più adeguati.
- Secondo, il valore della produzione locale rispetto alla rendita, che ha costituito almeno fino al 2010 un elemento di tenuta della ricchezza delle famiglie e delle imprese, nonché dell’occupazione, in molti contesti locali.
- Terzo, la capacità di resistenza del tessuto sociale, con comunità abituate ad “assorbire” le difficoltà e con un livello di coesione che diventa a tutti gli effetti una risorsa competitiva del sistema.

Incrociando i dati delle regioni italiane su dotazione di infrastrutture ICT, lavoro specializzato e performance produttiva, emerge chiaramente come uno dei problemi principali a livello territoriale sia la carenza di lavoro specializzato. Una buona dotazione di capitale umano è un requisito-chiave per utilizzare le nuove tecnologie in modo adeguato, specie nelle regioni maggiormente dotate di infrastrutture informatiche, che sono poi quelle in cui si è registrato il maggior rallentamento nella crescita nel periodo 2005-2009.
Per ricominciare a crescere l’economia italiana ha bisogno di una classe dirigente decisa a compiere uno sforzo evolutivo, che si impegni cioè a sostenere le imprese ed i lavoratori per stare al passo con le altre economie avanzate anche attraverso efficaci programmi di supporto alla creazione di conoscenza, il capitale intangibile per eccellenza.
I dati recenti sul calo delle iscrizioni universitarie devono costituire un campanello d’allarme cui reagire subito, per invertire una tendenza che pregiudicherebbe il futuro del Paese.

La migliore qualità della finanza privata italiana – spesso evocata per esorcizzare l’elevato debito pubblico – e l’orientamento relativo della nostra economia verso il “reale”, non riescono a congiungersi in una dinamica virtuosa che rafforzi e stimoli le imprese, allargando i loro orizzonti. Gli estesi patrimoni privati sono un “mixed blessing”, una medaglia dalle due facce, da una parte fungono da ammortizzatore economico e sociale, ma dall’altra sono un incentivo a privilegiare la rendita rispetto al rischio dell’innovazione, la conservazione rispetto alla mobilità.
Di debito si può morire (Grecia e Irlanda docent), ma di patrimonio si può languire. Occorre mobilizzare quei patrimoni, con nuove forme di finanza che prevedano rischi e vantaggi esplicitamente partecipati e suddivisi tra imprese, banche, grandi investitori e famiglie. Occorre più finanza per lo sviluppo, senza le distorsione del sistema pubblico, con manager cosmopoliti, ma al tempo stesso esperti delle potenzialità produttive italiane.

Per quanto concerne lo sviluppo economico, da cui quello sociale non può prescindere, e pur con le debite differenze tra i territori, è ormai insostenibile la frattura tra un Paese dove si risponde solo delle procedure formali, sostanzialmente chiuso verso l’esterno se non per i richiami e gli obblighi che l’Unione Europa ci impone, solo marginalmente toccato dalla concorrenza; ed un Paese dove si risponde dei risultati, aperto verso l’estero e sottoposto alla pressione della concorrenza internazionale. Oltre alle richieste di sempre, più controlli efficaci e non formalistici, meno carte da presentare e tempi certi per le risposte, dalla giustizia civile, ai pagamenti, alla concessione di autorizzazioni e permessi, un contributo all’efficienza della Pubblica Amministrazione potrebbe aversi da una maggiore mobilità (anche limitata localmente, ma estesa a amministrazioni di natura diversa – centrale/locale). Ogni mutamento che favorisca la crescita dimensionale delle imprese, ogni decisione che consenta l’attrazione di investimenti dall’estero o limiti la fuga di nostre imprese e capitali va presa presto.

Fin qui il rapporto di AMC : “Generare Classe Dirigente 2011” che si era posta l’obiettivo di analizzare la situazione nell’ottica dei ruoli manageriali (Imprenditori e Dirigenti), ma lo sviluppo di una qualsiasi attività economica si basa anche in modo determinante su un’altra importante risorsa: il capitale umano.
Da anni ci riempiamo la bocca con la parola “formazione” ed è innegabile il suo ruolo che inizia con la scuola per finire nel processo della formazione continua aziendale passando attraverso l’apprendistato.
Si rileva nel rapporto come manchi personale specializzato. Ma come può sorgerne se non nell’oculato e preveggente investimento di alcune aziende? Infatti la scuola ha man mano perso la propria capacità di licenziare diplomati e laureati con un bagaglio formativo adeguato alle necessità del mercato prendendo una strada propria di presunte specializzazioni che hanno giustificato solo uno sviluppo crescente di cattedre.
Le conoscenze acquisite dagli studenti in ambito universitario sono generalmente proporzionali più all’impegno individuale degli stessi o di alcuni illuminati docenti piuttosto che al “Sistema universitario”.
Saltato il fosso che separa il mondo scolastico da quello aziendale, si aprono le porte dell’apprendistato o del lavoro a termine.
Peccato che il primo non sia altro che un business per le “mille società di formazione” che vivono sui finanziamenti pubblici erogando “il nulla” agli apprendisti. Corsi inutili dove persone di ogni provenienza aziendale diversa, quindi assolutamente eterogenea, perdono il loro tempo ad ascoltare lezioni generiche e spesso inutili per la loro formazione. Pagato questo assurdo prezzo, loro che non hanno imparato niente e le aziende dove non sono stati presenti, si riprende il loro quotidiano impegno nel lavoro senza averne tratto alcun valore aggiunto. Chi non ha avuto modo di seguire questa strada si trova a sottoscrivere un contratto a termine (da un mese a sei, fino a un anno) che, per la legge, non potrebbe essere rinnovato più di due volte nello stesso ruolo. Potrebbe, appunto, ma le deroghe sono infinite come gli escamotage. Infatti la sostanza non viene rispettata e nessuno la fa rispettare.
Qui entrano in gioco sia i vari Uffici della Direzione Provinciale del Lavoro (Ministero del Lavoro) sia i Sindacati, o meglio in genere non entrano. Sappiamo che da sempre gli Enti Pubblici non funzionano come dovrebbero e magari per mille motivi, ma vediamo che anche il Sindacato (meglio: i Sindacati nelle loro svariate vesti e sigle) è rimasto quello degli anni ‘60 in cui fu fondato. Allora raccoglieva tessere per avere la necessaria forza e controbattere un padronato che agiva liberamente senza controllo, adesso continua a ricercare tessere per mantenere la propria struttura con le stesse regole di un partito politico.
Ma il mondo è cambiato, il modo di lavorare pure, gli strumenti e le esigenze evoluti. Fino a venti anni fa forse pensavamo di esportare in tutto il mondo il nostro modello sociale e industriale, quello cioè elaborato dopo aver risentito dell’influsso degli USA. Oggi il dubbio su tutto ciò, dovrebbe pervadere le menti datoriali e sindacal,i perché alcuni miliardi di persone con approcci nuovi, con sistemi deregolamentati e comportamenti sociali dove il diritto acquisito è una parola sconosciuta, stanno emergendo a nostre spese.
Stiamo perdendo una battaglia? Forse no, ma certamente stiamo perdendo tempo per mancanza di realismo e di visione futura. Abbiamo sbagliato a perseguire gli obiettivi di benessere? Forse no, ma di fatto abbiamo vissuto al di sopra delle nostre reali possibilità. Qualcuno tempo addietro se ne era accorto ed aveva fatto alcune mosse che per noi sono fantascienza. Sindacati che in USA hanno investito nelle aziende per partecipare responsabilmente alla gestione, sindacati che in Germania hanno accettato la riduzione degli stipendi e degli orari di lavoro per aumentare la competitività dell’azienda e ridurre la disoccupazione.
Noi invece abbiamo proseguito imperterriti a difesa dell’acquisito, come se il guadagno venisse dal cielo, come la manna, e non fosse il risultato della produttività. Ora saremo costretti a cambiare tutti per salvare il salvabile e dare un futuro al nostro Paese ed ai nostri figli.

martedì 3 gennaio 2012

"Licenziare gli statali? Dovremo porci il problema"

La riforma del mercato del lavoro "ha senso se serve a migliorare le prospettive di occupazione delle persone, la competitività delle imprese e la crescita dell'economia", ha detto il direttore generale di Confindustria a 'Omnibus', aggiungendo che sull'articolo 18 non c'è "nessuna guerra di religione"

La ricetta di Confindustria non cambia: con questa pressione fiscale da record, di altre tasse non se ne parla. Non restano che i tagli alla spesa pubblica. E tra questi, almeno secondo il direttore generale Giampaolo Galli, bisognerebbe anche ragionare sul licenziamento dei dipendenti statali, come in Grecia.
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Ospite de La 7, Galli, rispondendo a una domanda sulla possibilità di licenziare i dipendenti pubblici ha detto che "a un certo punto dovremmo porci anche questa prospettiva qui".

Basta guerre di religione sull'art.18
La riforma del mercato del lavoro "ha senso se serve a migliorare le prospettive di occupazione delle persone, la competitività delle imprese e la crescita dell'economia", ha detto il direttore generale di Confindustria a 'Omnibus', aggiungendo che sull'articolo 18 non c'è "nessuna guerra di religione".

Crisi profonda
Galli ha sottolineato che ci sono situazioni di "disagio sociali anche molti forti", ma che nascono non tanto dalla manovra del Governo Monti. Piuttosto dal fatto che questa è una "lunga crisi".

Sacrifici in tempi stretti
Ora l'Italia sta facendo un "aggiustamento" della finanza pubblica. "Purtroppo - ha detto il direttore generale di Confindustria - lo dobbiamo fare nel giro di pochi anni. Questo comporta dei sacrifici, dei costi".
Altrimenti si chiude
Secondo Galli "la manovra non è così pesante" e i consumatori tendono a "esagerare i numeri dei rincari, ma è indubbio che colgono un aspetto reale. La sommatoria delle manovre un costo per le persone ce l'hanno. Ma bisogna chiedersi quale era l'alternativa. Sarebbe stato un disastro dal punto di vista dei posti di lavoro e dei redditi, della possibilità di occupazione per giovani e non e la chiusura di imprese".

Fin qui la chiara presa di posizione di chi ha una visione soggettiva (di parte) della situazione europea, più che italiana, in un contesto economico dove le aziende produttrici costituiscono l’ossatura principale del nostro sistema economico. In effetti la riforma del mercato del lavoro si impone per riportare la nostra competitività a livelli tali da far crescere l’occupazione ed avviare a soluzione la ripresa dei consumi. Ovviamente essa non può prescindere o non dovrebbe, dal tipo di contratto di lavoro se pubblico o privato. Il criterio dell’efficienza è, o deve divenire, una regola su cui misurare le prestazioni per tutti coloro che lavorano, quindi industria, commercio, servizi e istituzioni pubbliche locali o centrali. Nella crescita e non nello spreco si fonda il nostro futuro e soprattutto quello dei nostri figli. La bandiera dell’art. 18, come istituto da difendere ad ogni costo, ha un grande significato politico che viene sventolato da un sindacato per attenuare ogni riforme strutturale nell’ottica del mantenimento dello status quo che fa comodo a moltissimi. Come negare che si stia meglio in una condizione di privilegio piuttosto che di incertezza! Come negare che abbiamo costruito un sistema di garanzie attorno ai lavoratori pubblici, al sistema sanitario ed agli enti inutili per favorire così una rete di collocazioni elettorali! Come negare la facilità di impiego o di indirizzo verso l’impiego “sicuro” facendo “l’occhietto” a questo o quel politico! Come negare di aver indirizzato i giovani verso l’impiego in Ferrovia, nelle Poste, nella Scuola, in Banca, in Comune, in Provincia, in Regione, in RAI e via dicendo, piuttosto che stimolarne la voglia di mettersi in gioco con l’impegno nello studio e nel cercare di affermarsi per i propri meriti! E’ stato così costruito un sistema che forse non potevamo permetterci e che se da un lato ha assicurato guadagni a moltissime persone, dall’altro ha mostrato il fianco alla legge non scritta dell’equo rapporto tra il guadagno e la produttività. Naturalmente ciò non si è rivelato oggi, nel bel mezzo della crisi, ma è stato tenuto “nascosto” preferendo aumentare il debito pubblico piuttosto che intervenire con un costo politico che nessuno ha voluto pagare facendo la politica dello struzzo.
A ribadire questi concetti c’è sempre stata la Confindustria ma anche lei ne è stata partecipe quando, negli anni della crescita, cedeva alle richieste sindacali monetizzando tutto, tagliando l’orario di lavoro, concedendo premi falsamente legati all’incremento della produttività e tollerando comportamenti antieconomici dei propri dipendenti. Non dimentichiamo anche: sfruttando finanziamenti pubblici incontrollati (come la Cassa del Mezzogiorno), sovvenzioni per mancati guadagni (vedi FIAT) con casse integrazioni speciali di anni per migliaia di lavoratori, emigrazioni dal sud Italia per avere lavoro a basso costo, ecc.
Ora la crisi impone di “fare un passo indietro” ma non intervenendo su uno dei fattori, ad esempio la riforma del lavoro, senza dare una nuova connotazione al sistema economico italiano. E’ del tutto evidente che in una azione complessiva (lavoro, tasse, sostegno al reddito, scuola, enti pubblici, Stato, politica) sia molto più facile scontentare tutti che favorirne qualcuno, ma proprio qui sta la chiave della soluzione. Occorre fare in modo che tutti siano almeno un po’ scontenti, perché questo vorrà dire che si sta effettivamente cambiando registro. Impresa facile? Sicuramente no, come nella pratica potremmo definirla impossibile. Infatti i poteri forti del sistema attuale (Confindustria, sindacati, banche, giudici, professionisti e partiti) faranno la massima resistenza a tutelare il loro interesse e con questo a prorogare nel tempo la crisi a danno del cittadino comune. Questo non può stupire nessun benpensante che pragmaticamente analizzi ciò che sia fattibile dall’utopia.
Ma senza fare drammi e ripercorrendo la storia, vediamo come il cittadino qualunque abbia sempre pagato il prezzo maggiore in rapporto ai benefici o disponibilità economiche. Nessuno ha mai trovato l’equilibrio ottimale se non per brevissimi periodi. A questo aggiungerei la nostra indole di italiani sempre pronti al compromesso ed a considerare le nostre scelte individuali come giustificazione al mancato rispetto delle regole comuni. Siamo fatti così, con il cuore in una mano ed il portafoglio nell’altra!



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mercoledì 15 giugno 2011

Tutto sta cambiando: si va verso un Mondo Nuovo

Il mondo sta cambiando più rapidamente di quanto non sia avvenuto negli ultimi cinquanta anni; il progresso tecnico-tecnologico ha mutato considerevolmente la vita delle persone in tutte le Nazioni evolute e si è affacciato prepotentemente nelle aree asiatica e sud americana. I radicalismi etnico religiosi si stanno confrontando con la domanda di evoluzione sociale che scuote i popoli dell’area mediterranea contrapponendosi agli autoritarismi politico-economici vecchi e nuovi.
L’esplosione demografica dei Paesi in via di sviluppo attraversa tumultuosamente i confini dei luoghi di origine e richiama verso le aree più ricche milioni di persone. Nel 1975 la popolazione mondiale raggiunse i 4 miliardi di individui, quasi raddoppiando in questi 36 anni (Oggi si stima in 7 miliardi) e toccando la propria velocità di crescita più elevata.
In meno di mezzo secolo sostanzialmente il pianeta Terra si è popolato di tante persone quante se ne erano raccolte in tutti i millenni precedenti. Molto significativo sarebbe osservare la diversissima crescita tra Europa e gli altri continenti, cioè negativa per l’una e positiva per gli altri.

Distribuzione percentuale storica e futura della popolazione per percentuale sulla popolazione mondiale
Regione 1750 1800 1850 1900 1950 1999 2050 2150
Mondo 100 100 100 100 100 100 100 100
Africa 13,4 10,9 8,8 8,1 8,8 12,8 19,8 23,7
Asia 63,5 64,9 64,1 57,4 55,6 60,8 59,1 57,1
Europa 20,6 20,8 21,9 24,7 21,7 12,2 7,0 5,3
America Sud 2,0 2,5 3,0 4,5 6,6 8,5 9,1 9,4
America Nord0,3 0,7 2,1 5,0 6,8 5,1 4,4 4,1
Oceania 0,3 0,2 0,2 0,4 0,5 0,5 0,5 0,5

Posizione Paese Popolazione Data % popolaz. mondiale
1 Cina 1.344.720.000 2011 19.97%
2 India 1.180.130.000 2011 17.53%
3 USA 310.569.198 2011 4.56%
4 Indonesia 238.827.455 2008 3.55%
5 Brasile 194.510.000 2011 2.89%
6 Pakistan 172.819.000 2011 2.57%
7 Bangladesh 155.009.941 2008 2.30%
8 Nigeria 147.650.948 2008 2.19%
9 Russia 140.387.818 2008 2.09%
10 Giappone 127.205.040 2008 1.89%
11 Messico 110.547.123 2008 1.64%
12 Filippine 96.962.954 2008 1.44%
13 Vietnam 86.518.311 2008 1.28%
14 Etiopia 83.794.239 2008 1.24%
15 Germania 82.352.473 2008 1.22%


In questi 15 paesi vivono all’incirca 4.3 miliardi di persone, che rappresentano approssimativamente i due terzi dell’intera popolazione mondiale. La popolazione totale dell’Unione Europea - 494 milioni di persone - era all’incirca il 7.3% della popolazione mondiale nel 2006 e avrebbe occupato il terzo posto nella lista di cui sopra.
Leggendo questi dati vediamo che oggi una persona su cinque nel mondo è cinese ed una su cinque e mezzo è indiana. Il 60% della popolazione mondiale è asiatica.
La globalizzazione economico finanziaria sta coinvolgendo popoli che parlano seimila lingue diverse; fondano le rispettive culture in millenni di storia in cui si sono quasi ignorati; credono nelle cinque maggiori religioni oltre a decine di minori; dividono redditi diseguali oscillanti tra i 26.000 $ medi anno di USA/Europa/Giappone ed i 400 $ medi anno di Cina/India/Indonesia; hanno aspettativa di vita inferiore a 60 anni per i Paesi poveri per raggiungere gli 80 di quelli ricchi, per non parlare dei denutriti cronici che in America Latina, pur decrescendo, sono ancora 40 milioni mentre in Africa ed in Asia superano per ciascun continente i 320 milioni di persone, principalmente bambini, anche se questo valore in Asia sta progressivamente calando ed in Africa drammaticamente salendo.
La fame mondiale di energia fa convergere interessi economici e finanziari giganteschi tali da influenzare la politica internazionale e gli equilibri politici. Tutti elementi di grande complessità sociale evidenziati anche da numerose guerre che rendono il quadro generale talmente imprevedibile da rendere possibili solo considerazioni connesse ai massimi sistemi e previsioni di medio breve termine. Lo scenario mondiale è quindi estremamente difficile da leggere perché varia notevolmente a seconda del punto di vista con cui lo si approccia, ma non può essere ignorato anche se la scala dei valori e delle priorità riferibili alle singole Nazioni o Confederazioni è realisticamente diversa.
Difficile di conseguenza il compito delle classi dirigenti locali che, secondo una indagine svolta in Italia sui nostri manager, presentano da noi una triplice debolezza.
La prima è quella di una risposta alla crisi non sempre adeguata, spesso confusa e in ordine sparso.
La seconda è una eccessiva autoreferenzialità locale, nonché una riconosciuta difficoltà, più volte ricordata, di praticare la cooperazione tra segmenti diversi di classe dirigente per i comuni obiettivi del territorio.
La terza è che non si persegue con chiarezza e con l’impegno necessario l’obbligo primario della classe dirigente, quello di generare nuova classe dirigente, con il corollario della ben nota riluttanza a promuovere effettivamente i giovani talenti presenti sul territorio.
Ma oltre i limiti e le debolezze, i territori italiani conservano grandi patrimoni di risorse.
Primo, una capacità di reazione alla crisi da parte del tessuto imprenditoriale, che ha dimostrato concretezza e tenacia, pur attraversando talvolta situazioni anche molto difficili non solo a causa della “nebbia cognitiva” di cui sopra, ma anche dell’incapacità sistemica di sviluppare sul territorio i modelli di coordinamento più adeguati.
Secondo, il valore della produzione locale rispetto alla rendita, che ha costituito almeno fino al 2010 un elemento di tenuta della ricchezza delle famiglie e delle imprese, nonché dell’occupazione, in molti contesti locali.
Terzo, la capacità di resistenza del tessuto sociale, con comunità abituate ad “assorbire” le difficoltà e con un livello di coesione che diventa a tutti gli effetti una risorsa competitiva del sistema.

Per quanto concerne lo sviluppo economico, da cui quello sociale non può prescindere, e pur con le debite differenze tra i territori, è ormai insostenibile la frattura tra un Paese dove si risponde solo delle procedure formali, sostanzialmente chiuso verso l’esterno se non per i richiami e gli obblighi che l’Unione Europa ci impone, solo marginalmente toccato dalla concorrenza; ed un Paese dove si risponde dei risultati, aperto verso l’estero e sottoposto alla pressione della concorrenza internazionale. Oltre alle richieste di sempre, più controlli efficaci e non formalistici, meno carte da presentare e tempi certi per le risposte, dalla giustizia civile, ai pagamenti, alla concessione di autorizzazioni e permessi, un contributo all’efficienza della Pubblica Amministrazione potrebbe aversi da una maggiore mobilità (anche limitata localmente, ma estesa a amministrazioni di natura diversa – centrale/locale). Ogni mutamento che favorisca la crescita dimensionale delle imprese, ogni decisione che consenta l’attrazione di investimenti dall’estero o limiti la fuga di nostre imprese e capitali va presa presto.
La crisi attuale non impedisce che riforme anche dure, ma progettate per il futuro, si possano realizzare nel Welfare, nel fisco, nell’istruzione, nella PA., come testimonia il caso inglese. Il pericolo che si intravede per le società europee non è tanto che l’innovazione metta a dura prova la coesione sociale (anche se le recenti vicende nelle relazioni industriali italiane si possono leggere in quest’ottica), ma che la scarsità d’innovazione spinga verso un lento sgretolamento del tessuto sociale e ad una disaffezione verso la partecipazione (alla scuola, al mercato del lavoro, alla politica, ecc). Sotto questo profilo, è incoraggiante che emergano nuove visioni presso le classi dirigenti italiane, sulle forme di rappresentanza, sull’attenzione alla formazione anche se quello della scuola resta un nodo in gran parte irrisolto, sul raccordo tra attori sociali senza sempre invocare lo Stato.
Gli universi giovanile e femminile italiani, assai penalizzati in termini di occupazione, redditi, carriere, racchiudono
patrimoni di energie e intelligenze indispensabili per il futuro del Paese. Si tratta di risorse spesso poco valorizzate, ma che dimostrano una straordinaria capacità progettuale quando si apre loro la possibilità di dimostrare le loro doti. È dunque un segnale assai positivo che oggi, nel dibattito pubblico italiano, abbia finalmente conquistato spazio l’esigenza di declinare le classi dirigenti al femminile, ed in senso giovanile.
Naturalmente, occorre augurarsi che alle parole seguano presto comportamenti conseguenti, pur nel rispetto di
diverse opzioni pragmatiche.
Dare spazio ai giovani significa in concreto supportare e finanziare nuove idee di business, e favorire l’incontro
tra ricerca e impresa: il Rapporto dà conto di molte novità interessanti in quest’ambito Per quanto concerne la classe dirigente femminile, nonostante questa dimostri regolarmente di raggiungere l’eccellenza sia in ambito scientifico sia nel mondo imprenditoriale, le sue energie devono ancora pienamente dispiegarsi nel nostro Paese, e non sempre le elite locali danno buon esempio, anche rispetto al livello centrale.

La scuola ed i ritardi delle classi dirigenti italiane
A differenza di quello che accade in altri paesi europei, in Italia l’istruzione, e in particolare la scuola, stentano ad assumere un ruolo centrale nel dibattito pubblico. Manca soprattutto una visione – se non condivisa, almeno in fase di elaborazione - della funzione della scuola e dell’università, nei tre tradizionali obiettivi che vengono dati loro in una società moderna: garantire la competitività dell’economia, fungere da strumento di mobilità sociale e selezionare la classe dirigente. Vi è ormai un’ampia evidenza che il sistema di istruzione italiano stia fallendo su tutti e tre gli obiettivi appena menzionati. I confronti internazionali ci segnalano infatti che il livello medio di competenze dei nostri quindicenni - intese come capacità di applicare le conoscenze apprese a scuola a problemi della vita quotidiana – sia fra i più bassi nel novero dei paesi avanzati, sia pure con enormi differenze fra Nord e Sud: difficilmente, quindi, l’Italia potrà contare nei prossimi decenni su una qualità del proprio capitale umano all’altezza delle sfide poste dall’economia internazionale. Analogamente, sta venendo meno la funzione di “ascensore sociale”, prevista dalla nostra Costituzione, che la scuola assolve in tutti i paesi avanzati e che da noi ha assolto per grandi gruppi sociali nell’immediato dopoguerra: il retroterra sociale e culturale è infatti un fattore determinante di tutto il percorso formativo e, in particolare, della scelta dell’indirizzo di studio nella scuola secondaria, con una chiara gerarchia sociale fra licei, istituti tecnici e istituti e scuole professionali, che si riverbera nella prosecuzione all’università. Se la scuola italiana ha deficienze così marcate, perché non si trovano i rimedi? In realtà, negli ultimi anni
passi avanti sono stati compiuti. Gli esiti insoddisfacenti dei test PISA dell’Ocse hanno costretto l’opinione
pubblica, gli organi dirigenti della scuola e gli stessi insegnanti a prendere atto che la scuola italiana non è un
mondo “perfetto”, tutt’al più penalizzato dai tagli di risorse da parte del Governo, ma sostanzialmente tetragono alle influenze esterne e non assoggettabile a valutazioni sul suo operato. Da noi i raffronti
internazionali hanno avviato con molto ritardo, rispetto a paesi come la Germania e gli Stati Uniti, una
profonda riflessione sul funzionamento della scuola, ma alcuni punti fermi sembrano ormai acquisiti: gli
apprendimenti devono essere valutati almeno all’inizio e alla fine di ogni ciclo scolastico per misurare i
progressi compiuti dagli studenti; gli istituti scolastici e gli insegnanti migliori devono essere premiati; i criteri di
reclutamento e di progressione di carriera dei docenti non possono limitarsi alla sola anzianità; sostegno
didattico, orientamento e borse di studio devono far parte del bagaglio di strumenti necessario a aumentare
l’equità del nostro sistema scolastico; va reso effettivo il passaggio delle competenze dal centro (Miur) agli
istituti scolastici autonomi. Queste linee di riforma sono condivise in misura crescente, anche dagli stessi
insegnanti, eppure la scuola entra solo episodicamente nel dibattito pubblico, spesso a seguito di eventi di
cronaca legati al bullismo o alle occupazioni, e raramente come occasione di analisi dei problemi e di
discussione delle soluzioni. .
Un trend comune a tutti i paesi avanzati è infatti l’innalzamento dei livelli di istruzione verso la formazione terziaria; inoltre, le analisi confermano come la presenza di laureati in azienda favorisca l’innovazione tecnologica e l’internazionalizzazione. Di conseguenza, la vera scommessa per il sistema delle imprese negli anni a venire sarà quello di garantirsi persone dotate di ottime lauree e di una buona conoscenza della lingua inglese, piuttosto che manodopera tecnica.
Dal canto loro, le organizzazioni sindacali, pur mostrando particolare sensibilità ai temi dell’uguaglianza delle opportunità di accesso all’istruzione, risultano ancora prigioniere degli interessi di corporazione, per cui la priorità è garantire l’assunzione a tempo indeterminato di tutti i precari, anche quando è noto che in Italia il rapporto fra insegnanti e alunni è nettamente superiore a quello degli altri paesi dell’Ocse, senza che questo determini apprendimenti superiori alla media. Ancora: al momento della riforma universitaria che ha condotto alle lauree triennali, molti ordini professionali hanno condizionato l’ingresso al possesso di una laurea magistrale quinquennale, in modo da restringere l’accesso alla professione, anziché cogliere l’occasione per favorire un allargamento della propria base intellettuale (e ridurre i futuri deficit previdenziali!).

Filiere globali e reti di impresa: nuovi modelli di relazioni banca-impresa per il “Mondo Nuovo”
Oltre a determinare l'irrompere nei mercati europei di nuovi concorrenti localizzati in paesi a basso costo del
lavoro, la globalizzazione ha prodotto l'effetto di sviluppare nuovi circuiti di conoscenza a livello mondiale. Le
dinamiche in atto nelle filiere globali impongono ai distretti la difficile sfida di far convivere gli storici vantaggi
del radicamento locale con l'esigenza di maggiore apertura ai mercati internazionali e ai nuovi circuiti di
approvvigionamento dei fattori produttivi e della produzione. Tali circuiti implicano la trasformazione delle
tradizionali reti locali in reti transnazionali, attraverso un ripensamento dei modelli di business consolidati e
delle tradizionali catene del valore. Quindi, il binomio locale/globale e i nuovi circuiti della conoscenza rendono
obsoleta la forma tradizionale dei distretti industriali italiani, che si sono sviluppati essenzialmente come reti
contestuali chiuse. La relativa chiusura di questi sistemi verso l'esterno ha costituito in passato un punto di
forza, in quanto ha contribuito a rafforzarne la coesione interna e l'identità collettiva, con il consolidamento del
cosiddetto capitale sociale. Oggi, però, questo carattere di quasi autoreferenzialità appare rischioso. Infatti, le
tradizionali economie esterne, che in passato hanno consentito a tante piccole e piccolissime imprese di
superare i limiti derivanti dalla piccola dimensione, consentono sempre meno di colmare i gap di competenze
aziendali che oggi si manifestano. I processi di aggiustamento dei distretti non sono omogenei e sono
condizionati all'apertura verso l'esterno soprattutto delle imprese distrettuali più dinamiche, che hanno
scoperto come le opportunità legate alla collaborazione con partner anche molto lontani possano essere più
vantaggiose rispetto alle relazioni con partner interni al distretto. Nei distretti dove l’evoluzione sopra descritta
è meno radicata e diffusa si registrano sempre più evidenti segnali di crisi, in termini di calo dei volumi di
produzione ed export.
I messaggi-chiave per le Pmi che emergono dal mutato contesto competitivo e dall’evoluzione dei modelli di
sviluppo territoriale sono i seguenti:
a) dai mercati esteri giunge la spinta per le imprese italiane per ridefinire le proprie strategie competitive;
b) le filiere globali impongono un ripensamento dei modelli di business e delle catene del valore tradizionali;
c) le reti di impresa possono in alcuni casi costituire un’alternativa valida rispetto all’approccio autonomo ai mercati esteri.
Cosa potrebbero fare le banche per sostenere le imprese in questa delicata fase di transizione? Per la ripresa
del ciclo economico, fornire nuovi strumenti di offerta bancaria, con una serie di prodotti disegnati specificatamente per accompagnare le aziende nella fase di ripresa: ad esempio, prestiti con caratteristiche di
grande flessibilità in termini di durata e pre-ammortamento, destinati alla ristrutturazione di immobili, o
all’acquisto di impianti o macchinari necessari allo svolgimento dell’attività aziendale; oppure prestiti per
sostenere l’assunzione di nuovi dipendenti e/o il riassorbimento dalla cassa integrazione; infine, linee di fido a
breve termine per smobilizzo crediti commerciali finalizzate ad anticipare gli incassi di crediti e contratti legati a
rapporti con la pubblica amministrazione, con adempimenti molto semplificati per le imprese creditrici.
Per la competitività e innovazione, le banche potrebbero offrire assistenza alle aziende che intendono
riattivare investimenti produttivi: ad esempio, mutui finalizzati per investimenti volti all'arricchimento del
contenuto tecnologico di prodotti, processi e/o servizi dell’impresa richiedente e/o al miglioramento
dell'organizzazione e della sua struttura aziendale; finanziamento di progetti di Ricerca & Sviluppo destinati
alla realizzazione di nuovi prodotti, processi produttivi e servizi tecnologicamente innovativi per il cliente;
infine, finanziamenti destinati agli start-up con la finalità di supportare le iniziali necessità di liquidità di
finanziamento del circolante e sostenere gli investimenti necessari all'avviamento.
Per le reti di impresa e la formazione, in collaborazione con le Associazioni di Categoria, le banche dovrebbero organizzare percorsi di costruzione o rafforzamento di reti, e percorsi destinati a giovani e
neolaureati per fornire loro le informazioni di base che occorrono a chi voglia attivare un'esperienza
imprenditoriale.

Le classi dirigenti locali e il “Mondo Nuovo”
Come si vanno rapportando le Classi dirigenti locali al dopo-crisi ed al Mondo Nuovo che ne esce? Quali
rappresentazioni forniscono delle trasformazioni in corso, delle risorse e dei modelli adottati nei territori ove
operano, e della loro stessa adeguatezza come dirigenti? E come vengono affrontati i temi della atavica
frammentazione delle Classi dirigenti italiane, nonché del loro aggiornamento, apertura verso l’estero,
“svecchiamento”?
La crisi è stata ormai largamente incorporata nell’immaginario sociale delle comunità locali italiane ma le
classi dirigenti hanno ancora difficoltà a gestire “l’era delle aspettative decrescenti” (Krugman). La domanda
principale che le classi dirigenti locali debbono porsi, infatti, è come gestire in modo progressivo e non
regressivo, il ridimensionamento delle aspettative sociali, ovvero come evitare di piangersi addosso ed
investire le risorse che esistono sui territori in modo innovativo, per catturare le opportunità del Mondo Nuovo,
preservando e alimentando la coesione sociale e le forme partecipative che costituiscono un patrimonio non
secondario della “provincia” italiana. Naturalmente la domanda non ammette risposte facili, né pigramente
riproducibili da una realtà locale alle altre. Al tempo stesso, parziali, possibili risposte esistono, ad esempio, occorre mobilizzare gli estesi patrimoni privati presenti sui territori italiani, con nuove forme di finanza che prevedano rischi e vantaggi esplicitamente partecipati e suddivisi tra imprese, banche, grandi investitori e famiglie, per rendere davvero efficace uno dei nostri punti di forza, ovvero una notevole - anche se purtroppo sempre più concentrata - ricchezza privata a fronte del debito pubblico. Se queste ricchezze privilegiassero sempre più la rendita rispetto al rischio dell’innovazione, la conservazione rispetto alla mobilità; oppure se venissero sempre più investite all’estero, i patrimoni dei territori italiani sarebbero destinati a scemare in tempi brevi, come già segnalano da qualche tempo le statistiche della Banca d’Italia. Oppure occorre che banche e Pmi trovino nuove forme di relazione, senza sempre la spalla del sistema pubblico, con manager cosmopoliti, ma al tempo stesso esperti delle potenzialità produttive italiane e delle opportunità del Mondo Nuovo. Nuovi ruoli per le classi dirigenti vanno presto generati, ed in alcuni contesti locali potrebbe essere una nuova generazione di classe dirigente ad assumerli.
Le tre debolezze delle classi dirigenti locali, già menzionate all’inizio di questa Introduzione, accomunano i
territori italiani da Nord a Sud, con la specificità che nel Settentrione emerge una maggior sensibilità rispetto
all’elaborazione di risposte condivise e coordinate. Troppo spesso infatti le iniziative di aggregazione scontano
grandi limiti di duplicazioni e di conflittualità tra i diversi attori. L’assenza storica di un player di grandi
dimensioni che agisca da catalizzatore amplifica sovente la frammentazione dell’azione sociale
In generale, non si può sostenere che le classi dirigenti locali garantiscano prestazioni migliori di quelle centrali ma un vantaggio che permane sui territori è la maggior vicinanza dei cittadini alle classi dirigenti che agisce da pungolo.
A fronte di storiche debolezze, acuite dalla crisi, i territori italiani dispongono di risorse notevoli per affrontare
le sfide del Mondo Nuovo: dalla capacità riconosciuta di reazione alla crisi da parte del tessuto di impresa che
ha mostrato spirito di concretezza, pur attraversando di recente situazioni anche molto dure; al valore,
altrettanto riconosciuto, della produzione locale, che ha costituito almeno fino al 2010 un elemento di tenuta
della ricchezza delle famiglie e delle imprese, nonché dell’occupazione, in molti contesti; alla tenuta del
tessuto sociale, con comunità abituate ad “assorbire” le difficoltà e con un livello di coesione che diventa a tutti
gli effetti una risorsa competitiva del sistema. Si tratta, da parte delle classi dirigenti locali, di disimparare parte
del “vecchio”, e fare esperienza e pedagogia del Mondo Nuovo, per costruire ponti tra quelle risorse e le
opportunità che emergono.

Liberamente tratto da:
I territori italiani e il “Mondo Nuovo”
di Stefano Manzocchi
Ordinario di Economia Internazionale
Università LUISS “Guido Carli”
.

mercoledì 31 marzo 2010

10 anni di lavoro flessibile: luci ed ombre

Pochi fenomeni sono riusciti a stravolgere la coscienza collettiva degli italiani come ha fatto la flessibilizzazione del mercato del lavoro negli ultimi anni. Dopo questi dieci anni la sensazione è che la flessibilità sia andata ben oltre i suoi numeri, nel senso che ha prodotto più mutamenti psichici che non strutturali. Dal 1998, entrata a regime della flessibilità, la quota del lavoro a termine, che rappresenta lo zoccolo duro della flessibilità italiana, è passato dal 8,2% al 9,8%. Su 2.631.000 nuovi posti di lavoro creati nell’ultimo decennio, la maggioranza pari a 1.990.000 sono stati a tempo indeterminato, mentre il lavoro temporaneo pur crescendo del 33,7% contro il 15,4% del lavoro a tempo indeterminato, ha contribuito con 572.000 nuovi occupati. Anche sommando i numeri del lavoro atipico per antonomasia, il co.co.co., che secondo l’ISTAT rappresenta il 2,1% della forma lavoro occupata, sommato il lavoro a termine porterebbe l’incidenza della flessibilità sul totale a 11,9%.

Inizialmente la flessibilità è stata un volano che ha permesso l’esplosione, a partire dal 1996, dei co.co.co., dei contratti temporanei e del lavoro interinale che hanno favorito l’ingresso nel mondo del lavoro delle donne e dei giovani in genere. Tra il 1998 e il 2007 a fronte di un incremento dell’occupazione femminile del 20,4%, quella delle donne con contratto a termine è aumentata del 47,2% portando l’incidenza del lavoro flessibile sull’occupazione femminile al 15,7% contro l’analogo dato maschile fermo al 9,4%.
La struttura occupazionale è rimasta ancorata allo zoccolo duro dei lavori standard senza riuscire ad evolversi verso un modello che favorisca una sofisticata cultura del rapporto di lavoro, anche tramite l’elasticità degli orari, il part-time e aiuti quella mobilità che l’avrebbe resa sicuramente più accettabile.
E’ emblematico come il mercato del lavoro sia rimasto impermeabile a processi di vera mobilità: tra gli occupati con contratti a tempo determinato o con co.co.co. solo il 19,9% riesce a passare a forme di lavoro stabile, mentre il 78% resta nella condizione flessibile.
Indicativo è anche il ricorso al lavoro part-time che, nonostante la crescita dell’occupazione femminile, è rimasto stabile: dal 12,4% del 1998 al 13,6% del 2007.
Infine la flessibilità, secondo un’indagine CENSIS del 2007, è servita alle aziende per ridurre i costi e per affrontare l’esigenza di picchi produttivi. Questo spiega perché il 48% delle aziende utilizzi lavoratori cui non può offrire un futuro né stabile né flessibile, mentre il 24% non sa se potrà continuare a lavorare o meno. Dal profilo socio-anagrafico dei lavoratori atipici emerge che il 51,5% è costituito da donne di giovane età. Si consideri che il 57% dei precari ha meno di 35 anni ed il 23,7% ha un’età compresa fra 35 e 70 anni, concentrati soprattutto nel terziario per un 67,9% del totale occupazione atipica, nel campo sanitario, nei servizi sociali e formativi dove si concentra da solo il 18,9%.
Inoltre a metà degli anni’90 il nostro Paese è stato il primo al mondo in cui la quota di “anziani” ha superato quella dei giovani fino a 15 anni: un record negativo su cui non si riflette ancora abbastanza.
Le conseguenze sono che ai lavoratori anziani arrivano sollecitazioni contraddittorie: da un alto sono richieste di posticipare il pensionamento per il contenimento dei costi previdenziali e dall’altro sono accusati di non lasciare spazio ai giovani per favorire il ricambio generazionale.
Per questi motivi la flessibilità ha finito per diventare, non solo l’icona di un malessere sociale profondo che trova le sue ansie e inquietudini di una collettività che cambia rapidamente e vede crescere i margini d’insicurezza e rischio, ma anche il capro espiatorio dei ruoli del mercato del lavoro incapace di coinvolgere la qualità dell’offerta con le aspettative della domanda.
I cambiamenti intervenuti nel mondo del lavoro non richiedono il “posto fisso” con tutti gli oneri che ne derivano, ma politiche capaci di coniugare protezione sociale, rigore di bilancio, sviluppo occupazionale.
Il Paese è già troppo bloccato ed ingessato: c’è bisogno di merito, di mobilità sociale, poiché i giovani, che sono la risorsa per il futuro, sono molto penalizzati e un ritorno al “posto fisso” significherebbe non avere la precarietà diffusa bensì la disoccupazione.
Per avere sviluppo occupazionale credo che sia necessario, soprattutto, creare le condizioni affinché le imprese possano produrre ed espandersi. Ma allora i giovani devono essere messi in grado di offrire al mercato una preparazione scolastica di eccellenza oltre all’acquisizione, attraverso il lavoro, delle competenze professionali che saranno richieste. Essi dovranno dimostrare alle aziende una concreta disponibilità all’assunzione di responsabilità per essere tangibilmente una “risorsa” indispensabile alla crescita di impresa. Questa “risorsa” sarà sicuramente tenuta stretta, valorizzata attraverso al formazione e gratificata con un riconoscimento del merito sia sul piano economico sia quello professionale.
Il “merito” è un argomento che è riemerso come un fiume in piena dopo essere rimasto per decenni sepolto sotto le scorie di un pensiero ispirato a una concezione radicale del principio di uguaglianza che non accettava qualsiasi criterio di differenziazione. Il nostro Paese e non solo lui, ha pagato duramente quest’utopia che umiliava tutte quelle persone che prestavano la loro attività con il massimo impegno personale, serietà professionale e senso di responsabilità. Dall’aumento retributivo uguale per tutti al posto fisso il passo è breve ed ha creato facili illusioni che hanno penalizzato la crescita del Paese, anzi, ne hanno favorito la stagnazione economica, come dimostrano i dati OCSE